Henri Julien-Félix Rousseau, La charmeuse de serpent / L’incantatrice di serpenti – sassi d’arte

L’incantatrice di serpenti (la charmeuse de serpent), opera realizzata nel 1907 da Henri Julien-Félix Rousseau detto il Doganiere (arruolato come soldato semplice durante la guerra con la Prussia nel 1870 e subito rilasciato poiché figlio di madre vedova, entrerà nel 1871 come gabelliere nell’ufficio comunale del dazio di Parigi; impiego che svolgerà fino al 1893, maturando contestualmente il desiderio di divenire pittore, e che comporterà, poi, in ambito artistico il soprannome di Doganiere), è un olio su tela, cm 189,5 x 169, conservato nel Musée d’Orsay di Parigi. La tela fu commissionata dalla madre di Robert Delaunay appena tornata da un viaggio nelle Indie; dopo aver ascoltato il racconto della donna, Henri Rousseau, avrebbe deciso di realizzare un dipinto riproponendo i paesaggi visti e vissuti da Mme de Rose. Rousseau, nato a Laval, Mayenne (Francia) nel 1844 e morto a Parigi nel 1910, fu pittore autodidatta e tardivo, che, a differenza di quanto si possa credere vedendo tante rappresentazioni delle sue opere, compì pochi viaggi; la maggior parte delle giungle raffigurate furono realizzate presso il museo di Storia naturale e nella grande serra del Giardino delle piante di Parigi. Alla stregua di Roussel nelle sue Impressioni d’Africa, così Rousseau ha coltivato i suoi sogni di esotismo nella capitale francese.

Tra i più ferventi ammiratori di questo artista, possiamo citare Alfred Jarry, André Breton, Guillaume Apollinaire, lo stesso Robert Delaunay e perfino Pablo Picasso. A quest’ultimo, Rousseau confesserà un giorno: “In fin dei conti lei realizza nel genere egiziano quello che io faccio nel genere moderno”. Questa osservazione, pur suscitando sorpresa e divertimento, non esclude il fatto che ogni elemento, in questa Incantatrice di serpenti, praticamente è nuovo: il soggetto in primo piano è una Eva nera posta in un giardino inquietante, raffigurata nell’atto di incantare un gruppo di serpenti dalle sembianze spaventose, che richiamano subito alla mente quello meglio noto e adulatore tratteggiato nella Genesi. Molte opere di questo genere di Rousseau fanno venire in mente il giardino dell’Eden, il Paradiso terrestre: qui, ad esempio, il serpente che si avvolge intorno all’albero ricorda un particolare delle scene della tentazione di Adamo ed Eva di Masolino. La differenza, però, sta nel fatto che nell’opera del Doganiere Eva ammansisce o lusinga il serpente e non viceversa.

Risalta all’osservazione il fatto che ad essere in ombra è solamente la donna ritratta con i capelli lunghi, sciolti e gli occhi che brillano: questa Eva sembra sedurre la Natura selvaggia, o, piuttosto, bloccare la medesima in un singolare silenzio, lasciando cogliere la forza dell’intento, ossia il serpente ammansito alla sua sinistra.
Nel dipinto, possiamo inoltre ammirare una rigogliosa vegetazione, così curata da creare l’illusione che gli stessi fiori siano in grado di emanare il profumo anche fuori dalla tela, un fiume ed un fenicottero rosa, dipinto in basso a sinistra, che risultano, invece, bagnati dalla luce di un bellissimo chiaro di Luna.

Nuovo è, nel periodo di realizzazione dell’opera, anche lo stile: colori freschi e densi, in controluce, che anticiperanno quelli di Magritte, ed un tratto al contempo sia naif che preciso; colori, immersi in una composizione verticale dall’innovativa asimmetria. La figura umana, gli animali, lo sfondo di piante dal lussureggiante sviluppo, sono eseguiti con dovizia di particolari, in un mondo magico e fiabesco (l’artista ha voluto dipingere il fenicottero rosa, copiandolo da un libro illustrato per bambini, contribuendo a portare una ventata di originalità fanciullesca al dipinto e costruendo un’immagine fuori dal contesto naturale e pittorico dell’opera), che coinvolge anche lo spettatore in una  rappresentazione fantastica, anticipatrice di quello che sarà il Surrealismo. (adattamento di fonti varie dal web)

 

Annunci

Ermanno Krumm, due poesie da Davanti a un quadro di Courbet

courb111

Ermanno Krumm, due poesie da Davanti a un quadro di Courbet

1
.
C’è odore di bucato sulla ringhiera,
sentore di lenzuola stese: vengono
domeniche così una su mille, a Ornans.
Courbet dipinge la sua modella
da una foto di Vallou Villeneuve:
nessuna avrebbe posato nuda
____________per il suo Atelier.
.
nel mezzanino della rue Hautefeuille
invece sì, ore, giorni, Courbet era lì,
quando Luigi Filippo fu spazzato via,
o nella birreria Andler con Baudelaire:
.
– Niente di più difficile che fare arte
se nessuno la capisce. Non c’è
via d’uscita: le donne vogliono volti
senza ombre, gli uomini vestiti da festa.
.
.
.
7
.
Non c’è luce artificiale nell’Atelier
ma bassa e radente. Grandi tende nere
tese in alto sull’unica finestra
.
nel rosso uno straccio taglia
le righe di fondo d’un paesaggio
sbiadito sul muro.
.
.
.

tratte da Ermanno Krumm, Respiro, Mondadori, 2005

 immagine: Courbet, Latelier del pittore (1854-55)

.

Ermanno Krumm – Golasecca (Varese) 1942, Como 2005.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Le chaier de Monique Charmay (1987), Novecento (1992), Felicità (1998 ), Animali e uomini (2003). Ha inoltre curato con Monique Charvet, Tel Quel, un’avanguardia per il materialismo (1974) e con Tiziano Rossi, La poesia italiana del Novecento (1995).
Sono anche usciti due suoi saggi: Il ritorno del flaneur. Saggi su Freud, Lacan, Montale, Zanzotto, Plath e Walser (1983) e Lirica moderna e contemporanea (1997). E’ stato critico d’arte del “Corriere della sera”.

Antonia Pozzi, Incantesimi

Il sasso nello stagno di AnGre

barca_al_tramonto

Incantesimi – di Antonia Pozzi

Alti orli ghiacciati
si disfecero al mondo.

Solcava
lenta e lieve la barca
laghi d’oro,
andando così noi nel sole
abbracciati.

Gracili reti bionde
imprigionavano l’ora.

E nacquero brividi;
crebbero
voci tristi;
fischiò
a sponda il dilacerarsi delle canne.

Belve chiare
guardarono dal folto
a lungo
il tramonto nell’acqua,
andando così verso l’ombra
io libera
e sola per sempre.

22 dicembre 1935

*

tratta da http://www.antoniapozzi.it/ 

View original post

Criminal World, proposta d’ascolto by Flavio Almerighi

“Criminal World” è una canzone scritta da Duncan Browne, Peter Godwin e Sean Lyons dei Metro, uscita come singolo nel 1976 e poi inserita nel loro album di debutto nel 1977. David Bowie ne ha tratto una cover nel 1982 per l’album Let’s Dance; versione, quest’ultima, inserita come B-side del singolo “Without you” nel novembre 1983. Quando uscì, “Criminal World” venne bandita dalla play list di BBC Radio per il suo contenuto “scandaloso” e si dice che i militari statunitensi l’abbiano utilizzata come mezzo di dissuasione sonoro durante l’invasione di Panama del 1989. (by Flavio Almerighi)

CRIMINAL WORLD \  MONDO CRIMINALE

Non mi hai mai parlato degli altri tuoi volti
Eri la vedova di un tipo scatenato
Ed ora so dei tuoi baci speciali
E so che tu sai dove c’è movimento
Credo di riconoscere chi frequentavi
Penso di poter vedere oltre il tuo trucco
Ciò che vuoi è una specie di separazione
Questo non è normale
Che mondo criminale
I ragazzi sembrano bambine
Che ragazza criminale
Ti mostrerà dove spararle addosso
Che tipico figlio di mamma
L’unica cosa che lei apprezza
E’ un mondo criminale
Dove le ragazze sembrano bambini
.
Hai una bruttissima reputazione
Ma nessuno conosce la tua vita segreta
Conosco un modo per definire una situazione
Ed essere al pari della tua maschera da alta società
Mi hai beccato in ginocchio
davanti alla porta di tua sorella
Quello non era un comune corteggiamento
Sono consapevole
di quello che stai cercando
Io non sono normale
Che mondo criminale
Che tipico figlio di mamma
L’unica cosa che apprezza
E’ un mondo criminale
Dove le ragazze sembrano bambini
.
.
You never told me of your other faces
You were the widow of a wild cat
And now I know about your special kisses
And I know you know where that’s at
I guess I recognize your destination
I think I see beneath your make-up
What you want is sort of separation
This is no ordinary
This is no ordinary
(ah, ah, ah)
What a criminal world
The boys are like baby-faced girls
What a criminal girl
She’ll show you where to shoot your gun
What a typical mother’s son
The only thing that she enjoys
Is a criminal world
Where the girls are like baby-faced boys
.
You’ve got a very heavy reputation
But no one knows about your low-life
I know a way to find a situation
And hold a candle to your high life disguise
You caught me kneeling
at your sister’s door
That was no ordinary stick-up
I’m well aware just
what you’re looking for
I am no ordinary
I am no ordinary
(ah, ah, ah)
What a criminal world
The boys are like baby-faced girls
What a criminal girl
She’ll show you where to shoot your gun
What a typical mother’s son
The only thing that she enjoys
Is a criminal world
Where the girls are like baby-faced boys
.

John Donne, Il sogno (The Dream)

…ho sognato la Persona che un giorno lontano mi donò questi versi e, così, oggi li ripropongo con affetto

Il sogno 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra fra queste braccia. Se ti parve più giusto
per me non sognare tutto il sogno
ora viviamo il resto.
.
Come il lampo o un bagliore di candela,
I tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacchè ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.
.
Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.
 .

*

John Donne, Poesie amorose poesie teologiche, a cura di Cristina Campo – Einaudi

Jorge Luis Borges e Czesław Miłosz: Eraclito

Eraclito – di Czesław Miłosz 

Aveva pietà di loro, lui stesso degno di pietà.
Perché la cosa è al di là delle parole di qualunque lingua.
Perfino la sua sintassi, oscura, come gli veniva rimproverato,
Le parole disposte così da avere triplice senso,
Non afferreranno nulla. Quelle dita nel sandalo,
Il seno della ragazza così esile sotto la mano di Artemide,
Il sudore, l’olio sul viso dell’uomo dei bastimenti
Partecipano all’Universale, esistendo separatamente.
Nostri in sonno e ormai solo a noi dediti,
Amorosi all’odore del corpo caduco,
Del calore centrale sotto il pelo pubico,
Con le ginocchia sotto la barba, sappiamo che esiste il Tutto
E vi aspiriamo invano. Di noi stessi, quindi animali.
L’esistenza singola ci toglie la luce.
(La frase può essere rovesciata).
«Nessuno era fiero e sprezzante come lui».
Perché si torturava, non potendo perdonare
Che un attimo di consapevolezza non ci trasformi mai.
La pietà raggiunse la collera. Al punto che fuggì da Efeso.
Non voleva vedere viso umano. Abitava sui monti.
Si cibava di erbe e foglie, narra Laerzio.
Sotto la sponda scoscesa dell’Asia il mare inclinava le onde
(Dall’alto non si vedono le onde, ma solo il mare),
E là è l’eco che porta le scampanellate d’un tabernacolo?
O sono le vesti d’oro d’Orlando Furioso che scorrono?
O è il muso d’un pesce che toglie il liquido belletto dalle labbra
Della radiotelegrafista dei sommergibili?
.
…………………………………………………….Montgeron, 1960
da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Biblioteca Adelphi)
+
.
Eraclito – di Jorge Luis Borges
.
Il secondo crepuscolo.
La notte che penetra nel sonno.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo.
La mattina ch’è stata l’alba.
Il giorno che fu il mattino.
Il folto giorno che sarà la sera consunta.
Il secondo crepuscolo.
Quest’altra usanza del tempo, la notte.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo…
L’alba segreta e nell’alba
lo sgomento del greco.
Che trama è questa
del sarà, dell’è, del fu?
Che fiume questo
pel quale corre il Gange?
Che fiume, la cui fonte è inconcepibile?
Fiume, codesto, che
trascina mitologie e spade?
È inutile che dorma.
Corre nel sonno, nel deserto, in una cava.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Di labile materia fui costrutto, di misterioso tempo.
È in me forse la fonte.
Forse la mia ombra
nascono i giorni fatali e illusori.
da Elogio dell’ombra (versione con testo a fronte di Francesco Tentori Montalto, Einaudi)

– immagine: opera di Johannes Moreelse, Eraclito (1630) –

Fernand Khnopff, Les Caresses – sassi d’arte

800px-Fernand_Khnopff_002-1

Fernand Khnopff, Le carezze (o L’arte o la Sfinge), 1896

Bruxelles, Museo Reale delle belle Arti del Belgio

*

Il pittore belga Fernand Khnopff (Grembergen, 1858 – Bruxelles, 1921) è stato definito “il simbolista perfetto”, creatore di un’arte che nasce e si sviluppa in un contesto altamente intellettuale, con le radici che affondano nell’eredità classica e lo sguardo attivamente rivolto alle avanguardie della modernità. Khnopff è stato uno degli ispiratori del movimento simbolista belga, grandemente influenzato da Delacroix e da Gustave Moreau, ma soprattutto dai Preraffaelliti e, in particolare, da Edward Burne-Jones.

Il Simbolismo è stata una corrente artistica e letteraria sorta in Francia e diffusasi in Europa sullo scorcio del 19° sec. caratterizzata, in opposizione al realismo e al naturalismo, dalla tendenza a non rappresentare fedelmente il mondo esteriore, ma a creare piuttosto il mondo della suggestione fantastica dei sogni per mezzo di allusioni simboliche (da Enciclopedia Treccani) e, su questa scia, si colloca anche quest’opera. Il dipinto rappresenta il mito greco di Edipo,  l’unico uomo che riuscì a dare risposta all’essere mitologico metà donna e metà felino, la Sfinge, divoratrice terribile di tutti coloro, che erano stati incapaci di risolvere il suo enigma ma, a differenza del racconto mitologico, qui i due protagonisti realizzano un destino diverso.

Nel 1898 a Vienna si inaugurava la prima mostra della Secessione ed un dipinto, in particolare, attirò l’attenzione dei presenti, destando sconcerto e scalpore: Les Caresses di Fernand Khnopff. Ultimata due anni prima, l’opera è un concentrato di simboli, allegorie e metafore di gusto squisitamente elegante e prezioso. Ispirato all’omonimo racconto breve di Greg Egan, il quadro raffigura Edipo che incontra la Sfinge: l’eroe tebano è rappresentato da un personaggio dalle fattezze androgine che guarda l’osservatore languidamente ed inclina mollemente il viso ed il busto verso una sfinge dal corpo di ghepardo con gli occhi socchiusi.

Nella tela di Khnopff la sfinge, dalla lunga coda sensuale, diviene un animale dalla ferocia seduttiva: allegoria della Lussuria, essa incarna le ambiguità del tenebroso femmineo, l’insidia da cui l’uomo deve difendersi, in una simbologia molto forte, che rappresenta l’archetipo della comunicazione enigmatica. Sembrerebbe che Edipo abbia risolto l’indovinello ma la Sfinge, invece di suicidarsi, come raccontato nel mito, coccola Edipo, accarezzandolo, con un’espressione soddisfatta, perché Edipo è ancora intrappolato dal destino, nonostante il successo nel risolvere l’enigma. Molto evidente risulta l’ambiguità della seduzione, rappresentata dall’accarezzare quella che doveva essere la vittima scampata alla morte.

Presente nei miti egizi e nella mitologia greca, la sfinge (assieme ad altre creature a metà, come sirene, angeli, centauri e ninfe) venne a popolare l’immaginario simbolista per questa sua doppia natura animale e umana, divina e demoniaca, buona e malvagia, assimilabile all’ inconscio umano. Essere doppio ed ambivalente anche la donna, ella ricoprì un ruolo di primo piano nell’immaginario figurativo di Khnopff, che la ritrasse angelo, musa, amica, ma nello stesso tempo ingannevole, tentatrice e perversa. (a cura di Giorgio Chiantini – fonti varie)

*

Al link sottostante anche un interessante contributo di Rai Arte:
http://www.arte.rai.it/embed/fernand-khnopff-larte-o-la-sfinge-o-le-carezze/1702/default.aspx

5b

un patrimonio da tutelare: passeggiando nella Murgia (di Angela Greco)

riproponiamo…

Il sasso nello stagno di AnGre

murgese5-1373270126-grande

“ Tu non conosci il Sud, le case di calce

   da cui uscivamo al sole come numeri

   dalla faccia d’un dado.” 

                                 (Vittorio Bodini)

All’alba è forse il momento migliore per toccare con mano la magia che il paesaggio murgese sa esprimere. Il territorio della Murgia si estende tra le province di Taranto, Bari e Brindisi, con i suoi modesti rilievi e le sue svariate ricchezze: boschi di querce, lecci e roverelle, grotte carsiche e gole calcaree, colture di vite, cereali e foraggi sapientemente amministrate nelle masserie all’ombra di olivi secolari. La parte sud delle Murge presenta conformazione e caratteristiche del territorio che la rendono particolarmente adatta all’allevamento del bestiame. La zona, di media altitudine, a metà strada tra lo Jonio e l’Adriatico, con il suo clima migliore che nel resto della Murgia, ha dato origine alla storia del suo bel cavallo morello che, testardo e fiero, abita…

View original post 695 altre parole

Maria Grazia Calandrone, Diecimila civili

Alcuni tra quelli che davano ordini // parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti // portavano bende colorate // sul volto per la vergogna // che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

 Diecimila civili ¹, di Maria Grazia Calandrone,

I
Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.
Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.
Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.
Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.
 .
.

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.
Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.
.
¹ Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.

*

Maria Grazia Calandrone, (Milano, 15 ottobre 1964) è una poetessa, scrittrice, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice per Rai Radio 3 italiana. Vive a Roma e dal 2010 tiene a battesimo poeti esordienti, ritenuti meritevoli di pubblicazione, per la rivista internazionale Poesia, nella rubrica di inediti Cantiere Poesia. Scrive sul quotidiano Il manifesto e su la 27ora del Corriere della Sera. L’attenzione per gli eventi storici (dalla guerra di trincea ai disastri di Hiroshima e Babi-Yar, agli eccidi di Guernica, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema) e sociali rappresenta una costante nell’opera poetica di Maria Grazia Calandrone, che alterna lo sguardo collettivo a quello privato, mantenendo in entrambi i casi il desiderio etico di pronunciarsi a nome di un “corale umano”. (dal web)

– per questi versi si ringraziano Francesco Marotta e Flavio Almerighi \ immagine d’apertura: El Tres de Mayo, opera di Francisco Goya, (1814) –

 

Per la rubrica di Rita Pacilio PER ME LA POESIA È…risponde Angela Greco

 per Sannio Life (posted by Maria Grazia Porceddu on 06 ott. 2017)

PER ME LA POESIA È…CI RISPONDE ANGELA GRECO a cura di Rita Pacilio

*

Per me la Poesia è :

“Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so.”
La celebre frase che Agostino d’Ippona riferisce al tempo, in questo momento della mia vita sento di poterla riferire alla Poesia. Specifico il momento temporale, perché in precedenza, in altre occasioni, ho avuto meno difficoltà ad esprimere una opinione o addirittura azzardare cosa fosse per me la poesia; mentre oggi, a quarantun anni e dopo qualche libro edito, non ho più la presunzione e le certezze di un tempo, quando la poesia mi appariva un meraviglioso fiore esente da brutture.
Mi rendo conto che a frequentarla, questa Poesia, è diventato più facile dire cosa per me non è o cosa non vorrei che fosse; ho imparato che quel che riguarda gli Uomini, poesia compresa, non è immune da tutto ciò che la natura umana contempla in sé. Sì, della poesia ho un concetto tutto umano, nel senso che non credo ad eventi sovrannaturali che infondano chissà cosa in persone, che ad un tratto diventano qualcosa di più di quello che sono sempre state e non credo nemmeno che i poeti appartengano ad una razza o ad una condizione dissimile da quella di qualsiasi altra persona. Tutt’altro. Forse, hanno soltanto uno svantaggio in più, perché alla lunga ci si rende conto che è tale, ovvero quello di avvertire in anticipo qualcosa che in qualche modo altri avvertiranno in tempi differenti. Come normalmente accade nel regno animale, prima dell’arrivo dei temporali o dei terremoti.
Almeno per quanto concerne la mia esperienza, la poesia è un mezzo di scoperta e di ritorno: di scoperta, perché con essa si può tentare di avvicinarsi al mistero umano, all’universo ancora in buona parte inesplorato che una Persona è, ai suoi limiti, alle sue miserie ed anche al buono che, sommerso per quanto sia, c’è, se non altro come contraltare a quanto vediamo e viviamo quotidianamente; di ritorno, ma parlo per la mia esperienza, s’intenda, perché grazie alla poesia spesso ho ripercorso un vissuto sfuggito, che in qualche modo aveva lasciato in me esiti che solo in un secondo momento sarebbero riaffiorati, meravigliandomi.
Ecco, la poesia è accadimento e decantazione; magma incandescente che incontra il mare per raffreddarsi, dunque prendere forma e solidificare, diventando nuova terra e base d’appoggio per altro. E’ quello che rimane dopo la complicazione, dopo la lotta con se stessi per andare oltre se stessi; è soprattutto onestà e, a costo di sembrare antipatica, non temo di affermare che la Poesia è tutt’altro da quello che oggi si considera poesia. Non ne faccio una questione di tecnica, scrittura, significati e significanti, forma e metrica; ne faccio una questione etica, nel senso ampio del termine.
La poesia è una questione di comportamento – e qui tendo anche alla provocazione – e senza remore mi permetto di affermare “dimmi come ti comporti in poesia e ti dirò chi sei”, mettendo così al bando tutte quelle malazioni entrate nel costume comune e che non destano più clamore, ma non per questo da ritenersi giuste o sane, inerenti il dare-avere, il clientelismo, lo scambio di favori, gli inchini al potere…ma il discorso diventerebbe troppo lungo e qui, avevo deciso di lanciare solo qualche input per una riflessione a posteriori. Ho, tuttavia, un’immagine, una metafora per i fedeli alla scuola, molto cara e che nel corso di questi primi miei dieci anni in poesia, non mi ha mai lasciata: il poeta che, in assoluta libertà, è prua e polena, che rompe le onde col suo petto, nella posizione scomoda metà in acqua e metà fuori, con il sale che acceca lo sguardo, parte attiva di una imbarcazione, che ha smarrito il suo nocchiere. (Angela Greco)

*

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed. Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII, introduzione di Flavio Almerighi).

.

Rubrica Verso la poesia a cura di Rita Pacilio_Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e prossima la traduzione in arabo (a cura del Prof. Othman Ben Talebmail), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in inglese, in napoletano. Di prossima uscita i racconti in prosa poetica ‘L’amore casomai’.

in apertura: opera di Piet Mondrian, Grande composizione A

Flavio Almerighi, due poesie: Posizioni del nulla e Oggi non è un altro giorno

versi di Flavio Almerighi tratti da https://almerighi.wordpress.com/ 

posizioni del nulla

c’è tanto silenzio
ma il suono del silenzio è spiccioli
in resto su milioni di bocche
dimenticate ancora aperte

quando l’ultima chiesa sarà chiusa
e l’Altro, dirimpettaio del nulla
l’acqua sarà di bollicine
inclini a fermarsi, e non più

dolore di deportati e madri orfane
ricordi sui centrini di una sala in disuso.
Polvere. Poi le campane,
scrosci di cascate, cadenza

niente più parole, nemmeno un ti amo,
a essere precisi da domani, non da stasera.

Ora dormo

*

 “a essere precisi da domani”
Mi inquieta la lucidità di questa bellissima poesia, non per essa stessa, ma per com’è espresso il contenuto, che cavalca magistralmente e soprattutto senza retorica gratuita un intero periodo, il post bellico, di cui ancora viviamo “ricordi sui centrini di una sala in disuso” che, partendo dal silenzio del primo verso, arriva all’apice in quella precisione del domani, che mostra tutta la fatica umana della non accettazione di quanto accaduto…Per non soffrire, si rimanda tutto a domani, si mettono in disuso le stanze e si venerano ricordi, sperando che quel tempo non arrivi mai, senza vedere che quella polvere che si sposta è solo l’esito finale dello stesso uomo, che potrebbe, a condizione di accettare la propria finitudine, essere il primo mattone della ricostruzione di qualcosa di nuovo…
In questi versi ritrovo la grande capacità di Flavio Almerighi di saper evidenziare bellezza e rovina e, al contempo, fornire un quid a cui appellarsi per ripartire. (A.Greco)
.
*
.
Oggi non è un altro giorno
.

C’è un listino per ogni uniforme,
i dispersi non ricevono onori
potrebbero essere ancora vivi
spassarsela da qualche parte.
Il caldo maledetto è finito,
liberi tutti di tornare agli acciacchi
a imprecazioni e bestemmie
da incidere con le unghie
sul fango ancora vivo.

Oggi non è un altro giorno,
presentimenti e preghiere
sempre in agguato, circostanze
imprevisti ancora in allenamento,
un’indossatrice truccata da capotreno
il seno minuto ma non troppo.
La rivoluzione non scoppierà,
a sessant’anni si gioca a carte.
Le grida assenti, qualche tonfo
la cui origine non è certa.

Credo a volte di sognare
volti buoni in ripiegamento
poi nel pieno del sole che piove
non vedo più,
 dice il coreano
o è possibile che adori il bowling, 
prosegue
ho sentito dire che mentre ti tuffi
Dio sta giocando a bowling.
E sa giocare, lo so.

La rabbia dentro va compressa
diretta nella giusta direzione.
Quando cambierà,
cambierà davvero.

*

“ho sentito dire che mentre ti tuffi \ Dio sta giocando a bowling. \ E sa giocare, lo so.” Micidiale e precisissima, l’ironia incide ogni possibile superficie del lettore – e prendo solo questi, di versi, ad esempio – ustionando il benpensante e rivoluzionando persino l’avvezzo ai fuoripista. Stra-ordinaria la capacità di sorprendere ad ogni componimento, pur nella fedeltà allo stile inconfondibile, ‘Oggi non è un altro giorno’ muta il punto di vista sul quotidiano, fin dal titolo, dove, viene ribaltata una consuetudine di pensiero,che vorrebbe domani è un altro giorno, per giungere verso dopo verso, all’esito finale trascritto come augurio o speranza, evitando di fatto la chiusura del testo, ma immettendo il lettore in un’altra possibilità, capacità che non tutte le poesie e non tutti gli autori possiedono.
A dissetarsi dall’inesauribile vena poetica di questo Autore viene forte la voglia di continuare a credere nel meglio che la Poesia può ancora offrire, liberi da tutto quanto Poesia non è. (A.Greco)

in apertura: opera di Anna Madia, Chimera 2013 – Olio su lino, cm55x33 collezione privata (per gentile concessione dell’artista, tratta da un articolo di questo blog)

Quattro sassi con…autori contemporanei in quattro poesie: Luigi Paraboschi

Quattro sassi con…autori contemporanei in quattro poesie: Luigi Paraboschi

Vanità

ci sono mattine nel centro
di questa città impiombata
.
che mi vedo passare
e mi specchio nel vetro
dei negozi deserti.
.
Il mio corpo riflesso ritrova
la sagoma che nella notte sfioravi,
.
ravvivo i capelli con un tocco
mi discosto di un passo
prima che l’autobus fermi.
.
……………………– hai ragione-
convengo,
ho caviglie sottili che slanciano
in pieno le gambe ed il piede
.
e ripenso alla cura che
impieghi nello spogliarmi
.
.

.

Un gioco di parole

nelle stelline dei gerani a pioggia
nel rosso dell’ ibiscus
………………………….bocca aperta
ritrovo la passione del tuo ventre
.
nel girasole la tua abbronzatura.
.
Sei l’estate del mio corpo
che ti sfiora fin dal mattino
quando l’aria mi frizza nelle vene
.
le strade sono pensieri netti
ed i semafori sempre rossi
per lasciarmi il tempo di sostare
nel ricordo della tua risata
.
la sera che dicesti seria-seria
.
……………………“ dovrò farmi un avvocato “
.
pensando ai tuoi problemi di divorzio,
ed io ti chiesi maliziosa,
giocando su quel
……………………………… – farmi? –
.
– io non ti basto più? –
.
.

.

Gatte come noi

mi bastava anche un poco di pietà sodale
quei barlumi di tenerezza intermittente
…………………………………………..che donavi
quando l’anima nera non ti soffocava
…………………………………………….ma ora
…………….che non ti sei portata via
neppure la certezza della tua fragilità
.
davvero credi che senza com-passione
potrai sopportarti mentre sorseggi
……………………………………………..con avidità
il dolore delle foglie
……………………. quando ingrigiscono le strade ?
.
Come camminerai senza gli archi delle illusioni
e senza i ponti tra le nostre esistenze così ombrose ?
.
Non c’è rancore in questo avvilupparmi
come bruco che non sarà mai farfalla
né sarò uovo d’aquila,
………………………………………… sono piena
della stanchezza che hanno i pesci
quando boccheggiano nel retino fuori dall’acqua
.
sono ala di pipistrello in fondo alla grondaia
dopo tanto battere invano alla persiana.
.
Ma non bussare più
……………………………………….se mai l’ hai fatto
ai vetri della cella dove mi sono chiusa
non aprirò neppure per arieggiare i crisantemi
.
perché anche i cavalli, le mucche e i cani
hanno bisogno d’un cavezza, magari lenta
.
…………………………………………solo le gatte
…………………………………….come tu ed io siamo
.
cercano una zampa tenera
che faccia una carezza senza gli artigli
mentre passeggiano da sole sopra i muri
quando la luna affila ed affina i sensi.
.
.

.

Ancora mi perdo in te

sei la risposta alla muta invocazione
tu che conosci il macerare del corpo
nel lenzuolo e l’ondeggiare del capo
sul cuscino, l’assalto della memoria
ad occhi che solo il buio sanno intuire
.
e quando la mia mano ti sublima
torni violenta nello spasimare
sei finalmente guizzo di fiamma
che m’accende, e si ripete in solitaria
ascesa l’inseguimento dietro
una speranza assurda e monca
.
ma la tua pelle manca al mio girovagare
attorno ai bordi di quel laghetto
e quando esplode la meraviglia
di luce a pioggia, quando urli
tra i miei denti la solitudine di questa
condizione, rinnovi la mia giovinezza.
 .
*

…….Luigi Paraboschi, classe 1938, piacentino di nascita e residente in un piccolo comune della stessa provincia, dopo aver viaggiato per lavoro, oggi è in pensione e si occupa della famiglia, del giardino di casa e di poesia, collaborando con il sito Versante Ripido di cui è membro della redazione. Acuto ed arguto osservatore di questo tempo, ama la poesia e l’arte contemporanea e nel web, in uno dei suoi commenti si legge: “[…] mi commuove molto di più Hopper di quando non sappia fare Raffaello con la sua perfezione, che non dice nulla al mio cuore di uomo del 2000. Mi intriga più una rivisitazione di Bacon che il vero Velasquez al quale egli si ispira; mi fa tremare più un paesaggio di Morandi che il trionfo della nuvola di Constable e mi turba di più “il canto notturno” di Leopardi che i voli astrusi di Sanguineti in Laborintus. E ancora sulla poesia, confesso che leggere qualcosa della Szymborska, mi coinvolge molto molto di più che tornare a leggere i Sepolcri di Foscolo, o quelli di Byron, perché pur essendo io un “vecchio” ritengo che la poesia debba esprimersi con il linguaggio del proprio tempo e, soprattutto, sono convinto.” (dal sito Poliscritture, gennaio 2016).

Le quattro poesie più una che oggi leggiamo su Il sasso nello stagno di AnGre evidenziano bene innanzitutto la capacità che Paraboschi ha di ascoltare, rimanendo sulla soglia del buongusto e della tentata obiettività, il tempo che gli accade intorno, di partecipare allo stesso con garbo ed una ormai non più usuale gentilezza, che lo rendono quasi estraneo al modo di porsi che ci aggredisce quotidianamente. Luigi Paraboschi non nasconde una sensibilissima partecipazione all’evento poetico, prendendo alla lettera quanto Pessoa nella sua “Autopsicografia” afferma: il poeta è un fingitore e nello specifico Paraboschi assume non solo il sentire dei personaggi, che nel primo gruppo di quattro poesie ci presenta, ma finanche la fisicità, la fisiologia e la fisionomia, parlando con voce, pensieri e gesti al femminile, da donna, ma non solo, rivolgendosi finanche ad un’altra donna, in una condizione lontanissima dalla propria, quindi, ma lucida e assimilata nel dettaglio che coinvolge e meraviglia il lettore. Una capacità inusuale di abbandonare se stesso per entrare letteralmente nell’altro (nell’altra in questo caso), calandosi in un vissuto che, sebbene sia in parte o del tutto inventato, ma questo non inficia sull’esito, non esclude nessun aspetto sia positivo che negativo, frutto senza dubbio di acuta osservazione, di una empatia stra-ordinaria e di una capacità di introspezione non indifferente.

Le poesie dedicate all’amore saffico e scritte calandosi nei panni di una donna, accarezzano con la malia propria del genere muliebre, affidandosi talvolta anche ad alcuni cliché (il gatto ad esempio), che, però, non distraggono il lettore, perché utilizzati per ampliare la visione tramite il sapiente uso della metafora. Metafora, che raggiunge un notevole esito nella quinta poesia di questa breve antologia, “Requiem per due lampadine fulminate”, in cui l’autore circoscrive nell’immagine delle due lampadine ormai fuori uso un rapporto di coppia giunto al capolinea, inserendovi con dovizia tutti gli elementi utili al lettore per immaginare il corso di questa storia d’amore, mantenendo salda la capacità di non indulgere sul lirismo o su eccessi di romanticismo, ma inglobando anche quegli aspetti più duri che inevitabilmente la vita comporta e che questo autore ha scelto, con plauso, di non escludere dalla sua poesia; poesia che per Luigi Paraboschi comunque comporta il vivere e l’aver vissuto, senza troppo spazio per elementi imaginifici e non concreti. [Angela Greco]

Requiem per due lampadine fulminate

I tuoi silenzi d’ossidiana sono come il gelo nelle grondaie
di Pietroburgo che inizia con novembre e dura fino a marzo
ed è inverno anche sulle imposte di questa casa sugli Appennini
ove pronuncio parole acciottolate nella sera di mezza estate
e m’illudo che rassomiglino a preghiere, ma sorridono
i miei Penati perché nulla dei nostri crucci li coinvolge,
.
restiamo solamente tu ed io e le nostre deboli volontà
per allargare questo vallo di Adriano ed allagarlo poi
senza il conforto di credere più alle parole
che non sappiamo più scrivere ed imbucare,
forse le pensiamo ma le lasciamo scorrere giù dai vetri
sperando che il disgelo che verrà ce le riconsegni intatte.
.
Qui resto con le labbra dubitanti, e sgretolo di te
ogni dolcezza, qui scavo fosse ove seppellisco
versi sulle nostre stagioni di aspra lontananza
ed ora il mio pacemaker quasi non manda più impulsi
troppi sono i bypass per i tubi incrostati della memoria.
.
E’ ora di staccare i fili del mio monitor, anche s’è
ancora viva sullo schermo la riga lunga della tua risata,
non mi so decidere a premere il pulsante off, forse tu
l’ hai già fatto, ma io ti conservo in vita come si fa
talvolta con quelle lampadine che ci appaiono fulminate
e poi, se le scrolli un poco tra le mani, i fili prendono
la corrente e si fa luce attorno, anche se per poco.
.

CORRENTI CONTRARIE, il nuovo libro di Angela Greco

Per le Edizioni Ensemble di Roma esce Correnti Contrarie, “La nuova, bellissima, raccolta poetica di Angela Greco, una delle autrici più interessanti della sua generazione.”

clicca qui per acquistare il libro —

*

Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
.
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.
.
.
*
.
…c’è cura in questi pezzi di poesia, soprattutto rispetto per la poesia stessa, cosa non più scontata in questo clima di barbarie e di forzato, ostentato nichilismo. Voglio solo aggiungere che scrivere poesia erotica o comunque vicina a questo genere non è per nulla facile. Qui sembra lo sia molto meno. (Flavio Almerighi)
.

 

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

LA NITIDEZZA DELLE COSE

Nel silenzio di casa, quando il legno si spezza,
aspetto i movimenti degli ingranaggi del tempo,
la manifestazione evidente della macchina del mondo,
le pale del mulino che macinano la farina dei giorni,
i denti che recidono la pelle della feroce esistenza,
lo scorrere dei minuti dell’orologio naufrago dei domani.
Il ronzio della mosca contro la sua immagine nel vetro.

Nel silenzio di casa, quando tremano i mobili
e oscillano gli elettrodomestici nel riflesso del vetro,
stridendo in un coro liturgico tra le monete
nitide sotto il sole e le pale che tritano emozioni,
e la puleggia che bisbiglia parole contro l’indifferenza,
il destino delle posate e piatti prigionieri, lentamente
si disfano in argilla e ruggine mortale.

Le cose muoiono senza panico mentre guardiamo
distratti il vento che solleva le tende della stanza.

Soltanto le cose sono nitide e hanno un’anima, e credono
nella vita eterna.

§

A NITIDEZ DAS COISAS

No silêncio da casa, quando as madeiras estalam,
espero o movimento da engrenagem do tempo,
a manifestação evidente da máquina do mundo,
as pás do moinho moendo a farinha dos dias,
os dentes trincando a pele da feroz existência,
o rolar dos minutos no relógio náufrago da manhã,
o zumbido da mosca contra sua imagem no vidro.

No silêncio da casa, quando estremecem os móveis
e trepidam os eletrodomésticos nas redomas de vidro,
zunindo em uníssono cantochão entre as moedas
nítidas do sol e as moendas trituradoras de emoções,
a polia que range a palavra contra a indiferença,
o destino dos pratos e talheres prisioneiros, lentamente
desfazendo-se em barro e mortal ferrugem.

As coisas morrem sem pânico enquanto olhamos
distraídos o vento que levanta as cortinas da sala.

Só as coisas são nítidas e têm alma, e acreditam
na vida eterna.

*

IL TAVOLO DELLA FAMIGLIA

Legno invecchiato dal tempo.
Resina impregnata di tempo.
Cosi il tavolo e la famiglia riunita,
e i rischi del coltello nella carne del legno,
e il vino versato, la macchia,
il sale, la lacrima, sole sul legno.
La mano che levigò il solco, la vena,
la mano graffiata dal tempo: legno.
Albero notturno caduto, abbattuto dall’ascia,
albero piantato dal tempo.
Seduti attorno al tavolo, il padre,
la madre, i figli: album di ritratti.
Il tavolo rimane in mezzo alla stanza:
o di più: ombre.

§

A MESA DA FAMÍLIA

Madeira crestada de tempo.
Resina impregnada de tempo.
Assim a mesa e a família reunida,
e os riscos de faca no cerne da madeira,
e o vinho derramado, a mancha,
o sal, a lágrima, sol na madeira.
A mão que alisou o sulco, o veio,
a mão gretada de tempo: madeira.
Árvore noturna caída, pelo machado abatida,
árvore do tempo plantada.
À volta da mesa sentados, o pai,
a mãe, os filhos: álbum de retratos.
A mesa permanece no meio da sala:
o mais: sombras.

*

SILENZIO

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci,

c’è lo stupore del fiore che sboccia
abisso del passero notturno

che gratta furtivo lo specchio della memoria.
(Il silenzio è il seme di qualcosa di più antico.)

Nel silenzio l’esistenza attenua
una realtà di frutto.

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci.

§

SILÊNCIO

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes,

há o espanto da flor nascendo
abismo de pássaro noturno

riscando o espelho furtivo da memória.
(O silêncio é semente de algo mais antigo.)

No silêncio a vivência adelgaça
uma realidade de fruto.

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes.

*

da Pioggia Antica: Antologia Poetica (a cura di Gaetano Longo, trad. di Iris Faion, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2013). Poesie e nota bio-bibliografica tratte da “Fili d’aquilone num.38” — In apertura: opera fotografica di  Francesca Woodman

*

José Eduardo Degrazia, poeta e narratore brasiliano, nonché medico oftalmologo, nasce a Porto Alegre nel 1951. È membro dell’Accademia Rio-Grandense di Lettere e ha pubblicato vari volumi di poesia, fra i quali Lavra Permanente (1975), Cidade Submersa (1979), A porta do sol (l982), O Amor essa Palavra (1982), Piano Arcano (1999), Três livros de poesia (antologia, 2002), A urna Guarani (2004), Um animal espera (2010), Corpo do Brasil (2011), A flor fugaz (2011), Nova Iorque – New York (2014). Ha dato alle stampe anche racconti, romanzi e libri per l’infanzia ed è presente in importanti antologie della poesia brasiliana contemporanea. In Italia sono uscite due raccolte, Lavoro Perenne (Trieste, 1996) e Pioggia antica (Franco Puzzo Editore, 2013), entrambe curate da Gaetano Longo. L’autore ha vinto prestigiosi premi in Brasile e all’estero, in Italia ha ricevuto nel 2013 il Premio Internazionale Trieste di Poesia. In lui, parallela alla genesi poetica, troviamo il certosino lavoro del traduttore di grandi scrittori, molti dei quali di lingua spagnola, come Pablo Neruda. È come se tra un libro e l’altro il poeta avesse bisogno di estraniarsi da se stesso, stabilendo un dialogo vivo con altri autori. Il contatto con poeti di lingua spagnola latinoamericani è probabilmente favorito non solo dalla posizione geografica della regione in cui è nato e cresciuto, al confine con l’Argentina, il Paraguay e l’Uruguay, ma anche dalla sua straordinaria apertura, curiosità e disponibilità ad accogliere l’altro, il che fa sì che rompa le frontiere tradizionali che da sempre separano gli scrittori di lingua portoghese da quelli di lingua spagnola, frontiera che si è proiettata dal Portogallo e dalla Spagna sulle loro colonie sudamericane e che dura fin quasi ai nostri giorni.

Gli Angeli e Il giudizio finale di Pietro Cavallini visti da Giorgio Chiantini e Angela Greco

Il 2 ottobre si festeggiano i SS.Angeli Custodi e per questa festa Il sasso nello stagno di AnGre ripropone questo Sasso d’arte ai suoi lettori. Buona lettura!

Il sasso nello stagno di AnGre

Giudizio finale (dettaglio angelo) 2a

La basilica di Santa Cecilia a Roma, che sorge in una bella oasi di serenità tra i vicoli affumicati e intasati di auto del quartiere romano di Trastevere, custodisce i preziosi resti pittorici di Pietro Cavallini giunti sino ai giorni nostri. Visitata la basilica, il suo interno con il ciborio di Arnolfo di Cambio e la bella statua marmorea di S. Cecilia di Stefano Maderno, guidati dalle suore benedettine, si traversa il convento per recarsi nel coro. Qui, da un palco, si può ammirare, ad un paio di metri di distanza, quel che resta dell’affresco del “Giudizio Universale” di Cavallini, della cui opera completa è rimasta solo la zona superiore, mentre la parte inferiore è andata distrutta a seguito della costruzione del coro stesso per il convento delle suore di clausura.

Giudizio finale (dettaglio parte sx) a

Giudizio finale (dettaglio parte dx) a

Immagine1

Pietro Cavallini dipinse questa scena probabilmente nel 1293 su commissione del cardinale titolare della basilica. Al centro, seduto sul…

View original post 863 altre parole