Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

*

Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
.
Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
.
Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
.
[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
.
.

Friedrich Hölderlin, Ricordo

RICORDO, poesia di Friedrich Hölderlin

È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
ma sopra
è in vedetta la nobile coppia
delle querce e i pioppi d’argento –

io mi ricordo
ancora del bosco d’olmi
che china le larghe cime dei monti
sul mulino, ma nella corte
cresce la pianta del fico.
Nei giorni di festa
vanno le donne brune
sopra un piano di seta,
al tempo di marzo,
quando uguali son la notte e il giorno,
e sui sentieri lenti
carico di sogni d’oro
passa ondoso il respiro del vento:
ma mi si offra quella coppa inebriante
colma di luce bruna
perché possa riposare:
dolce sarebbe
sotto le ombre il sonno.
E male è se l’anima si perde
lontano da pensieri di mortali.
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.

Ma gli amici, dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?
C’è chi ha timore
ad andar alla fonte.
Ma la ricchezza ha inizio
nel mare. Essi come pittori
raccolgono tutta la bellezza
del mondo e non spregiano
la guerra alata, avere
la casa sotto un albero senza fronde,
per anni, solitari,
dove la notte non ha luci
di città e di feste
né musiche né danze native.

Ma ora quegli uomini sono salpati
per le Indie, nel promontorio arioso
presso le erte vigne
da cui la Dordogna scende
e insieme alla Garonna sfarzosa
esce fiume ampio come mare.
Il mare dona e toglie il ricordo;
l’amore fissa i suoi occhi fedeli.
Ma il poeta fonda ciò che resta.

(Trad. di Enzo Mandruzzato)

.

Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) è uno dei massimi autori del romanticismo tedesco. Durante la sua formazione avvertì l’influsso di Klopstock, Kant, Schiller, Rousseau, e dei greci. Da giovane, studente a Tubinga, sentì fortemente il richiamo del verbo rivoluzionario propagato dalla Francia. Cominciò a scrivere, giovanissimo, inni ed elegie schillerianamente patetiche nel tono e idealizzanti nel contenuto. Tra le traduzioni italiane delle sue poesie Alcune poesie di Hölderlintradotte da Gianfranco Contini, Firenze, Parenti, 1941 – Torino, Einaudi, 1982; Le liriche, 2 voll., trad. Enzo Mandruzzato, Milano, Adelphi, 1977; Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, con uno scritto di Andrea Zanzotto, Milano, Mondadori (collana “I Meridiani”), 2001. Ricordiamo, inoltre, Iperione, o l’eremita in Grecia, saggio introduttivo di Jacques Taminiaux, Parma, Guanda, 1981 (trad. Marta Bertamini e Fulvio Ferrari); La morte di Empedocle, saggio introduttivo di Elena Polledri, Milano, Bompiani (collana “Il pensiero occidentale”), 2003 (trad. Laura Balbiani); Scritti sulla poesia e frammenti, Torino, Boringhieri, 1958 (trad. Gigliola Pasquinelli); Diotima e Hölderlin: lettere e poesie, Milano, Adelphi, 1979 (trad. Enzo Mandruzzato); Sul tragico, saggio introduttivo di Remo Bodei, Milano, Feltrinelli, 1980; Scritti di estetica, Milano, SE, 1987 (trad. Riccardo Ruschi); Edipo il tiranno, introduzione di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991 (trad. Tommaso Cavallo); Antigonae di Sofocle nella trad. di Friedrich Hölderlin, saggio di George Steiner, Torino, Einaudi, 1996.

(dal sito Nuovi Argomenti)

Angela Greco, un inedito

[senza titolo]

Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure
di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono lettere dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.
.
Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un
dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie di alghe,
nastri danzanti ancorati in un solo punto – il mare.
.
Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo volto,
di notte, contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo di fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?
.
.
Angela Greco, dicembre 2019

Mark Strand, Il tempo a venire

Mark Strand, da L’inizio di una sedia (a cura di Damiano Abeni, Donzelli Poesia)

Il tempo a venire (da “Tormenta al singolare”, Blizzard of One, 1988)

I
.
Nessuno se ne avvede, ma l’architettura del nostro tempo
diviene l’architettura del tempo a venire. E il balenìo
.
della luce sulle acque è nulla accanto ai mutamenti
forgiati nel profondo, proprio come la nostra resistenza è
.
nulla rispetto alla pulsione continua delle cose verso il baratro.
Nessuno può fermare il flusso, ma nessuno può avviarlo.
.
Il tempo ci scivola accanto; i nostri dispiaceri non si fanno poesie,
e l’invisibile rimane tale. Il desiderio è svanito, ha lasciato
.
solo una traccia di profumo sulla scia,
e così tante persone amate se ne sono andate,
.
e non c’è voce che giunga dallo spazio, dalle spire
di polvere, dai tappeti di vento a dirci che così è
.
che doveva accadere,che solo sapessimo
quanto le rovine vivranno non ci lamenteremmo mai.
.
.
II
.
Di perfezione non se ne parla proprio per gente come noi,
e allora perché dannarsi sullo stesso vecchio sé quando il paesaggio
.
ha aperto le braccia e ci ha dato santuari splendidi
verso cui dirigerci? I grandi motel del west attendono,
.
nel cortile di chissà chi il cane primigenio spera che passeremo in macchina di là,
e sulla superficie di gomma di un lago i bagnanti che ballonzolano come boe
.
faranno cenni di saluto. la strada arriva fin sulla porta, e allora andiamocene
prima che il mondo qui attorno s’incendi, la vita dovrebbe essere più
.
del peso del corpo che si trascina di stanza in stanza.
Una sgambata nella foresta ci farà bene, come pure un giro
.
fra le cascine. Pensa ai polli che si pavoneggiano, alle mucche
che fanno dondolare le mammelle, e scacciano le mosche con la coda.
.
E si immaginano prismi di luce estiva che si frantumano
nel silenzioso sonno caliginoso del contadino e sua moglie.
.
.
III
.
Sarebbe potuta essere un’altra storia, quella prevista
invece di quella verificatasi. Vivere così,
.
sperando di correggere ciò che è stato falso o reso illeggibile
non è quello che avevamo voluto. Credere che la storia progettata
.
sarebbe stata come un giorno nel west quando tutto
è instancabilmente presente – i monti che proiettano ombre lunghe
.
sulla valle dove dove il vento canta il suo motivo circolare
e gli alberi rispondono con un secco applaudire di foglie – era senz’altro
.
troppo semplice, e miope. Perché presto le foglie,
anneritesi, sarebbero cadute, e la neve che tutto annulla
.
avrebbe ovattato il cammino, e noi, pale alla mano, ci saremmo incontrati,
e piegati a raschiare il marciapiedi per pulirlo.Che altro ci sarebbe stato
.
così avanti nel giorno per noi se non il desiderio di fare ammenda
e ricominciare, la compassione del sole mentre scompare?
.
.

AA.VV. paesaggio, paesaggi

Federico Garcia Lorca, Paesaggio (Paisaje).

Il campo
di ulivi
si apre e si chiude
come un ventaglio.
Sopra l’uliveto
c’è un cielo inabissato
e una pioggia scura
di stelle fredde.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
Si arriccia il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le loro lunghissime
code nell’ombra.

*

Umberto Saba, Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

*

Vittorio Sereni, La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare-
parleranno.

*

Vittorio Bodini, [Viviamo in un incantesimo]

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

(testi tratti dal web – immagine d’apertura: affresco della romana Villa di Livia)

Yves Tanguy, Giorno dell’indolenza – sassi d’arte

Yves Tanguy, Giorno dell’indolenza, 1937

olio su tela, cm 92 x 73 – Parigi, Musée National d’Art Moderne, Centre G. Pompidou

*

Nel surrealismo, il paesaggio acquisisce una nuova dimensione e vive, nel contesto della storia di questo genere artistico, una delle sue più singolari metamorfosi. Il paesaggio surrealista potrà essere meglio compreso sullo sfondo della nuova immagine della natura che si riflette nell’arte moderna. Non solo sul piano formale, ma anche a livello di contenuti, la rappresentazione perde di chiarezza; una perdita, però, che va a compensare con una notevole totalità estetica. Non è più necessario che la natura si presenti davanti ai nostri occhi, perché può trovare spazio dentro di noi, nel nostro mondo onirico, nella nostra psiche.

Fra gli scenari surrealisti ricorrenti si annoverano paesaggi con ampie pianure desertiche, popolate di oggetti insoliti, immagini antropomorfe, configurazioni di cristalli, metamorfosi di persone e cose, oggetti che fluttuano in uno spazio sotto vuoto solcato da prospettive bizzarre e al di sotto di un freddo cielo che fa pensare a un’ambientazione extraterrestre. A partire dal 1926, fu il francese Yves Tanguy  a distinguersi per la creazione di questi panorami onirici; le sue opere sono infatti attraversate da un orizzonte sconfinato, fatto di zone opaline, caliginose e fumose, che mette in risalto l’immensità di un pianeta le cui strutture striate fanno pensare a un terreno un tempo naturale. Un tempo di cui resta un vago ricordo appena, non soltanto a causa dello staffage (corredo delle figure accessorie nella pittura di paesaggio) di fantasmi divenuti utensili e forme bizzarre, ma anche in ragione dell’indeterminatezza spazio-temporale. Nel Giorno dell’indolenza, Tanguy dà forma a uno scenario il cui misterioso carattere visionario viene ulteriormente enfatizzato dal fatto che gli elementi figurativi si stagliano con cristallina precisione su uno sfondo suddiviso in zone, che l’osservatore non può fare a meno di associare a uno sconfinato paesaggio desertico. Per di più questi “personaggi” surreali proiettano ombre nere, suggerendo in tal modo un’idea di spazio che appare a dir poco improbabile in questo mondo alogico.

Gli abituali criteri di distinzione spazio-temporale non sono applicabili a un paesaggio così anonimo, in cui le qualità estetiche sembrano perdersi in un vuoto apocalittico. Da un punto di osservazione estremamente elevato, come quello che caratterizzava i paesaggi panoramici antichi, il nostro sguardo cade su questo terreno che trasuda indifferenza, e perciò appare minaccioso, illuminato da una luce cosmica parimenti inquietante.

Nei “paesaggi” di Tanguy, la vista spazia attraverso un mondo dotato di una struttura criptata che non è possibile interpretare secondo criteri logici o razionali e la nostra prospettiva dall’alto non ci dà l’impressione di dominarlo, poiché in questa realtà non c’e nulla che possa essere dominato. Si tratta di un mondo che assorbe il nostro sguardo e vi oppone i propri codici, i quali a loro volta trasferiscono la questione del significato dell’uomo e del mondo nell’ambito della psiche. Serbando in sé le vestigia di una realtà visuale, questo mondo si caratterizza come una sorta di terra di confine, in cui gli elementi onirici si trasfondono nella realtà con precisione allucinatoria e i brandelli di realtà assumono la consistenza del sogno.

(tratto da Paesaggi di Norbert Wolf edito da Taschen)

 

Paul Éluard, La prima infanzia di Dominique

Il sasso nello stagno di AnGre

 La prima infanzia di Dominique di Paul Éluard (1895-1952)

In quel tempo diviso tra l’uragano e la speranza
Cattivo tempo e primavera
Scrissi questo poemetto per conciliarmi
Con l’amore e con la vita.

I

La notte e la paura della notte tutti gli incendi della notte
Gli interdetti le zanne mostrate e le unghie sfoderate
I colori vaghi lo specchio che traspira il raso logoro
Lei non era nata

Il paesaggio si chiudeva come un sasso
Gli uomini si svegliavano stanchi smemorati
La nebbia dei loro sogni appestava l’aurora
Lei non era nata
Nessuno la conosceva

Pudore era ubriaco insozzato
La ricchezza adorava la stupidità
La bellezza la pietà abbeveravano sontuosi carnai
Lei non era nata
Nessuno la conosceva
I suoi occhi erano chiusi

La carne rauca tremava nel freddo silenzioso
E per prolungarsi il dolore ragionava
Dalle vene della notte si alzava un’onta insolubile
Lei non era nata
Nessuno la…

View original post 976 altre parole

Leonard Cohen, There is a War – sassi sonori

There is a War

Testo e musica di Leonard Cohen; Album: “New Skin for the Old Ceremony” (1974)

There is a war between the rich and poor,
a war between the man and the woman.
There is a war between the ones who say there is a war
and the ones who say there isn’t.

Why don’t you come on back to the war, that’s right, get in it,
why don’t you come on back to the war, it’s just beginning.

Well I live here with a woman and a child,
the situation makes me kind of nervous.
Yes, I rise up from her arms, she says “I guess you call this love”;
I call it service.

Why don’t you come on back to the war, don’t be a tourist,
why don’t you come on back to the war, before it hurts us,
why don’t you come on back to the war, let’s all get nervous.

You cannot stand what I’ve become,
you much prefer the gentleman I was before.
I was so easy to defeat, I was so easy to control,
I didn’t even know there was a war.

Why don’t you come on back to the war, don’t be embarrassed,
why don’t you come on back to the war, you can still get married.

There is a war between the rich and poor,
a war between the man and the woman.
There is a war between the left and right,
a war between the black and white,
a war between the odd and the even.

Why don’t you come on back to the war, pick up your tiny burden,
why don’t you come on back to the war, let’s all get even,
why don’t you come on back to the war, can’t you hear me speaking?

*

Versione italiana di Franco Senia (dal suo Black Blog) condivisa dal sito “Canzoni contro la guerra”, che si ringrazia.

C’è una guerra

C’è una guerra fra il ricco e il povero,
una guerra fra l’uomo e la donna.
C’è una guerra fra chi dice che c’è una guerra
e chi dice che non c’è.

Perché non torni a combattere? è giusto, vacci!
Perchè non torni a combattere? è appena cominciata.

Io vivo qui con una donna e un bambino,
è una situazione che mi rende nervoso.
Sì – mentre mi scioglievo dal suo abbraccio – lei ha detto “Scommetto che tu questo lo chiami amore”;
Io lo chiamo servizio.

Perché non torni a combattere? Non essere un turista
Perché non torni a combattere? Prima che tu ti faccia male
Perché non torni a combattere? Lascia che tutto si agiti

Non puoi rimanere quel che io sono diventato,
devi preferire il gentiluomo che ero prima.
Ero così facile da battere, così facile da controllare,
non sapevo ancora che ci fosse una guerra.

Perché non torni a combattere? Non essere imbarazzato
Perché non torni a combattere? Puoi ancora sposarti

C’è una guerra fra il ricco e il povero,
una guerra fra l’uomo e la donna.
C’è una guerra fra il bianco e il nero,
una guerra fra il dispari e il pari.

Perché non torni a combattere? Assumiti le tue minuscole responsabilità,
Perché non torni a combattere? lascia che le cose siano semplici,
Perché non torni a combattere? puoi sentire quel che sto dicendo?

.

John Donne, Lezione sull’ombra e Divinità d’amore

Due poesie di John Donne (Londra, 1572 – 1631)

Lezione sull’ombra

Ferma, ti voglio fare, amore,
una lezione di filosofia d’amore.
Tre ore abbiamo passeggiato
e per l’intero tratto due ombre,
che da noi stessi si fanno,
ci hanno accompagnato.
Ma ora che il sole è a perpendicolo sul capo
su quelle ombre teniamo i nostri passi,
e le cose risultano in strenua chiarità.
Così mentre cresceva il nostro amore infante,
da noi, dai nostri affanni, le ombre fluivano
e gli inganni; ma non è più ora così.
.
Non ha raggiunto il grado supremo
un amore tutto attento a non essere veduto.
.
Fermiamo il nostro amore a questo mezzogiorno,
o altre ombre opposte noi faremo;
e se le prime furono per accecare gli altri,
queste che si faranno, agendo su di noi,
i nostri stessi occhi renderanno ciechi.
Se il nostro amore declina, se a ovest
trova tramonto, io a te, tu a me,
ingannevoli, il nostro agire occulteremo.
Si dissolvono le ombre del mattino,
ma queste si allungano per il giorno intero.
L’amore che svanisce, oh è un breve giorno!
.
È luce stabile, ferma l’amore, o luce che cresce.
È notte il primo attimo dopo mezzogiorno.
.
.
.
Divinità d’amore
.
Vorrei parlare con lo spirito di un antico amante
morto prima che il dio d’amore fosse nato.
Non posso credere che chi allora ha più amato
sia caduto tanto da amare
una donna che lo sprezzava.
Ma il dio un destino ha prefissato
e il costume, seconda natura, lo sancisce:
io devo amare lei che non mi ama.
.
Certo chi lo assurse a dio non immaginava tanto,
e lui, giovane dio, se ne asteneva,
ma quando identica fiamma due cuori prendeva
suo compito compiacente era accordare
alla passività l’attivo:
solo delle corrispondenze si curava.
Non può essere Amore fino a quando
non amerò lei che anche mi ama.
.
Ma oggi ogni dio alla moda vuole
estendere, almeno quanto Giove,
le sue vaste prerogative.
ira lussuria, lettere commende,
tutto è dominio del dio dell’amore.
Oh se almeno da questa tirannia
fossimo ridestati, ma per spogliare
della divinità il fanciullo,
allora non sarebbe più
che io ami lei che non mi ama.
.
Ribelle e ateo perché vado mormorando
come sentissi tutto il male che sa fare amore?
Amore potrebbe togliermi il dono d’amare,
escogitare un tormento peggiore,
far sì che lei ricambi il mio amore.
Ma lei già ama, e questo non lo voglio vedere.
L’infedeltà è peggio del non amore.
E sarebbe così, se lei che amo
ricambiasse il mio amore.
.
.
da John Donne, Poesie sacre e profane (Feltrinelli)
.
.

Paul Gauguin, Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo? – sassi d’arte

2784592

Paul Gauguin, Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

(1897 – 1898) olio su tela, cm 139 x 374 – Boston, Boston Museum of Art

*

Testamento artistico e spirituale dell’artista, la tela è una sintesi dei temi della sua pittura e della sua visione del mondo. Prima di affrontare il dipinto vero e proprio, esegue vari disegni. Lavora quindi giorno e notte, febbrilmente per oltre un mese e a luglio spedisce il quadro a Parigi. Il dipinto impressiona i critici per le soluzioni stilistiche e il profondo simbolismo.

L’opera può essere interpretata come una metafora della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, ma anche una meditazione sul suo senso, un confronto tra la natura e la ragione, rappresentata dalle due donne in atteggiamento pensoso. Le figure sono disposte nel paesaggio con un andamento che ricorda i fregi antichi e i grandi cicli di affreschi dei palazzi rinascimentali. Gauguin le riprende da dipinti precedenti, ma conferisce loro un significato differente. La presenza dell’idolo blu e degli animali è stata variamente interpretata, in particolare “lo strano uccello bianco con una lucertola tra le zampe, che sta a significare la vanità tra le parole”.

Benché egli tenda a precisare che “è buttata giù di getto, in punta di pennello”, la tela compendia di fatto una serie di elementi già trattati separatamente in diversi dipinti, che vengono così a costituire altrettanti abbozzi di un’unica creazione protrattasi per parecchi anni e infine concretizzata in questa complessa e  imponente composizione. [Elena Ragusa]

*

Paul Gauguin - Autoritratto con cappello (1893-1894)
Paul Gauguin – Autoritratto con cappello (1893-1894)

tratto dal saggio “Il primitivo moderno” di Vittorio Sgarbi: “Gauguin ha cercato nell’arte non solo una ragione estetica, ma anche una ragione esistenziale. Partito a fianco degli impressionisti, Gauguin al culmine della maturità, decide di rifugiarsi o di ritrovarsi in una zona lontana dal mondo “evoluto”, a Tahiti, interrompendo i rapporti con la propria civiltà. Nessuno prima di lui aveva cercato nella vita quotidiana, non più soltanto nell’arte, l'”evasione” con una scelta tanto radicale nelle sue conseguenze pratiche.

E’ l’esito estremo di una visione romantica nel rapporto tra arte e società che interpreta la prima come coscienza necessariamente critica, eversiva dalla seconda. Con Gauguin l’artista diventa perfetto intellettuale, libero pensatore, profeta di un mondo migliore nel nome dello spirito e del bello. Ma Gauguin non è stato un iniziatore solo in questo senso, essendo le sue scelte di vita profondamente legate a quelle estetiche. Per primo intuisce che le ricerche di Van Gogh, di Cézanne e di tutti gli artisti più avanzati sono tanto progredite in quanto vanno verso una riduzione della forma alla sua essenza espressiva, il cosiddetto “primitivo”.

[…] Ricominciare vuol dire allora tornare alle origini della civiltà, quando mito, simbolo e filosofia si concretizzavano nei significati dell’opera artistica e Gauguin è stato il primo, come ha scritto René Huyghe, “a prendere coscienza della necessità di una rottura, perché potesse nascere un mondo moderno; il primo a sfuggire alla tradizione latina, disseccata, ossificata, moribonda, per ritrovare tra leggende barbare, le divinità primitive, l’impeto originario. Mentre l’arte occidentale aveva come proprio perno il noto, egli vi ha sostiutito l’ignoto…ha intuito le terre sommerse dell’anima, le loro intatte potenze in cui la civiltà decrepita e raffinata potrebbe ritemprarsi” (da Gauguin, I grandi maestri dell’arte – Skira)

José Martí, due poesie

Per queste poesie di José Martí si ringrazia  CUBAnews  – rivista telematica mensile a cura di Gioia Minuti, che ha tradotto anche i testi (Qui).

*

Da VERSOS SENCILLOS
.
Io sono un uomo sincero
di dove cresce la palma
e prima di morire vorrei
trarre i miei versi dall’anima.
.
Io vengo da ogni parte
e in ogni luogo vado,
sono arte tra le arti
e monte tra le montagne.
.
Io conosco i nomi strani
delle erbe e dei fiori
e gli inganni dei mortali
e i sublimi dolori.
.
Ho visto nella notte scura
piovere sopra il mio capo
raggi di luce pura
di divina bellezza
.
Le ali ho visto nascere
sulle spalle di donne belle
e salire dalle macerie
volando le farfalle.
.
Ho visto vivere un uomo
con un pugnale al costato
che non ha mai detto il nome
di colei che lo ha ammazzato.
.
Rapida come un riflesso
due volte ho visto l’anima, due:
quando è morto mio padre
e quando lei mi ha detto addio.
.
Ho tremato una volta al cancello
all’entrata della vigna
quando una perfida ape
punse la fronte di mia figlia
.
Ho gioito una volta della sorte
che mi fece felice, vedendo
che la sentenza della mia morte
il sindaco la leggeva piangendo.
.
Odo un sospiro che attraversa
la terra il mare, ma
non è un sospiro, è che
mio figlio si sta per svegliare.
.
Se mi dicono “Dal gioielliere
scegli il miglior gioiello”
io scelgo un amico sincero
e metto a lato l’amore.
.
Ho visto un’aquila ferita
volare nell’azzurro sereno
e morire nella sua tana
la vipera col suo veleno
.
So bene che quando il mondo
cede livido al riposo
sopra il silenzio profondo
mormora il ruscello sinuoso.
.
Ho messo la mano audace,
dall’orrore e dal giubilo vinta,
su quella stella già spenta
che cadde davanti alla porta.
.
Nel mio petto coraggioso occulto
la pena che mi ferisce,
figlio di un popolo schiavo
vive per lui e zitto perisce.
.
Tutto è bello e costante
tutto è musica e ragione
e tutto è come il diamante:
prima che luce è carbone.
.
Io so che lo sciocco si interra
con gran lusso e gran pianto.
che non c’è frutta sulla terra
come quella del camposanto.
.
Taccio e capisco e mi tolgo
la pompa del rimatore
e appendo all’albero marcio
il mio camice da dottore.
.
.
.
XXXII
.
In quell’oscuro stradone
con la nebbia dove passeggio
alzo gli occhi e occhieggio
la chiesa eretta al cantone.
.
Sarà un mistero? Sarà
rivelazione e potere?
Sarà, ginocchio, un dovere
il prostrarsi? Che sarà?
.
Trema la sera: nella vigna
il verme morde il germoglio
stride chiamando l’autunno
la cicala sciocca e vana.
.
I due stridono: attento ai due
alzo gli occhi e vedo che
la chiesa dello stradone
ha l’immagine d’un gufo.
.
.
.
Versos sencillos (in italiano: “Versi semplici”), da cui sono tratte le due poesie sotto riportate, è l’ultima raccolta di poesie del poeta ed attivista politico cubano José Martí (L’Avana, 28 gennaio 1853 – Rio Cauto, 19 maggio 1895) pubblicate nell’ottobre del 1891, prima della sua morte avvenuta nel 1895. Alcune delle poesie contenute in questa raccolta sono divenute delle notissime canzoni popolari di fama internazionale, fra queste: “Guantanamera” e “La rosa bianca”, quest’ultima musicata e tradotta in italiano da Sergio Endrigo.
.

Sotto lo stesso cielo

Venezia*

Venezia. Silenzio. Il passo
di un bimbo scalzo
sulle fondamenta
empie d’echi
il canale.
Venezia. Lentezza. Agli angoli
dei muri sbocciano
alberi e fiori:
come se durasse
un’intera stagione il viaggio,
come se maggio
ora
li sdipanasse
per me.
Al pozzo di un campiello
il tempo
trova un filo d’erba tra i sassi:
lega con quello
il suo battito all’ala
di un colombo, al tonfo
dei remi.

(1933)

*Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938)

§

E’ fatto giorno*

È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.
.

.

[Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore]*

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

*Rocco Scotellaro, (Tricarico 1923 – Portici 1953)

§

acqua*

Sotto la stessa acqua, d’ingrato cielo,
alla gola, tra le mani, dentro il vuoto,
siamo
nello specchio della tempesta
scongiuranti e benedicenti.
O malediciamoci pure per quel che sappiamo,
tra lastre d’antiche strade divelte e mosaici ammutoliti.
Nell’ora dell’invocata Bruna, nell’altrui distrazione e
prima che se ne accorga la luce piena della notte,
diventiamo lo stesso sentimento e la stessa materia,
sconcertati di segni e mancate comprensioni.
I santi e le madonne ci somigliano tutti
nei ricami di pietra o sulla roccia nuda,
nel silenzio dei millenni e nel ricordo del mare.
Non siamo poi così distanti; attimi di memoria abbandonata.
Sensazioni acquee confondono e pervadono
vie vuote di vecchi paesi e calli affollate d’estranei.
Sassi di sud che si sgretola e pietra d’Istria nello stesso fotogramma.

E in mezzo una storia, che racchiude entrambi.

*Angela Greco, inedito, novembre 2019

Lievito Madre di Agata De Nuccio letto da Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

*

Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
.
[esergo]
.
.
.
L’arte di resistere
.
Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
.
.
.
Poesis
.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
.
.
.
Stelle estinte
.
Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
.
.
.
dalla sezione “140caratteri e oltre!”
.
.
Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
.
.
.
Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
.
.

La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

…riproponiamo…

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma

La chiesa di San Girolamo della Carità cela un piccolo gioiello del Seicento: è la deliziosa Cappella Spada uno degli esempi più eleganti e bizzarri della teatralità barocca. La cappella è un piccolo ambiente a pianta rettangolare che si apre sul fianco destro della navata della chiesa: sulla parete di fondo è collocato l’altare, inquadrato da due bassi sgabelli rivestiti da finti drappi in marmo e coronati da due urne reliquari: al di sopra dell’altare è posta un’antica icona della Madonna incorniciata da una corona d’alloro in marmo verde antico e da una seconda corona, più esterna, in marmo giallo a foglie di palma; ai lati vi sono due medaglioni ovali con ritratti a rilievo in marmo bianco su sfondo giallo, identificati come San Francesco e San Bonaventura, che sembrano appesi a finti cordoncini in marmo giallo. Ma è guardando più in basso che l’effetto “salotto” della cappella è ancora più evidente: sopra raffinati divani di marmo nero con cuscini di alabastro e abbigliati all’antica sono infatti sdraiati, come fossero vivi, a sinistra Bernardo Lorenzo Spada, vescovo di Calvi, e a destra, Giovanni Spada.

ph-giorgio-chiantini-giorchi-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La cura minuziosa posta nel rievocare l’atmosfera domestica trova soluzione figurativa nella perizia con cui viene trattato il marmo quasi fosse seta decorativa. Anche la balaustra non assomiglia affatto al solito parapetto marmoreo: al suo posto, l’originale idea di sostituirla con due angeli inginocchiati, che reggono un drappo di marmo in diaspro rosso listato di giallo e di bianco, mentre l’accesso è garantito lateralmente, alle spalle dell’angelo di destra, le cui ali sono in legno e ruotano su cardini come un cancelletto.

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La singolarità della cappella, che non ha confronti con altre opere realizzate a Roma negli stessi anni, risiede però nel rivestimento in marmi che ricopre interamente pareti, altare e pavimento e che rappresenta un anomalo caso, nella città papale, di modelli decorativi prettamente napoletani. Inoltre, a differenza delle opere di Borromini e perfino dei modelli partenopei, nella cappella si nota una totale assenza di presenze architettoniche: al suo interno non vi sono colonne o paraste che ne esplicitino la struttura e tutto scompare dietro un parato marmoreo continuo, che si dispiega lungo le pareti interne. Sulla parete di fondo si alternano quattro fasce verticali a motivi vegetali in marmo giallo antico intarsiati su fondo rosso e altre tre fasce verticali in alabastro cotognino di Montalto. La composizione prosegue sulla mensa dell’altare, suddivisa in due riquadri laterali intarsiati e uno centrale in alabastro; mentre su ognuna delle pareti laterali della cappella è adagiata, invece, una sola fascia intarsiata inquadrata da due pannelli di alabastro. I gradini dell’altare e il pavimento – in bardiglio grigio – sono disseminati da un tappeto di fiori recisi in marmo giallo antico.

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

Recenti studi hanno rivelato con una certa sorpresa che il suo autore in realtà è Virgilio Spada, fratello dell’eccentrico cardinale Bernardino Spada e non, come a lungo erroneamente ritenuto, un capolavoro poco noto del genio di Francesco Borromini, che sicuramente venne interpellato insieme ad altri artisti e del quale esiste solo un disegno del paliotto dell’altare.
La realizzazione della cappella è legata a due diverse generazioni della famiglia Spada, originaria di Brisighella, in Romagna: Orazio (1537–1607), che la ottiene nel 1595; il fratello Paolo (1541–1631), che nel suo testamento vincola alla costruzione e al restauro delle cappelle di famiglia considerevoli somme, e infine due figli di quest’ultimo, Virgilio (1596–1661) e Bernardino (1594–1661) – l’uno oratoriano, l’altro cardinale – che investono parte dei legati testamentari del padre nella piccola cappella romana, conferendole, fra il 1654 e il 1657, l’aspetto attuale. (Fonti varie dal web e dal libro “I tesori nascosti di Roma” di Gabriella Serio)
.
.
– articolo e fotografie di Giorgio Chiantini –
.

Franco Pappalardo La Rosa, due poesie dalla seconda edizione de L’orma di Sisifo (in uscita)

Franco Pappalardo La Rosa, due poesie giovanili, appartenenti al tempo della prima giovinezza, che faranno parte (assieme ad altre quattro) della sezione intitolata “Protostoria (1958-1963)” della seconda edizione de L’orma di Sisifo, in uscita per i tipi Achille e La Tartaruga di Paolo Ivaldi (Torino).

*

PASSAGGIO NOTTURNO
.
Sull’orizzonte lenta declina la sera.
La città si staglia nel crepuscolo;
anche i campi riposeranno.
Guardando la crescente luna,
pace mi dà questo parabrezza di nubi,
quest’alito di vento che fruga tra cimase
altre quiete primavere del Sud.
Se ascolto, persino la tua voce
mi giunge: scendo arse colline di bimbi
e greggi appisolati, sospesi sul ciglio
del silenzio, e il mare a scaglie culla
lontane lanterne di sogni e nasse e canti
al fresco smeraldino della notte.
.
Mia, dolce nel dolore ti distendi
a vincere lo stupore delle stelle
e mi sboccia nel sangue il tuo maggio,
adesso che la vita è una fuga assurda
e corro tanto ma non so dove andare.
(Maggio 1963)

.

COME IN UN PLENILUNIO
.
Ancora come per incanto
ritorni nel mio silenzio.
Mi sono fermato in un bar
per non sentire la tua voce,
mi sono affratellato a questa gente
per non restare solo nel dolore.
.
E sono lungo le acque chiare
d’Alcàntara forte di gelsi,
nel verde infinito dei campi
e cattedrali d’arance dorate.
Al suono delle nostre chitarre
fanciulle danzano a cerchio sull’erba
sorprese al plenilunio.
.
Adesso si scende sull’altalena
del tuo canto fino alla musica dei canneti:
qui griderò il mio rimorso
d’averti lasciata senza un sorriso
e forse una volta sola
saprò dirti parole d’amore,
terra.
(Ottobre 1963)

.

Franco Pappalardo La Rosa, giornalista, critico letterario, narratore, è nato a Giarre. Completato il liceo classico, si è laureato in Giurispudenza all’Università di Torino, città dove vive da molti anni. Ha collaborato alle pagine culturali di quotidiani e riviste; ha redatto “voci” di letteratura italiana per il Dizionario della Letteratura Italiana (Milano, Tea, 1989), per il Grande Dizionario Enciclopedico – Appendice 1991 (Torino, Utet, 1991) e per il Dizionario dei Capolavori (Milano, Garzanti, 1994). Ha pubblicato alcuni libri di critica letteraria, fra i quali: Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 20032); Lo specchio oscuro: Piccolo, Cattafi, Ripellino (ibidem, 20042); Viaggio alla frontiera del Non-Essere. La poesia di Giorgio Caproni (ibidem, 20062); Il poeta nel “labirinto”: Luciano Erba (ibidem, 20062); Alfonso Gatto. Dal surrealismo d’idillio alla poetica delle “vittime” (ibidem. 2007); Il fuoco e la falena. Sei poeti del Novecento (Caproni, Cattafi, De Palchi, Erba. Piccolo, Ripellino), ibidem, 2009; Cinque studi. Esemplari di narrativa italiana del Novecento (su Associazione indigenti di M. Collura, Caro Michele di N. Ginzburg, L’amore è niente di M. Lattes, Il compagno di C. Pavese, Fratelli Il custode di C. Samonà), ivi, Achille e La Tartaruga, 2015; e Le storie altrui. Narrativa italiana del penultimo Novecento (77 recensioni e interviste), ibidem, 2016. Oltre a L’orma di Sisifo – Poesie (1962- 2012), Prefazione di Giovanni Tesio, ibidem, 2018, ha pubblicato alcune opere di narrativa, fra le quali: Il vero Antonello e altri racconti, Acireale, Lunarionuovo, 1985; Angelo, Torino, Ananke, 1999; Il caso Mozart, romanzo, Postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti, Roma, Gremese, 2009; Rondò. Tre racconti, Nota critica di Giovanni Tesio, Milano, Mimesis, 2012; Farandoletta. Un sogno in Sicilia, romanzo, Torino, Achille e La Tartaruga, 2018.

(in apertura: Paul Klee, In the Style of Kairouan, 1914)