Nella Parigi fin du siècle: Henri de Toulouse-Lautrec — sassi d’arte

il bacio

Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 1864 – Saint-André-du-Bois, 1901) è stato un pittore francese, tra le figure più significative dell’arte del tardo Ottocento. Divenne un importante artista post-impressionista, illustratore e litografo e registrò nelle sue opere molti dettagli dello stile di vita bohémien della Parigi di fine Ottocento.

Nacque il 24 novembre del 1864 ad Albi, nel palazzo medioevale della famiglia, le cui origini nobili risalivano fino a Carlo Magno. Il padre, ozioso e appassionato di caccia, nel 1868 si separò dalla moglie a seguito della morte del fratello di Henri, di tre anni più giovane di lui. Nel 1872, Toulouse – Lautrec si trasferì con la madre a Parigi, dove frequentò il Lycée Fontanes e conobbe Maurice Joyant, l’amico della sua vita, che sarebbe divenuto anche il curatore della sua eredità, il suo primo biografo e che avrebbe fondato, ad Albi, il Museo Toulouse – Lautrec. Henri soffrì di diverse malattie genetiche a causa del fatto che i Toulouse-Lautrec risentivano ancora dell’effetto dei matrimoni tra consanguinei contratti nelle precedenti generazioni.Essendo fisicamente inadatto a partecipare alla maggior parte delle attività sportive e sociali solitamente intraprese dagli uomini del suo ceto sociale, Lautrec si immerse completamente nella sua arte. Fin dall’infanzia Lautrec aveva conosciuto René Princeteau, un pittore sordomuto amico del padre – specializzato nelle raffigurazioni equestri o canine – il quale si preoccupò della prima educazione artistica di Henri e, portandolo al circo e a teatro, lo spinse tra il 1878 ed il 1881 a rappresentare soggetti “sportivi”. Henri su espressa richiesta del padre, che non voleva che il buon nome della famiglia “venisse infangato”, firmò i suoi primi lavori con lo pseudonimo Monfa poi Tolav- Segroeg e nell’esposizione del 1887 con Treclau (anagramma di Lautrec).

Ammiratore di Cézanne, Renoir, Manet e in particoalr modo di Degas, Lautrec si interessò molto alla xilografia giapponese, di cui venne a conoscenza grazie a Van Gogh. Nel 1891, quando il Moulin Rouge gli commissionò la realizzazione di un manifesto pubblicitario che sarebbe stato affisso in tutta Parigi, iniziò per Lautrec un periodo di notorietà e di commissioni: produsse 31 manifesti, tra cui famosi quelli per Jane Avril, Aristide Bruant, la ballerina May Milton, il Divan Japonais e il Jardin de Paris. Autore, nei vent’anni di attività, di 600 dipinti, 350 litografie, 31 manifesti e 9 incisioni, Lautrec è universalmente riconosciuto come uno dei più geniali grafici della storia dell’arte, soprattutto nella litografia a colori. Intorno al 1890, Lautrec ebbe l’incarico di dipingere il salotto della casa chiusa di Rue de Moulins, la migliore di Parigi, e pertanto si trasferì lì, vivendo in quegli ambienti considerati malfamati, ma che egli trovava ricchi di vita ed accoglienti. Fra il 1892 e il 1895 Toulouse-Lautrec, definito “l’anima di Montmartre“, dedicò moltissimi quadri e disegni alle case chiuse parigine e alla vita quotidiana che in esse si svolgeva, colta negli aspetti più particolari e segreti.

Pur di estrazione borghese, stilisticamente Lautrec non fu reazionario, ma si pose accanto alla pittura di Seurat, Gauguin, Van Gogh in aperto contrasto con gli ultimi impressionisti Bonnard e Vuillard. Le opere dei primi anni furono ispirate dal movimento impressionista e sono caratterizzate da una pennellata veloce e nervosa con l’apposizione di colori poco miscelati; i soggetti, però, al contrario dell’impressionismo, non sono un tutt’uno con l’ambiente in una fusione tra effetto luminoso ed atmosferico, ma la figura viene sempre rappresentata in primo piano e l’ambiente che la circonda è solamente un pretesto per caratterizzarla.

In seguito Lautrec utilizzò nelle proprie opere una pittura ad olio molto fluida, quasi dovesse eseguire un acquarello, dentro però uno schema compositivo ben delineato. Abbandonò del tutto le sensazioni ottiche di Manet o Monet, per concentrarsi principalmente sul carattere della figura umana. Estimatore dalla stampa giapponese, Lautrec diventò prima collezionista di stampe di Ukiyo-e, includendo, in seguito, questa passione anche nel lavoro, con la semplificazione della linea e la stesura del colore in modo piatto ed omogeneo. Al termine della sua carriera, Toulouse stanco nel corpo ma non nello spirito crea delle opere caratterizzate da una materia pittorica spessa a pennellate molto larghe e di colore scuro, quasi spento. In alcune zone viene applicato il colore che definisce la figura sostituendone la linea che fino a quel momento era stata predominante. Queste opere sembrano quasi anticipare i temi dei Fauves e degli espressionisti.

Bevitore di alcol, dal 1897 in poi fu sempre più colto da depressioni, manie di persecuzione, nevrosi, irascibilità, fino ad essere ricoverato, all’inizio del 1899, in una clinica neurologica. Uscitone dopo qualche mese, riprese soprattutto a dipingere, realizzando, tra le altre, “Miss Dolly, l’inglesina dello Star a Le Havre”, “La modista”, “Al Rat Mort”. Riprese a bere e l’unica cosa che gli desse conforto era il lavoro: realizzò altri manifesti e quadri, tra cui una serie di dipinti per l’opera teatrale “Messalina”, fino a quando, nell’estate del 1901, fu colpito da un colpo apoplettico che gli procurò una semiparalisi. Morì, trentasettenne, il 9 settembre del 1901, assistito dalla madre e dal suo amico Paul Viad.

[fonti: Archimagazine, che si ringrazia  e Wikipedia; immagini dal web]

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Isole di Flavio Almerighi letto da Angela Greco

Il sasso nello stagno di AnGre

“A me porta un abbraccio.” Con questo verso si chiude la silloge Isole di Flavio Almerighi, edita da Ensemble (Roma, 2018); divisa in tre sezioni, ognuna denominata con il nome di un’isola, rispettivamente con la peculiarità di essere la più piccola isola del mondo divisa tra due stati, l’isola più piccola del mondo e l’isola con la minor densità di popolazione per chilometro quadrato (si legge al termine dell’indice), ed un titolo-riassunto della sezione stessa: Södra Boksjön – secolo breve; Bishop Rock – Nomi e Persone; Ellesmere Island – Qualcuno c’è. Una struttura, quella di questo libro di Almerighi, articolata, come forse mai accaduto nei precedenti editi dello stesso autore, che vuole identificare nettamente le tematiche trattate e che si chiude con il verso che ho posto in incipit, una chiave di lettura precisa messa a conclusione di una ascesa discesa snocciolata partendo da lontano…

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L’isola nell’isola – versi editi di Angela Greco

Il 17 febbraio 2016 visitavo per la prima volta Ragusa (in apertura, ph.AnGre, panorama); l’occasione fu la presentazione (leggi qui), di lì a un paio di giorni, del libro di poesie di Giuseppe Schembari (che conoscevo già dai social, ma che incontrai per la prima volta proprio la sera del 17), al quale il poemetto sotto riportato è dedicato. Il 17 febbraio è anche il giorno della tragica morte di Giordano Bruno, anche lui evocato nei versi…una coincidenza, l’incontro di Poesia e Libertà, che ancora oggi mi meraviglia…

Angela Greco, L’isola nell’isola (azzurro oltremare)

dall’Antologia ZENIT POESIA–Progetto <40 a cura di S.Aglieco (leggi qui) e M. Bellini per La Vita Felice (2016)
FUORI
.
Si apre ad oriente il Mediterraneo in entrata e in uscita:
un biglietto per una stazione unica
e non importa se si sceglie di rimanere o andare altrove.
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Il sipario si alza alla stessa ora che s’avvia il giorno
sullo scenario dei millenni stesi ad asciugare al sole,
panni rattoppati di generazione in generazione
e scarpe solide per calpestare i padri duri di terra,
quelli che hanno insegnato ai nipoti l’audacia e l’azzurro.
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(Il diario di bordo senza data lasciato aperto sulle assi.
Di legno in legno si solcano mari agitati di quotidiano.)
.
Trilla il telefono e tra le mani s’accende l’immagine di una foglia:
una vite in risalita su un muro di sostegno, dai frutti neri e lucenti,
sferiche ricognizioni del lavoro speso tra l’inverno e la stagione buona
– un acino, in fondo, è un piccolo progetto di chimica e allegria –
dove l’escursione termica è una percezione non solo del gusto,
ma una metafora che incasella anche persone e azioni, distinguendole.
.
(Curva ad oriente il mare e si rischiano le coordinate.
La terra ferma è una mèta ambita
riconosciuta solo a posteriori, dopo il naufragio.)
.
[…]
.
Un tratto preciso solca l’azzurro indistinto tra acqua e cielo
e la città è un palcoscenico per l’incontro che abbatte il tempo.
Il mutamento della bottega di chiodi in una filiale bancaria
sconvolge l’equilibrio tra passato e presente e gli occhi luccicano.
.
(C’era una volta…)
.
Una casa di due piani si affaccia sulla festa del paese
e la piazza sporca le scarpe con il fango di quando era terra:
si perde l’angolo misurato con compasso e sudore sulle carte
ed il fasciame dell’imbarcazione sono minimi termini ormai
di cenere buona per pentirsi in vista della risurrezione.
.
(C’era una volta…)
.
I bambini frequentano ancora la strada e le loro risate;
oggi l’oratorio è un film muto in bianco e nero,
anche se la chiesa esiste ancora in un plurale incompreso.
“Vado a tagliarmi i capelli” il sabato mattina ha i suoi riti
e dovremmo beneficiarne ancora di questa saggezza,
quando a San Biagio si chiedeva di proteggere la gola
forse dal freddo, forse dalla favella che strema il perbenismo.
.
(C’era una volta…)
.
[…]
.
Il porto annuncia casa dopo anni di acqua e legno
e i segni della solitudine sono croci che distinguono la pelle.
Ogni attimo è un micro oceano di paura che restituisce dimenticanze:
tu dove sei?
.
Hanno rialzato i muri
senza punti cardinali a distinguere un’illusione
in un degrado di civiltà che non accettano confronto,
un arretramento non troppo a sorpresa. Lo sapevamo.
La culla a sud è orfana della sua creatura di governo e popolo;
l’agorà tace ad occidente dove declina la luce.
La notte incombe senza stelle.
Tu dove sei?
.
Eppure questo indicibile azzurro, oggi,
ricolloca nella normalità una stagione sfuggita di mano.
.
[…]
.
Mutano tutte le assonanze del grigio in sfumatura d’arcobaleno:
la tua presenza sussurrata a fior di voce, abbrevia distanze
e non accade più la pioggia, quando giungi così vicino.
.
Allo scadere del silenzio riacquisisce parola un io dimenticato
e per un breve tragitto segue il tuo profilo da moneta greca
(dallo sguardo dritto che non si osserva allo specchio)
intagliato sul metallo del già stato e levigato dalle onde.
.
Quanto è difficile il mare lo sa la riva sempre lambita e lasciata
in attesa di una conchiglia in cui ascoltare l’eco di presagi futuri,
un ritorno da altri lidi, dove un giorno accaddero battaglie.
La sabbia restituisce tesori inattesi a quanti sanno chinarsi
e raccogliere quello che qualcun altro ha allontanato da sé.
.
* * *
.
DENTRO
.
(La polena taglia le onde col suo impavido petto
e batte forte il tempo nella gabbia toracica;
l’occhio che ha visto scorrere differenti maree
intuisce l’isola e cerca l’approdo.)
.
Tra le fughe del tempo
il muro bianco di una volta racconta i tetti
e le case sono limoni sospesi contro l’azzurro
indicibile.
In lontananza passa un cielo stupito
di questa curva di sereno affacciato sul baratro.
.
La pelle rasata e la strada narrano cicatrici
dove è meno difficile incontrare il tuo volto
nel mattino inoltrato all’angolo di due vite.
.
[…]
.
(oggi mi abiti il ventre senza altro dire che un silenzio
capriccio del giorno che non si tinge d’azzurro.
.
Oggi che mi abiti il ventre ti lascio il mio spazio chiaro
dove naufragare in amniotica gioia (le tue parole),
estremo bisogno in questo sgraziato passaggio quotidiano.)
.
All’ombra di San Giovanni Battista e ai piedi della luna
l’ultima strega torna dal rogo ridendo della libertà;
seduti tra sedie verdi e azzurre si ricorda Giordano
(e non è un caso questo 17 di febbraio).
.
“Però ho sempre scritto poesie”
è la preghiera di salvezza dall’odore di mandorlo in fiore
un respiro di futuro in anticipo negli anni della polvere.
Vero così t’avrei immaginato soltanto
tra le pagine bianche ancora da scrivere.
.
[…]
.
(La sera ha sfumature di iris selvatico
tra spine di agave, il ricordo riporta il deserto:
esita un poco la tua voce ed è già abbastanza
per sentire un tremore di terra)
.
Pietra su pietra è trascorsa anche questa notte.
Il lupo risale nelle vene e morde tra testa e petto:
“ero certo che avresti compreso subito”
che la difesa non è un elemento razionale.
.
Sfonda la staticità del quotidiano il pensiero
che cesella un barocco di ricordi nella pietra del dovere
e nascono fiori ed angeli che strappano il silenzio
e diventano voce i sorrisi e gli sguardi segnati d’azzurro:
a distanza di giorni diminuiscono i chilometri
e delle due città che siamo saliamo sugli edifici più alti
per meglio vedere domani cosa accadrà
a chi è rimasto in basso a dire che non-è-possibile.
Ritorniamo a parlare con la luna. E’ una necessità.
.

Cesare Pavese, Tu che non sai e splendi di tanta poesia

Il sasso nello stagno di AnGre

Tu che non sai e splendi di tanta poesia
o donna che fiorisci sopra la mia agonia,
fa ch’io risorga un giorno.
O tu che sei passata nel crepuscolo immondo
di tutti noi e sorgi come l’alba d’un mondo
fa ch’io risorga un giorno.

aprile 1928

Cesare Pavese, da Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930, in Cesare Pavese, Le poesie (Einaudi)

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Mark Strand, due poesie da L’uomo che cammina un passo avanti al buio

Mark Strand (April 11, 1934 – November 29, 2014), due poesie da L’uomo che cammina un passo avanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori), trad. di D. Abeni

*

La fine

Non ogni uomo sa cosa canterà alla fine,
guardando il molo mentre la nave salpa, o cosa sentirà
quando sarà preso dal rombo del mare, immobile, là alla fine,
o cosa spererà una volta capito che non tornerà più.

Quando il tempo è passato di potare la rosa, coccolare il gatto,
quando il tramonto che infiamma il prato e la luna piena che lo gela
non compariranno più, non ogni uomo sa cosa scoprirà al loro posto.
Quando il peso del passato non si appoggia più a nulla, e il cielo

non è più che luce ricordata, e le storie di cirro
e cumulo giungono alla fine, e tutti gli uccelli stanno sospesi in volo,
non ogni uomo sa cosa lo attende, o cosa canterà
quando la nave su cui si trova scivola nel buio, là alla fine.

.

Cos’era da “Blizzard of one”

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

Ricordiamoci dell’amore ogni giorno…

OK, approfittiamo pure della data del 14 febbraio, ma…non dimentichiamoci di amare e di amarci ogni giorno, ogni momento, ogni attimo; soprattutto, non dimentichiamo che cos’è l’Amore e non scambiamo per amore quel che tale non è…Buona lettura. (AnGre)

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.
.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
.
T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
.
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda, Sonetto XVII)

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(Julio Cortázar, Il futuro)

L’amore non dà nulla fuorché sé stesso
e non coglie nulla se non da sé stesso.
L’amore non possiede,
né vorrebbe essere posseduto
poiché l’amore basta a all’amore.

(Khalil Gibran, Segui l’amore)

Angela Greco, Acque di febbraio

Dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole
o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio
o dal mio desiderio di cielo?
Dalla sera precedente, dalla tua voce
inizia il giorno, buono di luce tra momenti
d’azzurro e pioggia.
.
S’affaccia una casa al caffè amaro, mentre
la collina procede nella direzione del mare.
Conto le gocce che ci separano, raccogliendo
benedizioni nell’incavo delle mani e di una pietra,
scavata dalla notte fin dai segni sulle pareti.
Scorriamo a fondovalle in millenni d’attesa;
bagliori nascosti da un mattino ancora d’inverno.
.
.
Angela Greco AnGre (inedito)

Francis Ponge, Il pane

IL PANE

di Francis Ponge (Montpellier, 27 marzo 1899 – Le Bar-sur-Loup, 6 agosto 1988)

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

da Il partito preso delle cose, Einaudi, 1979

*

Altri due testi ed una nota sull’Autore, QUI 

In apertura: Salvador Dalì, Cestino di pane, 1926 (pittura smalto su tavola, cm 31,5 x 31,5 – Saint Petersburg, The Salvador Dalì Museum, già E. e A. Reynolds Morse Collection)

 

Boris Pasternak, due poesie da Il dottor Zivago

Boris Pasternak (Mosca, 1890 – Peredelkino, 1960),

due poesie da Il dottor Zivago, Feltrinelli, 1957.

AMLETO

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

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IL VENTO

Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.

(trad. di M. Socrate)

Gianmario Lucini, L’altro profeta

– per gentile concessione del sito poiein.it che si ringrazia –

Gianmario Lucini (1953-2014)

L’altro profeta

[La poesia, con toni a volte sdegnati, a volte ironici e a volta lirici, addita la categoria dei “falsi profeti”, coloro che hanno verità ad uso e consumo di obiettivi esterni, di secondi fini che in realtà sono forme di umiliazione e di oppressione dell’uomo, in nome non di una giustizia che viene da una visione trascendente ma di una giustizia “del sistema”, del più forte].

.

E’ sul volto del febbraio che inizi a titubare.
.
La terra s’apre e tu ti fai di sasso
cammini indietro, t’involgi
dentro l’utero del tempo abominando
il nuovo da radici morte
e non vedi i giovani corpi e spiriti che vanno
dietro all’amore liberi uccelli trasmigranti
e l’innocenza che si lascia alle spalle
definitivamente
l’irredimibile feticcio de la parola proclamata
alta e sapiente e padrona su noi
piccole nebbie uomini e donne dell’età complessa;
non vedi ciò che vale nelle braccia
e nei baci
e il frutto dentro il ventre vivo che ci illumina
serena rinuncia all’escatologia
dell’onnipotenza;
…………………….. ti sbatti
t’arrabatti ai trivi profeta cialtrone
settario gonfio di birra
dopo secoli strasazi.
.
Che può venire mai dalle tue ubbie
che mai dalla rabbia che t’avvolge
disegni e veti e scongiuri a impastare il pane
che ci tocca sudare
per vivere ambigui – mentre altrove
suona a festa la campana del male
come ad avvallare il meccanismo che ci regola
ordigni a tempo pronti a esplodere
scagliando al cielo brandelli d’umano
sacrificati alla giustizia del sistema.
.
Oh noi che cerchiamo l’innocenza
e ci lasciamo incantare da una fede
senza carità
e veneriamo l’esatto, il razionale,
correggiamo la giustizia naturale
del vedere del sentire dell’andare
verso l’altrove e l’altrimenti
ma non ci fidiamo più del gesto d’una mano tesa
nella sua nuda evidenza
.
– il chiodo confitto è soltanto
estetica dell’apparenza.
.
(Immagine d’apertura: Picasso, Il poeta, 1912)

Ars poetica, Arte poetica

rileggiamo…

Il sasso nello stagno di AnGre

Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) 

Arte poetica

La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell’aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi…
.
È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l’Incerto al Preciso si unisce.
.
Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d’autunno,
l’azzurro brulichio di chiare stelle!
.
Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno
.
Fuggi lontano dall’Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell’Azzurro,
e tutto quest’aglio di bassa cucina
.
Prendi l’eloquenza e torcile…

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René Magritte, Le Monde invisible (Il mondo invisibile) – sassi d’arte

René Magritte, Le Monde invisible (1954)

olio su tela, cm 195 x 130 – Houston, The Menil Collection

*

Pittore della “assoluta visibilità”, Magritte non ha mai provato alcuna attrazione per l’invisibile. L’unica invisibilità che ammetteva era quella degli oggetti che non si vedono perché sono nascosti, o coperti, da altri. “Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso”, dice in Le parole e le immagini (1929): così il pietrone approdato chissà come sul parquet di un appartamento può nascondere un intero mondo dietro di esso, oppure il mondo invisibile del titolo è quello presupposto dalla finestra ma non visibile entro i suoi confini?

D’altra parte, la ricerca del mondo annunciato ma non percepibile ci sta allontanando dall’evidenza che abbiamo difronte, e che Magritte raccomanda di considerare sempre per prima. Considerandola, è facile capire che non si tratta di una soluzione poi così assurda. Dopotutto, chiunque può tenersi una pietra sul balcone, magari come sottovaso. Magritte non la fa svolazzare per aria, né le dà la forma di un pesce o di una mela. Ma l’apparente normalità dell’immagine fa sorgere, ancora più forte, la domanda proibita: che senso ha quest’immagine? Risponde Magritte: “Domande come: che cosa significa questo quadro? Che cosa rappresenta? Sono possibili solo se si è incapaci di vedere un quadro nella sua verità, se si pensa macchinalmente che un’immagine molto precisa non mostri ciò che essa è con tanta precisione. Ciò equivale a credere che il ‘sottinteso’ (se ce ne è uno?) valga più dell’ ‘inteso’. Nella mia pittura non ci sono sottintesi”.

Di fronte a una immagine di Magritte è inutile cercare allusioni ad altro. Molto più fruttuosa è l’interrogazione del nostro disagio di fronte a un’immagine, da cui emerge, per esempio, che la pietra, seppur solidamente appoggiata a terra, ci inquieta perché con la sua presenza nega la funzione della finestra, che è quella di mostrarci il mondo fuori. Ostacolando una visione nel momento stesso in cui l’annuncia.

(da Magritte, Skira Masters)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giovanni Luca Asmundo

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OLTRE LA RETE: Giovanni Luca Asmundo

Tre poesie da Stanze d’isola
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IX.
Una volta rimasta sola
le ore e le isole, vuoto orizzonte
unica differenza di giorno in giorno
la foschia del prossimo vento
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a nulla vale ripassare a memoria ogni gesto
scorrere il libro o la tela a occhi chiusi
passare le mani sulle pareti
per placarne la sete
.
tutte le sere, spento l’orizzonte
tastare il viso alla cieca
polpastrelli un tempo febbrili, adesso lenti
controllare le rughe o il sale dei capelli
.
e prima di andare a dormire
lisciate le gambe con la pomice
indossati i gioielli tra i riccioli
pronta, specchiarsi in una sorda ossidiana.
.
.
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XI.
Rimettere i piedi tra i granelli roventi
la barca trascinarla di chiglia sulla sabbia
capelli increspati, le alghe sul petto
raggiungere l’amato sentiero fra le dune
artigliarsi alle poche certezze
quel vaso di basilico appoggiato in balcone.
.
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XIII.
E finì per assomigliare al mare
perché sempre ne aveva scrutato obliquamente
il senso, oltre il silenzio abbacinato.
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I capelli seccati più delle alghe
il pensiero in spirali di conchiglia
scheletrica ed aurea, ma gli occhi
abissi per nulla profondi e celati
da un velo impalpabile come battigia
abbagliante e già evaporata.
.
E finì per assomigliare al mare
e al consumo dei giorni, incessante
e cangiante, oltre lo sguardo salato.
.
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Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (Edizioni Cofine, 2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.

Nazario Pardini legge Taurominomachia, un inedito di Angela Greco

dal blog Alla volta di Leucade di Nazario Pardini
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“Un poemetto di ampia suggestione, anche se l’autrice si lascia andare ad uno stile di positura minimalista, con poca intrusione di personale apporto. Tutto scorre libero e frammentato sotto gli sguardi occasionali; gli ammicchi a persone ed oggetti che sembra non siano legati da un filo conduttore. Cosa non vera, dacché la poetessa, anche se fuori scena, fa sentire le sue emozioni sulla vita e la sua inesorabile piega. La casa vuota, Mina, il fiore ostinato, il gatto, Ignacio, il toro, il Bolero di Ravel, Giovanna, il portafotografie, Antonio, santo di metà gennaio… tante immagini che si alternano in una visione realistica tipo stesura anceschiana, o correlativo di stampo eliotiano. Ma non si può sfuggire, camminando, alle nostre impronte; e sono esse che parlano e dicono di tante figure nella morsa di un tempo che scorre fregandosene di tutto e di tutti. Una cosa è certa: Angela Greco è alla ricerca di indirizzi nuovi che si distacchino dalla solita poesia convenzionale, basata su sinestesie e strutture dalla classica positura; e si concede ad ampie misure quasi di positura narrativa per raccontare la vita, mirandola, a sprazzi, dalla sua postazione, in disparte, senza ficcare il naso nel suo inesorabile consumarsi… Ed è essa, la vita stessa, che ci tiene imbrigliati nella sua rete-tramaglio lasciandoci poco spazio d’intervento durante il prosieguo della vicenda. Forse è proprio da questo porsi in alto, sopra i fatti, che l’autrice ricava il leitmotiv che dà compattezza alla trama.” [Nazario Pardini]
http://nazariopardini.blogspot.com/2019/02/nazario-p-legge-inedito-di-angela-greco.html
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Taurominomachia di Angela Greco (inedito – gennaio ‘19)
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Quella casa è vuota; nessuno
accende più le luci alla Madonna e
persino il sempreverde, ormai, ha
difficoltà di relazione con il vicinato.
Mina aspetta il passo a secondo piano,
un suono, un ricordo, che le auguri buongiorno,
un silenzio in meno e una timida domanda;
anche casa sua è vuota. Abito assenze.
.
A est, appena dopo la casa marrone e bianca,
ostinato un fiore selvatico senza pretesa di nome,
s’arrampica giallo verso lo spazio tra due finestre
in cerca di cielo. Stamattina un gatto tigrato ha
scalato la vetta di un piano e mezzo alla ricerca
di una risposta al suo insistente miagolio. Il fiore,
il gatto e Mina s’assomigliano in questa stradina
casa-elementari, percorso a ritroso in attesa.
.
[…]
.
Ignacio è morto, ferito ad una gamba; tutti pensano
ad Ignacio, comprese la calce e la sabbia, onorando
il suo silenzio, parlando dei suoi meriti e aspettando
il terzo giorno, il momento preciso in cui si torna quel
che si era prima e dopo la croce. Al cielo o alla terra
non fa differenza. Ignacio è morto, scriviamolo bene.
.
Il toro no, lui è ancora vivo; il toro ha visto la morte e,
per questa volta, lui è ancora vivo, ma non sa per quanto.
Nessuno lo vede, con il corno insanguinato, a cuore battente,
con la spalla rigata da uncini metallici e la sabbia, la stessa
compassionevole che accoglie Ignacio, bruciargli occhi e gola
nel tentativo di sopravvivenza. Il toro è vivo, ricordiamolo.
.
[…]
.
A te non piace il Bolero di Ravel; lo hai detto
un giorno di un altro inverno, forse mille anni fa;
la marcia, reiterata sotto la progressione della storia,
ti annoia. Io sono in quel vortice; io sono quel vortice.
Lo dice la mia schiena e avanzo, svolgendo all’indietro
il filo su cui cammino da quarantatré anni, raspando
al suolo con lo zoccolo, sciogliendo le vertebre cervicali,
soffiando l’ultima polvere dalle narici frementi, raccogliendo
le forze, che hanno seppellito quelli che avevo intorno e mentre
gli acuti ingaggiano una tachicardia col mio petto, i fiati sciolgono
la muscolatura ferma da troppo tempo e s’apre l’ultimo minuto.
Sale in gola il primo vagito, mentre il coro annuncia la fine del mondo.
.
[…]
.
A forza di ripeterlo magari accade ed un mattino diventa
un prato di iris blu, che prosegue il cielo. Certe domeniche pomeriggio
di inverno sono un lavoro fatto a mano; punti e parole, un intreccio
di fili e pensieri, solitudini rivestite di erica di fronte all’oceano.
“Ciao, sono contenta di sentirti; io sono sempre rimasta qui
ad aspettare. Anzi, ad aspettarmi.”
Sogno a colori e al risveglio ricordo finanche le tonalità
differenti che compaiono di notte. Ultimamente distinguo
nitidamente la tua voce; una umanità ormai rara albeggia
nei tuoi gesti. Giunco sulla riva, segui stagioni senza spezzarti.
Se mai dirò ancora di andare via sarà solo per venire più vicino,
tra camicia e pelle, distesa sul tuo silenzio.
.
[…]
.
Appena usciti, tra due ante di vetro, una finestra rotta
avvisa i gentili ospiti che Giovanna non abita più lì,
all’ultimo gradino di una strada in discesa, fregiata pazza
dalla dirimpettaia. Nemmeno Pasqualina segna più in blu
il piccolo debito di una cioccolata, perché mamma non può
più pagare. Il mitreo è all’ultimo piano; qui, bisogna salire
e San Clemente guarda stranito da secoli di distanza.
Mezzogiorno è la scia di un aereo al posto delle campane;
un volo in picchiata ascoltato dal soggiorno azzurro – o
forse è il cielo – e mentre scandisco le dita sulla tastiera, tu sei
a pesca in jeans e telefonino, pronto per la prossima acqua alta.
.
Una visione compare appena prima del risveglio
ed è un dolore addominale, dallo sterno in giù;
ulivi secolari fronteggiano onde anomale. In mezzo,
una striscia di Murgia tenta una strenua difesa, ma non
sappiamo da chi o da che cosa; mezzi blindati occupano
la testa dei filari e il cielo si fa scuro fino alle tre del pomeriggio.
L’impotenza guarda dalla finestra cercando suoni da articolare.
A destra e a sinistra i due ladroni hanno dato forfait e a metà
gennaio la vigna è un ordinato susseguirsi di dita aggrappate
a fili tesi allo spasmo. Proseguo, ma l’alba sopraggiunge senza
preavviso e solo allora riconosco la mia condizione e ti chiamo.
.
[…]
.
Il portafotografie dice del tempo, al pari della polvere, sottraendo
l’aspetto reale e donando sembianze tutte da riconoscere.
Il vetro terso ha una cattiveria da non sottovalutare; riflette
meglio di me e mi avvisa che ho bisogno di un altro spazio, dove
rimettermi. Allora m’accontento di un giorno seduta al mio tavolo;
il campanaccio scaccia le scie di maldicenza e le capre
cancellano il segno sulla schiena, tanto Bodini lo ha già scritto.
.
«Come abbiamo fatto ad evitarci fin’ora, nemmeno un bacio
da raccontare all’inferno?» Qualche dubbio che non sia accaduto ce l’ho.
Antonio, santo di metà gennaio, prega nel deserto ed io prenderei
senza pensarci due volte il tuo posto. In fondo, ci sono già passata e
ti risparmierei davvero questo accadimento di fili e sterno alla stregua
di una porta. Le mani si fanno fredde e non basta il cielo a non ricordare
che quindici anni sono un granello, che precipita nella metà opposta,
anche senza volerlo.
.

****
Confermo un “passaggio” che in questo periodo sta accadendo alla mia poesia, nella quale si evidenzia un mettere in primo piano una mancanza di unità -solo apparente, come ben rilevato nella nota critica-, non dissimile dal quotidiano che ci investe, frammentandoci in cocci di varie argille, ammassati e apparentemente inutili…Eppure è poesia anche il fare luce sulla pluralità che siamo, sull’incomunicabilità paradossale nell’era dell’eccesso di comunicazione, così come è poesia il dettaglio che evoca, il filo conduttore nascosto nello spessore del muro e che pure, lontano, accende una luce. Versi outsider, difficili persino da leggere ‘poesia’, che sicuramente non attendono alle aspettative di nessun lettore e di nessuna scuola, la cui accettazione, lettura e commento e coraggiosa pubblicazione da parte del prof.Pardini -che ringrazio di cuore- non può che darmi gioia. [Angela Greco AnGre]

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero venticinque

Numero venticinque

Il signore vestito di un completo blu un poco sgualcito, che in questo momento attraversa la strada male illuminata, e un poco barcolla, è in realtà completamente ubriaco, e il suo progetto è semplicemente di arrivare a casa. Non è singolare che egli sia ubriaco, sebbene in generale regga decorosamente il vino; è singolare il tipo di ubriacatura di cui soffre. In genere egli diventa litigioso, ostinato, capzioso e suscettibile; insulta tranquille signore, e guarda i vigili urbani con una tal quale, timida tracotanza. Ingiuria i cavalli e fa insinuazioni sui cani. In genere, in quei momenti egli è persuaso di vivere in una società infima, che merita di essere spregiata e irrisa. Questa sera, per quella legge iniziatica che guida non di rado una serie di ubriacature, egli è giunto a concepire se medesimo come parte di quel mondo degno di disprezzo. Egli è responsabile, e nella sua mente caoticamente illuminata si urtano il peccato originale, la lotta di classe e il Tibet. Farebbe in tempo a vivere una nuova vita? Che esempio dà ai figli, tornando a casa ubriaco a quel modo? E merita la sua povera moglie un marito talmente deteriore? “Deteriore” gli piace, e gli pare una buona definizione; si addice a un uomo prossimo a redimersi. Ad esempio: camminerà nella notte finché l’ubriacatura più ripugnante sarà stata consumata, poi andrà a parlare con la moglie che egli stima e ha cara; non è di quegli uomini che hanno in uggia le mogli solo perché le vedono tutti i giorni. In quel momento il frastuono di un tram che lo sorpassa gli rammenta qualcosa. Che cosa? Si concentra. Mio dio, ha ucciso sua moglie appunto quel pomeriggio, dandole sul cranio con una spranga di ferro! Gli urli. Il signore ha un gesto di orrore, mette le mani sulle orecchie. Ride. Lui è furbo. Non andrà a casa. O costituirsi o farsi frate. L’aria notturna lo investe improvvisa. Si rammenta di non aver alcuna moglie. A che serve avere buoni propositi se non si ha una moglie? E come si fa a uccidere una moglie simile? Fermo, per quel che gli è possibile, cerca di capire come mai non abbia moglie. L’hanno tutti. Chi è lui, un cane? Perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? O è lui che non l’ha sposata? Il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. Ma non è lui quel prete? Quella donna è fuggita con lui? O con un altro? Chi è fuggito? “Che puttana”, dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi, 1995.

immagine d’apertura: Edward Hopper, Night Shadows.