Marcos Ana, quattro poesie

Marcos Ana pseudonimo di Fernando Macarro Castillo (1920-2016) è stato un poeta spagnolo. Fu imprigionato nel 1938 e trascorse in prigione 23 anni per motivi politici durante il franchismo. Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi. Ha raccontato la sua storia con il libro “Ditemi com’è un albero”.

[Per questo articolo si ringrazia di cuore Giorgio Chiantini]

*

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

[Condivise da https://irisnews.net/marcos-ana-datemi-il-nome-dellamore/ dove è possibile leggere altri testi, anche nella lingua originale, oltre a un interessante articolo sull’autore a cura di Chiara De Luca che si ringrazia]

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

Ditemi com’è un albero 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
 
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
 
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
 
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
 
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
 
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
– immagine d’apertura: Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911 –

Il 2 agosto e il Perdono di Assisi – con alcuni approfondimenti

porciuncola
La Porziuncola, la piccola chiesetta francescana  custodita all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Assisi (PG)

*

Quella notte in cui Cristo apparve a san Francesco, che pregava in Porziuncola…

All’origine della «Festa del Perdono» c’è un episodio della vita di san Francesco:  una notte del 1216, Francesco d’Assisi era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola. Improvvisamente vi dilagò una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la Madonna, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore.

Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza della anime. La risposta di Francesco fu immediata: «Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego di concedere ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe, a tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa».

Gli disse il Signore: «Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza».

Francesco si presentò subito dal Pontefice Onorio III, che in quei giorni si trovava a Perugia, e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e, dopo qualche difficoltà, diede la sua approvazione, poi disse: «Per quanti anni vuoi questa indulgenza?». Francesco rispose: «Padre Santo, non domando anni, ma anime». E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo richiamò: «Come, non vuoi nessun documento?». E Francesco: «Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni».

E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell’Umbria, disse, tra le lacrime, al popolo convenuto alla Porziuncola: «Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!».

http://www.amicifrancescani.it/perdonoassisi.htm

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/francescanesimo/il-perdono-di-assisi-fratelli-miei-voglio-mandarvi-tutti-in-paradiso-51882

*

Al seguente link, invece, un interessante articolo sulla tavola dipinta all’interno della Porziuncola:

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/francescanesimo/la-porziuncola-e-l-affascinante-tavola-di-padre-ilario-51881

S08-Porziuncola

Zucchero & Miles Davis, Dune mosse – sassi sonori

Nel 1987 Miles Davis, in Italia per lavoro, casualmente  sentì in radio un giovane cantautore italiano, Adelmo Fornaciari in arte Zucchero; innamoratosi subito della canzone ascoltata decise di contattare l’artista per incidere una nuova versione di Dune Mosse. Realizzata nel 1989, due anni prima della morte di Davis, la collaborazione tra Zucchero e Davis è stata pubblicata solo nel 2004 nell’album “Zu & Co”.
 
*
 
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
Dai d’illusi smammai
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
Solcherò dune mosse
 
Don’t cry però
Poi colammo giù
E miseri
Noi guardammo il blu
 
Il mare in fondo ai tuoi occhi
Grembi nudi lambì
Il vento in fondo ai tuoi occhi
Carezzò dune mosse
 
Don’t cry e noi
Poi colammo giù
Si rimbalzò
E tornammo su
 
Dentro una lacrima
E verso il sole
Voglio gridare amore
Uuh, non ne posso più
Vieni t’imploderò
A rallentatore, e…
E nell’immenso morirò
 
I can’t do it baby, baby
Do it anymore
 
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
Nei d’illusi smammai
La pioggia in fondo ai tuoi occhi
Cancellò dune mosse
 
Don’t cry però
Poi colammo giù
E miseri
Noi guardammo il blu
 
Morirò
 
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
Solcherò dune mosse
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
Solcherò, solcherò, dune mosse
Un viaggio in fondo ai tuoi occhi
 
Fonte: Musixmatch; compositori: Fornaciari Adelmo / Figlie’ Marco; testo di Dune mosse © Warner Chappell Music Italiana Srl (dal web)

LibrEstate con Il sasso nello stagno di AnGre: FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di autori vari

L’estate è tempo di relax e, si spera, anche di letture; in questo periodo verranno riproposte le pubblicazioni in pdf gratuitamente scaricabili (cliccando sul link colorato) create da Il sasso nello stagno di AnGre, sperando possano essere una buona compagnia per gli amici del blog. 

N.B. Ricordiamo che questi e-book sono presenti in maniera permanete sul blog e sono scaricabili sempre, cliccando direttamente sull’icona-fotografia che compare alla fine della colonna a destra sulla home page. 

Buona lettura a tutti!!

AA.VV. FUORI DALLO SCAFFALE by Il sasso nello stagno di anGre (clicca QUI per scaricare)

*

“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

 Niyi Osundare, due poesie

Niyi Osundare (1947), poeta, drammaturgo, linguista e critico letterario africano, è nato il 12 marzo 1947 a Ikere-Ekiti, in Nigeria, ed è riconosciuto come una delle voci più importanti ed originali della poesia anglofona contemporanea. Cresciuto con un nonno guaritore e un padre agricoltore-compositore, ha potuto sviluppare sin dall’infanzia un rapporto diretto con la poesia tipico delle culture orali, che si rivelerà la principale fonte d’ispirazione per i suoi versi in inglese.
Osundare è uno degli esponenti più noti della ‘Alter-Native Tradition’, termine usato per indicare la seconda generazione di poeti nigeriani tra cui Odia Ofeimun, Funso Aiyejina e Tanure Ojaide. Pur riconoscendo il loro debito verso pionieri come Wole Soyinka e Christopher Okigbo, a partire dagli anni ’80 gli Alter-Natives ne rifiutano l’oscurità estetizzante di stampo modernista per proporre opere più dirette ed accessibili, caratterizzate da un impegno socio-politico d’impronta marxista. Tali caratteristiche contraddistinguono le prime tre raccolte di Osundare: Songs of the Marketplace (Canti del mercato, 1983), Village Voices (Voci del villaggio, 1984) e A Nib in the Pond (Un pennino nel lago, 1986).

Una svolta decisiva è rappresentata dalla raccolta The Eye of the Earth (L’occhio della terra, 1986), dove la rilevanza dei temi è sorretta da una sorprendente ricchezza linguistica e maturità lirica, da un gusto irrispettoso nel giocare con le possibilità espressive offerte dall’inglese; si veda ad esempio il neologismo ‘hueman’, omofono di ‘human’ ma letteralmente ‘l’uomo del colore’, o il termine ‘preyers’. Osundare opera una fusione di politica e poetica che diventerà caratteristica di molti dei suoi lavori seguenti, e il cui linguaggio figurativo attinge soprattutto a una natura antropomorfizzata, come nell’invocazione al camaleonte qui tradotta.

Da L’occhio della terra (1986)
Da “Echi della foresta”:

[…]
Conta i tuoi colori, oh camaleonte,
aborigeno del vento e del bosco
conta i tuoi colori
nell’arcobaleno della felce
nella corteccia spessa e cinerea
dell’alberello.
Conta i tuoi colori,
oh principe dal semplice corredo
vivace damerino che passeggia
così naturalmente nudo, poiché possiede
una foresta dai mille costumi.

Vesti la terra
con l’accurata cautela
dei tuoi occhi globali.
Vesti la terra,
non con l’inerzia millenaria
delle zampe di millepiedi,
non con l’incendio inferocito
della coda di scorpione
e neanche con l’avarizia calcolatrice
della lumaca che si trascina la casa
ad ogni viaggio.

Vesti questa mantide religiosa
nel suo tabernacolo eterno,
le verdi mani serrate
davanti a un dio assente
Vesti la foresta indifferente
che invece s’inchina dinanzi
all’austero muezzin
di un vento forte e insistente.
Vesti questa prole in preghiera,
questa scuola di rametti ballerini
[…]
Osserva, inoltre, questi predatori che pregano
nel calvario cannibale
della foresta:
l’iroko* che divora il cespuglio,
la iena che dilania il coniglio,
l’elefante che calpesta l’erba
con le gambe snervate dalla cancrena
del potere insensato
Racconta a tutti loro della pace oltre l’artiglio
Raccontagli del sole
che succede alla notte.
[…]

* iroko (chlorophora excelsa) = grande albero tropicale dal legno duro e pregiato, detto anche ‘quercia africana’.

▪︎

L’opera seguente, Moonsongs (Canti della luna, 1988) è ispirata da un agguato criminale e quasi fatale contro Osundare, poi costretto a una lunga degenza in ospedale. I temi sociali sono meno espliciti, con un immaginario più criptico che ha provocato alcune accuse di disimpegno; l’atmosfera di queste invocazioni lunari è comunque pervasa di sofferenza.

Da Canti della luna (1988):
“VI”

Notte dopo notte
il vento spande l’orizzonte

la luna, troppo piena per dormire
afferra sogni effimeri tra tunnel
di nuvole sonnolente,
oscillando così solenne al richiamo
                    del tamburo
                         del tamburo
così forte adesso, con la membrana del sole

E con ritmo di rocce
ricordo di prati
geroglifico di poggi
col suo din-don d’albe e tramonti
la luna ride a tempo
e una lacrima millenaria le arde
nell’occhio ampio

La lacrima sgorga in ruscello
matura in fiume
poi galoppa come liquida puledra
verso il mare

Tutto all’alba
quando la luna è un ombelico attempato
nella pancia del cielo.

*

Cura e traduzione di Pietro Deandrea
Università di Torino, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere — Archivio El-Ghibli.org

Derek Walcott, Bleecker Street

estate

L’estate per la prosa e i limoni, per la nudità e il languore,
per l’eterna indolenza del ritorno immaginato,
per i rari flauti e i piedi scalzi, e la stanza da letto in agosto
dalle lenzuola arruffate e il sale della domenica, ah violini!
.
Quando premo i crepuscoli estivi insieme, è
un mese di fisarmoniche di strada e spruzzatori
che adagiano la polvere, piccole ombre che fuggono da me.
.
E’ musica che si apre e si chiude, Italia mia, su Bleecker,
ciao, Antonio, e le grida d’acqua dei bambini
che strappano il cielo rosa in rivoli di carta;
è il crepuscolo nelle narici e nell’odore dell’acqua
lungo strade imbrattate che non ti portano all’acqua,
e isole e limoni raccolti nella mente.
.
Laggiù c’è l’Hudson, in fiamme come il mare.
Ti spoglierei nell’afa estiva, e riderei e asciugherei
la tua pelle bagnata se mi venissi a trovare.

*

Summer for prose and lemons, for nakedness and languor,
for the eternal idleness of the imagined return,
for rare flutes and bare feet, and the August bedroom
of tangled sheets and the Sunday salt, ah violin!
.
When I press summer dusks together, it is
a month of street accordions and sprinklers
laying the dust, small shadows running from me.
.
It is music opening and closing, Italia mia, on Bleecker,
ciao, Antonio, and the water-cries of children
tearing the rose-coloured sky in strams of paper;
it is dusk in the nostrils and the smell of water
down littered streets that lead you to no water,
and gathering islands and lemons in the mind.
.
There is Hudson, like the sea aflame.
I would undress you in the summer  heat,
and laugh and dry your damp flesh if you came.

.

[da Derek Walcott, “Nelle vene del mare”  collana Un secolo di poesia, Corriere della sera]

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Derek Walcott (1930-2017) è un poeta e scrittore santaluciano, nel 1992 insignito del premio Nobel per la letteratura, noto principalmente per le sue opere poetiche e teatrali in lingua inglese. L’altro idioma usato in alcuni lavori minori è il patois creolo della sua terra natale, l’isola caraibica di Santa Lucia. Dal 1959 al 1976 ha diretto il Trinidad Theatre Workshop, dove si occupò anche di mettere in scena alcuni suoi drammi, e nel 1981 si trasferì a Boston per insegnare all’Università Harvard.

La sua opera si distingue per l’originalità del dettato, la fantasia visionaria e la presenza di temi metafisici. Sono fortemente presenti i dati biografici collegati alla sua terra nativa, le Indie Occidentali, dove storicamente si è realizzato un crogiolo di popoli, razze e culture. Lo stesso Walcott nel poemetto La Goletta Flight scrive a proposito di un personaggio: … ho dell’inglese, del negro e dell’olandese in me / sono nessuno, o sono una nazione. Questa molteplicità di origini etniche alimenta l’opera di Walcott di un particolare humus linguistico-letterario. Josif Brodskij ne Il suono della marea valorizza Walcott nella sua capacità di decantare il mondo nella periferia,e indica l’Oceano come fondale o proscenio sempre presente nelle sue poesie, l’Oceano che secondo M. Hélène Laforest è il vero motore della sua ispirazione. (da Wikipedia)

Amy Winehouse, Back to Black – sassi sonori

Back to Black è il terzo singolo tratto dall’album omonimo di Amy Winehouse. È stato pubblicato in Gran Bretagna il 30 aprile 2007 tramite Island Records, negli Stati Uniti il 3 luglio successivo e nel resto del mondo nel novembre dello stesso anno. In Gran Bretagna il singolo ha avuto un grande impatto, ricevendo delle ottime recensioni da parte del canale BBC Channel 4 che gli ha assegnato 10 stelle su 10 e dal quotidiano Manchester Evening News che lo definì come «Uno dei migliori singoli del 2007». Nel film documentario vincitore di un Oscar, intitolato Amy (2015) presenta una registrazione video inedita della cantante mentre registra la canzone con Mark Ronson, nel marzo 2006. Questa canzone è stata inclusa in diverse classifiche di fine anno e di fine decennio ed è stata inoltre considerata una delle canzoni distintive della Winehouse, scomparsa il 23 luglio 2011.
 
Back to Black è stata scritta da Amy Winehouse e Mark Ronson con quest’ultimo che funge anche da produttore; per la composizione l’artista si è ispirata alla sua problematica relazione con Blake Fielder-Civil. Quest’ultimo aveva lasciato Amy per un’ex fidanzata, lasciandola “nera” (black), cosa che potrebbe sembrare riferirsi al bere e alla depressione. Tuttavia, il “nero” a cui si riferisce è più probabilmente l’eroina, di cui era dipendente; infatti “black” è il secondo nome di strada più comune per riferirsi all’eroina a Los Angeles.
 
Amy esprime sentimenti di dolore e amarezza per un ragazzo che l’ha lasciata; tuttavia, in tutto il testo lei “rimane forte” come dimostra già nelle righe di apertura dicendo: « […] io e la mia testa alta, e le mie lacrime asciutte, vado avanti senza il mio uomo». Il contenuto lirico della canzone consiste in un triste addio ad un rapporto con un testo schietto. Il giornalista di Slant Magazine Sal Cinquemani ha suggerito che Amy intendesse che il suo ormai ex marito fosse dedito alla cocaina e avesse ripreso a farne uso e non ad un’altra donna. Il titolo, Back to Black, in italiano può essere tradotto come “Torno al lutto”.
 
Nel video, interamente in bianco e nero, Amy va al funerale del suo cuore infranto dopo la separazione dal marito. All’inizio Amy si trova in una casa poi è in una macchina che fa parte del carro funebre, verso la fine Amy guida il corteo funebre fino al cimitero dove viene celebrata la funzione, e alla fine del brano, Amy getta sulla bara un cumulo di terra e una rosa bianca, subito dopo appare la scritta “Riposa in pace, cuore di Amy Winehouse” (“R.I.P. the Heart of Amy Winehouse”).
 
[fonte Wikipedia]

 

Jacopo Robusti detto Jacopo Tintoretto, Caino e Abele – sassi d’arte

Tintoretto (Venezia, 1519 – 1594), Caino e Abele (1550-1553)

olio su tela, cm 149 x 196 – Venezia, Gallerie dell’Accademia

*

La storia raffigurata è quella di Caino e Abele, la coppia dei figli dei progenitori, Adamo ed Eva, nel momento in cui Caino, invidioso del favore che Dio concede ad Abele, lo uccide, rovesciato sull’altare di pietra dei sacrifici. Una stampa settecentesca di Antonio Zucchi mostra che la tela fu leggermente rifilata sul margine destro, tagliando la figura del Padre Eterno in volo che scaccia Caino, il quale oggi sembra vagare da solo nel paesaggio, in un secondo tempo della storia. La tela entrò alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Scuola della santissima Trinità, già nel 1812 e fu tra le poche di Tintoretto sempre permanentemente esposte in quanto doveva rappresentare un modello di studio del nudo per gli allievi della nuova istituzione.  

La composizione si ispira al soffitto di Tiziano, dello stesso soggetto, per la chiesa veneziana di Santo Spirito in Isola, dipinto nel 1542 circa, trasferito poi nel Seicento a Santa Maria della Salute. Tintoretto riporta la dinamica del soffitto su una tela in parete, togliendola dallo sfondo trasfigurante del cielo e calandola in un paesaggio edenico, della creazione del mondo. Le due figure costituiscono una girandola di chiaroscuro e di luce, travolte dal loro stesso dinamismo, che lascia percepire poco o nulla dei volti.

Il paesaggio è monocromo, cupo e immerso al tempo stesso, con stacchi di piani, in una luce dorata. Il tronco d’albero separa la scena di lotta da quella in cui sta in basso la testa mozzata di un animale, con occhi ancora languidi da vittima, che rappresenta il sacrificio di Caino, e più in alto (sulla destra guardando il dipinto, a metà altezza, in piccolo) lo stesso Caino in fuga, col bastone da viandante in spalla, figura allusiva all’inizio del cammino dell’umanità, che si perde sempre più lontano dal paradiso terrestre. 

Contro la densa massa di fronde si stagliano due corpi nudi: Caino, il fratricida, brandisce in aria un coltello per uccidere l’inerme Abele che si divincola nel disperato tentativo di sfuggirgli. La tela faceva parte di un ciclo dedicato alle Storie della Genesi dipinte da Tintoretto per la sala dell’Albergo della Scuola della Santissima Trinità a Venezia, demolita nel Seicento per far posto a Santa Maria della Salute. In questo dipinto la funzione del paesaggio non è solo di quinta teatrale, ma è di sottofondo emotivo e sentimentale, in cui si proietta lo stato d’animo che muove dall’evento tragico rappresentato. Per questo la vegetazione appare fitta e misteriosa, resa con toni cupi e luci baluginanti, e solo sulla destra lascia intravedere uno sprazzo di sereno.

L’intreccio dei corpi è congegnato in modo molto ardito: le pose sono contorte e audaci, i muscoli acquistano risalto plastico grazie alla forza del colore che vibra sotto la luce e l’instabilità delle figure, di chiara ispirazione manieristica, è riecheggiata all’intorno da quel senso di moto ventoso che anima misteriosamente le fronde degli alberi. La testa di capretto sgozzato, allusiva al sacrificio dell’innocente Abele, sottolinea il significato drammatico dell’opera.

(fonti: sito Gallerie dell’Accademia, Venezia; monografia “I capolavori dell’Arte” per Corriere della sera)

Emily Dickinson, due poesie con traduzione

erica-scozia

Se tutti i dolori che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Sono così felice che credo
Riderebbero e scapperebbero.

Se tutte le gioie che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Non potrebbero essere grandi come questa
Che a me si manifesta ora.

If all the griefs I am to have
Would only come today,
I am so happy I believe
They’d laugh and run away.

If all the joys I am to have
Would only come today,
They could not be so big as this
That happens to me now.

*

I disordini del cuore
La polizia non può reprimere
Il tumulto una volta iniziato
È autorizzato come la pace.

Non certificato dalla vista
O rivelato dal suono
Ma in crescendo come un uragano
In un terreno congeniale.

The mob within the heart
Police cannot suppress
The riot given at the first
Is authorized as peace

 Uncertified of scene
Or signified of sound
But growing like a hurricane
In a congenial ground.

Emily Dickinson, The Complete Poems

Traduzione e note di Giuseppe Ierolli – http://www.emilydickinson.it/

Fabrizio Bregoli, estratti da Notizie da Patmos

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Fabrizio Bregoli, estratti da NOTIZIE DA PATMOS (La Vita Felice, 2019)

Dalla prefazione di Pietro Marelli:

[…] Questa è la personale Apocalisse (catastrofe o rivelazione?), con le sue notizie poetiche ed esistenziali, la sua appartenenza, e insieme la sua inappartenenza, che forse neppure una speranza “matematica” riesce a portare a risarcimento del suo laboratorio linguistico, quello che si è impegnato a risemantizzare una parte del lessico scientifico contemporaneo, proponendolo come personale metafora. Una poesia che, soprattutto, cerca di agire sul destino dell’autore inteso come personaggio di fondo, monologante, dove, però, la traccia che rimane rivela un’impossibilità (ancora montaliana?) di concludersi in una prospettiva o almeno in un’ipotesi possibile di senso, cercato sì, ma continuamente rimandato in un altrove che, probabilmente, esiste prima e dopo la poesia stessa.

Poesie esistenziali, dunque, continuamente in attesa di questo altrove, tenendo soprattutto una continua, indicibile, non so se delusione o altro, ma il tutto disposto in una memoria emotiva e linguistica. Il “gioco” di questo poeta è però severo, senza la minima concessione all’enfasi o, peggio, a qualche tentativo di personale poetica assoluzione, sotto la cappa di un tempo continuamente interferente nel suo desiderio di congiunzione perfetta tra parola e mondo. Cammino che Bregoli ha deciso di non interrompere. Certamente il suo “io” (è possibile diversamente?) è naturalmente presente in questi versi, ma costretto in una condizione temporale, che vuol dire storica, chiedendo alle parole una “spiegazione” che il suo io lirico, per adesso, fatica ancora a concedere, anche se a questa scientificità si contrappone un’auroralità di scrittura che ha come compagno il bisogno di dire attraverso un altrove lessicale non sempre facile da accettare e non sempre disposto, nella sua giurisdizione prosodica, a farsi disponibile. […]

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IL NOSTRO SPAZIO
.
I pomodori, quel nostro orto minimo
georgica di un credo elementare.
Piantine trapiantate in doppia fila
disposte a bina, ai lati dell’aiola,
le foglie che sanno farsi arco. Mani.
.
Nel mezzo il solco cupo della terra
quella frontiera brada, inospitale
erbe infestanti, un verde da scerpare.
L’esilio necessario.
.
Noi le mani che separano, creano
il vuoto per la congiunzione, tracciano
integro il deserto.
Nos…………..traNostra missione
vivere quella zolla inabitata,
la divisione il solo nostro spazio.
.
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GEOGRAFIA DI CONFINE
.
Avevi la passione dei confini
tracciare fronti di demarcazione,
la loro geografia compiuta. Solida.
Per questo t’affidavi alle cartine
quella certezza di valichi e passi,
ciò che serve a dare ordine alle vite,
fosse anche un limbo nel deserto, un muro
una zona demilitarizzata.
.
A noi non è servito confinarci
ciascuno in un cordone sanitario
perché c’è sempre una metà che manca,
l’amore che rimane impronunciato.
C’è bastato credere
franca una terra di nessuno, noi
intatti territori d’oltremare,
colonie di un’uguale solitudine.
.
.
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ISTRUZIONI ALCHEMICHE PER IL COMPOSTAGGIO
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Raccogliere e impilare sfalci d’erba,
gusci di noci, fondi di caffè
filtri del tè, ossa, altre immondizie buone.
Rivoltare due o tre volte l’anno, piano
per riattivare il ciclo del silenzio.
Di quando in quando innaffiare, aggiungere
qualche altra scoria, emersa da uno specchio
dimenticato. Pressare a dovere
come a reprimere un singhiozzo buio,
un ricordo di frodo.
Poi maturare a fondo, concedere
varco al tempo, alla sua lama gentile.
.
Talvolta – dopo un terremoto d’anni –
vi affiora una poesia.
.
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Bregoli Notizie da Patmos

Fabrizio Bregoli, è laureato in Ingegneria Elettronica, lavora nelle telecomunicazioni e coltiva da sempre la passione per la poesia. Ha pubblicato alcuni libri fra cui “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Gli sono stati assegnati il Premio “Guido Gozzano” e il Premio “Città di Umbertide” per l’edito, Il Premio “Dante d’Oro”, “Città d’Acqui Terme” e “San Domenichino” per l’inedito. Presente su molte antologie e riviste letterarie, fa parte della redazione della pagina Facebook “Poeti Oggi” per cui cura la rubrica “Blocchi di partenza” e del lit-blog “Laboratori Poesia” per cui cura la rubrica “Poesia a confronto”. È tra i fondatori e membro della redazione del blog di cultura e letteratura “Casamatta”. Il sito dedicato alla sua poesia è: https:// fabriziobregoli.com

T.S.Eliot, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

Calder mobiles

T.S.Eliot, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

S’io credessi che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza più scosse.
Ma per ciò che giammai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
senza tema d’infamia ti rispondo.

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, «Posso osare?» e, «Posso osare?»
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: «Come diventano radi i suoi capelli!»)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: «Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!»)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini?
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

(per questo testo si ringrazia il sito Nuovi Argomenti) 

– in apertura opere di Alexander Calder –

Flavio Almerighi, alcuni estratti da Lettere

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Flavio Almerighi, estratti da LETTERE (Macabor Editore, 2021)

Con affetto
.
Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Salire su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.
.
Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.
.
Qui il più legale è bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.
.
In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.
.
Con affetto.
.
.
.
Dimenticare tutto
.
Cosa raccontiamo. Smembrata la Compagnia,
ognuno ha ripreso la propria strada
oltre i campi, verso la nuova età dell’oro.
in fondo, servono guerre per arrivare alla Luna.
Le divergenze parallele porgono cordiali saluti.
.
Salgono docili le biciclette su treni e romanzi pieni
di zitelle, vocazioni negate in aste per baci sporchi
dentro case di incontri e anime lontane
Dimenticato del tutto il fumo dei camini
persi nel vento, nelle rose continuamente lisciate
di luce mai vista, nemmeno sentita, ma ovunque
presente, supplica di ogni giorno bene in evidenza.
.
Dove andiamo. Della mia uniforme conservo fregio,
mostrine, scarpe ancora disposte a proseguire, ricordi
di vicinanze sbranate dal tempo
e chiusi i negozi di dischi
.
Dove siamo adesso. Saldi a una fermata, non si sa
di tante speranze quale sia stata la prima a morire,
l’ultima ancora in piedi, fuori a fumare senza timori
per l’arrivo di una nuova brutta stagione.
.
Dove sarà Dio È rimasto ad Auschwitz a sbucciare zucche,
a scolpire ciottoli, a dimenticare
.
.
.
Le campane di Forte Interrotto
.
sulla via
fossili di vita trascorsa
e lo squillare senza fonte
di campane mosse dal vento.
sono venuto a vivere il silenzio
di fantaccini falciati,
derubati anche del nome
e dispersi nella furia della Vaia
.
in attesa del rientro
a morire di cicale e zanzare,
anche noi carne da cannone:
questa volta
non prenderanno prigionieri
ma siamo già in gabbia,
poveri e illusi
.
.
.
VI
.
Sarà buio per tutti
presto o tardi, salvo rimandi
e successive proroghe.
Guardatevi da fratelli
da sorelle.
Guardatevi dalle famiglie,
mirano a spartire
dividersi il nulla.
.
A un certo punto assenti
si diventa nessuno
per taluni memoria,
nemmeno sufficiente
a riempire un minuto
di silenzio
.
Lettere Almerighi

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Sono le tre (LietoColle, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di “Procellaria”, Xenos Books Los Angeles, 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble, 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli, 2018), Lettere (Macabor Editore 2021).

Altissima Luce: Laudario di Cortona – sassi sonori

Fresu - Di Bonaventura

Il “Laudario di Cortona” secondo Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura; una rilettura lirica del documento medievale unita alle voci di Armoniosoincanto dirette da Franco Radicchia. Il Laudario di Cortona possedeva già in sé parole e musica, ma a Fresu e Di Bonaventura è stato chiesto da Alberto Batisti, Direttore artistico della Sagra Musicale Umbra, di immaginare una «impaginazione» diversa per quegli antichi canti (solo alcuni, visto che parliamo di una tracklist di 13 brani), «facendoli diventare degli standard» con elementi jazzistici al loro interno. Il risultato del loro lavoro, in versione solo strumentale, viene prima presentato a Umbria Jazz e poi subisce un’“integrazione vocale” grazie all’inserimento delle parti del già citato Gruppo Vocale Armoniosoincanto, per essere in seguito suonato nella sua interezza in vari concerti in giro per l’Italia. Il passo verso la registrazione in studio, dunque, era quasi obbligato, visto anche il successo ottenuto dalle nuove composizioni, e a fare uscire il CD è stata ovviamente la Tǔk Music dello stesso Fresu. [estratto dal sito sentireascoltare]

Il Laudario di Cortona (Cortona, Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca, Ms. 91) è un codice musicale manoscritto italiano della seconda metà del XIII secolo, contenente una collezione di laude. Non se ne conosce esattamente la data, ma si ritiene che sia stato copiato fra gli anni 1270 e 1297. Apparteneva alla Fraternità di Santa Maria delle Laude, della chiesa di San Francesco di Cortona. Nell’anno 1876 fu ritrovato abbandonato, in uno stato pietoso, dal bibliotecario della Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca di Cortona, che lo aggiunse alla biblioteca cortonense, in cui è conservato. Il Laudario di Cortona e il Laudario Magliabechiano 18 (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magliabechiano II I 122, Banco Rari 18) sono i due soli manoscritti di laude italiani con notazione musicale giunti fino a noi. Alcuni brani si trovano in entrambi i manoscritti, mentre altri brani del Laudario di Cortona si ritrovano in altri laudari privi di musica (solo testuali) e in altri frammenti sparsi.

Il Laudario di Cortona è la più antica collezione conosciuta di musica italiana in lingua volgare, nonché l’unica del XIII secolo. Il manoscritto è composto di 171 fogli di pergamena ed è privo di miniature; il testo è scritto in caratteri gotici e la musica in notazione quadrata. È formato di due parti: la prima va dal foglio 1 al 122 e le sue dimensioni sono di 22,6 x 17,2 cm. mentre la seconda è posteriore, con un formato più piccolo, di 21,5 x 17,3 cm, e va dal foglio 133 al foglio 171. Fra le due parti fu inserito, più avanti, un quadernetto (fogli dal 123 al 132). [notizie da Wikipedia]

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Dmitrij Kuz’min, quattro poesie e una nota sull’autore

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Dmitrij Kuz’min, versi e nota critica tratte da «La massa critica del cuore…»

antologia di poesia russa contemporanea – cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio edita da Mimesis Hebenon, 2013

*

***
In un negozio con esposizione
di elettrodomestici
cinque uomini
con le giacche della divisa color lampone
e facce dozzinali
con vivacità:
.
– Allora hai un maschietto?
– Un maschietto.
– Anch’io. Serëg, e tu?
– Anch’io.
– Quindi solo Lëcha ha una femminuccia?
.
Scelgo un trinciaortaggi
per il compleanno di mia mamma:
ormai, probabilmente, troverà pesante
fare tutto in cucina,
anche se comunque deve sempre spignattare un po’.
.
Qualcosa sulla destra del petto mi fa male.
ovvio, il mio cuore
è sbagliato.
.
.
.
***
in una trasmissione televisiva
sulle vittime della guerra in cecenia
scene dall’ospedale da campo
un ragazzino di circa tredici anni
con le gambe amputate al di sopra del ginocchio
la madre canuta con lo sguardo assente
scosta la coperta
davanti alle telecamere
i moncherini sono troppo corti
si scopre la parte inferiore della pancia
con un brandello di benda
che passa in mezzo alle gambe
scostato di lato
l’ennesima troupe lo riprende
la telecamera scivola lungo il corpo verso l’alto
il ragazzino lancia uno sguardo frastornato
accanto allo spettatore
accanto a me
.
.
.
***
Il cuore
è la coppa superiore della clessidra,
da cui stillano granelli di stelle.
.
.
.
***
La Poesia
deve essere, mi perdoni il Signore,
sgradevole.
Dolorosa.
Con il petto non sviluppato di un ragazzino.
.
Un neo al di sopra della scapola sinistra
è auspicabile.
.
.
.
.

Nella sua lunga attività di editore di poesia contemporanea e di traduttore, Dmitrij Kuz’min ha per lungo tempo trascurato le pubblicazioni delle proprie poesie originali: il suo primo libro di versi è stato infatti pubblicato solo nel 2010, quando l’autore aveva 42anni e circa due decenni di attività editoriale alle spalle; ciò nonostante, circa metà del volume è occupato da traduzioni, prevalentemente di poesia anglofona e ucraina. Queste influenze, in particolare la objective school, hanno lasciato una traccia profonda sulla sua poesia: Kuz’min racconta di un mondo strettamente personale, attuando quella sorta di confessione in versi, propugnata dalle sue correnti di riferimento attraverso un flusso di coscienza ininterrotto, che viola la sintassi, oppure introduce nomi e luoghi ignoti ai più, ma presentati come familiari. Il lettore viene catapultato nel microcosmo dell’autore, vi trova una propria agevole collocazione e si scopre a interagire con l’io lirico in una realtà poetica molto concreta, ma la tempo stesso foriera di associazioni mentali, di infiniti ricordi e visioni, che emergono dagli aspetti banali e quotidiani, come sipari di un mondo reale e tangibile.

L’eroe lirico di Kuz’min è l’abitante della metropoli contemporanea, un compendio di contraddizioni e incongruenze, ma anche di storie e di vite, un alternarsi spontaneo di prodigi e orrori, in cui le brutture della guerra in Cecenia, il terrorismo in Russia, convivono e si avvicendano naturalmente con l’erotismo, i ricordi di bambino, con considerazioni molto personali sulla propria sessualità o sulla poesia, spesso attraverso riferimenti alla cultura del passato. E ognuno di questi temi è un tassello della vita dell’eroe lirico, spesso alter ego dell’autore stesso.

(in apertura opera di Vasilij Kandinskij)

Alessia e Mirta di Raffaele Piazza letto da Angela Greco

alessia-e-mirta-2019AIessia e Mirta (Ibiskos Ulivieri, 2019) è una silloge di versi redatta da Raffaele Piazza (Napoli, 1963) subito dopo Alessia, una raccolta precedente prodotta dall’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano nel 2015, che subito apre alla curiosità su come possa un poeta titolare per ben due volte un libro inserendo lo stesso nome di donna. Evidentemente l’argomento non si era esaurito con la prima pubblicazione, ma sorge anche la domanda su cosa possa rappresentare per l’autore questa donna o questa figura o, perché no, questa metafora alla quale nella seconda pubblicazione affianca un altro nome femminile, Mirta, che, però, nel libro non trova l’ampio spazio dedicato alla prima.

Alessia, come ho già scritto in precedenza a riguardo della prima opera, è un mantra, una formula magica, una figura reale seguita passo passo, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo con la perizia del segugio, l’affanno di chi ne è in qualche modo coinvolto, l’ossessività del voyeur che, però, non si limita a guardare da un minimo spazio immaginando il resto; di Alessia sappiamo quello che fa, quello che vive, quello che impara, addirittura viene detto della sua vita sessuale con l’innamorato, quasi dovesse per una scelta forzata dell’autore, far parte per forza del vissuto anche del lettore. E personalmente avverto l’ingerenza, la pressione, la forzatura, al limite del respiro affannoso e non riesco a nascondere la difficoltà caratteriale di essermi dovuta intromettere gratuitamente in una vita altrui in maniera tanto esplicita.

Una scelta ardua, quella che opera Raffaele Piazza, coraggiosa da certi punti di vista, emblematicamente resa manifesta nell’indice del libro, dove ci si ritrova come in un cinema muto la cui pellicola, a fine proiezione, sganciata dal macchinario, reitera sempre lo stesso fotogramma, lasciando allo spettatore solo il suono di un inciampo, di un ostacolo da cui difficilmente ci si riesce a liberare, fino a restarne allucinati, drogati, inebetiti. Perché il rischio che si corre con tale abuso è di perdere di vista tutto il resto: superata la naturale curiosità dei primi eventi, si entra in un meccanismo di perversione, violando la sacralità del non detto che in poesia ha un ruolo importante. Forse, ma è un parere tutto personale, eliminando i titoli, si sarebbe ottenuto un effetto più armonico e maggiormente coinvolgente. Perché non tutti siamo curiosi morbosi tali da poter vivere con serenità questo libro.

Oltrepassato ciò, la poesia di Piazza si conferma anche in quest’opera di stampo diaristico, minuziosa nel dettaglio, originale in alcune trovate linguistiche, degna di questo tempo, in cui per la maggior parte delle persone le giornate non assumono sfumature particolari e si realizzano tra abitudinarietà e vizi da fruitori di mezzi di comunicazione di massa. Perché scorrendo le pagine di Alessia e Mirta si ha un po’ la sensazione del Grande Fratello seppur con una veste da sera, quella della poesia, con gli occhi sbarrati su uno schermo e ormai incapaci di molte cose. Resta però il fatto che una poesia simile, destreggiantesi tra le piccole cose e quel gradito (ai più) grado di orizzontalità, è bene accetta, oggi, da lettori ormai avvezzi ad un certo livello letterario, supportata anche da nuove tendenze che mirano all’instaurarsi di correnti poetiche (ri)fondate sul non senso e sull’alleggerimento di pensiero e contenuti, assolutamente aderenti ai nuovi processi cognitivi di questi ultimi anni, dove le domande fondamentali sono in via di estinzione e il relativismo fa il resto. Oggi, tutta la poesia è una buona poesia, per molti, per troppi. Ma non si vuole, in questa sede, utilizzare la silloge di Rafaele Piazza per fare critica al sistema, me ne guarderei bene; sta di fatto, purtroppo, che la Poesia ha, tra i suoi dolenti ruoli, anche quello di far riflettere il lettore ed io non mi sottraggo a tanto.

Dopo queste riflessioni, non risulta fuori luogo pensare che “Alessia” sia proprio il tempo e soprattutto il tempo che passa e che la sua reiterazione altro non sia che l’umano e comprensibilissimo gesto di trattenere – per le ragioni più disparate e, in questo caso, da ritenersi tutte plausibili – quello che si sa benissimo non tornerà più. “Mirta” è, invece, l’incursione dell’evento fuori dall’ordinario, che sia un ricordo o un desiderio non fa differenza; senza entrare nel dettaglio del rapporto che intercorre tra il poeta e le figure di cui scrive, ma limitandosi alla lettura dei testi, Mirta è colei che finalmente spezza la routine, ma di cui il poeta sembra avere quasi timore, mentre corre e scorre la sua vita interamente votata e dedicata ad Alessia. [Angela Greco AnGre]

***

Tre poesie tratte dal libro:

Alessia a Roccaraso
 
Treno, ferrovia locale dalla
neve leggera nel candore dell’
anima di ragazza Alessia.
Materico incantesimo nel freddo
per resurrezioni ad ogni passo.
Pensa Alessia a Roccaraso
a Giovanni che la raggiungerà
stasera e all’amore all’Hotel
Paradiso, stanza 8. Attimi nivei
e sorride Alessia e sul vetro
appannato della camera scrive
Giovanni per sempre.
A proteggerla una conca
di tramonto e così esiste
Alessia.
 
 
Alessia al matrimonio
 
Aria di festa azzurra di cielo
a interanimarsi con di Alessia
l’anima (si sposa Veronica
l’amica), agosto di sorgente.
Alessia e Giovanni dalla chiesa
escono dopo la funzione
per la vita.
Riso gettato di augurio buono,
a Posillipo di Sant’Antonio
la chiesa. Trasale Alessia
e pensa al suo matrimonio
o se sarà leggera convivenza
senza figli. La mappa per
la duale scelta, limbo
duale per Alessia e l’amato
e Veronica è incinta.
 
 
Mirta nel mio specchio
 
Sei nel mio specchio, Mirta,
campiti i nostri volti
nel vetro che pare infinito.
Ti sei uccisa, Mirta, e non
ci credo e invece è lutto
per la bandiera della mia
vita. Abbiamo mangiato
insieme al ristorante
dei vivi e mi parlavi di
Anne Saxton anche lei
suicida. Dicevi la vita
è bruttissima come una
bambina di 44 anni, Mirta,
donna dei boschi e prigioniera
del tuo film.