Cristina Annino, Area del disgusto – da AA.VV. Fuori dallo scaffale

Cristina Annino, Area del disgusto

per Ezra Pound
.
Quei giorni bovini nel cavolo
di voliera! Aree del disgusto
per cavalli sul prato (lussuria igiene),
qualcuno
lo guarda e lui batte sul muro
la testa. Poi aspira, lo giuro,
a camionetta le spalle in sé, uccelli
anche, pensando; un dito
dissoluto così. Con infinita
santità ingoierebbe le spore
schizzate più della luce,
distanti nell’erba pulita. E suda
castamente quando vede che
il cavallo alla fine ribruca sé.
.
***
.
E’ Scrittura, altroché! strilla
sempre, ed è vero, origine
della creazione pura in quel mazzo
di prato che dà vita al concime nostro,
lo ricicla e ci piace. Si fanno
libri a palate, ingoiando. Dice
umano tra i ferri; in fin dei conti
la vita cos’è? fior di latte
e letame, svolacchiando
per digerire che?
.
***
.
Non dipinto o colonna,
ma carne e osso quant’è l’emicrania,
Pound miracoloso a Pisa
(sporco e creatività), vorrebbe
tanto calarsi, ha disturbi
d’olfatto, visivi. Non
ce la fa però con niente, né
lo spera, non col fango o coi vivi.
Non ci riesce. Allarmato di quel
solennissimo capolavoro che
si sente in un atomo tale,
e si sfascia, entrando tutto
nella mente prensile. Casca
con faccia e piedi lì; distante
il mondo, indice di gravità
tonale.
.
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(da Anatomie in fuga, Donzelli)
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inclusa in Fuori dallo scaffale AA.VV a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco – Il sasso nello stagno di AnGre (clicca sul link azzurro per scaricare gratuitamente l’eBook)
immagine: opera di Vladimir Pajevic
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Piero Schiavo, dissolvenze letto da Angela Greco

Per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, nel marzo 2017 è uscito dissolvenze (introduzione-prefazione a cura di Giulio Greco) la prima raccolta di poesie di Piero Schiavo (ha già pubblicato alcuni album illustrati per l’infanzia in diverse lingue e un breve romanzo “adulto”), docente di lettere e collaboratore, come ricercatore, del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, originario delle Marche, ma ormai apolide per sua stessa ammissione. In un autore come Piero Schiavo è importante sottolineare il dato dello spostamento, del viaggio, della rinuncia ad una dimora fissa, perché è un dato subito riscontrabile nella raccolta in questione, nella quale ci si imbatte fin dalla prima pagina, in un susseguirsi di variazioni linguistiche e finanche di generi, passando dalla narrazione alla poesia, pur rimanendo quest’ultima la parte preponderante del libro.

Scorrendo le pagine attraggono i molti esergo riportati, specchio della vivacità culturale dell’autore e anche possibilità d’accesso ai suoi stessi testi: rimandi, memorie, attimi catturati e resi al lettore con l’immediatezza di chi vuole dire subito tutto il sentito, il sognato, lo sperato, ancora ingenuamente preso da quella espressione poetica diretta del vissuto da cui tutti siamo passati al primo testo edito. Una silloge poetica di buon auspicio, a parer mio, per il tema trattato senza troppo razionalizzarci sopra, l’amore, restituito al lettore dopo l’amore, mi verrebbe da dire, e soprattutto dopo la speranza e la delusione, specchi della quotidianità di ogni essere umano, ma che in pochi hanno il coraggio di rendere in una purezza ed in maniera così limpida come fa Schiavo. Il poeta  non ha temuto la solita critica esterna sul tema trattato (ma ricordiamo che, comunque, tutta la poesia ha da sempre riguardato Vita, Morte e Amore, senza meravigliarci troppo) e non ha ceduto alla lusinga di variare un tema usato e nemmeno al modo di trattarlo, ma ha ascoltato, dal mio punto di vista, se stesso, offrendo le basi per una prossima opera sicuramente più di mestiere, ma che per oggi ci regala uno scrigno di limpidezza non indifferente, quasi un ritorno alla parte più delicata e sensibile di ciascuno di noi.

Tra le tre sezioni che compongono il testo (Esitazioni, Distrazioni, Agnizioni) si legge, oltre alla costante presenza dell’io poetante e di un tu a cui questi si rivolge, supportati da scenari come di viaggio, anche le esperienze linguistiche vissute dall’autore, in un esterno-interno da sé, che invoglia il lettore a proseguire, a domandarsi cosa accadrà ancora. Felicemente a primo acchito dissolvenze richiama il Bardo della tragedia degli amanti veronesi – nell’adolescenziale abbandono al sentimento, anche se cementato dalla cultura letteraria, come già evidenziato, di un autore che studia, che approfondisce, che non si ferma facilmente alle apparenze, alle prime impressioni – nei toni sospesi di chi non sa come andrà a finire – già nel titolo, come giustamente rileva il prefatore, siamo in presenza di qualcosa che sfuma, che via via ci sta lasciando, sta dissolvendosi appunto -, ma vuole avere fiducia anche dinnanzi all’evidenza dei fatti non sempre positivi, giungendo a chiudere questa prima esperienza edita con un verso particolare, che mi piace pre-vedere quasi come un incipit del prossimo lavoro, dove, perché no, oltre al vissuto potrebbe entrare anche il quotidiano di Schiavo, quella filosofia che in questa prima opera si avverte solo in trasparenza e filtrata:  non siamo che un distratto \ sbadiglio di Dio. [Angela Greco]

immagine d’apertura: Antonio Canova, Amore e psiche stanti, dettaglio; Parigi, Museo del Louvre

*

Tre poesie tratte da dissolvenze di Piero Schiavo

grammatigramma
.
Sei la sesta vocale che scompagina l’alfabeto
il sinonimo sempre mancato
l’invidia dei tuoi antonimi
.
capricciosa ossessione
della parola ritrosa
sospesa nella memoria
.
semplice all’apparenza come
immediata bisillaba androgina
universale assonanza
di nulla mai rima
.
verbo finito senza pronomi
impersonalità di gesti concentrici
a nulla ti fletti
nessuno ti declina
.
bianca luce che filtra
dalle rovine di ogni calligrafia
il tuo nome è
per me invece condanna
.
primo soggetto di ogni pensiero
ultimo termine
che dopo sé
altri non ascolta
.
§
.
La poesia ti attraversa.
In te si cerca
e come persa
si rigenera,
immersa nella tua voce
scopre nuovi versi
e nasce riscritta
con la trama tersa
di parole
che non sapevano essere
di altro rima
.
Comporsi, sì, tessere
la materia in cui sei costretta
nella curva di ogni giornata,
per te sempre inadeguata
per te sempre così stretta
.
.
Dov’eri quando mi hanno strappata dal mio mondo?
Saresti bastato tu, saremmo bastati noi
e poi non avrei temuto più nulla
.
.
Vorrei scoprire la poesia spessa del quotidiano
nella poesia che ti compone,
con te, poesia tu stessa, per mano.
.
§
.
Tanto è ora il freddo
tra noi
che le parole escono ricurve
tremule e irriconoscibili,
per incrociarsi sbrigative;
.
tanta la distanza,
che arrivano
quando ormai
dicono tutt’altro
.
neanche più i gesti
ci aiutano a capire
ciò che la voce
non ha mai dovuto dire
.
quanta profondità andata persa
sui margini della quotidianità!
.
di condiviso ci resta
l’involontario e le sue leggi:
sottraiamo allo spazio
lo stesso impaccio
tra altri pieni e altri vuoti;
concediamo
agli inciampi del tempo
con la medesima ritrosia
.
.
non siamo più
quell’eccezione
incomprensibile
che si accendeva
nel tuo sorriso
per improvviso attimo
interminabile
.
.

Francisco de Goya, Pitture nere – sassi d’arte

Pitture nere (1819-1823) è il nome dato a una serie di quattordici opere murali di Francisco de Goya (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828), dipinte con la tecnica dell’olio su muro su pareti ricoperte di gesso. Sono state create come decorazione delle pareti della Quinta del Sordo, una casa da lui acquistata nel febbraio del 1819. Questi murali sono stati trasferiti su tela nel 1874, e attualmente sono conservati nel Museo del Prado di Madrid. Nel 1823 la casa con i dipinti passò ad essere di proprietà al nipote, che ebbe il compito di preservarla da possibili ritorsioni dopo il ripristino della monarchia assoluta e la repressione dei liberali condotte da Ferdinando VII di Spagna. L’esistenza delle Pitture nere rimase scarsamente conosciuta per circa 50 anni, fin quando, nel 1874, un banchiere francese ne ordinò il trasferimento su tela col fine di esporle all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Nel 1881 fu lo stesso banchiere a donarle al Museo del Prado, dove sono attualmente esposte. L’insieme di dipinti, ai quali Goya non diede titolo, fu catalogato nel 1828 da Antonio de Brugada, amico di Goya, che li denominò come segue: Atropo (immagine d’apertura), Due uomini anziani, Due vecchi che mangiano, Duello rusticano, Il sabba delle streghe (immagine in basso a sinistra), La lettura, Giuditta e Oloferne, Il pellegrinaggio a San Isidro, Due donne e un uomo, Pellegrinaggio alla fontana di San Isidro, Cane interrato nella rena, Saturno che divora i suoi figli, La Leocadia, Visione fantastica.

La Quinta del Sordo, la casa in cui le pitture nere hanno visto la luce, era situata nella periferia ovest di Madrid, in Spagna, e fu demolita nel 1910 (foto a destra); il pittore acquistò l’immobile il 27 febbraio 1819 e lo stabile prese il nomignolo dal precedente proprietario, che soffriva di problemi acustici, Montañez, anche se com’è noto anche Goya era afflitto dalla sordità sin dal 1792, anno in cui fu funestato da una terribile malattia. Si ritiene che Goya abbia scelto di ritirarsi in un luogo tanto appartato per allontanarsi dalla corte dell’assolutista Ferdinando VII, con il quale si sentiva a disagio, o forse per sottrarsi ai pettegolezzi che circondavano lui e la nuova amante, della quale si invaghì e che incontrò in occasione del matrimonio del figlio. La casa è celebre proprio per i quattordici dipinti a olio su intonaco che Goya vi tracciò fra il 1820 e il 1821; quelle che diverranno note come Pitture nere, oltre per l’omogeneità cromatica, erano legate da un filo rosso tematico legato al trionfo del male e alla tragica condizione umana, indagata con un vertiginoso affondo emotivo.

La versatilità dell’estro creativo di Goya fa sì che egli sia un’artista difficilmente inseribile entro i ristretti orizzonti di una definita corrente artistica; i quadri di Goya, infatti, risentono congiuntamente delle sue aspirazioni illuministe-razionali e di impulsi irrazionalistici già romantici. Un totale cambiamento di stili e temi si ebbe con la misteriosa malattia del 1792-1793, doloroso spartiacque dell’esistenza di Goya. Questo drastico mutamento tematico, oltre che dalle drammatiche vicende personali, gli fu imposto anche dal grande sconvolgimento politico sofferto in quegli anni dall’Europa, segnata dall’ascesa al trono di Carlo IV, uomo inetto subentrato al ben più illuminato Carlo III, e dagli eventi legati alla Rivoluzione Francese e alla successiva epopea napoleonica. Nel 1792 Goya abbandonò i toni distesi della gioventù e approdò a uno stile onirico, visionario, facendosi interprete della parte «nera», dannata, dolorosa dell’essere umano e rendendola con «chiaroveggenza di sonnambulo» (José Ortega y Gasset). Interessante l’accostamento operato dal critico Jean Starobinski tra la figura di Goya e quella di Beethoven:

«Nel 1789 Goya è destinato a un’evoluzione che lo allontanerà dallo stile dei suoi esordi. Non solo per la sordità comparsa dopo la malattia del 1793, egli è vicino a Beethoven: ma anche per la straordinaria trasformazione stilistica attuata in pochi decenni. Questi due artisti chiusi nella solitudine sviluppano nella loro produzione un mondo autonomo, con degli strumenti che l’immaginazione, la volontà e una sorta di furore inventivo non cessano di arricchire e di modificare, al di là di ogni linguaggio preesistente» (Jean Starobinski)

Prendendo consapevolezza della potenza delle virulente forze dell’inconscio e degli istinti, Goya traccia una strada che verrà seguita da numerosi artisti, come Ensor, Munch e Bacon e persino da letterati e filosofi (si pensi a Poe, Freud, Baudelaire). Questa visione decisamente pessimistica dell’uomo, accompagnata da una scrupolosa indagine sul lato oscuro della ragione, avrebbe poi trovato il suo culmine nelle Pitture Nere, dove l’oggetto della spietata attenzione di Goya è il grande e cosmico trionfo del male e la sostanziale incapacità dell’uomo di intervenire sull’esito del proprio fato, inevitabilmente destinato a rivelarsi tragico. È significativo ricordare che le opere della maniera scura, sorgono da un’interferenza tra ragione e follia, che in quanto tale non vede Goya allinearsi con una sola delle due facce della medaglia. Goya, infatti, capisce che eros e thanatos sono aspetti unilaterali dell’esistenza umana, che li comprende e sintetizza entrambi, e per questo motivo sono ineliminabili e, anzi, persino legati tra di loro da una continuità dialettica. Goya, in tal senso, si mostra sedotto sia dalla parte buona che da quella malvagia dell’essere umano: è in questa prospettiva che egli intuisce che non conviene eliminare la parte «nera» e aberrante dell’uomo che, anzi, può anche esercitare un fascino segreto e irresistibile, senza tuttavia finire schiavo del culto illuminista della ragione.

(fonti varie dal web; Wikipedia)

Charles Bukowski, Una poesia è una città

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Una poesia è una città

una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e di roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore…
una poesia è questa città adesso,
50 miglia dal nulla,
le 9,09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l’oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte…
.
una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo…
.
e ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l’altro fino all’estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.
.

da The Days Run Away Like Wild Horses Over the Hills – Charles Bukowski, Poesie (1955-1973), Oscar Mondadori

immagine d’apertura: opera di Nadir Afonso
Charles Bukowski, (Andernach, Germania, 16/8/1920 – San Pedro, California, 1994), poeta e scrittore statunitense di origine tedesca. Vissuto in America dall’età di tre anni, pubblica il suo primo racconto quand’è ancora molto giovane, ma rimarrà a lungo nell’ombra, dopo quella prima prova, svolgendo nel frattempo mille lavori per sopravvivere, e conducendo una vita disordinata e drammatica. I suoi racconti, così come d’altra parte anche romanzi e poesie, muovono quasi sempre da uno spunto autobiografico. La vita di Bukowski è stata segnata dall’alcolismo, da una grande promiscuità sessuale (che nei suoi libri è descritta realisticamente e senza eufemismi) e da molte difficoltà relazionali con le donne e gli uomini con i quali ha a che fare. La corrente letteraria a cui spesso viene associato è quella del cosiddetto realismo sporco, ma è forse corretto dire che Bukowski è un autore sui generis, e anzi decisamente refrattario a farsi inserire d’ufficio in una qualsiasi scuola o corrente. Negli anni Settanta conosce finalmente un grande successo commerciale, specialmente in Europa, continente nel quale diverrà oggetto di un culto tenace e trasversale. Viene spesso apprezzato – forse a torto – come l’esponente più autentico e originale di quella vena letteraria inaugurata da Henry Miller e proseguita dalla cultura beat, ma quel che è certo è che i suoi numerosi aficionados apprezzano nella sua scrittura la sincerità e l’insofferenza verso le soffocanti costruzioni della vita borghese.
Tra i suoi libri ricordiamo Taccuino di un vecchio sporcaccione (Notes of a dirty old man, 1969); Storie di ordinaria follia e Compagno di sbronze (tratte, entrambe, da Erections, ejaculations, exhibitions and general tales of ordinary madness, 1972); Donne (Women, 1978); Shakespeare non l’avrebbe mai fatto (Shakespeare never did this, 1979); Panino al prosciutto (Ham on rye, 1982); Musica per organi caldi (Hot water music, 1983), Pulp (1994).
All’epica e alla retorica dell’American way of life, Bukowski ha saputo opporre un vitale elogio del sesso, un penchant pericoloso ma mai dissimulato per l’alcool, e la capacità di raccontare con lingua diretta, franca e priva di orpelli la disumanizzazione indotta dalla vita nelle metropoli. (dal sito wuz.it)

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco.

“[…] in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta”
(Flavio Almerighi, Beirut Snack, luglio 2017 – inedito)

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Nello scorso giugno è uscito per i Quaderni di RebStein, con il numero LXII, un’antologia del lavoro poetico di Flavio Almerighi. Un eBook (clicca qui per scaricare), che raccoglie, a cura dell’autore, un numero di poesie – tratte dalle undici pubblicazioni edite – e scritte dal 1998 al 2015 insieme con un interessante gruppo finale di inediti scritti tra il 2016 ed il 2017 tale da poter farsi una chiara idea sull’autore e sul suo lavoro poetico.

Quando “trattiamo” la poesia a mezzo condivisione, disquisizioni, intrattenimento, ma anche soltanto leggendola, non dovremmo mai esulare dal fatto che dietro ogni verso, finanche dietro ogni singolo sintagma, vi è sempre l’autore, l’artigiano che ha creato con le sue e soltanto sue specifiche capacità, quello che poi è arrivato a noi, ai nostri sensi e al nostro intelletto, alle nostre, di mani, e si spera sempre al cuore, al centro in cui pulsiamo vitali. Chi ha scritto e consegnato al lettore, anche nel più impersonale ed intellettualistico dei versi, vi ha comunque e sempre deposto una parte di sé e del suo vissuto contingente all’atto creativo. Dietro ogni poesia vi è il poeta; anche colui che, come nel caso di Almerighi, non voglia identificarsi come tale e che non ama, per motivi personali, che lo si chiami poeta. Questa introduzione, che per molti potrebbe scadere in una certa retorica, risulta quanto mai appropriata, se riferita al lavoro antologico appena inserito nel web dal sito La dimora del tempo sospeso: Almerighi è un acuto osservatore, una sentinella come una volta ha detto lui stesso, di quanto accade dentro e fuori la sua persona e rende al lettore in ogni composizione il suo sentire, la sua esperienza, il suo sguardo, il suo punto di vista.

Dalle opere più vecchie a quelle più recenti si nota quell’auspicabile e fisiologico mutamento, che vorremmo in tutti gli autori con la maiuscola: ad esempio dal discorso poetico molto lineare e romantico degli inizi, si procede man mano verso una versificazione più tagliente, meno usata nell’espressione, ma mai meno partecipata. E non si creda, senza confonderlo con lo stile, che questo sia qualcosa che accade a tutti gli autori, tra cui spesso ci si imbatte in alcuni che, individuato un certo modo di scrivere e finanche alcuni argomenti precisi, quasi fossero formule magiche, incentrano tutta la successiva produzione su quanto ha destato maggior interesse nel lettore. Ecco, in Almerighi accade che la poesia risponda esclusivamente all’autore, senza ricerca di benevolenza o ipocrisia; la poesia con Flavio Almerighi accade in piena luce, senza secondi fini o compromessi con l’esterno da sé. In Cerentari, lente d’ingrandimento sull’intera produzione almerighiana fino ad oggi, si notano fin dal neologismo del titolo esperienze di scritture differenti, incluse l’attuale e suffragata frammentazione del verso, quale espressione di una poesia considerata moderna, e la prosa poetica; si va, come nei riusciti percorsi autoriali, dalle prime poesie più liriche e partecipate, come ad esempio “Che silenzio! \ Alla ricerca affannante della felicità \ nell’impresa disperata \ di creare una sublime opera d’arte”, da Tarda estate, primo pomeriggio tratta da “Allegro Improvviso”, 1999, di due decenni fa, fino agli inediti recentissimi, dove pure il lirismo non viene meno, ma si sperimenta quasi un nuovo e personalissimo simbolismo, una separazione dall’accaduto resa in versi meno immediati da alcuni punti di vista, ma pur sempre estremamente capaci di coinvolgimento ed emozione e che continuano ad usare la brevità e l’incisività come nota di forza, come si legge nei versi della poesia di chiusura antologia: “Ti so bagnata d’una estate sporca, \ braci rosse, \ […] Dove un cane orfano piangendo \ sente mancanze credute dolore \ per il fastidio di un vicinato sordo”, da fermarsi in un cortile, inedito 2017.

La poesia di questo autore non teme l’influenza esterna delle mode e del tempo, tanto che in alcuni casi è possibile imbattersi in arcaismi giustificati dal puro piacere personale di chi lo ha usato, lungi dalla critica e dallo stupore del lettore, che pur sempre si ritrova ad avere a che fare con qualcosa di attuale, di contemporaneo, di vicino. Almerighi scrive per il Piacere di rendere in versi quello che attraversa, rimanendo sostanzialmente un poeta d’amore, anche nelle letture civili che in molti gli attribuiscono. E’ poeta civile nella misura in cui quello che scrive riguarda la civiltà, la civitas, ovvero l’uomo e l’ambiente strettamente a lui circostante, ma molti dei suoi componimenti hanno rimandi e radici storiche, oltre a tutto un ventaglio di appartenenze familiari, lavorative e ambientali, come ricordi di viaggio ad esempio, ma tutto assolutamente provato addosso, finanche le esperienze ferali di guerre vissute per interposta visione mi verrebbe da dire, nella visita ai luoghi degli accadimenti in questione, dove Almerighi non concede spazio a molto altro che non sia empatia e gratitudine verso le persone che hanno materialmente partecipato a quella Storia di liberazione di cui tutti oggi siamo figli. Tra i temi che emergono dalla lettura dell’opera di Flavio Almerighi, un posto particolare va al tema del distacco e della morte, spesso presente come versi dedicati agli estinti, sempre colmi di trepidante rispetto e incomprensione, mi si passi il termine, verso il mistero della dipartita, nell’emersione di una umanità che davvero coinvolge anche il lettore.

Infine, in quella chiusura del discorso che comunque deve esserci anche a questa nota, mi piace sottolineare una figura che spesso ho incontrato nelle poesie di Flavio, il treno, mezzo di avvicinamento e di allontanamento al contempo, immagine che al meglio veste la mia visione della poesia di questo autore, fatta di slanci e cuore, ma anche di saluti dalla banchina, di biglietti obliterati sempre per nuove mete con la consapevolezza che in fondo siamo nati \ credo, per smarrire \ e ritrovare la rotta, come leggo in un suo inedito scritto in questo caldissimo luglio 2017 e che ho voluto riportare anche in esergo di questa semplice annotazione di stima. [Angela Greco]

*

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco).  E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).
Due poesie tratte dall’antologia Cerentari
Otto Giugno 2007,
.
tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
.
[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
.
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
.
.
(da durante il dopocristo, Tempo al Libro, 2007)
.
.
.
A volte mi perdo in stazione
.
treni in ritardo consentono deflagranti letture
.
A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.
.
.
(da Sono le tre, LietoColle, 2013
.
.

Duccio di Buoninsegna, Maestà – sassi d’arte

Duccio di Buoninsegna (1255 c.a. – 1318 \ 1319), Maestà (recto), 1308 – 1311

tempera su tavola, cm 211 x 426 – Siena, Museo dell’Opera del Duomo

*

La grande tavola dipinta da entrambi i lati, fu realizzata da Duccio di Buoninsegna per l’altare maggiore della cattedrale di Siena. Il dipinto celebra la vergine, protettrice della città e alla quale è anche dedicata la cattedrale. Rielaborando il solenne stile bizantino con elementi della cultura gotica dell’Europa settentrionale, Duccio creò una pittura raffinata ed elegante che gli valse prestigiose commissioni, assicurandogli fama e riconoscimento. Egli seppe inoltre recepire e riadattare al proprio linguaggio stilistico le novità spaziali della pittura introdotte dal suo contemporaneo Giotto.

Per l’esecuzione della tavola del duomo di Siena (qui sopra il retro dell’opera Maestà),Duccio si avvalse di una grande e organizzata bottega, nella quale si formarono i maggiori pittori del Trecento senese, da Simone Martini a Piero e Ambrogio Lorenzetti. Questo capolavoro, eseguito fra il 1308 e il 1311, segna l’apice del percorso artistico del grande artista senese. La tavola, dipinta in modo da poter essere vista sia dai fedeli che si affollavano nella navata, sia dal clero che sedeva nel coro dietro l’altare, fu condotta tra la folla in ammirato tripudio dalla bottega dell’artista alla cattedrale il 9 giugno 1311.

Sul lato frontale dell’opera, che era rivolto verso la navata, è raffigurata la Vergine che, secondo una consueta iconografia medievale, è rappresentata come una regina, in Maestà, seduta su un trono monumentale in marmo intarsiato; attorno alla Madre di Dio e a suo Figlio, si accalca una corte celeste di angeli e santi. Tra queste numerose figure spiccano, inginocchiati ai piedi del trono, i quattro santi protettori di Siena: da sinistra, Ansano, Savino, Crescenzio e Vittore, mentre la piccola croce che alcuni di loro stringono in mano simboleggia il loro martirio. nella parte superiore, la tavola, che ha perduto la cornice originale, era completata da una galleria di apostoli raffigurati a mezzo busto.

Sul retro della tavola sono presentate, in ventisette scene, la Passione e la Risurrezione di Cristo, dal momento dell’ingresso a Gerusalemme, rappresentata in basso a sinistra, fino al «Noli me tangere», le parole che Gesù risorto dice a Maddalena dopo la risurrezione. Particolare rilievo è dato al tema della crocifissione, raffigurato al centro in uno scomparto più grande degli altri.  In origine, la narrazione sul verso della tavola era preceduta dalle storie dell’infanzia di Cristo (immagine qui in alto), dipinte nella predella, oggi separata dalla tavola stessa. La grandiosa opera rimase sull’altare maggiore fino al 1505, quando venne collocata su quello dedicato a San Sebastiano. Nel 1771 venne sottoposta ad un insensato smembramento che provocò la distruzione della carpenteria – cornici, pinnacoli, ornati lignei (tutti visibili nella ricostruzione virtuale riportata in chiusura ) – e la dispersione di alcuni pannelli.

tratto da Duccio di Buoninsegna – I capolavori dell’arte, edizione per il Corriere della Sera.

 

 

Don McLean, Vincent

Vincent (Starry, Starry Night) di Don McLean 

Stellata notte di stelle,
il pennello intingi nel grigio e nel blu,
affacciati a un giorno d’estate
con occhi che conoscono l’oscurità della mia anima.
Ombre sulle colline
abbozzano alberi e narcisi,
rapiscono la brezza e il freddo dell’inverno
nei colori sul biancore della neve d’attorno.

Solo ora capisco cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non sapevano proprio come.
Forse ascolteranno ora.

Stellata notte di stelle,
fiammeggianti fiori, luccichio che sfavilla
e nubi impazzite d’una foschia violetta
si riflettono negl’occhi di cielo-china di Vincent.
Colori cangianti,
aurore nei campi di grano a maturare,
facce consunte e dal dolore segnate
si riscattano sotto l’amorosa mano del pittore.

No, non sapevano amarti loro,
nonostante il tuo amore così vero,
e quando non ci fu più ombra di speranza
in quella notte di stelle…
in quella notte di stelle
ti sei tolto la vita come spesso fanno gli amanti.
Ma avrei voluto dirti, Vincent,
che questo mondo non era adatto
a un uomo così tanto bello, come te.

Stellata notte di stelle,
ritratti appesi in stanze deserte,
volti senza cornice su anonime pareti,
coi loro occhi scrutano il mondo e non dimenticano.
Uguale agli sconosciuti che hai incontrato,
poveri vagabondi vestiti di stracci,
una spina d’argento d’una rosa insanguinata
in frantumi giace sulla vergine neve.

Solo ora credo di capire cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non ascoltano ancora,
e forse mai lo faranno…

 

 

Starry, starry night
Paint your palette blue and gray
Look out on a summer’s day
With eyes that know the darkness in my soul
Shadows on the hills
Sketch the trees and the daffodils
Catch the breeze and the winter chills
In colors on the snowy linen land

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
How you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

Starry, starry night
Flaming flowers that brightly blaze
Swirling clouds in violet haze
Reflect in Vincent’s eyes of china blue
Colors changing hue
Morning fields of amber grain
Weathered faces lined in pain
Are soothed beneath the artist’s loving hand

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

For they could not love you
But still your love was true
And when no hope was left in sight
On that starry, starry night
You took your life as lovers often do
But I could have told you, Vincent
This world was never meant
For one as beautiful as you

Starry, starry night
Portraits hung in empty halls
Frameless heads on nameless walls
With eyes that watch the world and can’t forget
Like the strangers that you’ve met
The ragged men in ragged clothes
A silver thorn, a bloody rose
Lie crushed and broken on the virgin snow

Now I think I know what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they’re not listening still
Perhaps they never will

dal sito canzoni contro la guerra; trad.italiana di Giuseppe Iannozzi; un grazie a Flavio Almerighi per questa canzone :)) — immagini: opere di Vincent Van Gogh

Mark Strand, due poesie

Mark Strand, due poesie

da L’uomo che cammina un passo davanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori, 2007)

.

L’IDEA
(The idea)

——————————————————-Per Nolan Miller

Anche per noi esisteva un desiderio di possedere
qualcosa oltre il mondo a noi noto, oltre noi stessi,
oltre quanto sapevamo immaginare, qualcosa in cui
nondimeno potessimo riconoscerci; e questo desiderio
veniva sempre di sfuggita, nella luce che svaniva, e
in un freddo tale che il ghiaccio sui laghi della valle
si spaccava e si rovesciava, e la neve soffiata dal vento
copriva tutta la terra che riuscivamo a vedere,
e le scene del passato, quando riaffioravano,
non apparivano più come una volta, ma spettrali
e bianche fra false curve e cancellature celate;
e neppure una volta sentimmo di essere prossimi
finchè il vento notturno non disse: “Perchè farlo,
specialmente adesso? Tornate da dove venite”;
e allora apparve, con le finestre accese, piccola,
lontana tra gli anfratti di ghiaccio, una baita;
e ci fermammo lì davanti, stupefatti dal suo essere
lì, e ci saremmo fatti avanti ad aprire la porta,
e saremmo entrati nel lucore a scaldarci, lì,
se non fosse che era nostra proprio non essendo
nostra, e che doveva restare vuota. Quella era l’idea.

§

da Quasi invisibile (Mondadori, 2014)

MELANCONIA ERMETICA
(Hermetic Melancholy)

 

Diciamo allora che è scesa la notte e il vento si è spento e gli
alberi verdeazzurri si sono fatti grigi e le montagne di
ghiaccio, levigate sotto la faccia butterata della luna, sono
come spettri, immobili in lontananza, e la luce fioca della
luna si riversa nella stanza dove siedi a un tavolo, fissi un
bicchiere di whisky, e dove sei stato tanto a lungo che la
notte, così inerte, così spoglia, è diventata non soltanto il tuo
giorno, ma tutta quanta la tua vita; e diciamo che mentre sei
lì il sole, il sole reale, è sorto, e ti viene in mente che ciò che
hai fatto della notte era solo una possibilità, un’indolore e
rarefatta forma di disperazione che potrebbe portare, se
protratta, a un esito indesiderato, e ti rendi conto che le
parole che avevi scelto non erano parole giuste – non sei mai
stato la persona che lasciavano intendere tu fossi; e allora
diciamo che in casa c’è una pistola con il colpo in canna e ti
trastulli con l’idea di usarla e dici: “Dai, sparati”, ma, anche in
questo caso, non sono le parole giuste, così, come hai già fatto
tanto spesso, le rettifichi prima che sia troppo tardi.
.
(da nuoviargomenti.net)

.

Poeta e narratore, Mark Strand è nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ed è cresciuto negli USA. Autore di vari volumi di poesia, e di racconti, saggi, libri per bambini e scritti sull’arte, ha ricevuto numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la McArthur Fellowship, la nomina a Poeta Laureato degli Usa (1990), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004). E’ morto il 29 novembre 2014.

Dello stesso Autore, in questo blog: Sei tu tra gli ulivi al di là del cortile? (clicca qui)  — immagine: opera di Edward Hopper

Nicola Romano legge Anamòrfosi di Angela Greco

Avendo tra le mani l’«Anamorfosi» di Angela Greco, la prima operazione da fare è quella di comprendere e interpretare l’architettura di questa raccolta poetica che in forma prettamente teatrale affronta a vasto raggio taluni infiniti aspetti legati essenzialmente a dei rigurgiti esistenziali, che vanno a confluire in una poetica degli stati d’animo e delle imprescindibili ma sofferte consapevolezze. E accogliamo volentieri quanto l’autrice esprime nella sua nota introduttiva, se in questa “anamorfosi” possiamo spendere la nostra libertà nel ricreare le infinite atmosfere descritte, al fine di ridare colore ad ogni cosa, viva o morta che sia. Pur aleggiando tra i versi un certo classicismo di formazione, scopriamo il dettato permeato di moderno e di contemporaneo, vieppiù supportato da uno sfondo di paesaggi molto dinamici che tra le righe manifestano degli ardori per niente trattenuti. Riteniamo che l’essenza di tutta la raccolta si racchiuda nei due versi compresi nell’«Epilogo»: Vivi nella parola non detta, quella che impronunciata esula dal vocabolario, verificandosi in tale enunciato quella che è l’auspicabile congiunzione dell’umano con la dimensione totalitaria del cosmo, e in tale armonica contingenza sentiamo la sua poesia  divenire liberazione e spazio vitale per tutti. Nel poetare di Angela Greco scorgiamo inoltre una ricca capacità di metafore che con eleganza formale vanno ad indicare un significante che esce fuori dalla particolare struttura che è stata assegnata a questa raccolta, per rivelarsi veicolo essenziale ad una orchestrazione lirica abbastanza riconoscibile e formalmente impeccabile.  [Nicola Romano]

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, dal 1987 al 1996 è stato condirettore del periodico “insiemenell’arte” e attualmente collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Molti i titoli di poesia pubblicati, tra cui Voragini ed appigli edito da Pungitopo nel 2016.

da Anamòrfosi, versi di Angela Greco

«Vivi nella parola non detta
quella che impronunciata esula dal vocabolario».
La voce acquea del maestro ha sfumatura d’oboe
e le sue dita una ad una percorrono tasti e spazi;
«La notte pericolosa di Istanbul delle tue mani
s’insinua come lo stiletto dei suoi minareti
nella mia mancata comprensione».
Lei conosce bene e teme quella malia.
.
L’atto creativo è una vicinanza erotica,
il ritrovarsi dopo l’invadenza del vento.
L’infedeltà scopre la parola
e la piega ad una volontà superiore
fuori dall’orbita, verso il buio ignoto.
.
«Siamo echi di precedenti sistemi solari
– sussurra all’orecchio di lei, il maestro –
onde di ritorno di antiche maree,
pezzi di umanità che ci illudiamo di governare.
.
Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza».
.
.
 (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 – qui il libro)
.

Un giorno a Venezia

—–Approfittando della presenza del nostro stimatissimo amico Flavio Almerighi a Venezia, ospite con i suoi versi dell’ultimo incontro del ciclo “Callisto – Incontri di Poesia a Palazzo Grimani” sul tema delle metamorfosi, Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere una pagina sulla città lagunare, così da partecipare – seppur virtualmente – sia all’evento, che della bellezza di una città senza eguali. Buona lettura.

(in apertura foto di Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959)

due inediti di Flavio Almerighi

muoriti stella!
.
Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
più nessun tormento.
.
Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!
.
La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.
.
.
.
un disco per l’estate
.
Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.
.
Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.
.
Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.
.
L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.
(immagine in alto: Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938)

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
.
da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagine in alto: Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Iris: da Van Gogh agli dei – sassi d’arte

Vincent Van Gogh, Iris (1889)

  olio su tela, cm 71 x 93 cm – J. Paul Getty Museum, Los Angeles

*

Acquistato nel 1891 dallo scrittore francese Octave Mirbeau per trecento franchi ed oggi conservato nel J. Paul Getty Museum di Los Angeles, si tratta di uno dei primi lavori eseguiti durante il ricovero presso l’ospedale di San Paul-de-Mausole a Saint-Rémy nell’anno precedente la morte dell’artista nel 1890. Vincent Van Gogh (1853 -1890), durante la sua prima settimana di ricovero in Francia, dopo la furiosa lite con l’amico Paul Gauguin, dipinse circa 130 quadri aventi come soggetto i giardini circostanti la clinica, tra cui la famosa Notte stellata e Iris, appunto. Come molti altri artisti del tempo, il pittore risente delle influenze xilografie giapponesi, prodotte a partire dal XVII sec. ed evidenziate, in Iris, dall’uso di contorni neri (elemento tipico delle xilografie giapponesi) tracciati intorno ai petali e ai gambi dei fiori.

Le piante, ritratte in stretto primo piano, a livello del terreno, eliminano la presenza di qualsiasi orizzonte e in tutta l’opera emerge forte il contrasto tra le foglie verde brillante e il viola intenso dei fiori. In apparenza caotico, Van Gogh seppe invece organizzare benissimo i colori, equilibrando l’opera con il colore rossastro del terreno brullo di una piccola porzione di incolto, richiamato dai fiori in secondo piano.  L’artista considerava quest’opera uno studio, e probabilmente è per questo che non ci sono disegni o schizzi noti, anche se il fratello Theo lo giudicò positivamente e lo inviò alla mostra annuale della Société des Artistes Indépendants nel settembre 1889, scrivendo a Vincent: “Gli iris sono uno studio pieno di aria e vita”. Al giorno d’oggi quest’opera è sulla lista dei dipinti più costosi mai venduti al mondo.

*

Gli iris sono stati un soggetto ripetuto dall’artista olandese in più tele realizzate nell’ultimo periodo della sua vita. Negli anni i colori (essendo già tutti moderni e di fabbricazione chimica) hanno perso tonalità e le modalità di interazione sono state falsate, pur mantenendo la loro potenza.Vincent scriveva al fratello Theo di quanto fosse importante mettere in relazione i colori così che, rafforzandosi a vicenda, tutta la loro forza sarebbe apparsa senza mezzi termini; una forza che è possibile notare ancora, ad esempio, in un’altra opera ritraente gli stessi fiori, gli Iris del Van Gogh Museum di Amsterdam, un olio su tela del 1890 (cm 92,7×73,9). L’11 maggio sempre del 1890, Van Gogh in una lettera al fratello scritta dalla Provenza, poco prima che fosse ricoverato, gli annunciava la creazione di due grandi tele con mazzi di iris viola: una delle due era realizzata “in piedi” (in verticale) ed aveva i fiori contro uno sfondo giallo limone, in modo da ottenere un “rafforzamento a vicenda” dalla loro complementarità. Va ricordato che nella gamma dei colori il giallo ed il viola sono complementari ed uno conferisce, quindi, forza all’altro e che Van Gogh era a conoscenza dei recenti studi scientifici sui colori e ne adottò le regole nella sua produzione. (immagine a destra)

Van Gogh, consapevole che il destino dei fiori è appassire in fretta, sapeva che per coglierne l’essenza occorreva ritrarli tutti in una volta sola, in un tempo rapidissimo; ed è questo, infatti, ciò che si legge nelle opere che ritraggono gli iris: la spontaneità e l’immediatezza di un ritratto istantaneo capace di riportare in un’immagine vigorosa tutta la potenza della natura in un’espressione magniloquente ed esplicita della rinnovata dimensione artistica che colse l’artista nel periodo appena precedente la sua fine. Appena due mesi dopo questi ultimi iris, Vincent Van Gogh si uccise, lasciando in eredità, dunque, anche questa primavera, che paradossalmente è un inno alla gioia di vivere, quella stessa che lo aveva animato a tratti in una vita troppo turbolenta e passionale.

(tratto ed adattato da fonti varie dal web, tra cui il blog AssoloCorale)
Vincent van Gogh, Irises, 1890 – olio su tela, 73.7 x 92.1 cm – The Metropolitan Museum of Art, New York (immagine di Adele R. Levy, 1958)

.

Approfondimento – Le prime notizie sull’iris risalgono al quindicesimo secolo a. C. e sono legate al faraone Thutmosis I che, di ritorno dalle campagne di Siria, nel bottino portò una vasta gamma di bulbi, semi, fiori secchi sconosciuti nel suo paese da studiare sia come ornamento dei giardini, sia per le possibili qualità medicamentose, che per la preparazione di filtri. A Tebe, in un’incisione dedicata a Thutmosis nel tempio di Ammone, si vedono riprodotte varie specie di fiori tra i quali un’Iris oncocyclus. Nel linguaggio dei fiori, l’iris è considerato forse tra i più ricchi di significato, anche per via delle diverse colorazioni dei suoi petali. Per la molteplicità dei colori di questo fiore, che conta circa duecento specie, la mitologia greca ha dato il suo nome alla dea dell’arcobaleno, che è chiamato arcoiris…o è il fiore che ha preso il nome dalla dea? Iris-Iride significa “arcobaleno”, dunque, e Iris-Iride, volando in cielo con la sua veste di veli multicolori, portava agli uomini il messaggio degli dei. Da qui il significato di speranza, di buona novella, di vero e proprio auspicio positivo di una veloce ripresa, se si attraversano momenti di crisi. La dea, a volte, accompagnava i defunti ai Campi Elisi e da qui l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari iris viola. Affreschi raffiguranti iris in vaso sono stati trovati nell’isola di Creta ed il fiore che appare nello stemma di Firenze, erroneamente chiamato giglio, in realtà è l’iris fiorentina, un tempo comune nelle campagne attorno alla città. Nella religione cattolica, per la sua forma l’iris è associato al mistero della Trinità. Il fiore, che presenta stelo eretto su cui si ergono tre petali e, a volte, tre foglie e tre boccioli, rimanda ad un significato di natura mistica e trascendentale. (Antonia Bonomi per il sito arcobaleno.net)

L’iris è simbolo di fiducia, sincerità e saggezza; è il trionfo della verità ed è legato alla comunicazione di un messaggio positivo. Gli iris sono disponibili in un vero e proprio arcobaleno di colori ed il più popolare e diffuso è l’iris blu profondo, con un cuore giallo o bianco. Tra i significati principali di questo fiore troviamo speranza, coraggio e ammirazione. Vengono coltivati in ogni parte del mondo sia in giardino che in vaso, soprattutto nei colori blu, bianco e giallo.

.
[…] (La sera ha sfumature di iris selvatico
tra spine di agave, il ricordo riporta il deserto:
esita un poco la tua voce ed è già abbastanza
per sentire un tremore di terra)
.
Pietra su pietra è trascorsa anche questa notte.
Il lupo risale nelle vene e morde tra testa e petto:
“ero certo che avresti compreso subito”
che la difesa non è un elemento razionale.
.
.
(Angela Greco, versi da L’isola nell’isola, in Zenit poesia, vol.II – La Vita Felice, 2016)
.
.
.
[…] Da tre anni aspetto la fioritura dell’iris aucheri
affresco di Tebe e gioia del giardino del faraone,
introdotto in terra egizia dalla bella Siria.
Aspetto la scia colorata della buona notizia
l’attimo preciso in cui rileggere la carta delle vie
e lasciare alle stelle la decisione dell’esito finale
di questa strenua battaglia che lo specchio conosce.
.
.
(Angela Greco, versi da Strada senza uscita , in Fuori le mura, inedito, 2016)

 

 

Konstantinos Kavafis, versi da Poesie erotiche

Konstantinos Kavafis (gr. Κωνσταντῖνος Καβάϕης – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – ospedale greco San Saba di Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933.)

.

SULLE SCALE

Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non esser rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t’infilasti in quella maledetta casa
dove non avresti trovato il piacere, come anch’io del resto.

Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;
l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

§

DAL CASSETTO

Volevo appenderla a un muro della stanza.

Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.

Non la metto in un quadro questa foto.

Dovevo conservarla con piú cura.

Queste le labbra, questo il viso –
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.

Non la metto in un quadro questa foto.

Mi fa soffrire vederla cosí guasta.

Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi –
una parola o il tono della voce –
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da Poesie erotiche (Crocetti Editore, 1983)

Angela Greco, Mixed Media

stragatto! un pomeriggio di nuvole a luglio ha qualcosa di fiabesco. Bianconiglio, se non hai fretta fermati sul mio malumore; in fondo tutto si riduce ad una semplice mancanza.
.
La donna di Cuori varca la cornice
di Quadri appesi al collo di fanti di Fiori.
La regina di Picche taglia teste. Alice non lo sa.
Oltre lo specchio qualcuno tende la mano:
il cappellaio matto ha rotto l’orologio e s’è perso il tè
Franco s’è licenziato da orologiaio da trent’anni.
Alle cinque della sera è la volta dell’anticoagulante,
allo squillo della sveglia. L’udito non è il senso forte
e la giornata si risolve nella notte – senza stelle -.
 .
A carte gioco solo nelle feste comandate,
altrimenti saprei quante tenerne in mano adesso.
Pesco dal mazzo; il Jolly è fuori servizio
e il tavolo verde sbiadisce. Alla fine sarà un pezzo
di fungo a decretare l’altezza di questo pomeriggio,
quando era più semplice telefonare
dopo colazione, mentre Lili Marlen taceva la sua età.
 .
Confermiamo solennemente i proverbi:
a ridere di venerdì si piange di domenica. E i pazzi siete voi.
Ma tutto questo Alice non lo sa. La vera arma è la bic,
al modico costo di un caffè; di carta, poi, siam fatti tutti.
.
.
Angela Greco AnGre (estemporanea pomeridiana – 2\7\17)
.
.

Giovanni Raboni, Canzonette mortali

Giovanni Raboni (22.1.1932 – 16.9.2004)Canzonette mortali

(dall’Autoantologia nel sito ufficiale giovanniraboni.it)
Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.
.
Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.
.
Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…
.
Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per i tuoi capelli.
.
Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali,
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.
.
Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.
.
Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.
.
Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.
.
Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.
.
Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.
.

 ————————————————1982-1983

immagine: Notte stellata (De sterrennacht) di Vincent van Gogh, realizzato nel 1889 e conservato al Museum of Modern Art di New York.

Flavio Almerighi, fermarsi in un cortile – Inedito da Portatori sani su La dimora del tempo sospeso

fermarsi in un cortile – di Flavio Almerighi (inedito)

.

Ti so bagnata d’una estate sporca,
braci rosse, interminabili distese
terrazzi e tempi che non passano.

Mai piacere è parola neutra, soffrire
fermarsi in un cortile
dove tutto spiove dall’alto,
la biancheria asciuga sempre uguale.

Dove un cane orfano piangendo
sente mancanze credute dolore
per il fastidio di un vicinato sordo.

Molti non ci sono più,
ascoltare con amore è confuso
al rimanere distaccati, ma tu parli,

parli, mentre cominciano baci
ovunque siano le tue labbra.

(2017)

*

qui il link dell’eBook di Flavio Almerighi pubblicato tra i Quaderni di RebStein di cui fa parte anche l’inedito sopra proposto:  https://rebstein.wordpress.com/2017/07/03/quaderni-di-rebstein-lxii/

La dimora del tempo sospeso

[Questi inediti di Flavio Almerighi fanno parte di un più ampio lavoro antologico che sarà pubblicato prossimamente nei “Quaderni di RebStein“. Siamo lieti di ospitare un autore che ha saputo costruire negli anni un suo autonomo e riconoscibile percorso di scrittura, viaggiando sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto alle mode estetiche, alle etichette critiche, agli steccati asfittici delle conventicole piccole o grandi, alle ipocrisie e agli apparentamenti di comodo. Un poeta costantemente “a(m) Margine“, che ci piace anche per questo. R.S.]

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