E tu, dove vivi?

Buenos Aires di Jorge Luis Borges

E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

*

Paese di Leonardo Sinisgalli

Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalla cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.

Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Foreste sono state sotto il mare per millenni”.
“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto”.
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
“Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è nei rintocchi della campana di mezzogiorno”.

I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita”. La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.
Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.

“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me”. Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:

la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti”. Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli,
ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti
“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo”
“I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide”.

Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi”. Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.

Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “Io ho buttato le redini sulla groppa”.

*

Città vecchia di Umberto Saba

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

da Foglie di tabacco di Vittorio Bodini

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.
.

*

La città di Pablo Neruda

E quando in Palazzo Vecchio, bello
come un’agave di pietra, salii i
gradini consunti, attraversai le antiche
stanze, e uscì a ricevermi un operaio,
capo della città, del vecchio fiume,
delle case tagliate come in pietra di
luna, io non me ne sorpresi: la maestà
del popolo governava.
E guardai dietro la sua bocca i fili
abbaglianti della tappezzeria, la
pittura che da queste strade contorte
venne a mostrare il fior della bellezza
a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro
poeta di Firenze lasciò in perpetua
caduta senza che possa morire,
perché di rosso fuoco e acqua verde
son fatte le sue sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io
indovinai.
Però non era, dietro di lui, l’aureola
del passato il suo splendore: era la
semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all’aratro,
dalla fabbrica oscura, salì i gradini col
suo popolo e nel Vecchio Palazzo,
senza seta e senza spada, il popolo,
lo stesso che attraversò con me il
freddo delle cordigliere andine era lì.
D’un tratto, dietro la sua testa, vidi la
neve, i grandi alberi che sull’altura si
unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi
riceveva con un sorriso e mi dava la
mano, la stessa che mi mostro il
cammino laggiù lontano nelle
ferruginose cordigliere ostili che io
vinsi.
E qui non era la pietra convertita in
miracolo, convertita alla luce
generatrice, né il benefico azzurro
della pittura, né tutte le voci del fiume
quelli che mi diedero la cittadinanza
della vecchia città di pietra e
argento, ma un operaio, un uomo,
come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del
giorno, e quando ho sete credo
nell’acqua, perché credo nell’uomo.
Credo che stiamo salendo l’ultimo
gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la
semplicità instaurata sulla terra, il
pane e il vino per tutti.
.
(dal web – in apertura, opera di P.Gonzales; in chiusura, U.Boccioni, Visioni simultanee)
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Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco

Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco (YCP, 2018) per il sito literary.it (qui)

Poesia. La divisione del testo in XIV stazioni fa presupporre – e in linea generale si conferma – una scrittura ‘evangelica’ che subisca un certo influsso anche sotto l’aspetto stilistico: questa incidenza che persiste nel tempo è il segnale di una religiosità la quale, pur nella multiforme disposizione dei singoli soggetti, non scompare, ma anzi si arricchisce di volta in volta di nuove sfaccettature senza nulla perdere del messaggio originale. Fin dalla prima stazione si apprende che la bellezza in realtà può nascondere la morte e i simboli eseguono una funzione letale.

Se poi la poetessa vuole illustrare il paesaggio e i suoi fenomeni ecco che la descrizione conserva i toni profondi quasi d’un presagio. Anche volendo sottolineare la resa strettamente poetica, l’invenzione si connette al senso figurativo, per esempio nella terza stazione, cogliendo i singoli particolari in una luce opaca che sembra provenire in senso obliquo e partecipa interamente al dramma. Altra osservazione verrebbe da farsi nella quarta stazione: il dio con la minuscola prospetta una oggettività formale e linguistica che riduce al medesimo livello i suoi elementi.

Ma la parte figurata, che prevedeva una certa classicità, tende a trasformarsi in nuove dimensioni, con la coscienza di un tempo diverso, del mondo di ora e qui, assai lontano dal suo principio, e tuttavia riesce a penetrare la dura scorza di una società disattenta. L’heautoscopia (ma la parola va reinterpretata) genera la bellezza quando “l’occhio muta fiori in bianche dimenticanze”: siamo su un approdo finale, ove il dettato acquista un tono angoscioso: sarà veramente sconfitta la morte o quel dio non è già morto nel cuore degli uomini?

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Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Rosario (Sarino) Bocchino

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OLTRE LA RETE: Rosario (Sarino) Bocchino

“Sono arrivato alla poesia quasi per caso dieci anni fa. Ma già da molto prima sentivo, in maniera quasi graffiante, l’esigenza di dare inchiostro alle mie emozioni. Dapprima come un esercizio, un diario personale su cui fissare qualunque cosa, successivamente, con più continuità e approfondimento. Col tempo si è trasformato in un luogo dove trovare “calore”, una diversa anima da appuntarmi al petto. Grazie alla rete ho avuto modo di interagire con alcuni autori che si sono rivelati fondamentali per la mia crescita, sebbene il tratto nativo sia rimasto fondamentalmente quello originale. All’attivo poche partecipazioni a concorsi di scrittura, tra cui tre primi posti e vari piazzamenti da finalista, diverse pubblicazioni su alcune fanzine letterarie. Attualmente scrivo su vari gruppi online e ho collaborato per alcuni anni, come moderatore, con uno di essi. Da circa due anni gestisco un blog personale  https://rosariobocchino.wordpress.com/ “.

*
un miracolo da rimettere in sala
.
a volte ho creduto anche nei confini,
quelli in cui i mattoni delle case
aspettavano l’inverno, alle parole cosparse
di piccole meraviglie fuori scena
.
alle angolazioni involontarie
che sapevano di vantaggio,
luci che fuori parlavano di strade
come certe stravaganze finite su tela
.
ho creduto anche nella polvere
quando tra i solai si rifugiavano lanterne
simili a tante cose,
sfumature cresciute con gli anni
e mortificate dalle screpolature delle assi
.
spesso le intersezioni dei chiodi
erano un nuovo allestimento di cielo,
proprio quando per un volo
bastava un tema di carta velina,
da dare agli occhi e al sacrificio delle ali
.
ho creduto alla bocca di cento labbra,
come ai mille sogni da bestemmiare
con tutta la saliva del mondo,
alle maschere appena prima che fosse carnevale
.
ma le preghiere durano per non parlare,
in fila dentro qualche sedia
e un miracolo da rimettere in sala
.
.
*
sulla strada lontana
.
le attese sono creazioni
di un dopo mai arrivato prima,
niente è passato,
né passioni a raccolta,
nemmeno il tempo della luce
.
lento s’abbassa un volto
sulla strada lontana,
una misera certezza d’orologio
lascia un cappotto sbiadito,
di un’ora è sconfitta ogni lancetta mossa
.
gli alberi piegati vanno a tramontana
a misura di viaggio con niente intorno,
quasi un mare le voci,
forse sarà come tornare a casa
la sete alla finestra
.
di nulla mi arricchisce la destrezza
di questo cielo a soffitto,
nemmeno il canto breve di un clacson,
della luna tagli di pozzanghera assistono
.
è ancora in passi da correggere
questo essere figli,
terremo al tramonto le vie
a condizione di splendere spesso
.
.
*
le cime sono solo degli alberi
.
le cime sono solo degli alberi
quando il sole scende dalle pareti,
tutt’intorno il cielo degli uccelli
rimane imprevisto quanto un telo capitato
.
di sotto un mondo asciutto
che non ha posto, nessuna stazione in arrivo
appena due metri di viaggio
e una bicicletta attraversata dal viale
.
sulle corsie parcheggiate il dubbio
delle multe si presta ai palazzi,
le foglie lente appena passate
proprio come qualsiasi cosa
.
più in là, tra i piedi di chi ha perso anche il vento,
un uomo con gli occhiali
diminuisce verso est,
come gli alberi che si immaginano alle finestre
.
in fondo il portone giallo, un po’ appartato,
accosta gli occhi al passaggio delle auto,
cambia colore se mosso in silenzio
.
mentre a largo delle scale il bagliore dei vetri
non ha coincidenze particolari,
alla fine si spera solo che arrivi in tempo
.
.

 

Louis-Sussmann Hellborn, La bella addormentata – sassi d’arte

louis-sussmann-hellborn-1828-1908-bella-addormentataLouis-Sussmann Hellborn, La bella addormentata (The Sleeping Beauty)

C’erano una volta un re ed una regina, che desideravano tanto avere un erede e che finalmente ebbero una bambina, a cui diedero il nome di Aurora. Organizzarono una grande festa e invitarono tutti i sovrani delle terre confinanti e tutte le fate dei regni, eccetto la Fata della Montagna, così anziana che nessuno si ricordava più di lei. Le fate portarono doni magici ad Aurora: bellezza, grazia, gentilezza, intelligenza ed abilità ovunque si sarebbe applicata. Era quasi il turno della settima fata, colei che avrebbe dovuto pronunciarsi sull’amore, quando arrivò la Fata della Montagna; offesa per essere stata dimenticata, lanciò il suo strale sulla bambina: “Voglio anch’io fare un dono alla principessa, anche se non ho ricevuto nessun invito: sarà la più bella principessa, ma all’età di sedici anni, pungendosi con un fuso, morirà”. Detto questo, la fata sparì in una nuvola nera. I genitori erano disperati, ma la settima fata venne loro incontro con queste parole: “Non posso annullare il maleficio, ma posso modificare la sentenza e, quando si pungerà non morirà, ma cadrà in un sonno di cento anni, da cui sarà svegliata dal bacio del vero amore”. Il re allora fece distruggere tutti i fusi. Intanto passarono sedici anni ed Aurora,  nel castello di campagna, decise di esplorare le stanze. In una stanza viveva una vecchina sorda, che non aveva mai sentito del divieto di filare con l’arcolaio. Aurora fu stupita dal fuso che non aveva mai visto prima e volle provare ad usarlo, ferendosi. Cadde a terra come morta. Fu allora che giunse la settima fata, la quale avvolse tutti gli abitanti del castello nel suo incantesimo, facendoli cadere in un sonno profondo, avvolgendo poi il castello stesso in un impenetrabile foresta di rovi.
Trascorsero cento anni…

La Bella Addormentata, circondata da delicati rami di rose, dorme il sonno fatato adagiata su una sedia di marmo; ai suoi piedi, nel candido marmo, la punta acuminata del fuso di metallo in contrasto col candore della fanciulla, ricorda la sventura a cui la ripicca di una fata l’ha destinata… L’attimo più intenso della famosa fiaba della tradizione europea è colto nel 1878 con poetica maestria dallo scultore Louis-Sussmann Hellborn, artista tedesco (Berlino, 20 marzo 1828 – Berlino, 15 agosto 1908), nonché pittore collezionista e imprenditore d’arte tedesco.

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Hellborn fu una figura di spicco nella Berlino di fine Ottocento,  dove fu uno dei fondatori del Museo Reale delle arti decorative e, grazie ad una certa agiatezza economica, poté creare grandi sculture in marmo come La bella addormentata, alla quale deve la sua notorietà. La scultura non mancò di essere assunta anche come simbolo della storia che la Germania stava vivendo al tempo della sua creazione: nella seconda decade del Novecento, infatti, mentre la bella addormentata dormiva, la Germania veniva destata improvvisamente dalla rivoluzione che l’avrebbe portata all’unificazione nazionale, dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71 e alla trasformazione dello stato tedesco da monarchia costituzionale in repubblica pluralista, parlamentare e democratica.  In quel momento simboli nazionalisti erano più che benvenuti e la Bella Addormentata, immortalata dalla penna dei tedeschi fratelli Grimm, era un’immagine ideale, anche se gli autori delle fiaba l’avevano adattata da un racconto dello scrittore francese Charles Perrault, che a sua volta si era ispirata ad un racconto di un altro autore, l’italiano Giambattista Basile. Questa fiaba indimenticabile proviene da numerosi racconti popolari, nessuno dei quali, però, di matrice tedesca, purtuttavia rimanendo tra i protagonisti di una classica storia tedesca, tanto che l’opera rimane a dormire il suo sonno eterno accanto alle scale della Galleria Nazionale di Berlino.

…un giorno passò lì vicino il principe di un paese confinante. Rimase incuriosito dai rovi e dal castello che spuntava e chiese ad un eremita se sapeva qualcosa: “Mio nonno mi disse che lì dormiva una principessa di rara bellezza: tanti principi hanno provato a raggiungerla, ma non ci sono riusciti!”. Il principe volle tentare ed iniziò ad addentrarsi nella foresta: magicamente, i rovi si aprivano al suo passaggio, permettendogli così di giungere al castello. Allora il principe iniziò ad esplorare tutti gli spazi di quel luogo in cui il tempo si era fermato, fino a giungere in una delle camere da letto, dove trovò la principessa addormentata; era così bella che non poté fare a meno di baciarla. Aurora si ridestò e ringraziò il suo salvatore…
(a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco – notizie ed immagini dal web)

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Gianmario Lucini, Fossimo rimasti aviatori di sogni…

Fossimo rimasti aviatori di sogni… di Gianmario Lucini (1953-2014)

E’ molto facile adunare pensieri
nelle mistiche sere, farne vestiti
da indossare ai galà delle chiacchiere. Il male,
alieno lo senti, lontano. Lontano
.
la sera non ha più bambini – sciamano
in nuvole rosse, sagome nere –
non ha vestiti l’orrore, non ha voce;
spalanca ingordo il tunnel della gola.
.
Regrediscono pensieri nel deserto
nessuno li può riscattare prigionieri
per quarant’anni fra le dune e noi, lontani
continueremo i galà delle chiacchiere
.
come trofei da impagliare nella sera.
.
.
***
.
.
Non abbiamo ali: nella sua saggezza
Dio ci fece bipedi lenti, non pose
cavalli di frisia fra terra e terra
se non il profondo pensiero del mare
.
ed imparammo a varcarlo, il mare
fin dove si spalanca l’infinito
imparammo a volare intensamente
chiudendo gli occhi e ascoltando il vento
.
(fossimo rimasti aviatori di sogni…)
.
ed è davvero un tempo buio, il presente
che ci costringe a imitare le talpe
scavare vie nascoste all’occhio dei falchi
sotto confini che Dio non impose
.
scaviamo la rena soffice che frana
tagliandoci ogni ponte con il sole
per poco pane, un’arma per uccidere
e illuderci così di sopravvivere.
.
.
***
.
.
Dal mio guanciale vedo l’alba sul mare
ogni mattino ripetersi il miracolo
dell’origine e mi cruccio
di non poter gioire di tanta bellezza
trepida come il primo amore;
.
non più dormiente e non ancora sveglio
con il volto mezzo allegro e mezzo triste
m’affaccio al terrazzo e saluto il sole
ed egli mi saluta
m’inchino a nuvole rosse, alla montagna
che già si bagna del riflesso del mare
.
potrei gioire
come un bambino in un giorno di vacanza
ma questo cupo basso continuo
non mi lascia scampo: è una voce
che spaventa, una marea che monta
e non la posso contenere
.
non posso contenere quel sangue
che grida nel nostro silenzio
dai luoghi dove spunta il sole.
.
E’ questo il segreto dolore
la remora che mi tiene
nell’angoscia che non trova
parole da dire nel mondo delle chiacchiere.
.
.

Per questa gentile condivisione si ringraziano la sig.ra Marina Marchiori e il sito poiein.it – in apertura: Paul Klee, Luogo eletto, 1927.

Friedrich Hölderlin, Ricordo

RICORDO, poesia di Friedrich Hölderlin

È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
ma sopra
è in vedetta la nobile coppia
delle querce e i pioppi d’argento –

io mi ricordo
ancora del bosco d’olmi
che china le larghe cime dei monti
sul mulino, ma nella corte
cresce la pianta del fico.
Nei giorni di festa
vanno le donne brune
sopra un piano di seta,
al tempo di marzo,
quando uguali son la notte e il giorno,
e sui sentieri lenti
carico di sogni d’oro
passa ondoso il respiro del vento:
ma mi si offra quella coppa inebriante
colma di luce bruna
perché possa riposare:
dolce sarebbe
sotto le ombre il sonno.
E male è se l’anima si perde
lontano da pensieri di mortali.
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.

Ma gli amici, dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?
C’è chi ha timore
ad andar alla fonte.
Ma la ricchezza ha inizio
nel mare. Essi come pittori
raccolgono tutta la bellezza
del mondo e non spregiano
la guerra alata, avere
la casa sotto un albero senza fronde,
per anni, solitari,
dove la notte non ha luci
di città e di feste
né musiche né danze native.

Ma ora quegli uomini sono salpati
per le Indie, nel promontorio arioso
presso le erte vigne
da cui la Dordogna scende
e insieme alla Garonna sfarzosa
esce fiume ampio come mare.
Il mare dona e toglie il ricordo;
l’amore fissa i suoi occhi fedeli.
Ma il poeta fonda ciò che resta.

(Trad. di Enzo Mandruzzato)

.

Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) è uno dei massimi autori del romanticismo tedesco. Durante la sua formazione avvertì l’influsso di Klopstock, Kant, Schiller, Rousseau, e dei greci. Da giovane, studente a Tubinga, sentì fortemente il richiamo del verbo rivoluzionario propagato dalla Francia. Cominciò a scrivere, giovanissimo, inni ed elegie schillerianamente patetiche nel tono e idealizzanti nel contenuto. Tra le traduzioni italiane delle sue poesie Alcune poesie di Hölderlintradotte da Gianfranco Contini, Firenze, Parenti, 1941 – Torino, Einaudi, 1982; Le liriche, 2 voll., trad. Enzo Mandruzzato, Milano, Adelphi, 1977; Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, con uno scritto di Andrea Zanzotto, Milano, Mondadori (collana “I Meridiani”), 2001. Ricordiamo, inoltre, Iperione, o l’eremita in Grecia, saggio introduttivo di Jacques Taminiaux, Parma, Guanda, 1981 (trad. Marta Bertamini e Fulvio Ferrari); La morte di Empedocle, saggio introduttivo di Elena Polledri, Milano, Bompiani (collana “Il pensiero occidentale”), 2003 (trad. Laura Balbiani); Scritti sulla poesia e frammenti, Torino, Boringhieri, 1958 (trad. Gigliola Pasquinelli); Diotima e Hölderlin: lettere e poesie, Milano, Adelphi, 1979 (trad. Enzo Mandruzzato); Sul tragico, saggio introduttivo di Remo Bodei, Milano, Feltrinelli, 1980; Scritti di estetica, Milano, SE, 1987 (trad. Riccardo Ruschi); Edipo il tiranno, introduzione di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991 (trad. Tommaso Cavallo); Antigonae di Sofocle nella trad. di Friedrich Hölderlin, saggio di George Steiner, Torino, Einaudi, 1996.

(dal sito Nuovi Argomenti)

Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)

Friedrich Schiller, La forza del canto

La forza del canto

Con il rombare del tuono giunge
da rocce crepate un torrente di pioggia,
i monti seguono squarciati il suo rovescio,
e al suo passaggio crollano le querce;
l’ode il viandante stupefatto,
fra voluttà ed orrore, e ascolta,
ascolta il flusso scosciante dalla rupe,
ma non sa, da dove urla:
così, da fonti mai scoperte,
erompono le onde del canto.
.
Alleato di potenze tremende,
che volgono mute i fili della vita,
chi può vincere l’incanto del poeta,
chi può resistere al suo canto?
Egli governa i cuori commossi
quasi possedesse una verga divina:
li immerge nel regno dei defunti
e poi, stupiti, li volge al cielo,
cullandoli così, fra gioco e gravità,
sulla mutevole scala dei sentimenti.
.
E come entrasse all’improvviso, con passo da gigante,
misterioso e spettrale, un destino immenso
nel cerchio della gioia –
fa piegare ogni potere terreno
dinnanzi al forestiero d’altro mondo,
tace il vano frastuono d’esultanza,
cade ogni maschera,
mentre difronte all’impotente trionfar del vero
sparisce ogni opera della menzogna.
.
Così, quando risuona l’invito del canto,
l’uomo lascia il peso d’ogni vanità
e s’innalza alla dignità spirituale,
mentre accede in un sacro dominio;
egli appartiene agli dèi superni,
non può sfiorarlo nulla di terreno,
ogni altra forza deve tacere,
nessuna sciagura può più colpirlo;
fin quando regna la magia del canto,
svaniscono le rughe del dolore.
.
E come un bimbo, con calde lacrime di pentimento,
si getta sul cuore della madre dopo disperata brama,
dopo lungo distacco e amara pena,
così il canto riporta il fuggitivo
nelle fedeli braccia della natura,
al suo rifugio di gioventù,
alla sua schietta ed innocente sorte,
da remota contrada e ignote usanze,
per riscaldarlo dai freddi precetti.
.
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Friedrich Schiller (Johann Christoph Friedrich von Schille, nato a Marbach am Neckar il 10 novembre 1759 e deceduto a Weimar il 9 maggio 1805) è stato un poeta, filosofo, drammaturgo e storico tedesco. La poesia sopra riportata è tratta da Poesie filosofiche a cura di Giampiero Moretti, Ed. SE, 2014 di cui, sotto, si riporta la quarta di copertina

“La questione del senso della storia divenne inesorabilmente, per Schiller, la domanda sul passaggio dal paganesimo al cristianesimo e sulla verità poetica di tale passaggio. Al fondo di queste poesie filosofiche troviamo perciò una serie di tragici interrogativi: è possibile la poesia in un’età del mondo cristiana? Si rivela ancora la grazia della parola poetica una volta che gli antichi dèi sono fuggiti? E infine: qual è il compito del poeta in una dimensione storica che si dà a conoscere nell’oscillazione incerta fra presenza e assenza del divino? […] Il rapporto tra gli antichi dèi e il Dio cristiano non è un’idea filosofica che Schiller cerca di volgere in versi, ma uno spazio della verità esistenziale dell’uomo al cui interno la parola poetica può, ovvero anche può non darsi. Il disincanto del mondo, con le sue venature ancora romantiche, si scopre allora accompagnato da un ospite inquietante, il nichilismo.” (a cura di Giampiero Moretti)

***

Immagine d’apertura: Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462-1464 circa, Londra, The Wallace Collection, affresco staccato, strappato e trasportato su tela, 101,6 x 143,7 cm (dal sito storedell’arte.com)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Michela Zanarella

Proseguono i nostri incontri con gli Autori e con la poesia che oggi si scrive e oggi si legge; Autori a cui rivolgo sentitamente il mio ringraziamento per aver aderito con entusiasmo a questa rubrica, a questo spazio di gratuita divulgazione, che vuole, con caparbia presenza dire, semplicemente, che di Poesia si ha ancora bisogno! (AnGre)

Clicca Qui per leggere gli altri Autori

OLTRE LA RETE: Michela Zanarella

LO DICEVA ANCHE HIKMET
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Lo diceva anche Hikmet
l’assenza è un ponte fra noi
e anche se avrei bisogno delle tue mani
e dei tuoi passi
il tuo non essere qui ora
mi sta insegnando a cercarti
dentro ogni cosa.
Così prendo un soffio di vento
e gli affido il tuo nome
e se vedo la gente che mi sta intorno
la guardo come se avesse i tuoi occhi.
Quando voglio avvicinarmi a te
faccio andare l’anima verso il mare
lì dove l’infinito ci riguarda
e la nostra vita segue i movimenti dell’acqua
e poco a poco si fa strada
nella pelle del cielo chiamando luce.
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NELLE MANI
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Nelle mani
Si sono mosse anche le linee del tempo
dentro i palmi
quando hanno sentito la vita
camminare tra le dita.
Nelle mani
abitano i volti di chi abbiamo amato
e in penombra
restano i silenzi
di chi è sfuggito dal corpo
per farsi luce.
Nelle mani
esistono ritmi di cielo e di terra
e stanze da riempire e svuotare.
Nelle mani
c’è abbastanza mondo
per accorgersi del mare
e per ascoltare l’amore.
A volte basta una carezza
per restituire il sorriso a qualcuno
a volte basta pregare
per un momento
per far sentire il sole
anche alla notte.
A volte basta credere alle stelle
per tenere in pugno
l’eco di un sogno.
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MADRE SE TI SONO IDENTICA
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Madre se ti sono identica
nelle labbra e nell’anima
allora forse capirai che adesso
sto cercando di imparare ad amare.
Ho quasi timore
di estirpare la radice del dolore
di un passato che mi ha costretto
a immergermi nel buio.
Credo sia giusto
che io ora smetta di nascondermi
nel contrario delle cose
e che lasci proseguire la luce
che ho visto in sogno
dagli occhi fino alle caviglie.
Una luce che assomiglia
al silenzio di un uomo
che ha l’alfabeto del mio cuore
tra le mani.

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Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato tredici raccolte di poesia. In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. E’ Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF)

Umberto Saba, tre poesie

Tre poesie di Umberto Saba (Trieste, 1883 – Gorizia,1957)

Inverno

È notte, inverno rovinoso.
Un poco sollevi le tendine, e guardi.
Vibrano i tuoi capelli, selvaggi,
la gioia ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto
– era un’immagine della fine del mondo –
ti conforta l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo si avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

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Un ricordo

Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.

Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
pensavo e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;

il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

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L’ora nostra

Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle mole quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.

È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, gli artieri in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.

È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.

immagine d’apertura: R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964

Appunti di viaggio.

♦  In questi ultimi quattro giorni in cui ho avuto la fortuna di viaggiare ho visto un Paese grande, forte e bellissimo: le gru ancora impegnate per la ricostruzione del centro storico dell’Aquila, dopo la devastazione naturale (e non solo) a cui tutt’oggi altre parti d’Italia non sfuggono, la potenza del Gran Sasso già innevato, l’ingegno nel costruire e ricostruire case e strade, la mano geniale di Buonarroti nella Cappella Sistina, la commovente delicatezza della Pietà di Van Gogh, l’eterna bellezza di Roma nonostante tutto, la commozione della gente di paese sulla Linea Gotica a cento anni dalla fine della Grande Guerra… ho ascoltato le Beatitudini, ammirato l’autunno nei colori delle foglie e ho corso senza redini nella pianura di Capitanata, tra panorami da togliere il fiato, tornando a casa, qui a sud…ecco, leggendo, poi, notizie di politica e di cronaca, è stato inevitabile domandarsi: come abbiamo fatto a finire al livello in cui siamo? Dove abbiamo svoltato nella direzione opposta alla nostra natura di esseri umani?  (Angela Greco)

ph.AnGre, Musei Vaticani, dettaglio.

Barabba, un altrove – di Giovanni Luca Asmundo

Giovanni Luca Asmundo legge Ancora Barabba (YCP, 2018) di Angela Greco.

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Barabba, un altrove (qui il libro)

La plaquette “Ancora Barabba” di Angela Greco è parte di un progetto più ampio in corso, attraverso il quale modulare il tema dei naufragi. Lo sfondo della narrazione è una Palestina metaforica, un paesaggio interiore a tratti mistico ma non necessariamente evangelico.

Non appare casuale che l’incipit della silloge, “La città vista da qui sembra smisurata”, si apra sul corpo della città, riflettendo sul limite dell’orizzonte, immediatamente negato e “misurato” dal verso successivo, “Il drappo protegge il sinedrio dalla luce”.

Il tempo naturale sembra rivestire anch’esso un ruolo centrale nella narrazione, ad esempio nella V poesia, in cui si rappresenta un’alternanza del giorno e della notte di volta in volta teatrale (“Il giorno nasce con la piega greve / della maschera che ti accompagna / al posto numerato comprato”), spirituale (L’attesa si sveste di silenzio / inizia la rincorsa a qualunque cielo / sia in grado di ascoltare”) e drammatico-ironica (terza e quarta strofa).

Nella VII poesia, il testo centrale della raccolta, vi è un dittico forse emblematico rispetto alla raffigurazione della condizione umana di marginalità per come questa appare interpretata e declinata attraverso la plaquette: “Sono pagano e non conosco nessuno / (anche Pilato proviene da un altrove)”.

Giovanni Luca Asmundo (architetto e poeta)

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Robert Delaunay, Primo disco simultaneo – sassi d’arte

Robert Delaunay, Primo disco simultaneo (Le Premier Disque, 1913/14)

olio su tela, diam. 135 cm – Coll. di Mr. e Mrs. Burton G. Tremaine, Meriden, Connecticut

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Robert Delaunay sviluppò le sue opere a partire dagli influssi del Cubismo e del Futurismo italiano. Il concetto di Orfismo, coniato dal poeta Guillaume Apollinaire e ispirato alla figura del cantore Orfeo, sottolinea il carattere sinestetico e armonico dei colori nelle composizioni orfiche. Al contrario di quanto avveniva nelle opere cubiste di Pablo Picasso, Delaunay cominciò, intorno al 1910, a conferire una sostanziale qualità cromatica a forme risultanti da una scomposizione prismatica. I suoi colori acquisirono sempre più un significato autonomo, tanto che Apollinaire, in riferimento a questi quadri, parlò in termini entusiasti di “peinture pure”, una pittura che faceva affidamento esclusivamente alla forza espressiva dei colori.

Precursore del Primo disco simultaneo del 1913/14, il primo lavoro di Delaunay a svincolarsi del tutto da ogni espressione figurativa, fu un gruppo di opere realizzate qualche mese prima e basato su forme circolari, che rimandavano al motivo del sole. In quel caso, l’artista si era rifatto direttamente agli effetti cromatici e luminosi del sole e aveva trasposto queste esperienze nella pittura. Nel 1913 Delaunay, insieme alla moglie, l’artista Sonia Delaunay-Terk, trascorse l’estate a Louveciennes, dove riuscì a produrre in se stesso precise sensazioni legate ai colori, osservando direttamente l’abbagliante luce solare e cercando di fissare sulla tela le immagini che persistevano una volta chiusi gli occhi. Risultato di questa operazione sono composizioni raffiguranti un ritmico vortice cromatico, che schiarisce progressivamente man mano che ci si avvicina al centro del dipinto e i cui colori finiscono per fondersi  in un bianco che pervade tutto.

Nel Primo disco simultaneo Delaunay spinge ancora oltre questo processo sistematizzando tanto la costrizione dell’immagine quanto la composizione cromatica. La tela tonda si articola in cerchi concentrici, che a loro volta vengono suddivisi in quattro segmenti circolari sull’asse orizzontale e verticale. L’organizzazione cromatica segue un modello della teoria dei colori: il principio applicato da Delaunay dei contrasti cromatici simultanei si basa sulla tavola delle diverse intensità di colore sviluppata già nel 1839 da Michel Eugène Chevreul, che classificava i colori in contrasti complementari, quindi rosso con verde (risultante dalla mescolanza di blu e giallo) o blu con arancio (risultante dall’unione di rosso e giallo). Inoltre Chevreul distingueva i colori caldi da quelli freddi, così come le armonie di toni simili risultanti dai contrasti di valori cromatici lontani. Delaunay si rese conto del fatto che, nel caso di una percezione simultanea di due colori vicini, l’intensità cromatica poteva essere aumentata.

Dopo che Delaunay ebbe portato il processo di astrazione dei suoi quadri fino alla totale perdita di riferimenti figurativi ed ebbe abbandonato qualsiasi riferimento al mondo naturale per l’organizzazione dei colori, si trovò a dover affrontare la questione di come disporli sulla superficie, dal momento che non ammetteva alcuna distribuzione arbitraria.

Nel 1917, si lamentava con l’amico Apollinaire: “Tutte queste divagazioni, cubiste e futuriste, tutte queste compiaciute meditazioni estetiche, questa pittura degli stati d’animo, queste quarte dimensioni: tutto ciò non è né pittura né arte”. Trovò una soluzione a questo dilemma nelle teorie del colore elaborate da Chevreul: esse, infatti, dissipavano il dubbio dell’arbitrarietà, così importante per Delaunay, e fornivano alle sue composizioni cromatiche una chiara organizzazione compositiva.

(da Arte Astratta, Taschen Ed.)

 

 

Ines Cergol, tre poesie tradotte dallo sloveno

Ines Cergol, tre poesie tradotte dallo sloveno da Jolka Milič per la rivista “Fili d’aquilone” che si ringrazia; clicca qui per altri testi in sloveno e italiano.

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C’è acqua
quando è vuota la sorgente?

Favole di fondali,
voci di oscurità
generano inquietudine
e nascosta nel tempo
risvegliano la fonte
che cade, cade
attraverso la pace
nel buio delle profondità
e sogna, sogna
la propria origine
fino ai dolori della nascita.

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ANGELICO FREMITO

l’ultima spira
dell’incenso odoroso
promette la salvezza
posa in modo così seducente le labbra
sulle gelide pietre
da provocare dolore
dolore nel corpo
dolore negli angoli degli occhi
il bianco pulviscolo nevica oltre l’orizzonte
pizzica le mani vuote
cent’anni di solitudine
traversano veloci il mare
le rondini perdono il volo
le passiflore chiudono in sé le loro corolle
coprimi
coprimi davanti a questo bianco freddo
forse dio avrà pietà
avvertendo
l’angelico fremito

.

ESSERE IDENTICO

essere un altro
in te
estraneo a te e a sé
nella realtà di nessuno
con una metà
fissare assorto il deserto
correre verso il nulla
sul cordone ombelicare
oscillare nella morte
essere lo stesso
intero a metà
chiuso-aperto

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La letterata slovena Ines Cergol è nata nel 1959 a Capodistria, dove vive e lavora. Scrive e pubblica poesia, saggi, critiche letterarie, articoli e trattati specializzati in quasi tutte le riviste nazionali e anche all’estero. In passato, per vari anni, si è dedicata al giornalismo e a lungo è stata redattrice esterna per la casa editrice Lipa di Capodistria, e per altre editrici slovene ha curato parecchi libri. Da più di vent’anni organizza nel Capodistriano, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina incontri culturali. Si occupa anche di traduzione dal croato in sloveno. Insegna sloveno al ginnasio di Capodistria, però – oltre alla lingua slovena – si è laureata anche in serbo-croato all’università di Ljubljana. In quanto membro attivo dell’Associazione degli scrittori sloveni ha fatto parte del suo comitato esecutivo ed è stata presidente dell’affiliata Associazione dei letterati del litorale con sede sul Carso, quest’ultima purtroppo fortemente in crisi.
Ha pubblicato tre raccolte di poesia: Globoko zgoraj (Profondamente in alto), 1991; Vmes (In mezzo), 1998 e Svetlobnica (Lucernario), 2005 e due libri di traduzioni di illustri poeti croati, e cioè Antun Branko Šimić e Mile Pešorda. È presente in tre antologie con testi a fronte: Tja in nazaj – Andata e ritorno, 2000; Due mondi … un sentiero – Dva svetova … ena pot, 2002 e Cinque – Pet, 2003. Anche nell’almanacco sloveno-inglese del Premio internazionale Vilenica, 2009 e nel terzo volume dell’Antologia delle poetesse slovene, 2007. Sue poesie messe in musica sono state registrate da Mojca Maljevac su CD Tina Omerzo Trio – Intima 2005.
immagine d’apertura: Joan Miró, Costellazione amorosa

sulla poesia…

Federico García Lorca, nel 1934, presentando una raccolta poetica di Pablo Neruda allʼuniversità di Madrid disse: “Io vi consiglio di ascoltare con attenzione questo gran poeta e di cercare di commuovervi con lui; ognuno alla propria maniera. La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma cʼè nella vera poesia un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire.

E voglia Iddio che vi serva per nutrire quel granello di pazzia che tutti portiamo dentro, (…) e senza il quale è imprudente vivereˮ.

Il sasso nello stagno di AnGre

by Il sasso nello stagno di AnGre

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by Il sasso nello stagno di AnGre

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