Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Quel che abbiamo perso – fotografia e testo di Angela Greco

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Abbiamo perso
ancora un’occasione
per tornare a vivere.
Abbiamo perso l’azzurro
in quotidiani tormenti, che
ci allontanano non soltanto tra noi,
ma da noi stessi. Non siamo riusciti
a dar voce alla gioia e siamo finiti
schiacciati esattamente sul centro petto
da questo silenzio improficuo.
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Potevamo splendere di infiniti raggi
e bruciare ogni indesiderata lacrima
dal primo momento e fino a questa linea
spezzata tra fiato e foglio rigato d’inchiostro.
Abbiamo perso un’occasione – essere noi
per sorridere e per parlare ancora
con la luna.
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Angela Greco [inedito, giugno 2019
in foto: “Rivelazioni di luce”, Martina Franca, 16\6\19]

Vita trasversale e altri versi (2017-2019) di Felice Serino letto da A.Greco

Felice Serino (Pozzuoli, 1941), in questa prima metà del 2019, offre ai lettori una nuova raccolta di versi – Vita trasversale e altri versi (2017-2019) – densa, corposa e sempre degna d’attenzione, nella quale mette nero su bianco, oltre ai suoi distintivi temi, anche la grande voglia di comunicazione e condivisione, che da sempre caratterizza la sua poesia, fruibile on line in un susseguirsi di confronti in siti e riviste, luoghi telematici e persone, utili senza ombra di dubbio alla crescita dell’autore, unitamente al suo interesse fine e svariato per la lettura. Di quest’ultima opera è interessante segnalare l’apparato di note critiche e recensioni (riferito alle più recenti pubblicazioni) che chiude il testo: una raccolta di autori, che hanno letto e condiviso la poesia di Felice Serino, che hanno seguito i suoi passi, fino all’attualità, momento ancora in divenire, testimonianza della continua ed efficace formazione dell’autore. Ecco, la lettura dei versi di questa Vita trasversale dovrebbe iniziare da qui, dalla consapevolezza di essere in cammino, in transizione tra due mete e con la voglia sempre viva di procedere, di essere un ponte gettato tra un ricordo e un sogno, tra l’accaduto e la speranza, tra il vissuto e l’augurio per il domani.

Il libro è articolato in tre parti (Vita trasversale, Trasparenze, In un remoto altrove) che raccolgono ‘percorsi’ utili ad orientarsi tra le oltre cento poesie raccolte negli ultimi anni di scrittura. Una lettura impegnativa dal punto di vista fisico, ma scorrevole e interessante all’atto pratico, che conferma Felice Serino autore prolifico e disponibile a mettersi in gioco, al grande tavolo della poesia contemporanea, ad incontrare il punto di vista altrui sui suoi componimenti asciutti, concisi, dal verso breve, in assenza di punteggiatura e punto finale, confermandosi, inoltre, fonte sempre viva di input supportato in quest’ultimo lavoro dall’efficace presentazione di Donatella Pezzino, che pone l’accento – che condivido, come in altri scritti già detto – su quel che è il cardine della poetica di Serino, scrivendo: “Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.” Dunque, poesia che vince il tempo mortale, come l’amore vince tutto e, facendo eco alle parole di Virgilio, a noi non rimane che arrenderci all’amore e alla poesia, mi permetto di aggiungere, riportando in compendio alcuni versi: una farfalla è una farfalla ma / tutto un mondo nella sua essenza // la natura / riflesso del cielo è preghiera / ogni respiro ogni sangue / vòlto verso l’alto è lode // l’anima nel suo profondo / in segreto s’inginocchia e piange (“Tutto è preghiera”) e, anche: Infinite vite infinite vite possibili / ha forse l’anima quel che è detto da taluno / l’essere moltiplicato // mai si chiude il cerchio? // è come traversare innumerevoli / porte nei meandri dei sogni / o abbandonarsi a visioni / di déjà vu // non si chiuderà il cerchio se / come si sa / è del Demiurgo un continuo creare / infiniti / mondi-entità col solo sognarsi (“Infinite vite”), che ben evidenziano il senso finale della poesia di Felice Serino, unitamente ad un senso di pluralità al quale è difficile sottrarsi.

Le poesie della prima parte, Vita trasversale, sono un inno allo spirito, alla preghiera e alla Luce, in cui si incrociano e sovrappongono dediche a questioni religiose e a persone scomparse, confermando la forte fede dell’autore, nutrita di rimandi filosofici, occidentali e orientali, supportata dalla costante presenza di entità extra corporee, angeli e sogni, in forza alla poesia stessa, che racchiude anche una bella sezione dedicata alla Musa, da cui deriva la Poesia stessa, in cui Serino ci lascia intuire il suo concetto di poeta e poesia.

Trasparenze, conferma i temi della prima parte, con versi più concreti, ma sempre qualche passo più in alto del suolo calpestabile, adornati di ricordi ed esperienze, in una deriva verso i tempi moderni: anneghi / nell’effimero d’una vita marginale // tenti nell’indaco prove di volo / -fino a che dura il sogno // da quale parte è la verità ti chiedi / nei momenti lucidi (“Prove di volo”); oppure: combatti contro i mulini / a vento delle ipotesi / ti vedi quel filo d’aquilone / tenuto da un bambino e / toccare il suo cuore e il cielo // o quel bimbo ti vedi / tenuto dal genitore per mano // o ancora -tra fremiti d’ombre- / quel figlio prodigo / che ti torna in sogno: che anni / scavalca a ritroso // per chiedere perdono / al padre sul letto di morte (“Ipotesi dell’impossibile”); in “Se avranno voce” si legge: ed è pleonastico il tuo dire /  i tempi son cambiati e / alle piante seccano / i timidi germogli // i pesci son gonfi di plastica e / i cieli di cenere / e i mari piangono coi miei occhi // lasciare parlino i fatti / se voce avranno / in una -lesta?- inversione di tendenza .

L’ultima parte del libro, intitolata In un remoto altrove, sembra riassumersi nei versi di “Indivisa sostanza”, che recitano: sono indivisa sostanza / dimora delle origini / porto il respiro di voci / tra ramate ombre // nelle trame del vento / lascio si dilegui la morte / mi vivono nella carne / illimitati cieli // mi ustiono di rosacea luce, in una ricognizione del proprio operato e del proprio sentire, spaziando dall’arte ai fremiti di un cuore che non smette di scrivere ed essere poesia, una via di riflessione e un punto d’appoggio, forte del suo percorso anagrafico ed esperienziale, che concede al poeta di poter dire, in chiusura, che “Tutto è ancora possibile”. [Angela Greco]

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Tutto è ancora possibile
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ti senti altrove e il più
delle volte fuori dal coro
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ti chiedi se -nell’ordito della vita dove
si spezza la parola- ti sei perso
qualcosa – vorresti allora
rovesciarti come un guanto
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riconoscerti come il
fuori del tuo dentro
.
aprirti a un’ alba che
diradi questa
corolla di tenebre
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e sai che tutto
è ancora possibile
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Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giampaolo Giampaoli

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OLTRE LA RETE: Giampaolo Giampaoli 

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Il vento
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Il vento prepotente
offende una natura inerte,
la piega; alberi dal fusto debole
come vecchi curvi
sulla loro nostalgica umanità.
Il vento allontana
le nostre anime irrisolte
frutto di onestà punita,
ci scorgiamo e ci perdiamo,
ci ritroviamo confusi,
estranei alla dolcezza,
e cerco parole per dipingere
il succedersi delle emozioni,
ripetibili nell’indistinto.
Ci ritroviamo uniti,
uno compenetrato nell’altra,
la felicità, lo capiamo,
è nella fusione dei corpi.
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La tua terra
……………………………….a mio padre
Della tua terra
restano pochi passi,
risorgerà in piante spontanee
volte dalle miei mani
al desiderio dei frutti.
L’inverno stordisce,
si dissolve la linfa,
si perde in un etere cupo,
la morte lacera Persefone
rapita dalle cure materne.
Il dolore e il rimpianto li hai accolti,
li hai assunti nelle braccia
offerte alla tua terra
che attende di destarsi felice
nella primavera, al tuo spirito
mai perso.
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Per voi
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Cedo un foglio bianco,
pagina dello schermo afona,
scrivete una vostra sentenza
sulla materia dolce e aspra
della poesia, emersa
dall’oscuro antro dell’essere.
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Giampaolo Giampaoli è laureato in storia contemporanea e ha svolto il dottorato di ricerca presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, discutendo una tesi sulle vicende dell’emigrazione dai paesi della montagna toscana tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Insegna materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Nato a Lucca il 12 febbraio del 1973, dopo la sua prima raccolta Diario di poesia per Prospettiva Editrice uscita nel 2002 ha pubblicato la silloge Frammenti, realizzata in e-book per il sito dell’Associazione Cesare Viviani di Lucca, centro culturale con cui collabora tuttora come membro del consiglio direttivo e curando la presentazione degli autori. Nel 2017 il sito “Poesie in versi” ha pubblicato la sua ultima raccolta La qualità dei sentimenti, ancora una volta esclusivamente in versione digitale. Alla produzione poetica da anni l’autore affianca l’attività di articolista e recensore per varie riviste letterarie. In passato ha collaborato con “Progetto Babele”, presso cui in qualità di redattore ha lavorato per la selezione dei testi, e con il portale letterario “Opposto”. Attualmente scrive per le riviste online “Mangia Libri” e “Pagina Tre” e i suoi interessi si restringono alla poesia, alla letteratura noir e alla promozione di manifestazioni culturali. Sue recensioni di opere di poeti contemporanei sono state pubblicate dal sito “La Recherche”, su cui sono apparse anche alcune liriche inedite. Nel 2018 il portale letterario “Bibbia d’asfalto” gli ha dedicato uno spazio come autore ospite, proponendo cinque suoi componimenti. Altre poesie inedite sono uscite sull’antologia dell’Associazione Cesare Viviani e sui blog letterari “Larosapiù” e “Balbruno”.

Caspar David Friedrich, Monaco sulla spiaggia – sassi d’arte

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Caspar David Friedrich, Monaco sulla spiaggia
Olio su tela, cm 110 X 171,5 (1808 – 1810)
Berlino, Staatliche Schlosser und Garten, Schloss Charlottenburg
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Il Monaco sulla spiaggia, insieme con l’Abbazia nel querceto, fa parte della coppia di dipinti realizzati da Friedrich, esposti nel 1810 a Berlino e acquistati dal re di Prussia Federico Guglielmo III. L’opera, come è consuetudine di questo artista meticoloso, è il risultato di studi precedenti e ripensamenti, rintracciati dagli studiosi sulla stessa tela, mediante gli esami a raggi infrarossi.

Alla sua esposizione, il quadro desta scalpore, la rappresentazione di questo immenso vuoto risulta eccessiva ad alcuni critici, mentre viene particolarmente apprezzato dai filosofi Kleist e Schopenhauer, che lo interpretano come visione poetica del sentimento dell’infinito. Quasi tutto lo spazio è occupato dal cielo, simbolo della vita spirituale, poi segue una striscia di mare e un cuneo di terra. L’esile figura del monaco, decentrata e poco percepibile, non solo per le dimensioni minute, ma anche per la somiglianza cromatica con i colori vicini, sembra proprio perdersi in questo paesaggio desolato. Si coglie un effetto di vastità, di infinito, di vuoto impressionante che circonda la piccola figura umana. Il monaco in forma di piccola freccia, come un vettore, che punta in alto, sembra voler raggiungere il cielo.

È l’immagine poetica dell’uomo che aspira all’infinito, ma prende coscienza della sua piccolezza davanti a Dio. Ma è anche il simbolo dello stesso artista, che per rappresentare il senso della vocazione artistica, spesso definisce il proprio lavoro come una pratica ascetica.

Per la sua rigorosa essenzialità è considerato un quadro quasi astratto, è composto da fasce orizzontali, proporzioni esasperate e colori freddi che amplificano il senso di vuoto. Ma è fortemente suggestivo per la carica di mistero e di sospensione spirituale. Spesso viene avvicinato, per la sua modernità e per affinità poetica, alla pittura di Mark Rothko, artista statunitense dell’espressionismo astratto, in particolare ai lavori prodotti negli anni ’50 del XX secolo. (A. Cocchi per geometriefluide.com)

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Caspar David Friedrich nacque nel 1774 a Greifswald in Pomerania, all’epoca sotto il controllo del Regno di Svezia. Dal 1794 al 1798 studiò presso l’Accademia d’Arte di Copenaghen in Danimarca. Nel 1798 si trasferì a Dresda, dove visse fino alla sua morte nel 1840, rifiutandosi sempre di compiere il tradizionale viaggio in Italia, all’epoca in voga ed eseguito da moltissimi rappresentati della letteratura e delle arti. Friedrich è il maggiore esponente del romanticismo tedesco in pittura ed è l’artista che meglio ha saputo trasmettere su tela la tensione umana verso l’infinito e l’anima universale, a cui appartengono l’uomo e la natura; per lui “Il compito dell’artista non è la rappresentazione fedele dell’aria, dell’acqua, delle rocce, degli alberi: la sua anima e la sua sensibilità devono rispecchiarsi nella sua opera. Il compito di un’opera d’arte è di riconoscere lo spirito della natura, comprenderlo, registrarlo e renderlo con tutto il cuore e il sentimento”.

Nell’osservare il Monaco in riva al mare risulta impossibile non percepire un senso di desolazione e inquietudine: nel dipinto si possono distinguere tre zone in cui è suddivisa la tela, che trasmettono lo stesso senso di vuoto, rendendo difficoltoso per l’occhio soffermarsi su un unico punto. Di fronte alla vastità della natura si distingue la piccola figura di un monaco in contemplazione sulla spiaggia, che evidenzia il contrasto tra la finitezza dell’uomo e l’infinitezza dell’universo; espressione del dialogo del singolo con l’incommensurabilità dell’universo, nella vana attesa di una risposta da Dio. (dal web)

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Corrado Govoni, quattro poesie

Corrado Govoni, poesie

Naufragio

Sul mio capo di naufrago
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?

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Le cose che fanno la domenica

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestibuli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.

(poesie tratte dal sito Italian Poetry che si ringrazia — immagini dal web: in alto, Requiem, poesia crepuscolare; in basso, Autoritratto, poesia futurista)

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Corrado Govoni, poeta italiano (Tamara, Ferrara, 1884 – Lido dei Pini, Roma, 1965). Poeta dai toni accesi e dall’ostentazione verbale, ma al tempo stesso di una tristezza disincarnata ed elusiva, percorse con originalità il complesso universo che si andava muovendo intorno alla “nuova poesia”, sorta nella prima quindicina del XX secolo, attraversando Pascoli e D’Annunzio, ma soprattutto partecipando direttamente al movimento futurista (collaborò ai Quaderni di poesia diretti da F.T. Marinetti) e facendo tesoro delle esperienze simboliste e tardo-simboliste in chiave impressionistica e crepuscolare. Un’ampia antologia delle sue Poesie (1903-59) ha curato G. Ravegnani (1961). Fece, da giovane, l’agricoltore e anche il commerciante; costretto, per rovesci di fortuna, a un modesto impiego, a Roma, visse lontano dal mondo letterario, pur appartenendovi in pieno per la copiosità di una produzione che, nella costante fedeltà ai propri motivi ispiratori, seppe trovarsi in sintonia con le correnti più vive del tempo. Pascolismo e dannunzianesimo confluiscono in misura egualmente larga nel suo originario crepuscolarismo (Le fiale1903Armonia in grigio et in silenzio1903; ecc.): il primo ravvisabile soprattutto nel suo amore per la natura, per la vita agreste, e nell’impressionismo nomenclatorio; l’altro, in quella sua sensualità visiva, che gli fa godere le immagini una per una, per accenderle poi e irraggiarle come fuochi d’artificio. Donde una certa affinità del G. col futurismo (Poesie elettriche1911L’inaugurazione della primavera1915; ecc.), e l’aspetto di filastrocche o “litanie liriche” che hanno i suoi versi (Il quaderno dei sogni e delle stelle1924Brindisi alla notte1924; ecc.). Migliori tuttavia i momenti in cui egli riesce a contenere tanta esuberanza e prolissità entro forme di canzonetta popolareggiante o vagamente epigrammatiche (Il flauto magico1932Canzoni a bocca chiusa1938Pellegrino d’amore1941Preghiera al trifoglio1953Patria d’alto volo1953Manoscritto nella bottiglia1954Stradario della primavera1958). Un’intonazione nobilmente elegiaca presiede invece ad Aladino (1946), compianto di un suo figlio trucidato alle Fosse Ardeatine. Il G. scrisse anche prose liriche (La santa verde1919), novelle e romanzi, sempre di un autobiografismo riversantesi in immagini e colori. Postuma (1966) è apparsa una nuova raccolta di versi, La ronda di notte. (Enciclopedia Treccani)

 

Cintio Vitier, Il volto

per questo testo si ringrazia il blog Poesia in Rete

IL VOLTO, poesia di Cintio Vitier

Ti ho cercato nella scrittura degli uomini che ti hanno
amato. Non miravo alla lettera, ma volevo sentire la
voce che a volte miracolosamente passa attraverso;
ascoltare come loro, vedere coi loro occhi.
Volevo esser loro, viverli, per vederti.

Eri lì, certo; ma sempre dopo, come le parole di una poesia;
imprendibile come il centro di una melodia; disperso,
come i petali d’un fiore che il vento ha strappato.

E più m’inoltravo nella soave, ardente frenesia del boschetto,
più ti allontanavi. Eri quel luccichìo di foglia
o d’ala? Eri quel lungo rumore, o sibilo? Quel silenzio,
quei massi d’un tratto così pallidi?

Eri tutto questo, certo; ma come ricomporti, pezzo a pezzo,
da luccichìi, rumori, pause? Stavi dietro, respirando
e brillando intero: astro che loro avevano visto di
fronte, o intravisto nella nebbia o cercato come io ti
cercavo, e allora tutto ciò che mi restava in mano era
sempre la notte del desiderio, il tremito della speranza.

Ti cercai nei paesaggi vergini d’ogni alfabeto, dove nessuno
è sceso a mettervi un sudario, e che stanno in palmo
di mano a Dio come reliquie: lo sguardo nuziale
delle cordigliere della Sierra o il puro idillio pensante
della Hanabanilla,

e quella sera, dal belvedere di San Biagio, come
nel primo vaporoso mattino del mondo,

e quella notte, sotto l’aspra e dolce stellata dell’Escambray,
sul capo di Cristo giacente che guarda il Padre
viso a viso: la conca dell’occhio della roccia, la narice
e le labbra di roccia, i capelli e le barbe di alberi enormi
e innocenti.

E certo stavi lì; ma un velo ci separava, sottile e insuperabile.
Nel respiro della natura, sempre lontana, sentivo
il tuo silenzioso richiamo e dono, ma non potevo rispondergli,
perché eri e non eri lì, il tuo esser diffuso
era un indicarmi un luogo altro che non sapevo trovare;
me ne tornavo eccitato e triste, il raggio di grazia
scivolato di mano, la gloria soave che ripiomba in petto
e si dissolve.

E anche ti cercavo sempre in me stesso. Non eri forse del
mio lignaggio, del mio sangue? Non eri in qualche
modo me stesso? Non mi bastava infatti calarmi nella
memoria per riplasmarti, nei sapori più segreti, come
l’orfano che al buio tasta i lineamenti della madre?

Ma è davvero possibile ricostruire un’alba? E poi, non
ero io stesso il maggior ostacolo? Quella continua coscienza
di una perdita, di una caduta, di un impossibile,
non era proprio quanto sempre m’impediva di
afferrare la tua realtà?

Ti ho cercata senza tregua, tutta la vita, e ogni volta più
ti travestivi, lasciando mettere al tuo posto grottesche
simulazioni, immagini di vuoto e di vergogna.

Diventavi l’enigma di una follia, un banale quiz, e più non
sapevamo chi eravamo, da dove venivamo, il sapore
dei cibi del corpo e dello spirito.

Invece oggi finalmente ti vedo, volto di patria mia! È stato
semplice come aprire gli occhi.

So che la visione presto cesserà, sta già svanendo, e che
l’abitudine minaccia di nuovo di invadere tutto con le
sue vaste mareggiate. Perciò mi affretto a dire:

Il volto vivo, mortale ed eterno della mia patria è nel volto
di questi uomini umili che son venuti a liberarci.

Io li guardo come uno che beve l’unica cosa che può saziarlo.
Li guardo per riempire l’anima di verità. Perché
essi sono la verità.

Perché in nessun libro, in nessuna poesia né paesaggio né
coscienza né ricordo, ma in questi contadini, si
verifica la sostanza della patria come nel giorno della
resurrezione.

6.1.59

*

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Novembre 2012, N. 276, Crocetti Editore, trad. di Nicola Licciardello

*

Cintio Vitier – Poeta cubano (Key West, Florida, 1921 – L’Avana 2009). Esponente del gruppo Orígenes, sorto intorno a J. Lezama Lima, ha dedicato ai poeti che lo costituirono importanti studî (Diez poetas cubanos1948Cincuenta años de poesía cubana. 1902-1952, 1952) e parte di un’ampia produzione saggistica (Lo cubano en la poesía1958Temas martianos1969 e 1982). Nella sua poesia, la parola si fa veicolo di conoscenza, alla ricerca del significato ultimo dell’essere e delle cose (Vísperas. 1938-1953, 1953Testimonios. 1953-1968, 1968La fecha al pie1981Poemas de mayo y junio1990; Nupcias1993Antología poética1993Dama pobreza1995Poesía1997). Da ricordare il romanzo di memorie De Peña pobre (1980). Della sua corposa produzione saggistica sono ancora da citare i più recenti: Prosas leves(1993); Para llegar a Orígenes (1994); Lecciones cubanas (1996); Resistencia y libertad (1999). Nel 2002 gli è stato assegnato il premio Juan Rulfo. (tratto da enciclopedia Treccani)

Francesco Marotta, Nei mari del racconto (estratti)

Condiviso da La dimora del tempo sospeso che si ringrazia

Francesco Marotta, Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

.

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
da silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

.

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

.

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Forugh Farrokhzad, tre poesie

Forugh Farrokhzad, tre poesie

Nonostante la brevità della sua esistenza, l’autrice iraniana è riuscita a cogliere i cambiamenti culturali e sociali avvenuti in Medio Oriente nel Novecento in termini di spinte liberiste e mutamenti del costume. I suoi scritti hanno rivoluzionato lo sfondo della composizione poetica in Iran. (da Nena News – qui l’articolo)

*

LA CONQUISTA DEL GIARDINO

Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.
.
Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.
.
Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.
.
Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.
.
Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?
.
Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.
.
Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.
.
Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.
.
Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.
.
Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.
.
.
IL VENTO CI PORTERÀ VIA
.
Nella mia fuggente notte, ahimè!
Il vento dà udienza alle foglie degli alberi.
Nella mia fuggente notte incombe l’angoscia della desolazione.
.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
A questa esultanza io mi sento aliena,
La disperazione mi è propria.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
.
Ora, nella notte, qualcosa accade.
Infuocata e inquieta è la luna
E su questo tetto, che, ogni istante, rischia di crollare,
Le nuvole, come un corteo funebre,
Sembrano in attesa del momento di piovere.
.
Un momento
E poi, nulla.
Dietro questa finestra sta palpitando la notte
E la terra
Sta arrestando il suo moto.
Dietro questa finestra uno sconosciuto
È in trepidazione per me e per te.
.
Oh, mio tutto virente!
Rimetti le tue mani, come un cocente ricordo,
Nelle mie mani innamorate.
Sciogli le tue labbra, come una vibrante sensazione di vita,
Alle lusinghe delle mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
Il vento ci porterà via.
.
.
PECCATO
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.
.
Sussurrai al suo orecchio frasi d’amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.
.
Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.
.
Traduzione dal persiano di Daniela Zini
.
FORUGH FARROKHZAD è stata una poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nacque a Teheran il 5 gennaio del 1934. Seguì gli studi di disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro), inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta), che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conobbe il regista–scrittore Ebrahim Golestan, noto scrittore e cineasta engagé di cui diventa fedele collaboratrice. Iniziò a occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. E’ del’incontro con Ebrahìm Golestàn inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh. Studiò inglese e produzione in Inghilterra, ebbe esperienze come attrice e produttrice. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh (Fuoco), è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast (La casa è nera), sul lebbrosario di Tabriz, che vinse i premi in tutto il mondo, tra gli altri anche il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, film girato quando lei aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblicò la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del ’65 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 morì prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si recava a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima, e forse anche la più importante, raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda).
-per questa pagina si ringrazia La farfalla di fuoco – Rivista di Letteratura e Cultura Varia
in apertura: Villa di Livia, affreschi del giardino, parete corta meridionale; affresco del Ninfeo (dettaglio) 40-20 a.C., Roma, Palazzo Massimo.

Cartoline di Puglia: saluti dalle Murge by AnGre

Saluti dalle Murge!

(Le Murge sono una subregione pugliese-lucana molto estesa, corrispondente ad un altopiano carsico di origine tettonica e di forma quadrangolare situato tra la Puglia centrale e la Basilicata orientale. In foto (scatti di AnGre): Murgia brindisina, agro di Fasano Selva e Murgia tarantina, agro di Castellaneta-Laterza, Puglia)

– clicca sulle foto per ingrandirle –

Eugène Delacroix, La barca di Dante (La Barque de Dante) con una nota sull’artista – sassi d’arte

Eugène Delacroix, La barca di Dante o Dante e Virgilio all’Inferno (1822)

olio su tela, cm 187,9 x 241,5 – Parigi, Musée du Louvre

*

Ispirato all’ottavo canto dell’Inferno, il dipinto presenta Dante e Virgilio che si avventurano, condotti dal vigoroso vogatore Flegias, sulle acque tempestose della palude di Stige, in preda all’orrore e alla paura di ciò che li circonda. Le anime dei dannati si aggrappano all’imbarcazione, agitate da un’eterna sofferenza,anche fisica, mentre sullo sfondo i bagliori della città di Dite incendiano di una luce sinistra il buio infernale. Sentimenti,passioni e istinti si intersecano in modo convulso in questa immagine del dolore, nella quale il terrore dei viaggiatori è dipinto in maniera magistrale, come la violenza scatenata dalle anime dannate.

Risulta evidente la riflessione di Delacroix sull’arte degli antichi maestri: Michelangelo con i Prigioni del Louvre e Rubens con le sue potenti figure femminili; riferimenti che ricorreranno nella sua produzione, contribuendo a far considerare la sua pittura vorticosa a fronte di quella più pacata, d’ispirazione raffaellesca, proposta dal suo contemporaneo Ingres. L’esordio di Delacroix fu segnato dal successo: la barca di Dante venne acquistata dallo Stato per duemila franchi e sistemata nel nuovo Musée du Luxembourg, destinato agli artisti viventi, consacrando così il pittore come uno dei protagonisti della nuova generazione. (Tratto da Delacroix – I capolavori dell’arte)

Ferdinand Victor Eugène Delacroix, più semplicemente noto come Eugène Delacroix (Charenton-Saint-Maurice, 26 aprile 1798 – Parigi, 13 agosto 1863), è stato un artista e pittore francese, considerato il principale esponente del movimento romantico del suo paese. Delacroix compì i primi studi al liceo Louis-le-Grand di Parigi e al liceo Pierre Corneille di Rouen, immergendosi nella lettura dei classici, grazie ai quali sviluppò una solida preparazione umanistica, e vincendo alcuni premi per la sua abilità nel disegno. Spinto da questo virtuosismo, una volta conclusi gli studi liceali iniziò il suo apprendistato sotto la guida di Pierre-Narcisse Guérin, artista dai ferrei precetti neoclassici ed emulo di Jacques-Louis David. Delacroix, come molti altri artisti della sua epoca, avrebbe poi abdicato dalla sua formazione accademica e intrapreso entusiasticamente quella da autodidatta, studiando diligentemente i capolavori riuniti da Napoleone nel Louvre: tra i maestri del passato prediletti dall’artista vi erano Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Giorgione e soprattutto Rubens, del quale ammirò lo stile sfarzoso e ricco di colori. Contestualmente a questi studi, inoltre, Delacroix ebbe una fame insaziabile di letture e divorò i testi di Dante, Tasso, Shakespeare, Goethe, Byron e Walter Scott. L’apprendistato presso il Guérin, in ogni caso, fu comunque di importanza fondamentale per il giovane Delacroix, che qui acquistò solide basi sulle tecniche pittoriche.

È lo stesso Delacroix a raccontare la propria missione pittorica in un’annotazione sul proprio diario datata 1 luglio 1854: «Io voglio piacere all’operaio che mi porta un mobile; voglio lasciare soddisfatti di me l’uomo col quale il caso mi fa incontrare, sia un contadino o un gran signore. Col desiderio di riuscire simpatico e di aver rapporti con la gente, vi è in me una fierezza quasi sciocca, che mi ha quasi sempre fatto evitare di vedere le persone che potevano essermi utili, per timore di aver l’aria di adularle. La paura di essere disturbato quando sono solo deriva ordinariamente dal fatto che io sono occupato dalla mia grande faccenda che è la pittura: io non ne ho nessun’altra importante.» (Eugène Delacroix)

In tal senso, Delacroix (a destra, Autoritratto, 1837 circa, olio su tela, 65×54 cm, museo del Louvre, Parigi) è considerato il maggiore pittore romantico francese, a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di «Principe dei Romantici». Come egli stesso chiarisce in un appunto, i suoi modelli non furono tanto gli artisti classici, quanto la pittura del XVI secolo: «Tutti i grandi problemi artistici sono stati risolti nel secolo XVI. In Raffaello, perfezione del disegno, della grazia, della composizione. In Correggio, in Tiziano, in Paolo Veronese, del colore, del chiaroscuro. Giunge Rubens, che ha già dimenticato le tradizioni della grazie e della semplicità. A forza di genio, egli ricostruisce un ideale. Lo attinge nel suo temperamento. Forza, effetti sorprendenti, espressione spinta al massimo. Rembrandt lo trova nell’indefinitezza della fantasticheria e della resa?» (Eugène Delacroix).

Delacroix nei suoi dipinti pose enfasi sul colore e sul movimento, piuttosto che sulla nitidezza dei profili e sulla perfezione delle forme, come altri suoi contemporanei; le sue opere, rese con pennellate immediate, rapide e fortemente espressive, sono caratterizzate da una grande impetuosità creativa che coinvolge emotivamente lo spettatore, che in questo modo è in grado di vivere con grande trasporto la potenza drammatica della scena effigiata. Per raggiungere il massimo grado di luminosità e trasparenza, inoltre, Delacroix accostava con grande maestria i colori primari puri con i rispettivi complementari, attuando un’esaltazione cromatica che trascendeva il tipo di tavolozza utilizzata, la quale poteva contemplare a seconda dell’opera sia colori puri che smorti. Si trattò di un’intuizione coltivata già durante il viaggio in Nord Africa (sui taccuini del Marocco appuntò persino un triangolo dei colori, così da poter individuare facilmente il complementare relativo a ciascun primario) e che ebbe grandissima risonanza nei futuri indirizzi dell’arte impressionista, mentre la rapidità d’esecuzione e la violenza degli sfondi dei suoi dipinti preludono agli studi della pittura fauve, espressionista e persino astratta.

Del Romanticismo, insomma, Delacroix incarnò la passione per l’esotismo, lo slancio creativo, la forte fascinazione per le «sublimi forze» della natura e le loro manifestazioni spesso violente, la rivalutazione del Medioevo (rivissuto attraverso gli scritti di Lord Byron e di Walter Scott) e l’insofferenza agli schematismi accademici, da lui ritenuti inadeguati e mortificanti. Spinto dalla volontà di sperimentare nuovi territori e di ampliare il proprio percorso professionale Delacroix sperimentò tutti i generi e tutte le tecniche – trattò temi mitologici, letterari, storici, ritratti, nature morte e paesaggi – ed impiegò la decorazione murale, i quadri di cavalletto, l’olio, l’affresco, il pastello e l’acquerello, rivelando, nella sua produzione, sempre la volontà di conciliare creatività individuale, personalità e sentimenti, rompendo con i dogmatismi accademici e «liberando l’immaginazione», in piena linea con le sue idee estetiche secondo cui «la prima qualità di un quadro è di essere una gioia per l’occhio». (tratto ed adattato da Wikipedia)

 

 

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giancarlo Serafino

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OLTRE LA RETE: Giancarlo Serafino 

*

Testi tratti dalla raccolta Maestrale ed altri venti…

L’arrivo
.
Il treno non passa più, la curva è vuota
la stazioncina un puntello di gruviera,
sulla lavagna intarsia ombre la sera.
Arrivasti tu calpestando binari
sui mirti asciugasti una bandiera,
può darsi che cercavi qualcuno.
Chissà! E non c’era chi aspettavi.
.
Quest’anno non viene la primavera.
Le hanno strappato i lillà e calpestato anemoni.
Non viene. Lo dice pure il guardiano della
rosicata gruviera, e si che ne sa di stagioni!
Tu raccoglievi bacche di lentisco e radici di liquirizia
simboli di amicizia nella simbiosi mediterranea.
E ti hanno visto fare il verso agli uccelli e giocare
con una biscia, già da noi è perduta la sapienza
antica di gioire con la natura.
.
Quest’anno non viene la primavera.
Le hanno strappato i capelli che erano ranuncoli
lucenti, fili di sole che srotolavano strade.
La macchia è bruciata, solo il tuo mirto profuma.
C’è chi dice che lo hai salvato vomitando sul fuoco
svuotando acqua e dolore.
.
Io sento che è tutto vero.
Perché son certo che sei un uomo venuto dal mare.
.
.
.
Lo Straniero
.
Uno sbatter d’ali le colombe
sul lastrico le gazze nere e bianche
carmelitane scalze a guardia del silenzio.
Ricordi quel ragazzo con larga fronte
che ebbe sete?
Sulla stagnola la masseria ed un cane.
Si fermò sotto il mandorlo
e mangiò panricotta e mele.
Cantò nenie.
Le cicale invitate dalla morte tacquero.
Eravamo al centro della stanza
che inclinava…
Una pantera d’acqua divorava
il nostro sudore
tutto scivolava in diagonale
tra il basilico e l’afa…
Anche l’amore.
.
Sabbia e fiori di carne,
sulla sua fronte un cieco sbattere
di pipistrello oscurava grano e falce.
Si alzò arrotolando il fazzoletto
e venne a porgere mani.
Levigate d’acqua disegnavano
oasi lontane di versi e di pensiero.
Ed erano mani!
Mani che avevano scavato, accarezzato
masturbato e forse ucciso…
di fronte a noi acquasantiera.
.
Era sete vera!
Per un po’ d’acqua avrebbero inciso
versi sui macigni.
.
.
.
Giacca al vento
.
Al destino ho imbucato
lettere di sopravvivenza
per tenere a bada
i giorni bendati,
è come quando imparai
ad andare in bicicletta
che pedalavo traballando
in strade larghe nell’incertezza.
.
E quella mia bicicletta
usata che mio padre
aveva assemblato
la conservo modellata
nelle ossa.
Una leggera spinta e vado
giacca al vento
(a volte senza mani)
mentre la sua voce roca
mi avvolge ancora:
“Vai! Vai! Non cadere!”
.
.
.

Giancarlo Serafino (Campi Salentina 16 luglio 1950 ) ha pubblicato nel 2003 “Passaggio d’estate”, Zane editrice, con la presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011 per i caratteri della CFR edizioni, ha pubblicato “Poesie sociali e civili” a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega e di Antonio Spagnuolo. Nel 2012 è terzo al premio Don Milani per la legalità e la responsabilità con la silloge “Città Fenicie” che sarà pubblicata nel 2012, per i caratteri della CFR, con prefazione di Arnaldo Èderle. Con la casa editrice Terra D’Ulivi pubblica nel 2015 “D’incondizionato amore” (Premio Vitruvio-libro edito 2016). e nel nel 2016 “Asimmetriche Coincidenze”. È  presente nelle antologie “Impoetico mafioso” “SalentoSilente” “La giusta collera” “Oltre le nazioni” “Ai propilei del cuore” “A che punto è la notte”, “Il ricatto del pane” “Mille voci per Alda”, Fondamenta instabili, “Keffiyec-Intelligenze per la pace”, “I poeti e la crisi”. Come autore è inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. Fa parte dello storico sodalizio poetico “l’incantiere” fondato da Arrigo Colombo. È poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi poetici e riviste (egli stesso è amministratore del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.

Portofranco a Venezia: Poesia per “aprire” il porto (a cura di Gianluca Asmundo)

Grazie alla voce e al cuore di Gianluca, ci sono stati anche i miei versi ❤

Peripli // Post Scriptum

Portofranco a Venezia. Presso la bocca di porto, leggendo parole aperte. Una risposta di poesia e nonviolenza a ogni chiusura, sposando il mare nel segno del dialogo, contrapposto al “vero e perpetuo dominio”. La data scelta era doppiamente simbolica, combaciando sia con lo Sposalizio del mare che con la Festa della Repubblica Italiana.

Parole libere, spaziando senza alcun confine o censura, dalla laguna alla Calabria, dall’Africa alla Puglia, da Roma all’India, si incrociavano qui, limpide, all’inizio e alla fine del Mediterraneo.

Le vostre voci si sono intrecciate con le nostre, le pagine delle vostre poesie con noi sulla battigia, tra la gente, tra i sorrisi, sventolando nella luce tiepida e radente, nel vento, liminali, cullate dallo sciabordio delle onde e dai gabbiani.
Grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, c’era tanta vicinanza, molta serena libertà.

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Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

.

В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

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