Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Annalisa Ciampalini

Secondo incontro con la poesia che si scrive e si legge oggi, con gli Autori vicini a noi e alla sensibilità di quanti ancora credono che le cose possano cambiare e in meglio, nonostante le reiterate smentite che provengono dal quotidiano. Il primo incontro di questa rubrica (qui) ha suscitato un notevole interesse e di questo ne siamo lieti, perché, semplicemente, testimonia quanto la Poesia sia ancora amata e necessaria, nonostante tutto. Un momento, Oltre la rete, libero da qualsiasi legame e connivenza con i soliti modi di fare a cui ci hanno abituato, purtroppo il più delle volte fondati su clientelismo e favoritismo (se non quando su antipatie che tendono all’esclusione), che vuole offrire al lettore, ancora una volta, come è proprio di questo blog, una finestra attraverso cui far entrare aria pulita per poter, in tal modo, tornare a respirare…(AnGre)

OLTRE LA RETE: Annalisa Ciampalini

1.

Nel pomeriggio il pensiero
ha gli occhi spalancati per la sete
e la stessa stanchezza del sole
negli archi allungati del cielo.
Resta nelle stanze
il ronzio degli elettrodomestici.
Al davanzale della finestra
il tuo pensiero lento
cerca un rumore bianco,
t’inchioda nell’ossessione di un ricordo,
alle gonne fiorite di tua madre ragazza.
.
.

2.

Io che scrivo vicino a una finestra
talvolta vedo il mare attraverso i vetri
lo vedo avanzare fino al mio portone
e la mia casa diventa scoglio tempestoso.
Il mare tra le mani è solo un sorso
d’acqua, l’azzurro vero è nelle vastità.
La costa prende vita dagli occhi.
.
.

3.

Ci vuole un canto nuovo per l’inverno che verrà,
ricami d’oro che lo fermino in leggenda,
lo splendore del grano sempre da una parte
a opporsi al sonno della terra. Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.
.
.

(tratte da Le distrazioni del viaggio, 2018, Samuele Ed. (collana Scilla) – qui il libro)

.

Annalisa Ciampalini è nata a Firenze e vive e lavora a Empoli. Ha studiato matematica all’Università di Pisa, ama la poesia, la natura, la lettura e la musica. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “L’istante si dilata” pubblicata da Editrice Ibiskos Risolo, “L’assenza”, Giuliano Ladolfi Editore, e “Le distrazioni del viaggio”, Samuele Editore, 2018 con prefazione di Monica Guerra. Suoi contributi si trovano in varie antologie pubblicate da Fara Editore e ha partecipato, insieme ad altri autori, al volume “Pierino Porcospino e l’analista selvaggio”, (volume curato da Giancarlo Stoccoro e pubblicato da ADV Publishing House)

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Un inedito di Angela Greco sul sito Graalf di Alfonso Graziano

Ringrazio di cuore Graalf – Alfonso Graziano, poeta e scrittore foggiano, che con entusiasmo e generosa gentilezza ha avviato uno spazio di condivisioni di lavori altrui sul suo sito https://www.alfonsograziano.com/. Nei giorni scorsi è stato ospitato anche un mio inedito. Cliccate sull’indirizzo, andate in questo luogo d’amicizia e non mancate di partecipare a queste cose belle. (AnGre)

Oltre il bianco (inedito di Angela Greco)

Voglio avere ogni giorno l’età esatta
corrispondente a giorno mese anno
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro e nemmeno senza togliere
persone fatti ricordi in quest’ordine.
Voglio abbracciare i tuoi occhi verdi,
le tue mani creatrici e anche la pietra
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro, nemmeno una parola di meno
rispetto al tuo silenzio e alla mia logorrea.
.
Continuo a chiedere scusa per questo cuore,
affaccendato a vivere, stanco di ragionare.
Adesso che metterò da parte anche i segni
sei sicuro che riuscirai a comprendermi?
Appartengo ad una clessidra che fatica
granello dopo granello, perché non si perda
il rimpiantissimo momento fuggente. E, tu?
Il prezzo dei loculi e tutto il bianco del cimitero
nuovo, non corrispondono al rispetto dovuto;
diventammo civili con il culto dei morti, ma oggi?
.
Ti direi «abbracciami», ma non ti corrisponde
e hai sempre troppe domande in agguato.
Un altro anno sta passando e «se proprio devo
innamorarmi di qualcuno» sicuramente sarà di te.
Scrivimi, quando arrivi a destinazione.
Scrivimi la destinazione.
Scrivimi.
(settembre 2018)

Ermanno Krumm, due poesie da Davanti a un quadro di Courbet

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Ermanno Krumm, due poesie da Davanti a un quadro di Courbet

1
.
C’è odore di bucato sulla ringhiera,
sentore di lenzuola stese: vengono
domeniche così una su mille, a Ornans.
Courbet dipinge la sua modella
da una foto di Vallou Villeneuve:
nessuna avrebbe posato nuda
____________per il suo Atelier.
.
nel mezzanino della rue Hautefeuille
invece sì, ore, giorni, Courbet era lì,
quando Luigi Filippo fu spazzato via,
o nella birreria Andler con Baudelaire:
.
– Niente di più difficile che fare arte
se nessuno la capisce. Non c’è
via d’uscita: le donne vogliono volti
senza ombre, gli uomini vestiti da festa.
.
.
.
7
.
Non c’è luce artificiale nell’Atelier
ma bassa e radente. Grandi tende nere
tese in alto sull’unica finestra
.
nel rosso uno straccio taglia
le righe di fondo d’un paesaggio
sbiadito sul muro.
.
.
.

tratte da Ermanno Krumm, Respiro, Mondadori, 2005

 immagine: Courbet, Latelier del pittore (1854-55)

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Ermanno Krumm – Golasecca (Varese) 1942, Como 2005.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Le chaier de Monique Charmay (1987), Novecento (1992), Felicità (1998 ), Animali e uomini (2003). Ha inoltre curato con Monique Charvet, Tel Quel, un’avanguardia per il materialismo (1974) e con Tiziano Rossi, La poesia italiana del Novecento (1995).
Sono anche usciti due suoi saggi: Il ritorno del flaneur. Saggi su Freud, Lacan, Montale, Zanzotto, Plath e Walser (1983) e Lirica moderna e contemporanea (1997). E’ stato critico d’arte del “Corriere della sera”.

Emilio Vedova, Scontro di situazioni 59-6 — sassi d’arte

Emilio Vedova (Venezia, 1919-2006), Scontro di situazioni 59-6 (1959)

olio su tela, cm 275 x 214 – Städtisches Museum Leverkusen, Schloss Morsbroich

*

Emilio Vedova è una figura di spicco nella pittura astratta italiana. Al grido di “Astrazione come lingua universale”, anche nella Penisola i giovani artisti si riunirono in innumerevoli gruppi. Dal canto suo, Vedova partecipò solo per un anno, fra il 1952 e il 1953, alle attività di un’associazione di artisti, il Gruppo degli Otto; per il resto fu sempre un individualista e la sua scelta di continuare a vivere a Venezia, quindi lontano dai centri artistici del resto del paese, sottolineava ancor più il suo isolamento.

La pittura di Vedova viene strutturata dal bianco e dal nero delle composizioni; l’artista sottolinea il significato dei non-colori, tanto che le sue opere non si riducono a semplici composizioni nere su fondo bianco. Sulle sue tele, il nero e il bianco sono in lotta tra loro, accompagnati da altri colori, soprattutto rosso e blu. Le tinte vengono applicate “a umido sopra umido”, mescolandosi e sfumandosi le une nelle altre. La superficie non presenta una struttura chiara, né una direzione o un centro: Vedova applica i colori con gesti impulsivi e frenetici. In tal modo, sulla tela si formano piccoli punti di snodo, in corrispondenza dei quali  i colori sembrano cozzare gli uni contro gli altri come in un’esplosione. Il monumentale Scontro di situazioni 59-6 è una delle tipiche composizioni di Vedova. Il titolo enfatizza la spontaneità, la contraddizione e l’apertura del processo pittorico. Nel 1959, anno di realizzazione dell’opera, l’artista aveva esposto già due volte i propri lavori alla mostra “documenta” di Kassel (la prima era stata nel 1955).

Vedova ha sempre inteso la propria pittura come un atto politico, senza per questo ricorrere mai a una rappresentazione realistica o figurativa. Molte delle sue opere astratte, spesso riunite in forma di cicli pittorici di ampio respiro, rimandano, nei titoli, a tematiche politiche. Nel 1964, durante un soggiorno a Berlino finanziato da una borsa di studio, apparve l’Absurde Berliner Tagebuch (L’assurdo diario berlinese), un’installazione di tavole di legno, dipinte da entrambi i lati e collocate liberamente, sul modello delle pale d’altare portatili medievali. Vedova ha chiamato Plurimi queste opere articolate nello spazio, definendole “oggetti creati come potenti armi al sevizio di un segno aggressivo, che non poteva più restare confinato nelle preconcette dimensioni dell’immagine (superficie passiva), tracciate da un individuo, il pittore”.

Su queste tavole non è possibile scorgere le tracce di scene berlinesi, ma l’applicazione del colore aggressiva e secca crea l’associazione con la città divisa e lacerata. E gli elementi pittorici liberamente distribuiti nello spazio ricordano gli sbarramenti anticarro collocati lungo tutto il confine tedesco.

(da Arte Astratta, Taschen Ed.)

Mario Lavezzi, Professore – sassi sonori

Mario Lavezzi, Professore

Guardala professore quanto è bionda
questa stellata che è buia fonda
guardala bene mentre se ne corre via
proprio così come guardi quell’amica mia
lo so che un tempo hai fatto strage di signore
mica per niente ti chiamo professore

Parlami professore del silenzio,
delle campagne azzurre, dell’assenzio
parlami di quei mesi chiusi su in montagna
col basco nero come fosse un’altra volta Spagna
accendi il fuoco
in queste cose sei il migliore
anche per questo ti chiamo
professore

Spiegami professore di una donna
che ti conosce come questa fiamma
dicono in giro che non l’hai dìimenticata
le se ne andò, ma comunque non si è mai sposata
e dal quel giorno ti sei cucito il cuore
anche per questo ti chiamo professore
Ma di me non parlare
il vuoto che senti c’è,
non è da raccontare
C’hanno rubato tutto
e tu che cosa hai fatto
nella tua casa continuavi a dare il latte al gatto
anch’io avrò il diritto di essere peggiore,
voglia scusarmi professore!

(in apertura opera di Mario Schifano)

Nazario Pardini legge: Anamòrfosi e Ancora Barabba di Angela Greco

N.Pardini legge: “Anamòrfosi” e “Ancora Barabba” di A.Greco — Tratto da “Alla volta di Leucade” (leggi qui), il blog del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia di cuore.

Anamòrfosi: ἀναμόρϕωσις «riformazone», formare di nuovo… guardare la realtà da un osservatorio particolare per metterne in risalto la vera faccia; per intenderne le funzioni umane viste da una collocazione terrestre. Questo il titolo del libro dato alle stampe per i tipi Progetto Cultura nel febbraio del 2017 (qui il libro). Sono due i libri pervenutimi di Angela Greco: l’uno, citato, che diviso in otto sezioni, colpisce fin da subito per originalità e creatività; l’altro, per invenzione di mosse verbali personali che, già presenti nei titoli contrassegnati da numeri romani, si assemblano con fattiva organicità. Una narrazione ampia e articolata più vicina agli intendimenti di una riforma prosastica egemonizzante la poesia italiana negli ultimi anni che a quelli di una sonorità settenario-endecasillaba più legata alla eufonia della nostra tradizione letteraria. Si parte da un gioco di minimalismi ordinari, da un insieme di sensazioni sensoriali, o di cenestesico effetto, per decollare verso spazi discorsivi di rara conturbazione estetica, sintagmatica. Tutto è ampio, largo, oltre un verso che richieda l’a capo. Sembra che l’autrice abbia trovato la sua forma, il suo habitat, in una andare senza limiti estensivi; senza freni di ordine metrico; d’altronde sono tante le occasioni creative, tante le immagini poetiche, tanti i riflessi reali ri-visti da una particolare posizione; e la realtà è immensa per chi la sa leggere e la lettura della Greco richiede un’organizzazione verbale articolata per dirsi nella sua completezza, carica come è di input intellettivi, revisionanti. Poesia nuova, originale, creativa, questo lo dobbiamo dire, alquanto distante dagli intendimenti di estetica musicale, memoriale, sentimentale, epigrammatica per saudade, odeporico senso esistenziale in misure più snelle e armoniche. Poesia questa della Greco che rompendo gli schemi di una tradizione a volte scontata, fatta di lirismi decadenti e piagnucoloni, irrompe in parametri abituali con iuncturae ipertrofiche o ipo scuotendo l’attenzione e richiamando alla parola e ai suoi nessi. Basterebbe citare alcuni versi per renderci conto di quanto tale stile venga alimentato da variazioni stilistiche:

… ma è la nudità della parola, quando spoglia/ tenta la salita e tu la chiami Poesia. (Pp. 17)

… l’alba è prescrizione di medico pietoso. (Pp. 18)

… Entra per la stessa porta e chiudi subito./Togli pure la  maschera. Non servirà… (Pp. 23)

… Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?… (Pp. 40)

… Ogni volta che poggio la penna sul foglio/ sento scorrere qualcosa fuori… (Pp. 49)

… Amleto continua a interrogarsi di teschio in teschio/ ed Orfeo canta l’eterna incongruenza tra reale e sogno/ la poesia, forse… (Pp. 53)

… La città ha solo facciate/ e bocche aperte, affamate e menzognere. (Pp. 66)

Piove con straordinaria docilità/ e il grigio obbliga al accendere la luce… (Pp. 70)

La mano è ferma sulla maniglia della porta/ non vuole inclinare quel momento… (Pp. 71)

Iperboli, ricerca assidua e incontentabile di ricami creativi, scosse verbali, metonimie, adynaton…, sinestesie, schizzi semantici, visti da un osservatorio distaccato e “inoffensivo”… Insomma un carico di figure che adornano il contesto fino a renderlo particolarmente esplosivo.

Anche la natura, come ogni altro opportuno elemento figurativo, viene presa e direzionata verso l’intellighentia costruttiva della Greco: Campo di grano con corvi, amici diradati come accade ai fiori di pesco, dialogo tanto reale quanto surreale fra un lui e una lei, il giallo dei tigli che cerca di graffiare l’azzurro, l’insolito novembre, un corvo che passa su questo cielo stabilendo somiglianze. Sì, la natura c’è ma serve coi suoi lineamenti a mettere in ballo personaggi che entrano ed escono da un quadro alla Milosz; alla maniera di una NOE di fattura linguaglossiana, dove il tutto è demandato ad oggetti che si fanno soggetti spersonalizzando l’io, ed il suo bagaglio mnemonico.

Comunque è bello, sano, innovativo, rigenerativo correre in braccio ad esperienze nuove; corriamo, quindi, andiamo freschi e pimpanti verso linguaggi altri, verso altre avventure linguistico-esplorative, purché resti impresso in noi: “Il fatto che esistiamo, con tutte le complicanze del caso”.

Il secondo libro dal titolo Ancora Barabba, dato alle stampe per i caratteri di Youcanprint nel 2018 (qui il libro), letto in successione, rivela delle novità linguistico strutturali non di poco conto. Si dipana su uno spartito di 14 poesie distinta ciascuna da un numero romano: da La città da qui sembra smisurata a Un passo, un altro, un altro, un altro. Sebbene la poetessa sembri ictu oculi indirizzata verso una simile disposizione formale, il medesimo stampo descrittivo, la stessa ricchezza inventiva, rispettando il proprio modus operandi, in verità, leggendo a fondo, la scrittura si fa meno invasiva, meno ampia, più vicina ad un ordine versificatorio di euritmica sonorità. Si prenda ad esempio la XIII composizione. Una successione di versi di libera positura in un campo semantico di novenari, quaternari, senari… di armoniche iuncturae, dà luogo ad una espressiva narrazione che non tradisce gli schemi di una versificazione lirico-analitica. Tutto è scorrevole; il verbo scivola mansueto e accordato a felici nervature.

Il giorno nasce con la piega greve
della maschera che ti accompagna
al posto numerato comprato.
.
L’attesa si sveste di silenzio
inizia la rincorsa a qualunque cielo
sia in grado di ascoltare,
ad ogni dio che abbia occhi per i suoi piedi
e per quelle mani che edificano preghiera.
.
La notte ha sbarrato le palpebre
ed ha perso le stelle.
.
Si affittano speranze
Anche usate,
purché risuolate bene.

Attualissima disposizione filosofica, sentito quadro di umana fattura: c’è la morte che domina, il suo spettro, il futuro dell’esistere e del disfarsi, la preghiera, l’attesa, la rincorsa ad un qualunque cielo in grado di ascoltare; e infine, a chiudere, una strofa che arriva e spacca per la sua impennata creativa. Un andazzo lirico che bene accompagna una vicenda conosciuta, arricchendola di simbolismi che molto hanno a che vedere con quella di ognuno di noi. C’è il bene il male, il vuoto il pieno, il Caino e l’Abele, c’è quella simbiotica fusione degli opposti che tanto dice della vita: Barabba, la sua complessità emotiva, il suo tracciato vicissitudinale; c’è un’analisi di perspicua capacità psicologica; le aggiunte di arguta forza rappresentativa. Il personaggio è ben delineato in un raffronto con una contingenza zeppa di dubbi e di interrogativi: la vita, il sonno, la mente, l’esistere e la croce:

(…)
Mi risollevo dal letto
In direzione dello specchio.
Guardo.
Stanno issando una croce, che guarda me.

*

Ibi omnia sunt: c’è il contenuto, la forma, ci sono le immagini. In più la Cultura che docile e mansueta si fa plasmare come argilla nelle mani dell’artista. Proprio così! Un’opera che convince, che spazia e si colora di tanta personalissima fattura: versi sul cui tappeto di velluto si snocciola una storia di polivalente significanza, di profonda simbologia umana. Ma più che altro che si trova a suo agio in una scrittura più vicina ai ritmi e agli accorgimenti di una poetica ritrovata. Così avevo concluso la mia lettura (Qui) della silloge Attraversandomi, Editrice Limina Mentis, Villasanta (MB), 2015, della poetessa. E mi piace ripetermi “… Sì, vita e poesia; e qui la vita della Greco c’è tutta, tutta intera con i sogni, le fughe, i ritorni, le illusioni, le speranze; ma soprattutto col patrimonio del memoriale e con quello della sensibilità che ti fa salire al cielo con una scala i cui gradini sono di cose semplici e reali; una vetta che puoi scalare solo con un animo votato all’azzurro; cosciente delle magrezze del quotidiano e dello splendore di un faro su un mare senza confini (Nazario Pardini, 25/04/2015).

Nazario Pardini

 

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Flavio Almerighi

Il sasso nello stagno di AnGre è lietissimo di presentare Oltre la rete: la poesia italiana che si incontra oggi, uno spazio che ospiterà i versi – tre testi scelti personalmente da ogni autore (salvo rarissime eccezioni) unitamente ad una breve nota bio-bibliografica – che oggi si scrivono e oggi si leggono, materialmente redatti da chi potremmo incontrare senza difficoltà in ogni momento della nostra giornata e in ogni luogo, persone amiche con cui prendere un caffè o discutere anche del più e del meno. Uno spazio, questo, che vuole offrire un’ampia panoramica sulla scrittura poetica attuale, utile sicuramente agli addetti ai lavori, ma soprattutto pensato per tutti coloro che hanno voglia di “leggere” un altro aspetto del quotidiano messo sempre più in ombra dal momento storico, politico e sociale, che stiamo vivendo. Perché la Poesia non si è mai allontanata dall’Essere Umano – né si è rifugiata in luoghi irraggiungibili – e, perché, ribadiamo, di Poesia si ha ancora bisogno. Grazie di cuore a chi ha accettato con il mio stesso entusiasmo l’invito a condividere i propri versi qui e speriamo che tanti altri possano aggiungersi nel tempo. [AnGre]

*

OLTRE LA RETE: Flavio Almerighi

S = k. log W
.
Si è dissolta dignitosa,
da signora di una certa età.
Voce dolce, lontanissima,
ogni istante murato
al proprio chiodo, definito
nella propria identità.
.
A ogni solido esposto alla luce
corrisponde un’ombra.
Averla cucita ai piedi comporta
lo sforzo di raggiungerla,
ma non parla,
non si fa toccare.
.
La cassa, unico arredo:
è illuminata, prosciuga liquidità,
secca le mani al benzinaio.
Lasciate seppelliscano
compagne e compagni
di un’ora, non è peccato, ma
degna sepoltura senza nome.
.
Voi, indocili strumenti,
siate arguti.
Abbiate memoria,
affondate ogni cosa,
non smettete di sognare.
.
(inedita, 2018)
.
.

Nel lago di Heviz

Non credo ai gargarismi di Rondoni.
Nemmeno penso facciano bene
certe scampagnate d’autore
accompagnate da cibi grassi
e vino rosso coi chiodi.

Non credo ai rapparoli tatuati
veri parolai finto alternativi,
facciano cassa sulla pelle
degli sciocchi, e in loro nome.
Nemmeno penso facciano bene
certi professorini dissanguati,
semisoffocati dagli incensi
sparsi sugli altari
dove s’immolano chierichetti.

Non credo alle penelopi
un po’ sfatte, consacrate
ai loro imeni perenni,
sempre pronte a sventolarli
in nome della poesia femminile,
alle loro piazze inviolate
ma ben frequentate.
Nemmeno penso facciano bene
le tende tirate per separare
le sacre scritture dagli avventori
di bar chiusi all’aperto,
dove si consumano superalcolici
e molte più nefandezze.

Non credo a chi dice bravo
senza mani e a occhi chiusi,
non credo ai riflussi gastrici
di chi si ammanta di luce riflessa
dai migliori poeti,
citando luogo, data, ora e meteo
del giorno in cui li conobbero,
il grande poeta non se ne accorse.
Nemmeno penso facciano bene
i critici capiclasse,
i loro editori parassiti,
le scuole a memoria,
le scuole di scrittura,
i puri di cuore, gli illusi.

Facciamo un bel fagotto ermetico,
vi siano anche molte pietre,
tutto da gettare senza esitazioni
nel Lago di Heviz.

(inedita, 2018)

.
.
Hart Island
.
L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.
.
Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.
.
Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza
delle mani unite.
.
Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra.
.
Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola
.
.
.
.
Flavio Almerighi È nato a Faenza (1959). Ha pubblicato le raccolte di poesia Allegro Improvviso (1999), Vie di Fuga (2002), Amori al tempo del Nasdaq (2003), Coscienze di mulini a vento (2007), Durante il dopocristo (2008), Qui è Lontano (2010), Voce dei miei occhi (2011), Procellaria (2013, tradotta in America col titolo Storm Petrel nel 2017), Caleranno i Vandali (2016), Cerentari (antologia editi e inediti 1998/2017, edizione fuori commercio), Ignoti (2018, Collana Lotta di Classico, e-book gratuiti a cura di Massimo Sannelli). Suo il blog Almerighi | amArgine, rintracciabile all’indirizzo https://almerighi.wordpress.com/

Tonino Guerra, Una terra imperiale

……….Illuminiamo la Puglia nel grande magazzino del turismo del mondo perché questa terra non può dare soltanto mare, può dare anche favola, può dare musica, può dare silenzi, può dare storia, può dare memoria a un turista in arrivo.
……….Illuminiamo la Puglia perché è la prima volta che una regione diventa un unico, immenso luogo di ritrovo di chi può pensare che anche una parte di questo mondo è paradiso. Illuminiamo la Puglia sommersa: la Puglia di Annibale, la Puglia degli incontri di guerra e delle spade insanguinate; la Puglia degli ulivi, con i più antichi patriarchi arborei; la Puglia dei muretti che chiudono i respiri del mondo di favola; la Puglia dei sapori forti di erbe antiche, conditi da oli preziosi e accompagnati da vini antichissimi; la Puglia che vola perché l’aria è piena di sole. Illuminiamo la Puglia delle masserie fortificate e delle tenere controre; la Puglia dei dinosauri che facevano lo struscio sulle Murge; la Puglia dei castelli magici e della costa baciata dal sale; la Puglia dei santi che salutavano i crociati, la Puglia miracolosa che da San Nicola a Padre Pio e all’Arcangelo Michele ha accolto e accoglie la gente in sofferenza; la Puglia delle antiche torri di pietra e delle grotte costiere; la Puglia delle cripte rupestri e dei capolavori prigionieri sottoterra; la Puglia delle necropoli preistoriche con le tombe dei giganti e delle signore delle ambre; la Puglia con le stele daune, i fumetti di 2.500 anni fa e i bagni di archeologia; la Puglia figlia di Diomede, grande fondatore; la Puglia imperiale che stupì Federico II “meraviglia del mondo”, da Castel del Monte all’universo degli uccelli grandi che muovevano e muovono l’aria del Tavoliere con le ali. Illuminiamo la Puglia di sogno che c’era una volta e c’è ancora. A ricordarci che bisogna arrivare nei punti più segreti e selvaggi dove si ha la sensazione di trovare l’infanzia del mondo. E invece trovi te stesso.

Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore

(Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – 21 marzo 2012)

in apertura: part.del castello Normanno-Svevo di Bari – foto by AnGre

Amelia Rosselli, due poesie

Amelia Rosselli (Parigi, 1930 – Roma, 1996), due poesie

da “Documento”, 1976

Mio angelo, io non seppi mai quale angelo
fosti, o per quali vie storte ti amai
o venerai, tu che scendendo ogni gradino
sembravi salirli, frustarmi, mostrarmi
una via tutta perduta alla ragione, quando
facesti al caso quel che esso riprometteva,
cioè mi lasciasti.

Non seppi nemmeno perché tra tanti chiarori
eccitati dell’intelletto in pena, vi
furono così sotterranee evoluzioni d’un
accordarsi al mio, al vostro e tuo bisogno
d’una sterilità completa.

Eppure eccomi qua, a scrivere versi,
come se fosse non del tutto astratto
alla mia ricerca d’un enciclopedico
capire quasi tutto a me offerto senza
lo spazio di una volontà di ferro a controllare
quel poco del tutto così mal offerto.

*

da “Documento, 1966-1973”, Garzanti, Milano 1976

È una soneria costante; un micidiale compromettersi
una didascalia infruttuosa, e un vento di traverso
mentre battendo le ciglia sentenziavo una
saggezza imbrogliata.

Conto di farla finita con le forme, i loro
bisbigliamenti, i loro contenuti contenenti
tutta la urgente scatola della mia anima la
quale indifferente al problema farebbe meglio
a contenersi. Giocattoli sono le strade e
infermiere sono le abitudini distrutte da
un malessere generale.

La gola della montagna si offrì pulita al
mio desiderio di continuare la menzogna indecifrabile
come le sigarette che fumo.

tratte dal sito Nuovi Argomenti, che si ringrazia

Una poesia di Angela Greco su Euterpe

Sabato 8 Settembre 2018, alle ore 17.00, presso il  Palazzetto Baviera in Senigallia (AN) si terrà  la Presentazione del n.27 della Rivista di letteratura Euterpe, dal tema:

Il coraggio delle donne: profili femminili nella storia, letteratura e arte

La Rivista, un a-periodico digitale fondato nel 2011 da Lorenzo Spurio, presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, si avvale della collaborazione di valenti critici, saggisti, scrittori e poeti contemporanei ed è scaricabile cliccando QUI.

*

Estratto dalla Rivista Euterpe n.27: Angela Greco, Clara oggi è nuova

(da Correnti contrarie, Ensemble, 2017 – qui il libro)

Clara oggi è nuova. Appartiene al domani.
Fuori piove. Più in là insiste il battito feroce
della terra, nel petto, sulla tastiera.
.
Ti guardo e sono Te Arii Vahine. Ti chiamo.
Le donne di Gauguin hanno tra i capelli fiori grandi
e fianchi confusi con le onde. Coprono l’ancestralità
con un foglio bianco, mentre un animale nero
attraversa lo spazio alle spalle del letto di terra.
Ancora un frutto da cogliere in un nuovo Eden.
Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità
ha conti improcrastinabili e simili desideri.
.
Ho lasciato Parigi per il mio angolo di paradiso.
Lontano da qualsiasi civiltà.

Wallace Stevens, da Adagi

Wallace Stevens (Reading, Pennsylvania, 1879 – Hartford 1955)

Da Adagi

La relazione fra la poesia dell’esperienza e la poesia della
retorica non è lo stesso che la relazione fra la poesia della
realtà e quella dell’immaginazione. L’esperienza, perlomeno
nel caso di un poeta di qualche spessore, è assai
più vasta della realtà.
 
Ci sono due opposti: la poesia della retorica e la poesia
dell’esperienza.
 
Non tutti gli oggetti sono eguali. Il vizio dell’imagismo è che
non l’ha riconosciuto.
 
Tutta la poesia è poesia sperimentale.
 
L’immagine nuda e l’immagine come simbolo sono il
contrasto: l’immagine senza significato e l’immagine come
significato. Quando l’immagine è usata per suggerire
dell’altro,è secondaria. La poesia, in quanto prodotto
dell’immaginazione, consiste di più di quanto sta in
superficie.
 
In poesia devi amare le parole, le idee e le immagini e i ritmi
con tutta la capacità del tuo amore.
 
Le cose viste sono cose come viste. Reale assoluto.
 
La poesia non è un fatto personale.
 
La poesia si legge con i propri nervi.
 
Il poeta è l’intermediario fra le persone e il mondo in cui
vivono e anche fra le persone fra di loro; ma non fra le
persone e qualche altro mondo.
 
L’immaginazione è il romantico.
 
La poesia non è la stessa cosa dell’immaginazione presa da
sola. Niente è se stesso se preso da solo. Le cose sono in virtù
di interrelazioni e interazioni.
 
La fede ultima è credere in una finzione, che si sa essere una
finzione, non essendoci nient’altro. La verità squisita è
sapere che è una finzione e che vi si crede volontariamente.
 
La poesia è l’espressione dell’esperienza della poesia.
 
Vivere nel mondo ma al di fuori delle concezioni esistenti di
esso.
 
Sono le spiegazioni delle cose che diamo a noi stessi che
svelano il nostro carattere: i temi delle proprie poesie sono i
simboli del proprio io o di uno dei propri io.
 
La poesia deve essere qualcosa di più di una concezione della
mente. Deve essere una rivelazione della natura. Le
concezioni sono artificiali. Le percezioni sono essenziali.
 
Leggere una poesia dovrebbe essere un’esperienza, come fare
esperienza di un’azione.
 
Non si scrive per nessun lettore tranne uno.
 
Il valore ultimo è la realtà.
 
Il realismo è una corruzione della realtà.
 
Tutta la storia è storia moderna.
 
La poesia è la somma dei suoi attributi.
 
Non credo si debba sostenere a tutti i costi che il poeta è
normale o, del resto, che lo sia chiunque.
.
.
da Tutte le poesie di Wallace Stevens, a cura di Massimo Bagicalupo (Meridiani Mondadori)

Carlos Drummond de Andrade, tre poesie

Carlos Drummond de Andrade, versi da Reunião – 10 livros de poesia, Rio de Janeiro, J. Olympio, 1974, 6ª ed. tratti da Fili d’aquilone n.5, che si ringrazia.

POESIA A SETTE FACCE

Quando nacqui, un angelo storto
di quelli che vivono nell’ombra
disse: Vai, Carlos, e sii gauche nella vita.

Le case spiano gli uomini
che corrono dietro le donne.
Il pomeriggio sarebbe forse azzurro,
se non ci fossero tanti desideri.

Il tram passa pieno di gambe:
gambe bianche nere gialle.
Perché tante gambe, Dio mio, domanda il mio cuore.
Ma i miei occhi
non chiedono nulla.

L’uomo dietro ai baffi
è serio, semplice e forte.
Quasi non parla.
Ha pochi, rari amici
l’uomo dietro agli occhiali e ai baffi.

Dio mio, perché mi hai abbandonato
se sapevi che io non ero Dio
se sapevi che io ero debole.

Mondo mondo vasto mondo,
se io mi chiamassi Raimondo
sarebbe una rima, non sarebbe una soluzione.
Mondo mondo vasto mondo,
più vasto è il mio cuore.

Non dovrei dirtelo
ma questa luna
questo cognac
mi commuovono da morire.

.

NON AMMAZZARTI

Carlos, calmati, l’amore
è questo che vedi:
oggi baci, domani non baci,
dopodomani è domenica
e lunedì nessuno sa
quel che sarà.

Inutile che resista
o che ti uccida.
Non ammazzarti, oh non ammazzarti,
riservati tutto per
le nozze che nessuno sa
quando verranno,
se verranno.

L’amore, Carlos, e tu tellurico,
la notte è passata su di te,
e le rimozioni che si sublimano,
là dentro un rumore ineffabile,
preghiere,
grammofoni,
santi che si segnano,
annunci del miglior sapone,
rumore che nessuno sa
di che, perché.

Intanto tu cammini
malinconico e verticale.
Tu sei la palma, tu sei il grido
che nessuno ha sentito al teatro
e le luci tutte si spengono.
L’amore nel buio, no, nel chiaro,
è sempre triste, figlio mio, Carlos.
ma non dirlo a nessuno
nessuno lo sa né saprà.

.

MANI CONGIUNTE

Non sarò il poeta di un mondo caduco.
Non canterò neppure il mondo futuro.
Sono legato alla vita e guardo i miei compagni.
Sono taciturni ma nutrono grandi speranze.
In mezzo a loro, scruto l’enorme realtà.
Il presente è immenso, non allontaniamoci.
Non allontaniamoci troppo, teniamoci per mano.

Non sarò il cantore di una donna, di una storia,
non dirò i sospiri all’imbrunire, il paesaggio visto dalla finestra,
non distribuirò narcotici o lettere di suicida,
non fuggirò alle isole né sarò rapito dai serafini.
Il tempo è la mia materia, il tempo presente, gli uomini presenti,
la vita presente.

*

Traduzione e cura di Vera Lúcia de Oliveira

Carlos Drummond de Andrade (1902-1987), poeta, prosatore, cronista e critico, è considerato fra i maggiori scrittori del nostro secolo, pietra angolare della letteratura brasiliana, eppure in Italia egli è noto solo antologicamente, come poeta, mentre ne è quasi ignota l’opera di prosatore. Nato il 31 ottobre 1902 a Itabira, piccola città dello Stato di Minas Gerais (Brasile), regione conosciuta anche per i grossi giacimenti di ferro, è discende da una tradizionale famiglia di proprietari terrieri. (leggi qui l’articolo completo e le poesie in lingua originale)

immagine: Paul Klee, Temple Garden (1920)

Elvis Costello, Shipbuilding (1982) – sassi sonori

Is it worth it
A new winter coat and shoes for the wife
And a bicycle on the boy’s birthday
It’s just a rumour that was spread around town
By the women and children
Soon we’ll be shipbuilding

Well I ask you
The boy said ‘dad they’re going to take me to task
but i’ll be back by Christmas’

It’s just a rumour that was spread around town
Somebody said that someone got filled in
For saying that people get killed in
The result of this shipbuilding

With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls

It’s just a rumour that was spread around town
A telegram or a picture postcard
Within weeks they’ll be re-opening the shipyards
And notifying the next of kin
Once again

It’s all we’re skilled in
We will be shipbuilding
with all the will in the world
diving for dear life
when we could be diving for pearls

È cosa buona e giusta
Un cappotto nuovo e scarpe nuove per la moglie
e una bicicletta per il compleanno del ragazzo
è solo una voce sparsa in città
dalle donne e dai bambini
presto costruiremo navi

Bene, vi domando…
Il ragazzo ha detto: “papà, mi chiameranno all’opera
ma saro’ di ritorno per Natale”

È solo una voce sparsa in città
qualcuno ha detto che qualcuno si è stufato
di dire che la gente viene ammazzata
come risultato di questa costruzione di navi

Con tutta la volontà del mondo
messa in ballo per prendere vite amate
mentre potremmo tuffarci per pescare perle

È solo una voce sparsa in città
un telegramma o una cartolina illustrata
tra qualche settimana riapriranno i cantieri
e comunicheranno la notizia al parente più stretto
ancora una volta

È tutto quello che sappiamo fare bene
costruiremo navi
con tutta la volontà del mondo
messa in ballo per prendere vite amate
mentre potremmo tuffarci per pescare perle

(trad. Riccardo Venturi – dal blog amArgine di Flavio Almerighi che si ringrazia – in apertura: Anne Packard, Barca a remi sul blu, 1933)

Ancora Barabba di Angela Greco: lo hai già letto? Condividi sul blog il tuo pensiero su questo libro!

ANCORA BARABBA di Angela Greco

Collezione Bocche Naufraghe n.1 (YCP, 2018)

Lo hai già letto? Scrivi in un commento il tuo pensiero su questo libro e Il sasso nello stagno di AnGre sarà lieto di condividere con tutti i suoi Amici quello che hai scritto!

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(in foto, la quarta di copertina)

Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)