Carlos Drummond de Andrade, versi da Reunião – 10 livros de poesia

Estratti dall’articolo di Vera Lúcia de Oliveira (Qui), Fili d’aquilone num.5, gennaio / marzo 2007 che si ringrazia.

POESIA A SETTE FACCE

Quando nacqui, un angelo storto
di quelli che vivono nell’ombra
disse: Vai, Carlos, e sii gauche nella vita.

Le case spiano gli uomini
che corrono dietro le donne.
Il pomeriggio sarebbe forse azzurro,
se non ci fossero tanti desideri.

Il tram passa pieno di gambe:
gambe bianche nere gialle.
Perché tante gambe, Dio mio, domanda il mio cuore.
Ma i miei occhi
non chiedono nulla.

L’uomo dietro ai baffi
è serio, semplice e forte.
Quasi non parla.
Ha pochi, rari amici
l’uomo dietro agli occhiali e ai baffi.

Dio mio, perché mi hai abbandonato
se sapevi che io non ero Dio
se sapevi che io ero debole.

Mondo mondo vasto mondo,
se io mi chiamassi Raimondo
sarebbe una rima, non sarebbe una soluzione.
Mondo mondo vasto mondo,
più vasto è il mio cuore.

Non dovrei dirtelo
ma questa luna
questo cognac
mi commuovono da morire.

§

SENTIMENTALE

Mi metto a scrivere il tuo nome
con lettere di pasta.
Nel piatto, la zuppa si raffredda, piena di squame.
e piegati sul tavolo tutti contemplano
questo romantico lavoro.

Disgraziatamente manca una lettera,
una sola lettera
per finire il tuo nome!

– Stai sognando? Guarda che la zuppa si raffredda!

Io stavo sognando…
E c’é un manifesto giallo in tutte le coscienze:
“È proibito sognare in questo paese.”

§

IN MEZZO AL CAMMINO

In mezzo al cammino c’era una pietra
c’era una pietra in mezzo al cammino
c’era una pietra
in mezzo al cammino c’era una pietra.

Mai dimenticherò quell’avvenimento
nella vita delle mie retine affaticate.
Mai dimenticherò che in mezzo al cammino
c’era una pietra
c’era una pietra in mezzo al cammino
in mezzo al cammino c’era una pietra.

*
Trad. dall’opera Reunião – 10 livros de poesia, Rio de Janeiro, J. Olympio, 1974, 6ª ed.

.

Carlos Drummond de Andrade (1902-1987), poeta, prosatore, cronista e critico, è considerato fra i maggiori scrittori del nostro secolo, pietra angolare della letteratura brasiliana, eppure in Italia egli é noto solo antologicamente, come poeta, mentre ne è quasi ignota l’opera di prosatore. Nato il 31 ottobre 1902 a Itabira, piccola città dello Stato di Minas Gerais, regione conosciuta anche per i grossi giacimenti di ferro, Drummond è originario da una tradizionale famiglia di proprietari terrieri. Si trasferisce più tardi con la famiglia a Belo Horizonte, dove inizia a lavorare come giornalista. Il poeta intanto si va formando: risalgono a questo periodo una serie di amicizie che saranno molto importanti per la sua formazione poetica e letteraria, ivi incluse le corrispondenze con i poeti Manuel Bandeira e Mário de Andrade.
Si laurea nel 1925 in Farmacia e in questo stesso anno ritorna a Itabira: ma non eserciterà mai la professione di farmacista, né riuscirà a reinserirsi nella pacata vita della sua cittadina. Torna a Belo Horizonte, riprende il lavoro di giornalista e inizia anche la carriera di funzionario pubblico, che eserciterà, accanto a quelle di poeta e giornalista, per gran parte della sua vita. Nel 1934 si trasferisce a Rio de Janeiro, dove vivrà fino alla morte, discreto e riservato. Si nasconde alla stampa, alla gente che continuamente lo cerca, giovani e anziani. Esce poche volte, una figura anonima che cammina per le strade della grande città, cercando la poesia anche nel volto duro e violento della metropoli, portando sulle spalle esili il peso del “vasto mondo” che la sua sensibilità avverte con acutezza e partecipazione struggente: “Mundo mundo vasto mundo, / mais vasto é meu coração.”[“Mondo mondo vasto mondo, / più vasto è il mio cuore.”]

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Versi, voci e parole di angeli

Wallace Stevens

Angel Surrounded by Paysans

lo sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?
(tratto da M.Cacciari, L’angelo necessario, Adelphi)

§

Rainer Maria Rilke

Annunciazione
(Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta immenso;
quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

(traduzione di Giaime Pintor, da Il libro delle immagini, dal web)

§

Angelo Bruno

e’ proprio della terra
desolata
il ricordo d’una necessita’ definitiva.
nella disperazione dell’eterna speranza
s’odono, com’eco estrema,
strazianti versi d’angelo,
o di chissa’ quale altro animale,
e, nel vuoto d’un paesaggio interiore
dov’e’ gia’ accaduta ormai la catastrofe
dell’anima, tra lacrime e bisogno,
delle cose
sparse, consunte, come di bestia sbranata,
sembrano pezzi d’angelo,
all’angelo stesso.
(inedito)

§

Giovanni Michelucci

[…] “fare proprie le suggestioni del sogno può diventare uno dei pochi appigli alla speranza, per riacquistare un rapporto diverso non solo con il proprio passato, ma soprattutto con il futuro. Fatto sta che ho sognato la cosa più elementare che possa sognare un uomo: una capanna in un bosco. Una capanna con la porta a bocca di lupo, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evocava l’infanzia, i ricordi ancestrali, gli odori e gli umori del muschio, del pane appena cotto, del formaggio. Ricordi forse di una realtà irrecuperabile se non nel sogno.

Tanto è vero che, avvicinandomi, la capanna, invece di ingrandirsi, rimpiccioliva sempre più. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo! Allora da questo sogno, apparentemente regressivo, mi è parso di comprendere visivamente una realtà elementare eppure ricca di implicazioni: che non sono i luoghi che devono cambiare, ma le persone che li abitano. Una verità che Giotto aveva capito benissimo. Tanto è vero che in molte delle sue opere gli spazi raffigurati sono angusti rispetto all’azione che vi si svolge. La stessa ala dell’angelo che io ho sognato somiglia a quella che attraversa la piccola finestra nell’edicola dell’Annunciazione. Uno spazio è sempre povero, quando è privo di capacità di relazioni, ed è sempre bello, quando è generativo di incontri, di possibilità sinora inesplorate.

(da Il sogno)

§

Approfondimento: Gli angeli di Paul Klee (clicca qui per leggere)

 

Angela Greco, sera di ametista e Armenia

sera di ametista e Armenia

La decadenza dell’autunno, nella nobiltà
dei suoi gialli fusi in foglie che rinascono
dalla bocca rossa di progetti, riconduce
al paradiso messo da parte, nascosto a dei
e serpenti, lontano dall’asfalto e dalla rete.
La mano lega la foglia per farne presenza,
inizio e compimento del frutto, da mordere
senza rimpianti e rughe. La pietra raccoglie
acque carsiche nella memoria dei suoi fori;
respiri trapuntati da ago sapiente in assenza
di tempo, rotolano fin sul tavolo da lavoro
dove corde e ricordi sdruciti d’usura levigano
la distanza tra desideri diversamente detti.
.
Allora appare chiaro il rintocco dello specchio,
il rimando e il ritrovarsi nel telescopico corridoio
che si moltiplica alle spalle per smentire misure
e conti, carte, matematiche e astri zoppicanti.
Le domeniche di fughe e famiglie rincorrono
questo piccolo tempo in attesa tra le dita e la luce
della sera di ametista e Armenia nei tuoi palmi.
.
.
Angela Greco (Inedito)
.
immagine: Josephine Sacabo, El fulgor

 

István Orosz e le prospettive impossibili – sassi d’arte

“Perchè sono salito quassù? Chi indovina?”
“Per sentirsi alto?”
“No! Grazie per aver partecipato.
“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi!” Coraggio!
E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.  Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo: ci dovete provare.  […] non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno! Osate cambiare, cercate nuove strade.!”
da “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society), 1989, diretto da Peter Weir.

István Orosz (Kecskemét, 1951), pittore, grafico e animatore video ungherese è conosciuto per i suoi lavori legati alla rappresentazione di oggetti impossibili, illusioni ottiche (in apertura: Sfera (Pantheon), del 2011; tecnica: Eliotipia, cm 31,6×29,7), immagini leggibili in più modi e per le sue anamorfosi. La sua arte geometrica forza la prospettiva, si serve di paradossi visivi e immagini a doppio senso attraverso l’uso di tecniche tradizionali quali l’heliogravure (“fotocalcografia al bitume”, il più sofisticato dei procedimenti foto-meccanici, ossia quei processi grafici in cui per ottenere la stampa si associa uno stadio ‘fotografico’ di trasporto dell’immagine con l’uso ‘meccanico’ di un torchio,  generalmente girato a mano, per imprimere la carta). Ha studiato come graphic designer all’Accademia di Arti Applicate di Budapest, per poi approfondire lo studio delle tecniche di animazione video presso i Pannona Film Studios. I suoi primi lavori sono riferibili all’ambito della costruzione di scenografie per teatri. Ha successivamente ottenuto grandi consensi e riconoscimenti internazionali per i suoi poster e per i manifesti politici (notizie dal sito incisione.com).

Professore all’University of West Hungary, co-fondatore della Hungarian Poster Designer Society, membro di Alliance Graphique Internationale e Hungarian Art Academies, le sue opere, colme di colpi di scena paradossali, soluzioni provocatorie, trasformazioni geometriche, illusioni ottiche, oggetti impossibili e anamorfosi, occupano un posto privilegiato in alcuni dei principali musei e gallerie. Ha, inoltre, applicato con maestria anche tecniche grafiche classiche alla sua opera ricca di riferimenti polisemici e simbolici inerenti vari campi culturali.

Contemporaneamente si è dedicato alla tecnica dell’anamorfosi (immagini in chiusura), sviluppandola in modo da attribuire un significato anche all’immagine distorta, indipendente dal riflesso nello specchio o dal punto di vista (ricordiamo che l’anamorfosi è una rappresentazione pittorica, molto in voga nel sec. XVII, realizzata secondo una tecnica di deformazione prospettica che ne consente la corretta visione solo da un unico punto di vista – di sbieco, su una superficie riflettente curva – mentre risulta deformata e priva di senso se osservata da altre posizioni). In questo modo le sue opere diventano portatrici di messaggi più sofisticati, divenendo di fatto una provocazione per l’intelletto e il senso dell’umorismo dell’osservatore (traduzione e immagini dal sito sofia-art-galleries.com).

Rabindranath Tagore – Da dove viene la tua inquietudine, Amore?

Il sasso nello stagno di AnGre

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Rabindranath Tagore, da Petali sulle ceneri

Da dove viene la tua inquietudine, Amore?
Lascia che il mio cuore tocchi il tuo
e che con i miei baci possa cancellare
il tuo muto dolore.
.
Quest’ora ci è giunta dal mistero della notte
perché l’amore possa crearsi un nuovo mondo,
penetrando, dalle porte chiuse, al bagliore di
quest’unica lampada.
.
Non abbiamo, come melodia, che un rosaio
sul quale le nostre labbra si poseranno a turno,
per corona non avremo che una ghirlanda,
con la quale abbellirò la mia fronte,
dopo avere ornato la tua.
.
Strappando dal mio petto questo velo,
preparerò per terra il nostro letto,
l’unisono delle carezze e un sonno delizioso
riempiranno il nostro piccolo universo
senza confini.
*
tratta da Rabindranath Tagore, Poesie d’amore (trad. di Brunilde Neroni, TEA, 2007)
immagine: scena da un matrimonio indiano – dal web

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Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani

riproponiamo…
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Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani

.

Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dell’abbuiato portico brusio
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

§

Quei bambini che giocano

un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno passaggio di acque e foglie
che squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore.”
E questi no, non li perdoneranno.

.

da Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi

 immagine: Mario Schifano, Chimera

.

Vittorio_Sereni_1975bVittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, ma la sua città d’adozione è Milano, dove ha vissuto per quasi tutta la vita facendo inizialmente l’insegnante e poi il dirigente alla Mondadori. La sua opera più importante è Gli strumenti umani, uscita a Milano nel 1965 e più volte ristampata. La critica ha ormai riconosciuto a questo libro un posto di primissimo piano nella produzione poetica non solo italiana del secondo dopoguerra; Franco Fortini lo ha definito “uno dei libri di poesia più impegnativi e densi fra quanti ne sono stati scritti nel trentennio successivo alla seconda guerra”. Vittorio Sereni appare così, ora, come il maggior lirico della generazione post-montaliana ed esercita una notevolissima influenza sulle generazioni più giovani.
Appare centrale, nella sua produzione, l’esperienza della prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945. Da essa nasce il Diario d’Algeria, misto di versi e prose in cui la tragedia personale dell’uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un’intera generazione e di un’epoca; lo stesso rimando continuo dall’esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne Gli strumenti umani, dove il sentimento di estraneità dal mondo (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) ben riflette la delusione per la sconfitta degli ideali democratici e socialisti in Italia e nel mondo e l’impossibilità di inserirsi veramente nel corso storico, quasi perdurasse una incaccelabile condizione di prigioniero. All’origine dello smarrimento di certezze, psicologiche e ideologiche, sta una radicale insicurezza di sè e del proprio ruolo; si riafferma dunque il primato di quel che vive al di fuori dell’uomo e gli sopravvive, e si precisa anche una tematica già presente nelle prime raccolte, il culto dei morti tramite cui si rivela sia la fragilità che la verità ultima delle cose. A questa disperazione di fondo fanno da controcanto continuo gli scatti della gioia, una gioia che nulla ha a che fare con la felicità ma che riesce tuttavia a illuminare alcuni versi con percezioni fulminee dei sentimenti dell’amore e dell’amicizia. Come ha scritto Guido Piovene “Sereni è uno dei pochi poeti che sanno dare parole adeguate alla gioia”.
Uno dei saggi più acuti e brillanti dedicata a Sereni porta la firma di Franco Fortini, che così conclude: “Per quel tanto di sfocato che hanno le liriche, per quella loro instabilità di profilo dove l’improvviso emergere di un particolare perfettamente fisso e come irrigidito è una formula morale, questa poesia unisce il consiglio della cautela e del riserbo, figurato dall’esitazione, con l’imperativo della decisione e della scelta. Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d’altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un’incertezza angosciosa” (di Olivia Trioschi per club.it)

Emidio Clementi, Chanson de Blackboulé

Chanson de Blackboulé

Come il vento che al suo passaggio coglie le parole delle foglie luccicanti
Ti farei fremere le labbra sinuose con un rapido bacio
Se tu me lo lasciassi fare
Invece tu mi vedi curvo e piegato dal silenzio
In silenzio
E le mie parole sono aspre
Suoni di un corpo che si spezza
Tu giri i tuoi grandi occhi, sempre attoniti
Attoniti come il sole quando getta il suo primo sguardo sul lago, all’alba
Tu vedi ogni cosa come nuova
Tu vedi tutto
Tutto tranne il mio amore
Non è così? Eh, Annie?
Tutto tranne il mio goffo amore, maledizione di sé
Sotto il mio corpo curvo e ripiegato
Corpo che ha terrore dell’estasi
Terrore delle cime degli alberi e delle foglie che si agitano
Si spezzano sotto quelle nuvole
Nuvole che la luna bacia sopra il mio capo silenzioso
Così vanno le cose
E così precisamente devono andare
Così il vento preme un attimo sulle nostre guance e scivola via
Dietro di noi
Ed è così che ci tende un nastro sulle palpebre
E lo tira da dietro
E che i miei calcagni battono sul marciapiede
È così che vanno le cose
Così accadono
La mattina
La sera
La notte
Così vengono e vanno
E vanno anche ora
Indugiano
E amore che viene
E amore che non viene
Io dirò che non vi saranno mani come le mie
Che potranno conoscere le tue mani
Che sono.morbide come l’erba
Ma non c’è risposta per me
Non temere, Annie
Non temete
Grandi occhi rotondi
Guardatevi attorno
Grandi occhi rotondi
E voi
Morbide sottili mani
Sussurrate di una facile felicità e di una giovane tenerezza materna
E tu bambina cara
Dì dunque
Dì e ripeti con tutta la forza che hai, che non mi ami
Oggi ho di nuovo messo allo scoperto il cielo
E sotto l’ho trovato ancora più freddo e più nuovo
Non aspetto risposta
Non ho niente da domandare
Niente da dire
A parte ciò che tu sai
E io so
E che sino alla fine dei giorni avrà un significato
Uno solo e nessun significato
E tutti i significati
E il significato

New York
1919

dal sito musixmatch.com

“Chanson de Blackboulé” è un estratto dall’album NOTTURNO AMERICANO tratto dallo spettacolo omonimo dedicato al poeta Emanuel Carnevali (Audioglobe – Santeria con Emidio Clementi, Corrado Nuccini, Emanuele Reverberi). Leggi QUI un approfondimento.

Appuntamenti con la poesia…

2017 anno di soddisfazioni per la poesia di Angela Greco, che dalla bella Massafra (TA), dov’è nata e vive, ha portato i suoi versi a Roma e in altre località italiane.

Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura – qui il libro) e Correnti contrarie (Ensemble – qui il libro), i due libri editi rispettivamente nel mese di febbraio e di ottobre, saranno presenti alla sedicesima edizione di Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, che si svolgerà dal 6 al 10 dicembre 2017 a Roma, al nuovo Roma Convention Center – La Nuvola dell’Eur.

L’8 dicembre, alle ore 12.30 nella Sala Marte (http://www.plpl.it/event/poesia-contemporanea/), in occasione della presentazione della collana “Il dado e la clessidra” delle Edizioni Progetto Cultura, l’autrice leggerà degli estratti da Anamòrfosi, poemetto che in questi giorni è risultato finalista al “Premio Internazionale Patria Letteratura”, dedicato alle raccolte edite di poesia, promosso da Patria Letteratura – Rivista internazionale di lingua e letteratura (Edizioni Ensemble – http://www.edizioniensemble.it/premio-partria-letteratura-risultati/).

Anamòrfosi sarà anche presente in collettanea il 14 dicembre p.v. ad una serata speciale di #POETRY – serate in poesia a cura di Flavio Almerighi, Aurea Bettini e Monica Guerra dedicata al Mito a Faenza (RA), dove lo stesso Flavio Almerighi leggerà i versi di Angela Greco (sotto, due delle poesie scelte per la serata) presso il bar Linus dalle ore 20.30 in poi.

*

In questo nuovo pezzo di secolo è stato spostato tutto
il peggio che era possibile trasportare è stato sistemato
in un angolo meglio in vista rispetto al luogo precedente.
.
Il corpo intero è stato traslato
non lasciando reliquie dietro di sé
ostentando l’immagine perfetta
è giunto a fine corsa seguito dai proseliti.
.
Più in basso ancora le voci dei dannati ammoniscono:
“devi conoscere l’abisso prima della risurrezione”
e qui non è implicato nessun dio.
.
Euridice lo sa di cosa stiamo parlando.
E lo sa bene l’avvoltoio nella sua attesa.
Arriva sempre l’orario di chiusura del teatro,
la deposizione delle maschere.
Forse il patibolo è insito nella scrittura.
.
Canta ancora Orfeo.
Dobbiamo tornare negli inferi.
.
.
*
.
Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.
.
.
Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.
.
La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)
.
Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.
.
.

per la grafica si ringrazia di cuore A.B.

*

Pablo Picasso, Arlecchino (Ritratto di Jacinto Salvado) – sassi d’arte

Pablo Picasso, Arlecchino (1923)

olio su tela, cm 130 x 97 – Parigi, Musée national d’Art moderne, Centre Georges Pompidou

*

Dopo i continui viaggi con l’amico e pittore Braque, prima nei Pirenei orientali e poi nella Francia Meridionale, Picasso si recò in Italia, a Roma, Napoli e Pompei, ricavando dal viaggio ispirazioni per il ritorno a una figurazione più naturalistica e al recupero di uno stile classicheggiante. In Picasso, però, la scoperta degli antichi non ha nulla a che vedere con la retorica del “ritorno all’ordine”, quanto piuttosto con una ripresa originale del disegno di Ingres.

Il pittore catalano Jacinto Salvado venne ritratto più volte da Picasso con il costume di Arlecchino lasciato da Jean Cocteau nello studio di rue Schoelcher nel 191. Il quadro mostra una evidente attenzione per un linguaggio quanto più possibile neoclassico. La tecnica usata da Picasso (apparentemente non finita) per ottenere luci e ombre perfette su un copro ben proporzionato tende a far procedere la stesura del colore da un disegno curato e da un chiaroscuro ben impostato; il corpo e il costume sono disegnati minuziosamente, mentre la testa è rifinita dal colore, steso con un fitto tratteggio.

da Picasso – I classici del Novecento (Rizzoli | Skira)

L’Arlecchino di Picasso: un mito triste che racconta il NovecentoRecensione di Carlo Alberto Bucci, Venerdì di Repubblica, 27/07/2012 tratta dal sito della Donzelli Ed.

“Per essere un non finito l’Arlecchino seduto di Pablo Picasso è un quadro assolutamente completo. E di infinita bellezza. Perché capace di condensare nonostante lo sguardo spento del pittore Jacinto Salvado che posò per il maestro nel 1923, secoli di storia della pittura e della commedia dell’arte. Ora a tessere la trama delle vicende che, come nei rombi dell’abito di scena, si incrociano nel dipinto conservato al Centre Pompidou di Parigi, pensa Nicola Fano nel libro “La tragedia di Arlecchino. Picasso e la maschera del Novecento”. Come i prigioni di Michelangelo, l’Arlecchino seduto è imbozzolato ancora nella materia. Solo il volto malinconico è stato liberato. E interpreta la parte che Picasso , specchiandosi nella maschera, vuole recitare. “Il Novecento è stato il secolo di ‘tutti’, scrive Fano. ‘Arlecchino non è “tutti”: è uno. E’ un comico triste che prevede la tragedia ; sa che sta per essere travolto”. Quale parte migliore allora, per l’artista, di quella del povero diavolo chiamato da quattro secoli, sul palco e nella vita, a prendere legnate? Eseguito a Parigi negli anni successivi alla Grande Guerra e secondo lo stile del ritorno all’ordine adottato in tutta Europa, il protagonista del quadro è fratello dei tanti Arlecchini dipinti da Picasso. A partire del 1901. E fino al 1936, anno in cui – con la sua Spagna alla vigilia della tragedia di Guernica – il pittore optò per una figura mitica altrettanto tragica e, per il sipario della commedia di Romain Rolland , dipinse la “Deposizione del Minotauro in costume di Arlecchino”.Giornalista, autore di teatro e studioso in particolare dell’avanspettacolo, Nicola Fano parte daTristanoMartinelli. E’ stato il primo Arlecchino e nel 1601, data dell’esordio a Londra di Amleto, diede alle stampe una sorta di libro dadaista, Composition de Rhétorique. Trecento anni dopo, nel 1901, Picasso vestì da Arlecchino uno dei Due saltimbanchi, oggi al Museo Pushkin di Mosca. Non siamo certi – ammette l’autore – che Picasso conoscesse Martinelli. Come non è sicuro che a Roma, nel 1917 – giuntovi per lavorare con Cocteau, Diaghilev e Massine al rivoluzionario balletto Parade – abbia visto Petrolini mettere in scena il suo spiazzante Nerone. Ma è ben documentata la sua passione per i clown del circo Medrano e per il cabaret a Parigi. E poi ci sono i dipinti a dimostrare il feeling con Arlecchino , che tante volte l’artista interpretò sulla tela senza mai indossare sul viso, la diabolica maschera nera. Tra gli studi per “Les demoiselles d’Avignon” c’è il disegno con un marinaio e un medico , poi espulsi dal capolavoro nel 1907. Si tratta di clienti di un bordello di Barcellona , frequentato forse, dal giovane Pablo. Davanti alle terrificanti maschere delle meretrici trasformate in “muse d’oltremare”, uno di loro ha in mano un teschio, come Amleto. Picasso è Arlecchino , il poveraccio che prende legnate. Ma è anche Amleto, il principe che si pone domande. Due parti in commedia. Ma in lui i due opposti caratteri si fondono.”

 

Alberto Rizzi, due contributi a sostegno delle nuove resistenze

Dopo la pubblicazione dell’articolo inerente quanto sta accadendo attualmente nel Salento (Puglia), apparso lo scorso 21 novembre ’17 su Il sasso nello stagno di AnGre (LEGGI QUI), ricevo una graditissima mail con oggetto “Contributo” #noTAP e gioisco che qualcosa si è mosso, che in tanti abbiano letto e abbiano saputo, che non tutto è perduto, che c’è ancora chi è vivo e reagisce alla prevaricazione, all’imposizione, alla negazione dei diritti e che vuole, come può, abbattere qual muro che hanno costruito a San Foca, comune di Melendugno (LE), in una delle zone sacre di ulivi e turismo e voglia di rinascita…A scrivere la mail, da cui estraggo i sotto riportati righi, è Alberto Rizzi, poeta, autore e artista impegnato da decenni contro il consolidato sistema clientelare e non solo di cui si soffre nel Bel Paese. Alberto, che con stima ringrazio di cuore, scrive: “nel mio piccolo ti invio questi due contributi (molto di più non posso fare, vista la distanza): una poesia tratta da “Achtung Banditen – Poesie per le Nuove Resistenze”, uscita on line nell’ambito di un progetto sulle Resistenze ed un piccolissimo estratto dell’ultimo capitolo del mio primo romanzo (“I pesci nel barile”), capitolo nel quale racconto cosa fecero i vari personaggi, dopo le vicende narrate nel libro: un suggerimento “fra le righe” a chi si trova a dover combattere una battaglia, senza potersi fare troppe illusioni nell’uso di mezzi “democratici”, tenendo presente che le soluzioni da me proposte non assecondano il “comune sentire”. Nonostante tutto, torno così a credere in quel qualcosa di più grande che ci fa Esseri Umani non solo a parole. Grazie. (AnGre)

*

……….Livio Lazzarin: nel 1983 si prese una cotta della malora per un’altoatesina, pasionaria nei locali gruppi ambientalisti. Il colpo di fulmine fu reciproco: Livio mollò la sua attività e la riprese lassù, con la nuova compagna. Esattamente vent’anni dopo, la valle nella quale abitavano fu interessata da un “progetto di modernizzazione”: vale a dire che si voleva cementificare dovunque si potesse, per innalzare una centrale a nafta che “avrebbe portato progresso e nuovi posti di lavoro”.

……….Quando si resero conto, che i comitati sorti per salvare quel lembo di territorio venivano presi in giro dai politici al soldo delle multinazionali, Livio e Birgitte ebbero un’idea geniale: chiesero aiuto a un gruppo di hacker e, in un paio di mesi, le tre maggiori imprese coinvolte nei lavori vennero portate sull’orlo della bancarotta. Una delle tre, particolarmente restia a ritirarsi, subì anche un attentato devastante in un cantiere aperto in una regione vicina.

……….I tutori dell’ordine presero subito di mira la coppia e i suoi amici, e i giornalisti spalarono come al solito la loro merda, scrivendo a destra e a manca di ecoterrorismo, ma dopo qualche mese furono tutti fuori e della centrale non si parlò più. L’anno successivo, per buona misura, il vicesindaco e assessore all’ambiente del Comune (che più di tutti aveva caldeggiato l’opera) ebbe la propria casa distrutta da un incendio doloso, mentre era in vacanza con tutta la famiglia. (Alberto Rizzi, estratto da I pesci nel barile, romanzo)

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Per leggere altro di Alberto Rizzi in questo blog clicca QUI

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riproponiamo come foto d’apertura Leuca, Faro di Punta Palascia (dal web), il punto più a est d’Italia, il punto della prima alba di ogni nostro giorno…che sia di buon auspicio per una Nuova Alba del genere umano.

Salvatore Toma, L’afa il caldo l’asfissia da Canzoniere della morte

Salvatore Toma, da Canzoniere della Morte (Einaudi) pagine 82 e 83

L’afa il caldo l’asfissia…
e i tetti delle case
a tegole a precipizio
rosso mattone
abitate dai topi
aprivano il mio sogno.
Tu eri in una di quelle cupole
battute dal vento
più di tutto vicine al cielo,
alte ricche di rondini
e di nuvole.
Ma la sedia di paglia
di pochi centimetri
che desideravi in regalo da me
il pullover grigio amaranto
che mi avevi cucito esistevano
erano prove della mia setticemia
della mia lenta moria
del mio stragrande desiderio
di respirare di vivere
di ariose dolci lussazioni
di precisazioni naturali
mai chieste di libertà.
Ci litigammo
per via di un deputato
un tuo vecchio amante
con un rimorso nuovo
forse consigliere comunale
quando la gente
giostrava a ubriacarsi
s’inserrava si spingeva
nel bar del centro.
.
Ma tu eri là sola in disparte
nel tuo castello grigio
sola e disponibile
con la tua veste rossa
il seno disfatto e nutriente
le gambe grosse di quarantenne
innamorata pazza senza figli
innamorata di me dicevi
in notti grigie assatanate
quando nubi e pipistrelli
non consentono
che un concedersi refrigerante
la voce chiara
di un amore stranamente vero
fra le tende giocate dal vento.
.
Mi amavi? o ero io
uno dei tuoi giochi secolari
scritti lì sui muri i loro nomi
le loro firme capitali
come condannate a morte
quando accadeva la stanchezza?
Eri bella sicura materna
e ti cercavo affannatamente
nelle piazze desolate la notte
per le deserte vie
con improvviso vento
e qualcosa di chiaro mi accadeva
di mai tanto chiaro nella mia vita
e amavo il tetto della tua casa
a tegole a precipizio
solcato dai topi
e amavo la tua seducente irrealtà
la tua faccia irresistibile
la tua sfrenata inesistenza.
.
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dello stesso Autore in questo blog: leggi qui e qui 

in apertura: Steven Kenny, Tethered fulcrum — per questo articolo si ringrazia Flavio Almerighi

Flavio Almerighi, Logorrea di segnali acustici

Logorrea di segnali acustici.

La mitezza contusa è cielo, e non può più telefonare. Basterebbe un piccolo aliante per afferrarle la coda e voltar pagina. Gocce di varia origine, dimensione e suono, restano aggrappate al vento per -comporre un fortunale, casca il sole, casca la terra, tutte giù per terra. Cugine di magnolie resistono miracolosamente al palo, non mi cadono tra le braccia né sui tergicristalli. Freddo. Danzano fogli di giornale e carte da parati fra compunte aiuole il cui stile riporta ai primi lavori dell’acconciatore d’Anna Bolena.
Buio pesto e logorrea di segnali acustici, fulmini, altoparlanti che annunciano ritardi e partenze. Tutto confonde bambina mia, fogliolina nell’aceto, che non sai dei flussi estetici o di quanto l’immaginazione sia portata al caos. E’ più fredda la smagliatura in una calza. Osservarla è prassi consolidata. Fuori un tripudio di argenti e talenti mollati in strada. Il mondo, la mia faccia. Tempi minimi vengono concessi ai ladri che vogliano portarsi via il servizio buono, un violino di Isaac Stern, La possibilità di un’isola, segue l’allarme. Ferma il traffico, copre le conversazioni, il temporale è a un punto morto, ma il contante circola. Freddo. Nei piccoli paesi non c’è niente. Forestieri e nubi di passaggio trovano ostelli per la notte dove aspettare il primo treno del mattino dopo. Spiovono tutti. Alle volte, anche qui, qualcuno fa l’amore e ride. Annuncio ritardo. Ottanta decibel il limite di sicurezza. L’equilibrio precario di un piccione sulla persiana chiusa è illusione ottica o tema d’esame? Ricordo, gli fracassai la testa colpendolo al volo con un manico di scopa.
Cadde stupidamente ai miei piedi e lo gettai nel cortile dirimpetto. Rovinò pancia all’aria che, inutilmente bianca, risaltò a lungo fra muschi e sporcizia come un rimorso, fino al sopraggiungere quieto e diligente del disfacimento. Non sono stato io. Signora Giudice mi scagioni, apra il vestito prego, e m’allatti. Il tempo è vero crimine, non io! Perfetto capro espiatorio nel continuo scorrere dell’acqua e su rotaia, col ghiaccio sopra teste ancora nere e volubilmente sole. Il teste mente Vostro Onore! Qualcun altro, quando ama, si lascia apostrofare con termini che normalmente riterrebbe oltraggiosi. (SGT. Pepper had a wooden leg) Ma l’esaltazione e l’instabilità dei corpi in divenire, sregolati, sgretolati ingredienti e ricicli per nuovi corpi producono e spacciano nutrimenti. Esiste una vera coscienza di classe nel cacciatore o è soltanto elettricità statica al contatto? Suoni ovunque, non intendo andare fuori tema. Troppi per appunti del Venerdì Santo in tema di segregazione, non é la cacofonia frontale cui feci cenno in una mia vecchia composizione ad annullarne il senso. In tema d’abbandono, il temporale che s’abbatté sul Calvario attorno alle Quindici, lascia ancora sconvolti i fedeli per l’inaudita violenza. Estrazione di un dente, aborto, amputazione, perdita definitiva. Tutto questo è storia, ma non intendo far cenno alla Storia, voglio raccontare il mio temporale violento e aguzzo. Au contraire, la lettura assume forma grave d’epitaffio su granito.
Non ¬esiste stele formato A4.

L’apparenza tua dell’uomo
può provare a stupire ogni giorno,
ogni attimo anche in sua assenza,
forse c’è?
O soltanto un solco d’estraneità,
la frattura sismica che fa pensare
– nient’altro al mondo più ¬
potrà colpirmi, se non
un’altra malattia. –
Emozioni senza emozione,
scrivere è distrarre l’altro più
di quanto in realtà sa divenire,
felicità sfuggita agli occhi
che d’espressione esagera le labbra
e tende a dilatare.
La multi sala in attesa,
il passato informe in tre persone
e tre coniugazioni di cui
rimane più nemmeno una.
Vivi per me cugina
delego te magnolia in fiore,
trattami la vita
come fosse stata mia.
Estremamente più semplice e diretto coniugare Hank e Sweet Home Alabama, ma fu durante il viaggio d’un angolo giro. Gesù spirò, senza questionare troppo se la sua fosse o meno una pulp fiction religiosa. Sono le Quindici Zero Zero, il Temporale dovrebbe brandire la più oscura e minacciosa delle asce in repertorio e dare sgomento. Sconfessare è mero istinto di conservazione. Conversazione di due punti divergenti che convergono proporzionalmente con l’aggravarsi delle condizioni meteo, sono collegati con server/host remoto mediante utilizzo della porta 23. Hoeullebecq ha costruito ben più di un romanzo, io no. Mi scarnificano sensi d’invidia e mancanza. Rifare palpebre, tette, addomi, non cambia gli osservatori. Violaine, per amore, si lasciò tagliare i capelli e li vendette al parrucchiere ricavandone una somma. Non aveva mai posseduto danaro. Era così povera da non avere altro da rivendere se non i capelli, ma non dette mai prestazioni in cambio di salario. Acquistò una catena da orologio. Il suo adorato, unico bene terreno, possedeva un vecchio orologio ricordo del padre. Lo vendette a un orologiaio per acquistare un pettinino prezioso per le belle chiome di Lei. E il successivo temporale fu spaventoso a un punto tale da coprire il sottofondo musicale dei grandi magazzini, quel giorno l’offerta del mese andò invenduta. Le grida, il pianto, lo stridore di denti svegliarono per un attimo mia madre. Sono certo sia stata sepolta per errore. Steve, mio cugino, mi prese per un braccio giusto in tempo a evitarmi di cadere nella fossa. Voglio vivere con lei. Un frammento di carta da parati mi corre incontro fradicio di pioggia, ma non sembra eccitato. Logorrea e cacofonia non sono la stessa cosa. Logorrea non è semplice mescolanza di suoni. George Martin, ma fu per caso, produsse per i Beatles ottimi frammenti eufonici. Fece tagliare un nastro inciso a strisce è lo gettò per aria (assomiglia molto al piccione che dicono io abbia assassinato) poi lo ricompose mettendo i pezzi a caso. Scrisse partiture in crescendo diverse per ogni strumento e ognuna andò per i fatti suoi.
L’altoparlante continua incessantemente a distillare ritardi, partenze, promesse, qualche arrivo.
Leone è uno dei gatti della vecchia. Quando lei è in ospedale, o troppo stanca per averne cura, il gatto si mette sul davanzale al pian terreno a sperare carezze, altrimenti sale sull’albero ma quasi mai sa scendere. Si sente solo, Leone si sente. Utilizza toni quasi sempre gravi nei suoi versi. Freddo. Minaccia pioggia, minaccia altro, l’imprevedibile non ha connotati. Salta la corda Palla Farfalla, Bruco Quadrato, Mosca Frittella, ci sono i guerrieri dalle teste ammaccate che portano spade arrugginite. Salta gonnella, sei sempre più bella. (Scrivere divinamente è nulla, se poi chi legge è un protozoo) La scacchiera di Marostica è metafora particolarmente riuscita del Fato. La diagonale è per l’Alfiere, tutti passano, muoiono, ricordano. Ognuno ha il proprio passo e un personale senso del ridicolo, monocoltura di binari. Il treno rallenta in prossimità dei grandi nodi, perché non sa quale via tentare. Nemmeno io. Capita spesso di risvegliare la carogna insepolta nel cuore. Ometto il punto di domanda, è un’affermazione. I motivi sono risaputi. Il luogo, un po’ di terra consacrata per l’inumazione, ancora no. La questione riguarda viaggi che terminano e ricominciano sempre allo stesso punto e dicono, dicono, dicono senza che il potere seduttivo della parola possa in realtà attenuarne il lezzo. Freddo. Un tempo non lo erano, ma capita già da due settimane che i Venerdì siano particolarmente limpidi, soprattutto il Venerdì Santo. Prendo diligentemente appunti e alzo il finestrino. La ferrovia è il vero miracolo che misura e taglia i campi piatti delle bonifiche ferraresi, li trasforma in potenziali enormi zuccheriere. Meglio il miele, pensavo, contemplando acutamente un favo bellissimo. Altre celle disseminate al Cimitero del capoluogo, come nei film di John Carpenter, sono sindrome d’accerchiamento. Teppisti soprannaturali assediano umani, demoni che assediano umani, vampiri che assediano umani. Superato San Pietro in Casale il convoglio ne è così stipato che anche i posti in piedi scarseggiano. Nei fortini assediati è già infiltrato il seme malato, la concausa della furia tribale degli assedianti. La bonaccia susseguente è avvertire in ogni singola fibra la forza di gravità. Scinde il corpo in miliardi di stelle, ognuna va in direzione diversa e divergente dalle altre senza più condividerne il Destino. E’ allora (traccia 10) che la capotreno dai lineamenti ungheresi stacca uno di quei leggendari assegni color amarena e sembra volermelo dedicare. Scrivere è piacere d’evacuare, disse un tedesco, sgombrare spazi per occuparne altri. Posso chiudere gli occhi per distinguere ogni singolo suono. Logorrea infinita di una scolaresca al ritorno dalla gita. Scindo ogni singola voce, ogni singolo suono, riconosco ogni parola. Ogni vibrazione mi si espande dentro, ogni singolo fastidio. Non avevo idea di quanto fosse capace la mia cassa toracica. Indolente musica alla Frau Kristin, solitudine indesiderata, violenta che mi esce dalla biro. Rivedo quei fortini assediati dove s’è infiltrato il seme malato. Il caldo è brutale come le novità. Alida Valli non c’è più. Tino Biancini non c’è più. Ho la sensazione che tutto vada al di là di ogni ragionevole dubbio. Accarezzami il cuore adorata. Lasciamo fermare il tempo e aspettiamo sottovento. Insieme al giusto ozono, il temporale porterà i secreti spauriti delle future vittime. Eccitante attesa, lontananza a termine, aroma serale di primavera, Ottone avvita una vite, tratta di un corso di stenografia per memorie corte, Sistema Meschini. Ermetismo è desiderare ardentemente l’assassinio del proprio io. Liquoreria di messaggi apparentemente senza senso, giungono soltanto a chi sa per chi siano stati scritti. Cosa accade nella vulva di quella cantante che sente particolarmente il pezzo? I notturni intanto riportano la temperatura a livello accettabile. Le previsioni indicano l’impossibilità di brevi rovesci nell’arco del pomeriggio seguente. In genere da conforto e ispirazione lo scorrimento dell’aria mentre i segnali moltiplicano. Vuol dire che presto farà ancora caldo e le pareti saranno costrizioni. L’affinità fra la scacchiera di Marostica e il rivestimento in piastrelle su certi interni rende il destino sempre più edile. Papà fu uno di quei muratori che non costruì la sua casa. Afferro la scheggia per la collottola e agito, fino a procurarmi lesioni interne al cuore. Fossimo tetti, punte d’alberi o cugine di magnolia, saremmo già morti. Non ricordo nomi ma date soltanto e ho una certezza, il temporale. Unico luogo ancora concesso ai fumatori è un loggiato in metallo che sporge apparentemente dal container. L ‘area esterna al mercato è un De Chirico falso con sottofondo perpetuo di traffico a $ 89,00 il barile. Grate in pietra perfettamente equilatere rendono al contesto architettonico la consistenza di un Big Mac. La sigaretta non finisce, la nausea non sfinisce, ma una nota di colore può venire dall’orologio umido disteso ad asciugare. Un temporale non ha compassione d’impermeabilizzazioni fittizie, campi secchi e profumi evocativi. Sono italiano, adoro colli di donna che profumano di mamma: salta gonnella, sei sempre più bella! Teatro d’odio è confidenza, elude la bocca impossibile da trattenere amaro pentimento; patetica esortazione a tenere il segreto.
Pulcinella e Seamus Heaney spiegano perfettamente, ognuno per propria parte il sodalizio, paragonandolo alla vasca delle aragoste al ristorante, pronte per l’acqua bollente previa ordinazione del cliente. Il silenzio successivo cala come bava da labbra amiche. Pulcinella, per quanto lo riguarda, continua a mantenere il segreto. D’altra parte un pasto in buona salute non può contenere tossine. L’animale vada in cottura pensando di essere ancora vivo. Mestamente un ‘ anguilla solitaria, l’unica risparmiata al pranzo di oggi, non può neanche ringraziare gli dei della proroga, la vaschetta in plastica trasparente non le concede sufficiente privacy. La parola è fluido che narra, commuove, uccide. La scrittura è per introversi celibi e amanti dei gatti. Quelli che girano il foglio per nasconderlo a sguardi indiscreti. Il calcolo è per tutti quelli che scommettono sul progresso e credono nel futuro. La lunga speculazione sui fratelli Klement conduce al campo minato del dire di noi. Leone si è stancato, ha pensato di sparire per un po’, casa vuota, luci spente. Soprattutto silenzio. Freddo. Lo stesso incanto del cimitero di Forlì appena dopo il tramonto del Ventitre Aprile. L ‘orizzonte è il Reparto Nuovi Arrivi dell’anima, le nubi espedienti. Poi, sull’aspro infinito, dopo che avrò terminato di piovere, passerà in ritardo un treno. Cominciai pensando una Poesia, su Essa ho continuato a riflettere durante tutta la traversata, ora discetto fra me sul modo migliore per leggerla. Siamo tornati qui, Lei e io.
Grazie.

(Flavio Almerighi)

immagini: opere di Wassily Kandinsky

Rainer Maria Rilke, due poesie da Die Frühen Gedichte

riproponiamo…

Il sasso nello stagno di AnGre

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Rainer Maria Rilke, due poesie da Die Frühen Gedichte

Questa è la nostalgia: vivere nella piena

e non avere patria dentro il tempo.

E questi i desideri: un dialogar sommesso

di ore quotidiane con l’ eterno.

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La vita è questo. Finché da uno ieri

ascende la più solinga delle ore

e con riso diverso dalle altre

all’eterno s’accosta – senza verbo.

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Voglio essere un giardino e che alla mia fontana

colgano i tanti sogni nuovi fiori,

gli uni in disparte e pensierosi,

gli altri riuniti in muti conversari.

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E quando vanno, voglio su di loro

far stormire parole come alberi,

e se riposano, agli immemori sonni

col mio silenzio origliare.

.

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(da Rilke – Vita, poetica, opere scelte. Ed.speciale per Il Sole 24 ORE, 2008

immagine: opera di Vladimir Pajevic)

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Diego Velázquez, Las Meninas

Diego Velázquez, Las Meninas (1656)

olio su tela, cm 318 x 276 – Madrid, Museo Nacional del Prado

*

Vi è un dato curiosamente stabile nella cultura visiva ispanica ed è quello che rene la narrazione pittorica tesa fra estremi opposti, della fantasia da un lato, che va dalle incisioni di Goya al surrealismo di Dalì, e dall’altro lato quella del realismo più concreto che si possa riscontrare in Europa. Questo senso della realtà fa da linea di fondo all’avventura pittorica di Velázquez. Un incrocio fra il realismo lirico italiano (l’artista spagnolo assimilò l’esperienza del primo barocco caravaggesco durante un viaggio in Italia appunto) e le altre tendenze dell’Europa d’allora, quella ispanica dalla quale proviene e quella dei Paesi Bassi allora sotto l’influenza politica spagnola. E l’incrocio fra le due esperienze è per Velázquez fondamentale, perché il realismo ispanico è naturale e se il realismo post-caravaggesco è ideologico, quello che viene dai Paesi Bassi è per un certo senso scientifico, dato che in quegli anni l’Olanda è la patria dell’ottica e vi si elaborano le prime teorie sulla luce.

In realtà, il dipinto Las Meninas non è quello che vede l’artista, ma quello che stanno vedendo i committenti, il re Filippo IV e la consorte, i quali vedono riflessi loro stessi nello specchio sulla parete di fondo. Trucco formidabile di confronto estetico che corrisponde in pieno alla poetica ispanica di quagli anni, quella dell’inganno visivo e barocco; il mondo barocco, di fatto, è pieno di piani che si riflettono e, come nella musica a loro contemporanea, ogni fraseggio è suscettibile di essere ripetuto in canone. Il quadro fu dipinto nel 1656 ed il titolo fa riferimento alle damigelle d’onore dell’infanta Margherita, figlia di Filippo IV e della sua seconda moglie Maria Anna d’Austria, e raffigurate nel quadro intorno alla protagonista.

La giovane principessa è ritratta al centro della composizione, mentre la scena che si svolge intorno sembra a lei estranea. L’azione si svolge nel palazzo dell’Alcázar, a Madrid, in una grande sala del piano terra utilizzata come studio dal pintor de cámara. Sullo sfondo, nel vano di una porta, si staglia in controluce la silhouette di uno dei consiglieri del re, che non sappiamo se sia nell’atto di entrare o uscire. Velázquez impiega in questa tela un’inquadratura molto originale, ponendo i sovrani di Spagna all’esterno della scena rappresentata e rivelando la loro presenza solo dal riflesso dei loro volti in uno specchio, appeso alla parete di fondo dell’atelier del pittore. Lo stesso artista , a sinistra delle damigelle, si tiene in disparte, con un pennello in mano, concentrato sulla grande tela che sta realizzando. Egli fissa da lontano la coppia reale, ma allo stesso tempo lancia il suo sguardo verso un immaginario spettatore del quadro.

Questa scena colpisce per la freschezza e la spontaneità; l’arrivo della principessa e del suo seguito nel corso della seduta di posa dei monarchi sembra sfidare le convenzioni e il protocollo di corte, in un’atmosfera gioiosa e infantile. Una delle damigelle di compagnia si inchina per offrire all’infanta un bicchiere d’acqua profumata e la presenza dei nani, come del grosso cane, resa magnificamente, evoca un momento di intimità, rilassato e naturale, nella corte spagnola la cui etichetta era una delle più rigide d’Europa. (Tratto ed adattato da “Velázquez, Las Meninas – I capolavori dell’arte” introduzione di Philippe Daverio)

 

Manuel Vázquez Montalbán, poesie da Ars amandi

Manuel Vázquez Montalbán, da III Ars amandi (da Una educazione sentimentale in Memoria e desiderio), tratte da Il desiderio e la rosa a cura di Hado Lyria (Frassinelli, 2007)

[…]

III

Copriti,
copriti le metafore, fa
un piccolo freddo da piccolo inverno,
con un piccolo radiatore, piccolo
tempo per sentirci insieme
………………………………..meno soli
che soli abitualmente, meno saggi
per dire amore mio senza rimorsi
per credere di essere stati scelti
………………………………………..tempo fa
in un Mercato Persiano annunciato da profeti
.
sì, copro anche le mie immagini impazienti.
.
.
IV
.
.
Potrebbero essere azzurre le piastrelle del bagno,
un po’ color corinto il tappeto, caminetto rosso
e libri rilegati, una foto
enorme della Rambla
……………………………..ma prima
avremmo fatto la rivoluzione, del popolo
le risate spartite tra te e me
.
………………………………………e in estate
vedremmo affondare a Port Lligat quel piccolo cutter
fantasma
………….di un vecchio proprietario terriero in esilio.
.
.
VI
.
.
Difficile l’amore senza retrobottega
senza dispensa né chiave nel guardaroba,
una sera, un porto, una scia,
un libro, un ritmo, una morte
screditata come un trucco con le carte
.
e nel risuscitare
………………….duri spigoli di facciate,
battiti di orologio e cuore proibito, indossare
di nuovo la camicia a mezz’asta,
gradire la solitudine che mi hai tolto
che ti ho tolto
………………….una sera, una scia
.
screditato per sempre, il mito
del forse
………..della sapienza convenzionale
amato e amante, turba l’amore
………………………………………….solo la paura
un funerale e un naufragio con l’assicurazione, rispetta
le pagine e non sapremo prima del tempo
con quale morto finisce quest’avventura
.
…………………………………………………………..chi
rimarrà di sale nella città perduta.
.
[…]
.

*

Manuel Vázquez Montalbán – Scrittore spagnolo, nato a Barcellona il 27 luglio 1939. Laureato in lettere, per la sua attiva partecipazione alle lotte universitarie contro la dittatura franchista fu messo in carcere. È stato membro del Comitato centrale del Partido socialista unificado de Cataluña. Esordì molto giovane come giornalista e saggista, pubblicando anche sulla rivista Triunfo, sotto lo pseudonimo Sixto Cámara, una serie di articoli anticonformisti e pungenti, sempre tinti di umorismo (poi raccolti nel volume Crónica sentimental de España, 1971). Si è cimentato anche nella poesia: Una educación sentimental (1967), Movimiento sin éxito (1969), A la sombra de las muchachas en flor (1973), Praga (1982), produzione poetica raccolta in Memoria y deseo (1986). La sua narrativa nasce all’insegna dello sperimentalismo (Recordando a Dardé, 1969; Happy end, 1974), ponendosi volutamente contro i parametri del realismo, e raggiunge la maturità nei romanzi che costituiscono il cosiddetto ”ciclo Carvalho” (dal nome del protagonista, il detective Pepe Carvalho).

Benché sia evidente l’influenza della narrativa nordamericana, la scrittura di V.M. attinge a ben precisi modelli della tradizione ispanica, Baroja in primo luogo. Infatti, la forza dei suoi romanzi risiede non solo nell’intrigo o nella trama narrativa ma anche, o forse soprattutto, nella vivacità, la plasticità e il realismo con cui V.M. riesce a ritrarre gli ambienti sociali (mettendo in campo anche le sue doti maturate nell’attività di giornalista): libero da schematismi ideologici, nonostante la sua militanza politica, V.M. offre nelle sue pagine un attendibile affresco della società spagnola contemporanea. Scrittore versatile e lavoratore infaticabile, si è cimentato sui più svariati argomenti. [da Treccani.it; Bibl.: M. Blanco Chivite, Manuel Vázquez Montalbán & Pepe Carvalho, Madrid 1992]

Immagine d’apertura:opera di Banksy