A Natale regala e regalati un libro!

A Natale regala e regalati un libro!

Perché non l’ultimo di poesia di Angela Greco? 

ANCORA BARABBA – Collezione Bocche Naufraghe n.1  (YCP, 2018)

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Giovanni Bellini, Madonna Lochis – sassi d’arte

Giovanni Bellini - Madonna Lochis

Giovanni BelliniMadonna Lochis

olio su tavola, cm 47×34 (1475 c.a) – Bergamo, Accademia Carrara

*

Del pittore italiano rinascimentale Giovanni Bellini (Venezia, 1433 – Venezia, 29 novembre 1516), sono conservate un gran numero di Madonne con Bambino, ad indicare quanto fosse elevata la richiesta sul mercato della devozione privata. L’artista, però, non si abbandonò mai ad effettuare ripetizioni di medesimi soggetti, quanto piuttosto preferì in ogni opera – proprio come nel caso della Madonna Lochis – rielaborare in nuova ottica elementi già presenti in opere precedenti.

Maria col Bambino in braccio sono raffigurati in primo piano oltre la consueta balaustra marmorea, dove su un cartellino è appeso il cartiglio con la firma dell’artista: IOANNES BELLINVS. Le loro figure sono salde e monumentali e spiccano, anche da un punto di vista cromatico, sullo sfondo bruno, che imita un drappo steso, dove si vedono ancora le pieghe. Sebbene la scena presenti elementi tradizionali, come il volto di Maria, ispirato forse a una Basilissa bizantina, dolcissimo e al tempo stesso pensoso per la riflessione sulla tragica sorte destinata al figlio, vi sono anche elementi innovativi, come la posa in diagonale del Bambino, che si muove vivacemente, in contrasto con la posizione assiale di Maria. Oltre che un accorgimento compositivo, la scelta riflette anche il contrasto tra la maiestas di Maria e la vitalitas di Gesù. Il dipinto è databile all’inizio della fase matura dell’artista, anche se vi si leggono ancora alcune rigidità derivate dall’influenza, non ancora dissolta, di Andrea Mantegna, come i preziosi riflessi dorati del panneggio che appare solido come una scultura. (da Wikipedia)

Lo sfondo interpretato come una stoffa appena spiegata, si allarga fino ai limiti della tavola, richiamando gli sfondi scuri della ritrattistica contemporanea. Le dimensioni del parapetto, cui è dato un forte rilievo prospettico, vengono ampliate. Il piano serve da base di appoggio e palcoscenico per la posa di Gesù, che vuole forse evocare la sua caduta da adulto, mentre sale al Calvario.In quasi tutte le madonne belliniane, infatti, è presente il richiamo al destino del Salvatore, sottolineato anche dall’aspetto malinconico ed introspettivo della Madonna, che spesso distoglie lo sguardo dal Figlio. L’espressione di quest’ultimo non ha nulla di infantile e rimanda piuttosto all’inellutabilità del suo destino. Alla complessità di significato si accompagna un’esecuzione di grande raffinatezza, che ricorre anche all’antico espediente delle lumeggiature in oro per il manto blu della Vergine. (da: Bellini, i grandi maestri dell’arte, Skira Editore)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Rosaria Di Donato

Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008. Ha partecipato all’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono presenti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’ presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Bàrberi Squarotti, per esempio, e traduzioni di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, letteratura. Dal 2016 cura un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna.

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OLTRE LA RETE: Rosaria Di Donato

inquieto sentire
.
costa fatica la poesia
fatica d’essere
fatica d’esistere ogni giorno
rannicchiati alla vita
sospinti dall’inquieto sentire
illuminati da una luce
che altri non vedono
eppure c’è
si mostra
si manifesta
questo filo di parole
questo tessuto di volti
questo tappeto di cose
.
.
.
città
.
a volte viene
il desiderio di rifugiarsi
nella città di dio
celeste gerusalemme
di diaspro e lapislazzuli
fatta d’amore e sogno
.
con la porta stretta
un piccolo varco
per cui passano i giusti
quelli come bambini
fatti a somiglianza
resi semplici
.
qui viviamo invece
nel caos prolifico
a volte sfiorati
a volte assaliti dal male
a volte annientati
consumati dal nulla
.
fantasmi riempiono la mente
delitti impuniti
delitti perpretati contro la vita
nulla vale l’essere umano
dal niente schiacciato
dal niente
.
qui viviamo costretti
consumiamo il non-pensiero
la folla ci opprime
.
chiederà mai qualcuno
ragione del senso
.
.
.
forse le parole
.
forse le parole potranno
donare un senso ai giorni
ravvivare l’imbrunire
.
forse le parole potranno
scandire il tempo dei ricordi
circondare il presente di attenzioni
.
forse le parole potranno
sciogliere il nodo che attanaglia
che soffoca in gola le questioni
.
forse le parole potranno
circoscrivere il diluvio
arginare la deriva dell’io
.
forse le parole potranno
vincere il timore
scardinare la resa
.
forse le parole potranno
accendere il giorno
adescare la vita
.
.

Ars poetica, Arte poetica

Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) 

Arte poetica

La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell’aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi…
.
È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l’Incerto al Preciso si unisce.
.
Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d’autunno,
l’azzurro brulichio di chiare stelle!
.
Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno
.
Fuggi lontano dall’Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell’Azzurro,
e tutto quest’aglio di bassa cucina
.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo!
E farai bene, in vena d’energia,
a moderare un poco la Rima.
Fin dove andrà, se non la sorvegli?
.
Oh, chi dirà i torti della Rima?
Quale fanciullo sordo o negro folle
ci ha forgiato questo gioiello da un soldo
che suona vuoto e falso sotto la lima?
.
Musica e sempre musica ancora!
Sia il tuo verso la cosa che dilegua
che si sente che fugge da un’anima che va
verso altri cieli ad altri amori.
.
Che il tuo verso sia la buona avventura
Sparsa al vento increspato del mattino
Che porta odori di menta e di timo…
E tutto il resto è letteratura.
(dal web)

*

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Ars Poetica (I-IV)

I
La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.
Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche. Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un’attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo. La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.
Oggettività e ancora oggettività ed espressione. Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come “putridi muschi fradici”). Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire. Ogni letterarismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po’ del suo sentimento della vostra sincerità. Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.
La lingua è fatta di cose concrete. Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione, non creazione.
Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l’aggettivo essenziale al senso del passaggio. Mai l’aggettivo decorativo.

II
Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.
Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare una immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore. Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni del sentimento sui fatti; come “sono stanco” o “alla morte non può seguire peggiore male”, ecc.
Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.
Ma bisogna che vi sia l’emozione, o la cadenza e il ritmo saranno rapidi e senza interesse.
Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.
In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità…

III
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.

IV
Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d’accordo con lui o gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.
Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici che parlano tutto intorno all’argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.

(da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi) – trad. Cristina Campo)
*
.
Vicente Huidobro (Santiago del Cile, 10 gennaio 1893 – Cartagena, 2 gennaio 1948)
.
Arte poetica
.
Che il verso sia come una chiave
che apre mille porte.
Come una foglia; qualcosa passa in volo;
Quando guardano gli occhi sia creato,
E l’anima di chi ascolta resti a tremare.
.
Inventa nuovi mondi e cura la parola;
L’aggettivo, quando non da vita, uccide.
.
Siamo nel ciclo dei nervi.
Il muscolo pende,
Come un ricordo, nei musei;
Ma non per questo abbiamo meno forza:
Il vero vigore
Risiede nella testa.
.
Perché cantate la rosa, o poeti!
Fatela fiorire nella poesia;
Solo per noi
Vivono tutte le cose sotto il Sole.
.
Il poeta è un piccolo Dio.
(da Antologia della poesia spagnola e ispanoamericana, trad. G. Morelli – La biblioteca di Repubblica – dal web)

*

Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986)

Arte poetica

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976 (Rizzoli), trad. Livio B. Wilcock)

*

Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)

Ars poetica

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.

La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(da Poesie Adelphi, Milano, 1983, trad.Pietro Marchesani )
– in apertura, opera di Ishtvan-Oros –

Paul Celan, versi da Sotto il tiro di presagi

Paul CelanSotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-1969

*

Ora ci sei, di nuovo,
qui:

Di innumerevoli spigoli,
per ora,

la profondità del cuore
rattoppata
dalle dieci libere
spade, che cessarono
la loro preghiera,
era uno scontro – argentea,

ma, una volta, da qualche parte
eravate più di tutto questo,
di più e
uno.

*

L’altro

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola, cui hai creduto.

*

Nessuno, non dimenticare, nessuno
si piagava frugando, su sentieri del cuore,
nel tuo tenero interno.
Fin che una parola ti uscì dalla bocca,
riserbata e taciturna:
con essa, non dimenticare, tu vivi,
da essa ti cresce la forza
per ascoltarmi, quando io dico a te:
vieni, io ti voglio,
ti voglio non amare –

***

Traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Einaudi.

Angela Greco, La magia delle feste

LA MAGIA DELLE FESTE…

Che mi manchi lo sanno solo il due di picche e Arlecchino,
chiusi in antri di vetro dalla finta neve. Per strada, lo sfavillio
di voci raccoglie il mio silenzio dedicato alle tue mani,
foglie d’acero che tastano l’esistenza della luna, qui,
nella piazza male illuminata persino dall’idea di natale,
persosi qualche buona intenzione più in là di quest’oggi.
Due giorni di festa consecutivi sono un triduo pasquale
e non si può fare altro che affidare tutto alla clessidra
dei reiterati giri e dell’attesa. Dalla finestra sembri più vicino;
un vestito blu ti confonde con la sera, ma sono poi i tuoi occhi
a farmi ricredere sull’ora presente. Passerà anche questa volta,
questa voglia di baciarti e poi, magari, avrai ragione tu.

*

Dicembre piove pietre addosso e
innaturale brilla al capezzale di una
umanità male usata. Quando non sorrido
carezzami la testa, senza domande,
senza domani; leggi in filigrana l’autenticità 
della carta straccia che divento in certi giorni
di pioggia. Lascia stare le parole grandi, fiere
solo del loro suono; tu stammi vicino, quando
tento la fuga nei miei deserti di rabbia, quando
non so chiederlo. E perdona il resto.

.

Angela Greco, due inediti (dicembre 2018)

in apertura: Kazuko Shiihashi, Maple tree listening the moon whispering  (‘albero d’acero che ascolta la luna che sussurra’) – immagine condivisa dalla pagina “Arte in Giappone” che si ringrazia

Dante Alighieri, Preghiera di San Bernardo alla Vergine

Divina Commedia, Paradiso, canto XXXIII, vv. 1-39

Dante Alighieri – Preghiera di San Bernardo alla Vergine 

(clicca sul link blu per scaricare il pdf)

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

in apertura: Santa Maria Vergine al centro della Candida Rosa, illustrazione di Gustave Doré (dal web)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Felice Serino

Felice  Serino è nato a Pozzuoli nel 1941 e vive a Torino. Autodidatta. Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del  1978 a “Lo sguardo velato” del 2018); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in otto lingue. Intensa anche la sua attività redazionale. Gestisce vari blog e siti. Qui, su Il sasso nello stagno si AnGre, è presente con diverse letture dei suoi libri.

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OLTRE LA RETE: Felice Serino

QUEL SORRISO
.
oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell’aria
ti appare ora sospeso come fumo
.
lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove –
l’ha disperso il vento
.
.
.
.
SCONNESSIONE
.
pensavi guadagnare la chiarezza?
la vita imita sempre più il sogno
nelle sconnessioni avanti con gli anni
.
ti coniughi ad un presente che s’infrange
dove l’orizzonte incontra il cielo:
e ti sorprendi a chiederti chi sei
oggi da specchi rifranto
e moltiplicato
mentre il tempo a te ti sottrae
.
.
.
.
GIA’ GRANDE TI VEDO
.
dai che ti porto alle giostre
finiti i compiti
promettimi
che prima di dormire
stasera dirai una preghierina
per quei bambini saltati in aria
.
-la larga macchia rossa sull’asfalto
nella liquida luce degli occhi
penetrare
in quell’abbaglio
fino al sogno- incubo
.
su
da bravo che ti porto alle giostre
ci perderemo nella
fantasmagoria di luci
.
ecco: già grande ti vedo
.
a risvegliarti domani
convitato di pietra
il Tempo
.
.

 

 

Sulla riva del fiume…

Arte poetica di Jorge Luis Borges

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976, Rizzoli, trad. it. Livio B. Wilcock)

.

I fiumi  (1916) di Giuseppe Ungaretti 

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

(da in L’Allegria – Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori)

.

La notte della luna in fiore sul fiume di primavera di Zhang Ruoxu (VII sec. d.C.)

Le acque rigonfie del fiume di primavera
s’innalzano al livello del mare,
sul mare, la luna chiara si solleva
insieme alla marea.
Brillante è la luce che insegue le onde
per decine di migliaia di li,
lungo tutti i fiumi in primavera
dove non risplende la luna?
Il loro corso sinuoso serpeggia
nei campi fragranti,
la luna illumina i fiori nel bosco
come fiocchi di neve.
La brina volteggia per l’aria,
invisibile è il suo passaggio,
la sabbia bianca sulle rive
è impercettibile alla vista.
Il fiume e il cielo sono di un’unica tinta
senza un granello di polvere,
nel cielo limpido s’innalza solitaria la luna.
Sulla riva del fiume a vederla
chi è stato il primo?
in quale anno la luna sul fiume
iniziò ad illuminare le genti?
L’umanità vive all’infinito,
generazione dopo generazione,
il fiume e la luna ogni anno
sembrano immutati.
E non si sa di chi siano in attesa,
si vede solo lo scorrere delle acque
del lungo fiume.
Passa adagio una coltre di nuvole bianche,
sulla riva di Qingfeng,
regna una tristezza infinita.
Chi è in viaggio stasera sulla barca?
dov’è la donna nostalgica della torre
al chiarore della luna?
Con compassione sopra la torre
la luna s’indugia,
irradiando la luce sulla specchiera
della donna.
Ella avvolge la tenda della sua camera,
ma non riesce a nascondere la luce della luna,
strofina la pietra del lavatoio,
ma la luce ritorna.
In questo momento guardiamo entrambi la luna,
ma non possiamo sentirci,
vorrei seguire la luce della luna
che scorre sino ad illuminarti.
Le grandi oche selvatiche, capaci di volare lontano,
non portano con sé la luce,
i pesci drago, abili nel saltare sott’acqua
increspano solo la sua superficie.
Stanotte sul calmo laghetto
ho sognato i fiori caduti,
è passata metà della primavera,
peccato che io non possa ancora tornare.
Le acque del fiume scorrono insieme alla
primavera
e stanno per esaurirsi,
sopra il laghetto la luna cala ad occidente.
La luna calante è ormai sommersa
nelle nebbie marine,
dal monte Jieshi ai fiumi Xiao e Xiang,
la via è infinita.
Non si sa con questa luna,
quanti possano far ritorno a casa,
il tramonto della luna e l’affanno del cuore
impegnano gli alberi del fiume.
(dal web)

.

Qui dove scorre il Tara di Angela Greco (2018, inedito)

Scorri dal tramonto al mare,
tra erbe alte e margherite gialle
a bordo strada, senza perdere né
l’azzurro, né il verde.
.
Scheletri d’antica manodopera
si lasciano attraversare dal declino
del sole, che sbiadito
taglia una differente sorte.
.
Pochi metri appena ed è miracolo,
fango e santi a fermare l’invasore;
una libellula conquista la saggezza
del giunco, che parla al vento.
.
.
in apertura: Vasily Kandinsky, Fiume d’autunno, olio su cartone (20×30,5 cm); Museo di Stato Russo di San Pietroburgo.

Octavio Paz, due poesie ed un articolo

DUE POESIE DI OCTAVIO PAZ ED UN ARTICOLO

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

da “O.Paz, Vento Cardinale e altre poesie” (Lo Specchio, Mondadori, 1984 – Trad, di Franco Mogni).

§

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

da Libertà sulla parola (Guanda, 1965), a cura di G. Bellini

§

dal sito L’intellettuale dissidente, 26 maggio 2014 :

OCTAVIO PAZ – L’immagine non può essere spiegata concettualmente, deve essere ricreata come una comunione poetica tanto da risultare simile all’esperienza religiosa, nondimeno alla magia. L’uomo ha la possibilità di vivere, nel momento poetico, una sorta di rapimento, una epifania estatica che è fondamentale per il recupero di un’esistenza autentica. Octavio Paz, scrittore, poeta e saggista latinoamericano, utilizza molti modi per scrivere di tale esperienza, parlando di alterità e partecipazione. L’estetica paziana recupera oltremodo, attraverso il pensiero di Bergson e Ortega y Gasset, la dimensione del tempo e del senso della vita mediante la poesia. Concilia i contrari, l’affermazione con la negazione, giacché disvela la tirannia più feroce, mascherata a libertà, per mezzo dell’immaginazione poetica. Si avvicina letterariamente a Pessoa, a Quevedo e ad Ortega, sceglie di dialogare con Othón Salazar ed il suo movimento di maestri dissidenti; dialoghi che illuminano una civilizzazione, la sua.
Nasce a Città del Messico quando il paese è in piena lotta rivoluzionaria, nel 1914, l’anno della Grande Guerra che da inizio al Secolo breve, e si spegne nove anni dopo la caduta della Cortina di Ferro. E’ un uomo del suo secolo, intellettuale che ha dedicato la propria vita ad analizzare i molti spigoli storici, sociali e, dunque, anche politici che delineavano il suo presente. Dal tempo della giovinezza, Paz ha scritto di letteratura, arte, politica, storia e persino di antropologia. Ha permesso il dialogo tra poesia e società, portando in seno la tradizione letteraria messicana che mai lo ha abbandonato, colorando i suoi scritti di modernità e avanguardia artistica. Ha sempre inteso la poesia come quell’altra voce in grado di sovvertire i cliché del commercio, della politica e del giornalismo, poiché era davvero un discendente di quei romantici e di quei surrealisti che avevano come missione lo sconvolgimento delle abitudini del pensiero borghese, come ad esempio il suo mentore, André Breton. Appassionata è la critica alla società moderna, quella società di mercato ove l’economia è la parte visibile della merce, il frammento percettibile di una realtà in cui sono le cose a praticare l’umanità per mezzo degli uomini, relegati a parte invisibile, in silenzio. Un mondo che vede l’uomo confinato in un unico dormitorio abitato da anime compranti, consumatori e di prodotti e di tempo.
E’ commovente la riflessione politica di Octavio Paz che si compone in versi nelle sue opere, a difesa della cultura. «Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società inizia quindi con la grammatica e il ristabilimento dei significati». E’ chiaro che la parola appare al poeta messicano come l’unico antidoto alla tecnica, rimedio necessario per rimarcare costantemente, attraverso una sofisticata critica, la modernità globale, la quale non si misura dai progressi dell’industria, ma dalla capacità di autocritica che permette di interiorizzare i cambiamenti ancor prima di farli nostri. La parola, dunque, icastica arma che permette di confrontare la politica e, vocazione ancora più nobile, di difendere la libertà. Bisogna «fare, abitare le parole».
Abbiamo creato un mondo dove le più importanti fonti di paura tra gli esseri umani non sono né calamità naturali né tantomeno punizioni divine: sono, malgrado, proprio altri esseri umani. Quando riceve il Premio internazionale per la pace degli editori tedeschi nel 1984, pronuncia queste parole: «La violenza aggrava le differenze e impedisce alle persone di parlare e ascoltare». Chi legge Paz contempla poeticamente il mondo e, poi, lo nomina. «L’uomo, persino quello avvilito dal neocapitalismo e dallo pseudo socialismo dei nostri giorni, è un essere meraviglioso perché, a volte, parla. Il linguaggio è il marchio […] Attraverso la parola possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri». Ebbene la poesia di Paz, quella poetica che è capace di purificare la nostra percezione e ci libera dai luoghi comuni della mente e del corpo, intensificando la nostra esperienza, non è fantasia, ma contemplazione. La sua posizione critica, in bilico tra tradizione e rottura, maturata dietro una lunga trincea analitica, costringe a prendere coscienza delle degradazioni dell’industrializzazione, quali, per esempio, l’avidità e il consumismo. Dopo tutto, egli era un moralista, pervaso da uno scetticismo che si intreccia con la saggezza orientale, l’erotismo e la sensualità.
Octavio Paz, premio Nobel messicano per la letteratura nel 1990, è affascinato dalla politica. Tutto ha inizio durante le numerose contraddizioni che stavano fiorendo tra le élite intellettuali di Città del Messico ad inizio secolo, che le vedeva incerte tra la spinta europea e il richiamo, insistente, dell’appartenenza americana. Paz non si sottrae all’esigenza di assumere posizioni politiche radicali in questo scontro culturale, posizioni che cambieranno nel corso della sua vita. Attraverso la metafora del labirinto, una delle sue preferite, riflette sul motivo che spinge i messicani a sentirsi inferiori rispetto agli Stati Uniti al punto da restare intrappolati nella solitudine. E’ dal vuoto di identità del suo popolo che nasce una delle opere più belle, Il labirinto della solitudine (1950), in cui i suoi pensieri trovano collegamenti molto stretti con la nozione heideggeriana dell’esistenza autentica. Rimane inizialmente affascinato dall’ideologia comunista, ne prende gradualmente le distanze durante la guerra civile in Spagna, maturando una visione critica dell’Unione Sovietica e delle sue strategie interne e in politica estera. L’ideologia e, conseguentemente, la politica di Stalin, ha creato nel poeta l’esigenza di modellare una nuova filosofia politica che coinvolgesse quei concetti a lui molto cari, di libertà, fraternità e uguaglianza. Fuori dal coro, critica coraggiosamente i fondamenti ideologici del comunismo russo — e per estensione quello dei partiti comunisti di Cina e Cuba — tanto quanto si impegna nella critica all’imperialismo americano. Nel 1968 la lotta sociale diverrà per lui fondamentale e necessaria a seguito del massacro di Plaza de Tres Culturas, teatro di una cruenta repressione esercitata dal governo messicano durante le Olimpiadi per soffocare le proteste degli studenti.
«La memoria —scrive —non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda».
— in apertura: opera di Lucio Fontana, Concetto-spaziale-attese —

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Il miracolo

Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell’altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.

*

Immigranti

Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d’America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell’estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un’altra e un’altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l’istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l’antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l’otre d’acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l’orizzonte.

(Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi)

*

Meira Delmar – Nel 1921 a Barranquilla (Colombia) nacque Olga Isabel Chams Eljach, figlia di due libanesi, Julian E. Chams e Isabel Eljach. Col tempo, una volta definita la sua vocazione di scrittrice, avrebbe scelto per sé il nome, molto simbolico, di Meira Delmar, talvolta trascritto Del Mar. Studiò nel collegio femminile della città e alla Scuola di Belle Arti dell’Università dell’Atlantico. A nove anni, nel 1931, Olga raggiunse con i suoi genitori e i suoi fratelli il Libano. Il viaggio via mare fu un’avventura interminabile e, soprattutto, indimenticabile. Pochi anni dopo, nel 1937, apparvero nella sezione “Poetesse d’America” di una rivista de L’Avana chiamata «Vanidades», alcune poesie con la firma di Meira Delmar. I quattro componimenti poetici, Tú me crees de piedraCadenaPromesa e El regalo de la lluviaerano i primi componimenti di Olga Isabel Chams Eljach, che aveva già scelto lo pseudonimo con il quale sarebbe diventata famosa. La giovane autrice scelse il suo cognome d’arte per via del suo grande amore per il mare, che la accompagnerà sempre e comunque. Per il nome, invece, fece ricorso alle sue origini arabe e, partendo da Omaira, studiò tutta la serie di possibilità e variazioni che questo nome le poteva offrire. Infine, scelse Meira.
La giovane artista decise di pubblicare i suoi primi versi senza esporsi troppo, ovvero celando la sua vera identità, per timore delle reazioni di familiari e conoscenti. Tuttavia, la sua collaborazione con la rivista cubana proseguì e furono pubblicate altre sue poesie. Nello stesso periodo, altri giornali si manifestarono interessati.
All’età di 20 anni Olga Isabel Chams Eljach, ormai a tutti nota come Meira Delmar, pubblicò la sua prima raccolta poetica, Alba de olvido. Nel 1999 quest’opera fu giudicata dai critici colombiani come uno tra i cento migliori libri del XX secolo e collocata tra le venti migliori opere poetiche dell’intero Novecento. Due anni dopo Alba de olvido, uscì Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Per questa raccolta Meira ricevette la prima delle tante onorificenze assegnatele nella sua lunga carriera poetica dalle più svariate autorità, associazioni culturali e università. Nel 1951 uscì la sua terza opera, Secreta Isla, nella quale la voce poetica è sempre più nitida e forte.
Nel 1958 Meira fu nominata direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico, carica che lasciò dopo 36 anni. Per decreto governativo oggi tale Biblioteca porta il nome di Meira Delmar, come del resto, anche altri edifici, sale di lettura e centri di ricerca.
Nel 1960 la poesia Soneto a una rosa fu giudicata come uno dei trenta componimenti poetici più belli, facendole vincere un premio dell’Academia Hispanoamericana de Letras.
Undici anni dopo, le venne conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università dell’Atlantico. Nello stesso anno, uscì una sua prima antologia poetica, col titolo Huésped sin sombra. Appena quattro anni dopo, la poetessa fu eletta Donna dell’anno. Successivamente, si recò negli Stati Uniti, dove sarebbe tornata nel 1985 per partecipare ad un congresso sulla poesia tenuto all’Università di Washington.
Dall’inizio degli anni ’80 si moltiplicano le onorificenze conferite alla poetessa che, inoltre, venne insignita dai più nobili ed importanti titoli colombiani e internazionali.
I tanti riconoscimenti furono poi coronati, nel 1993, dalla Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell’Educazione. Si tratta infatti della massima onorificenza che il governo nazionale può concedere.
Nel 1995 uscì Laúd memorioso e Antología e in questo stesso anno si congedò dalla Biblioteca e fu eletta Membro Onorario della Società Bolivariana della Regione Atlantico.
Negli anni successivi uscirono altre due raccolte, Palabras (1997) e Alguien pasa(1998), e uno studio a lei dedicato, Dossier Meira Delmar, pubblicato dalla Universidad del Norte.
L’Istituto Caro y Cuervo di Bogotà pubblicò Pasa el viento nel 2000, proprio nello stesso periodo in cui l’Università del Atlántico creava il Premio Poesia Meira Delmar.
Dal 2001 ad adesso Meira ha continuato a ricevere riconoscimenti e a essere invitata ai più famosi convegni letterari e alle più celebri fiere librarie della nazione colombiana. Nel 2003 il Congresso della Repubblica la insignì con la Orden de la Democracia Simón Bolívar durante un omaggio reso alla scrittrice dalla Unione Colombo-Araba.
(per questo articolo si ringrazia Fili d’aquilone n.10; per leggere altre poesie ed altre notizie sull’Autrice cliccare sul seguente link: http://www.filidaquilone.it/num010delmar.html)

 

Oscar Wilde, due poesie

30 novembre 1900: muore Oscar Wilde: “La società spesso perdona il criminale ma non perdona mai il sognatore.” (O.W.)

Il sasso nello stagno di AnGre

.

Due poesie di Oscar Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)

MADDALENA PASSEGGIA

Le nuvolette bianche corrono pel cielo, pei campi è
sparso l’oro del fiore di marzo, l’asfodelo spunta sotto i
piedi, e il larice adorno di fiocchi s’inchina e dondola
quando lo sfiora il tordo veloce.
.
Le ali della brezza mattutina portano delicato odore di
folta umida erba, di bruna terra appena arata; gli uccelli
cantano gioiosi Primavera che nasce, saltellando pei
rami degli alberi ondeggianti.
.
E tutti i boschi vivono nel murmure, nel suono di Primavera,
e sul rovo rampicante si schiudono rosei bocciuoli,
e l’aiuola del croco è una palpitante luna di fuoco,
cinta da un cerchio d’ametista.
.
Il platano sussurra al pino una storia d’amore onde
questi stormisce in un riso e scuote il suo manto verde, e
nella buia cavità dell’olmo splende l’iride di un argenteo
colombo.

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Niki de Saint Phalle, Il giardino dei Tarocchi – sassi d’arte

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“[…] Noi non continueremo a dissacrare l’arte, ma la mostreremo come deve essere presentata. L’Italia è sempre stata uno dei miei grandi amori e desidero contribuire, con l’esempio, alla conservazione dei suoi innumerevoli tesori artistici e della sua eredità culturale. Il mio giardino è un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze e significati esoterici delle sculture. UN POSTO CHE FACCIA GIOIRE GLI OCCHI ED IL CUORE.”  — Niki de Saint Phalle,  20 novembre 1997.

Il grande cartellone di maioliche che saluta il visitatore appena entrato nell’area del Giardino termina con queste parole, che spiegano l’intento dell’artista e i motivi che hanno animato il suo lavoro. Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico situato in località Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio (GR) in Toscana, Italia, ideato dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle, popolato di statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi.

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Gli arcani maggiori o trionfi sono un gruppo di carte incluso nei tarocchi – 78 carte da gioco di cui fa parte anche un mazzo tradizionale di 56 carte – antiche carte usate per la divinazione ed “interrogate” circa la condizione della persona (i primi usi documentati dei tarocchi come strumento per la cartomanzia risalgono al XVII secolo a Bologna, mentre la loro diffusione moderna in cartomanzia e l’associazione con l’occultismo risalgono alla fine del XVIII secolo). Nei mazzi moderni sono ventuno carte, generalmente numerate da 1 a 21, più il Matto, che nel gioco è una carta con un ruolo particolare; ogni carta racchiude un simbolismo inesauribile e si presta a una vita intera di riflessioni e approfondimenti. (qui sotto, L’albero della Vita)

Statua del Giardino dei Tarocchi

Nella cartomanzia (metodo di divinazione che si esercita mediante le carte da gioco, tenendo conto anzitutto del significato attribuito al seme, al colore, alla figura, al numero di ogni carta) gli Arcani Maggiori – dove ‘arcano’ significa ‘segreto’ – rappresentano le carte più dense di significato e possono essere considerati archetipi universali; gli archetipi (dal greco “arketipon” che vuol dire primo tipo, prima forma, modello) sono idee primordiali e inconsce, comuni a tutta l’umanità, che si possono manifestare alla coscienza solo tramite immagini.

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Se gli Arcani Minori (56 carte del mazzo tradizionale) danno un quadro degli avvenimenti più quotidiani, scendendo nei particolari, gli Arcani Maggiori ci indicano le cause prime degli eventi (rimandandoci al senso generale degli eventi stessi). La rappresentazione di ciascun Arcano Maggiore è molto ricca dal punto di vista simbolico: ogni oggetto, ogni colore, ogni gesto ha un senso e nulla è lasciato al caso; le immagini hanno un potere evocativo illimitato, mentre i simboli toccano emotivamente la persona ed entrano in risonanza profonda con il suo inconscio, realizzando la magia dei Tarocchi [adattamento dal sito tarocchi.it].

ph.Giorgio Chiantini
ph.Giorgio Chiantini

Seguendo l’ispirazione avuta durante la visita al Parque Guell di Antoni Gaudí a Barcellona, poi rafforzata dalla visita al giardino di Bomarzo, Niki de Saint Phalle inizia la costruzione del Giardino dei Tarocchi nel 1979. Identificando nel Giardino il sogno magico e spirituale della sua vita, Niki de Saint Phalle si è dedicata alla costruzione delle ventidue imponenti figure in acciaio e cemento ricoperte di vetri, specchi e ceramiche colorate, per più di diciassette anni, affiancata, oltre che da diversi operai specializzati, da un’équipe di nomi famosi dell’arte contemporanea. Terminata solo nell’estate del 1996, la realizzazione del Giardino ha comportato, oltre ad un enorme lavoro di impianto, una spesa di circa 10 miliardi di lire interamente autofinanziati dall’autrice. Nel 1997 Niki de Saint Phalle ha costituito la Fondazione Il Giardino dei Tarocchi il cui scopo è quello di preservare e mantenere l’opera realizzata dalla scultrice ed il 15 maggio 1998 il Giardino dei Tarocchi è stato aperto al pubblico. (immagine a destra, motto dell’artista presso la scultura de L’appeso)

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Le sculture ispirate agli arcani maggiori dei Tarocchi, dense di significati simbolici ed esoterici, sono l’ultima tappa di un percorso artistico iniziato da Niki de Saint Phalle a metà degli anni Sessanta, dopo aver abbandonato il Nouveau Réalisme e gli assemblaggi polimaterici per la creazione delle cosiddette “Nanas”, enormi, sinuose figure femminili percorribili ed abitabili, la prima delle quali – la Hon – venne realizzata nel 1966 per il Museo di Stoccolma e la più famosa delle quali, la Tete, fu terminata nel 1973 nel bosco di Milly-la-Foret in Francia e dichiarata monumento nazionale dal presidente Mitterrand. Nei colori intensi e vivacissimi, nella “spasmodica dilatazione delle forme e nella solarità ispirata ai maestri del cromatismo, da Matisse a Picasso, da Kandinskij a Klee”, le corpose, esplosive sculture del Giardino dei Tarocchi, rivestite di un “abito di luce che trasforma le varie figure personalizzate in una favolosa successione di parure neobarocche”, rapiscono “l’attenzione e i sensi dello spettatore”, che, lungi dal percorrere un parco di divertimenti, compie una sorta di percorso iniziatico che si richiama ad illustri precedenti – Bomarzo, il Palazzo Ideale di Ferdinand Cheval nella Drome, il Parco Guell, le Torri di Watts di Simon Rodia di Los Angeles – ma che è connotato soprattutto dalla presenza di un Femminile materno e potente, carico di complessità simbolica e di “non casuali connessioni (…) con i “calvari” psichici e fisici” dell’autrice [adattamento dal sito giardinodeitarocchi.it].

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ph.Giorgio Chiantini

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“Le parole impresse sulle maioliche e riportate in apertura preparano solo in parte all’enorme emozione che si prova dentro Il giardino dei Tarocchi, varcando il cui ingresso improvvisamente si viene inghiottiti in un’altra dimensione fatta di miriadi di colori, figure fantastiche e luoghi inimmaginabili; le statue, quasi tutte di grandi dimensioni, giganteggiano sui visitatori, spesso anche con delle sembianze spaventose. La visita del giardino suscita interesse e curiosità e non lascia indifferenti; mentre gli adulti osservano le varie opere, i bambini si divertono come fossero in un paese incantato, percorrendo, dove possibile, le opere stesse senza nessun timore. Alla fine del percorso, come tutte le cose belle, dispiace che sia finito e rimane la sensazione di aver visto delle opere che hanno sicuramente arricchito di gioia gli occhi e il cuore come promesso dall’autrice.” [Giorgio Chiantini]

– a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco –

—> clicca sulle immagini per ingrandirle (dove non specificato, foto tratte dal web) <—
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ph.Giorgio Chiantini

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore da La massa critica del cuore – Antologia di poesia russa contemporanea

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore

(per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo)

tratte da “La massa critica del cuore…”, antologia di poesia russa contemporanea (cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio – Ed.Mimesis-Hebenon, 2013)

***
In verità lui già era ubriaco
Quando i ravioli portarono nei piatti
Alla stazione Savëlovskij, in mezzo ai macachi,
Disse con dolore: “Voi siete dei cerbiatti.
Se al posto di ‘sta merda ci fosse qui la neve,
Al posto del giubbotto di pelle un bel cappotto,
Sulle teste pelate un berretto come si deve
Non ci faremmo di certo vedere qua sotto.
E i ravioli, ostriche per noi beoni,
Non ci rimarrebbero dentro i gargarozzi.
Alla stazione Savëlovskij, alla stazione,
Non andremmo con auto rotte e zozze
I caffè e i bar qui san davvero tanti,
Persin più dei ravioli che ci siamo fatti.
Ed i ravioli non son merce soltanto:
Sono le ostriche per i cerbiatti”.
Lui scomparve alla sesta bottiglia,
Mi risvegliai a Medvedkovo, all’una e poi
Andai a casa, sorridevo con cipiglio,
Pensavo a come il fato si fa beffe di noi.
.
.
.
***
A smettere di vivere c’avran pensato in tanti,
Una volta almeno ognuno quest’idea concepì,
Ma non tutti san del cocktail dei suicidi aspiranti
La ricetta, che è liquore di banana con kefir.
.
Anche a me questa ricetta era ignota,
Ma nel novantaquattro ne venni a conoscenza:
Un mio amico che decise di farla finita,
Prima di morire mi dischiuse la sua essenza.
.
Eravam sulla Tverskaja in un negozio con un bar,
E mi chiese aiuto all’improvviso:
Un gommone da qualche parte avrei dovuto a lui trovar,
A lui che d’annegarsi si decise.
.
Con sé aveva preso una certa donnetta
Anche lei con la vita voleva saldare il conto,
Lui voleva che io fossi capitan della barchetta,
Avrei dovuto aiutarli ad annegarsi, a andare a fondo.
.
Il suo piano era il seguente: in un lago
Io li porto proprio al centro e gli lego
Mani e piedi con nodi belli stretti,
Per farli andare a fondo, andar giù dritti.
.
Dopo che io nell’acqua I i avrei lasciati andare,
Lasciati, come si dice, sul correre dell’onda,
E se la natura si fosse voluta ribellare,
Se qualcuno c ‘avesse ripensato a andare a fondo,
.
Aiutandomi coi remi avrei dovuto con violenza
In quell’idrico bacino mandarli verso il fondo.
Così desiderava lui finire I ‘esistenza
Insieme a quella donna, per togliersi dal mondo!
.
lo non trovai la forza per opporgli un rifiuto,
Mi limitai a non andare da lui il giorno fissato.
La sera speravo di vederlo seduto
AI bar, io decisi ch’era solo uno svitato.
.
Quella sera però non Io vidi affatto,
Né il giorno seguente, né la settimana che venne.
Un mese passò, pensai che in qualche anfratto
D’un lago aveva trovato il giaciglio suo perenne.
.
II millenovecentonovantotto fu quando,
Un quattro anni dopo la storia narrata,
Sulla Neglinnaja andavo, una sigaretta fumando,
E Io vidi a un tratto sotto un’arcata.
.
Vendeva porno a un tavolino e se ne stava lì sotto,
Lui non mi riconobbe, non so per che ragione.
Gli comprai un calendario con una qualche mignotta
E passai oltre assorto nelle mie meditazioni.
.
Quindi c’aveva ripensato ad annegarsi, alla fine,
Affogata l’amica probabilmente,
Sulla barca vide dal fondo salir le bollicine
Non volle figurar nel protocollo degli eventi.
.
E ora se ne sta lì e fa il suo commercio in santa pace,
E soltanto la sera, a casa sua, nella sua tana,
Come una volta in cucina mischiare gli piace
Di nuovo kefir e liquor di banana.
.
.
.

Andrej Rodionov, oggi riconosciuto come una delle voci più autorevoli del panorama poetico russo contemporaneo, ha debuttato all’inizio del nuovo secolo, facendo da subito parlare di sé, tanto per la novità della recitazione dal vivo, ispirata al sound­-poetry e al rap, quanto anche per le tematiche trattate. La sua lirica è volutamente grossolana, il verso accentuativo strizza l’occhio alla lettura tribunizia di Majakovskij, ma il lessico rimanda alla scena musicale del post-punk degli anni Novanta e del folclore criminale di stampo urbano.

La posizione di “osservatore partecipante”, riprendendo una definizione utilizzata da I. Kukulin e tratta dal lessico antropologico, porta Rodionov a utilizzare la stessa lingua dei personaggi che ritrae ed esamina, gli abitanti delle periferie operaie, sognatori delusi, le cui dipendenze appaiono come l’unica via d’uscita da un grigiore onnipresente. II poeta si identifica in maniera totale tanto con i suoi eroi, giovani con tendenze semicriminali, alcolisti, prostitute, quanto con un mondo alla rovescia, intimamente sbagliato, ma che si sa essere l’unico possibile, un mondo retto da leggi particolari, comprensibili soltanto ai suoi abitanti e paradossalmente basate su un codice etico ben più saldo di quello della Mosca del centro e delle periferie prospere.

La lirica di Rodionov è implicitamente romantica, essa descrive un mondo frammentato e violento, sogni e speranze vane, alle quali è impossibile rinunciare. Nei confronti dei suoi protagonisti e di se stesso Rodionov ha un atteggiamento disincantato, ironico, che spesso sconfina in un atteggiamento cinico, ma che mitiga il tragismo di questi versi. Essi sono lo specchio dello stato di crisi della società dopo il fallimento delle utopie, delle ideologie e dei valori che per un secolo l’hanno caratterizzata nel bene e nel male. L'(anti)estetica rude e volgare di Rodionov è, a ben guardare, l’estetica della Mosca di oggi, di una metropoli priva di un’identità definita, nella quale vagano figure costantemente alla ricerca di un’appartenenza e di punti fermi, che si sanno essere ormai irrimediabilmente scomparsi.

Angela Greco, un inedito

Il buongiorno è una questione di colori,
prospettiva e caffè; senza zucchero
si assapora il gesto privo di troppe domande;
un abbraccio è soltanto il ritorno al luogo d’origine,
un osservatorio privilegiato dove ritrovarsi. Poi,
il tempo di una caramella, che lenta carezza
la lingua, mi riporta te, le tue mani e il tuo non dire
così vicini da sentirne il fiato lungo ogni vertebra.
.
Suona con questi pensieri poco più di metà novembre.
Arlecchino tratteggia, senza saperlo, l’ultima passeggiata;
una goccia rossa sul verso finale, mentre sfilano
personaggi fedeli allo schiocco di frusta del regista.
.
Un piede dopo l’altro, sei altissimo in questo equilibrio
dal caro prezzo. Un giardino lega paese vecchio e
idee d’Irlanda, mentre ci attraversa la via incurante
di ricordi e fiera di dimenticanze. Il risultato lo sapremo
solo tra qualche ora; nel frattempo, giri di ferro e pietre
in successione, tra la folla che non sa del compasso
e della punta acuminata utile alla perfezione.
.
Si apre ancora quel cancello che si liquefa tra le dita.
Tienimi ancora la mano, lascia che la malachite dei tuoi occhi
mi guarisca, sorridi sul decumano, augure di magnifico presagio,
e lascia all’angolo la difesa di questo giorno di convulsioni emotive
e insperata gioia.Vado a fare tre biglietti per tornare a casa.
.
Angela Greco, novembre 2018, inedito.
in apertura: Famiglia di saltimbanchi Pablo Picasso 
.