Émile Bernard, Bagnanti con cigno – sassi d’arte

Emile Bernard - Bagnanti con cigno - 1888 - Il sasso nello stagno di AnGre

Émile Bernard, Bagnanti con cigno, 1888
olio su tela, cm 45,5 x 55 – Collezione privata

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Artista estremamente precoce, Émile Bernard (Lilla, 28 aprile 1868 – Parigi, 16 aprile 1941, qui accanto in un autoritratto) Emile-Bernard-Self-portraitsviluppò un approccio originale e profondamente moderno alla pittura fin dall’età di vent’anni e dal 1888 al 1892 fu uno degli artisti più innovativi e sperimentali d’Europa. La combinazione di realismo e mito, o rappresentazione e sogno – evidente in Bagnanti con cigno – lo pose all’avanguardia di quegli artisti e poeti che il critico Albert Aurier definì simbolisti. Nel 1893 Bernard si recò in viaggio a Costantinopoli e in Egitto e, diventato un orientalista, produsse opere e dipinti religiosi e medievaleggianti; tornato in Francia nel 1904, eseguì paesaggi e opere figurative in cui apparivano ora il tocco di Cézanne ora i contorni e i colori del sintetismo. La sua pittura si avvicinò sempre di più allo stile Nudo-femminile-accademico e barocco che l’artista aveva avuto modo di osservare nei Salon in gioventù. Bernard contribuì, inoltre, allo sviluppo del movimento di rivalutazione dell’arte del libro e della stampa e al revival delle arti grafiche in Francia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, riprendendo alcuni temi dell’inizio della sua carriera. Infine, Bernard fu anche critico e storico dell’arte.

Bagnanti con cigno, intensamente moderno e insieme classicheggiante, sintetizza in un’unica opera i percorsi paralleli della carriera dell’artista. Tre nudi femminili blu e rosa, fortemente astratti, si stagliano in una sorta di Arcadia o gazebo dorato carico di frutti, con i piedi che sfiorano il bordo inferiore della tela.

Emile Bernard - Bagnanti con cigno - 1888 - Il sasso nello stagno di AnGre - Copia

Le figure hanno un telo drappeggiato mollemente dietro le cosce (una lo tiene sul fianco), che non nasconde niente, ma evoca rappresentazioni classiche delle Tre Grazie o del Giudizio di Paride. In questo caso Paride appare nelle sembianze del cigno che distoglie testa e becco, come a fingere disinteresse per le bellezze che si offrono al suo sguardo. Il cigno potrebbe rappresentare anche Zeus che sceglie tra tre possibili Leda, dando luogo all’unione da cui sarebbe nata Elena… Emile Bernard - Bagnanti con cigno - 1888 - Il sasso nello stagno di AnGre - CopiaL’ibrido dipinto mitologico di Bernard, tuttavia, non ha molto in comune con i precedenti tentativi di altri artisti di rappresentare i medesimi soggetti; la sua versione del mito è astratta e simbolista.

Gli alberi color marrone-arancio sullo sfondo, abbinati alle ombre tracciate a carboncino, creano un motivo decorativo che anticipa Le Style.Métro diventato di moda a Parigi dopo il 1898, quando Hector Guimard presentò i progetti per le nuove stazioni della metropolitana. Raramente il rapporto tra pittura moderna e arti decorative – in particolare l’emergente Art Nouveau – fu più stretto che nel 1888 e nel 1889, quando Bernard e Gauguin idearono il sintetismo e ne esposero i frutti al Café des Arts di Volpini allo Champs de Mars, nei pressi dell’Esposizione Universale. [Sintetismo: corrente pittorica francese (synthétisme), facente capo a P. Gauguin, che in antitesi all’analisi visiva impressionista ricercò la sintesi formale di un soggetto elaborandone il ricordo o la visione interiore. Tecnicamente si espresse con forme semplificate e campiture cromatiche piatte delimitate da contorni netti (cloisonné); nel 1889 si affermò con una mostra al Café Volpini di Parigi e confluì nel simbolismo – definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani].

[Dal catalogo Paul Gauguin, Artista di mito e sogno – Skira]

Emile Bernard - Bagnanti con cigno - 1888 - Il sasso nello stagno di AnGre

Flavio Almerighi, un inedito: oggi è così

Il finale è un inizio, come spesso si legge nelle poesie di Almerighi, con quella sua apertura e ampiezza di vedute, che indirizzano verso una lettura più alta anche di quei citati cieli d’Armenia e dintorni. Siamo cieli bassi, in effetti, e abbiamo perso il senso d’infinito, rincorrendo un oggi piccolo nelle sue miserie. Ecco, bisognerebbe ripartire dal giorno della poesia senza affidarsi a nessuno, se non a quello che ci urla dentro e che troppo spesso silenziamo con una comoda consuetudine al non vivere. Versi che mi sono piaciuti molto e che propongo anche ai lettori de Il sasso nello stagno; versi, che indirizzano giorni e ritorni verso stazioni positive. Oggi è davvero così: “poco tempo ancora e vestiremo \ la bellezza che sappiamo” (AnGre)

almerighi

in Armenia
il cielo scurisce, malgrado l’ora
manda piagnucolosi accidenti a chi
più in basso
li avvista un istante dopo

il giorno della poesia
non ha amici fidati,
dive infide, qualche becchino
tutti muti, il colore non è musica
ma cambia persona

non abbiamo politiche
per giustificare sogni a lungo raggio
missili, Hiroshima dimenticata:
politico un’ingiuria
da spacciatore ladro di menzogne

oggi è così
poco tempo ancora e vestiremo
la bellezza che sappiamo

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Gianni Rodari, Il palazzo da rompere – da Favole al telefono

Gianni Rodari, Il palazzo da rompere (da Favole al telefono)

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto. Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a tavola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano martelli a disposizione.

I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco.

– Mettiamo una multa? – propose il sindaco.

– Grazie tante, – esclamarono i genitori, – e poi la paghiamo con i cocci.

Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n’è uno ogni tre persone e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta esperienza. Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano fracassando tanta bella e buona roba a quel modo. Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatre.

– Con la metà di questa somma, – dimostrò il ragionier Gamberoni, – possiamo costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più.

La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci. Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti. Il giorno dell’inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e a un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.

Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l’ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva – mai non sia! – lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l’esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e in mezza Svizzera. Bambini alti come la coda di un gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli. Infanti dell’asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso. Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall’ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena. Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.

Il ragionier Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.

Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano. Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali – magistrati, notai, consiglieri delegati – armarsi di martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire.

– Piuttosto che litigare con la moglie, – dicevano allegramente, – piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Mirina…

E giù martellate.

Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d’argento. (dal web)

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in apertura: opera di Niki de Saint Phalle, Il giardino dei tarocchi (clicca qui per approfondire)

 

Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

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В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

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Variazioni sulla distanza – tempo perso di Angela Greco

La borsa contiene atti di sopravvivenza:
fotografia, mutande e calzini, penna,
specchietto retrovisore e antiacidi.
Il resto è ansia, gatto, chewing gum e dubbio
d’aver chiuso gas e finestra. All inclusive.
Sono le tre. In perfetto orario. Inizio a leggere.
Inavvertitamente si rovina in un sonno scuro.
Al risveglio la luce è ancora alta; non accenna a
finire e ne mancano altri nove. Rimane soltanto
da confidare nella cena. Avrò notizie di me
tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco.
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«Cos’altro sai sugli angeli?»
«Muovono le ruote celesti, governano il tempo
(e dicono che tu sei qui in questo momento)».
Agosto è un cambio pelle obbligato, un piatto
di limoni e la Dracena da umettare spesso.
L’aria è troppo secca, si fatica anche a respirare.
Piccole spine nelle dita rendono presente la carne.
Rimane soltanto da incontrarci a Positano
e produrre poesia clandestinamente. Intanto,
giungono notizie oltre la selva, un bicchiere di rosso
in cui remare contro la sobrietà della distanza.
Il monolocale ha perso la parete di fondo;
in lontananza emerge un luogo privo di ombra,
di crepacci e picchi aguzzi, di acqua che ingoia.
Sulla sponda opposta qualcuno getta un ponte,
s’annoda la corda attorno a qualcosa che crepita;
anelli cedono il passo ad ellissi asfittiche.
Da qui, il messaggio profondo è incomprensibile:
misto alla fretta di ripartire per il prossimo tour,
il saluto accennato sembra filetto di persico
prima della pescheria; privo di spine, è vero,
immobile nella trasparenza che preserva bontà.
Si spera in altre temperature per l’ora di pranzo.
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Avanza tranquillità: qui nessun terrorista è armato,
ma solo di passaggio su questa cerniera disumana.
Il gioco dei cani addestrati e dei loro padroni,
potenti detonatori di umanità a poco prezzo, è chiaro.
Nessuna ipotesi complottista, solo occhio buono
di polena che rompe i ghiacci col suo petto.
Il carniere inesausto darà ancora da dire. Si procede
per inoculi di paura. Per il sale si fatica tra le onde.
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di Angela Greco AnGre (14-19 agosto 2017)
immagine d’apertura: V.Kandinsky, Impression-V

Il mistero da quattro soldi di Lou Reed: riflessioni su una proposta musicale tratta da amArgine

…….Prendo in prestito proprio il titolo di questa canzone, proposta da Flavio Almerighi sul suo blog amArgine (clicca qui per ascoltare) il giorno di San Lorenzo, per chiedermi (e lo sto facendo fin dall’assegnazione dell’ultimo Nobel 2017 per la Letteratura) dove un testo finisca di essere canzone e diventi poesia; se un confine esiste, in questo mondo che proclama la caduta di ogni limite e poi alza barriere invalicabili, e se una canzone può o meno essere una poesia. Così, in una torrida e straziante mattinata di una mai ricordata rovente estate simile, apro il computer e mi ritrovo a leggere la traduzione di un testo senza l’audio associato. Per me è poesia, per la cronaca è una canzone di Lou Reed, che io conosco dal blog di Almerighi. Leggo un paio di volte il testo e mi piace sempre di più. Ascolto l’audio associato e non ho proprio la stessa sensazione (scusate la franchezza)…Sicuramente, mi dico, è un limite mio, ma questa distopia mi fa riflettere su un fatto non da poco: che con buona pace delle diatribe tra le parti, un testo è poesia quando si “mantiene in piedi” da solo, retto da una musica tutta sua, interna, che giunge comunque al lettore e alla quale dopo si può anche aggiungere una colonna sonora. E qui vi invito a sperimentare quanto detto, leggendo testi di canzoni tra i più svariati e a notare che non tutti, senza audio, nel medesimo lettore sortiranno lo stesso effetto, giungendo alla conclusione che una canzone è il frutto dell’associazione sapiente di testo e musica e che la poesia è…cosa differente (e sorrido, pensando ad altri luoghi dove ci si accapiglia a riguardo). E intanto grazie a Flavio e al suo blog per le belle proposte che permettono anche belle discussioni. (AnGre)

…….Lou Reed proveniva dai Velvet Underground, una band che gravitava attorno alla Factory di Andy Wahrol che lui e John Cale, altro membro della band, chiamavano affettuosamente “drella” storpiatura di cinderella, Cenerentola. L’ambiente era ricco, quindi, di fermenti artistici, musicali, plastici, figurativi, cinematografici. Lou Reed, oltre all’insana passione per l’eroina, fu sempre molto attratto dalla parola e dalla poesia. Esiste, credo, da qualche parte, una raccolta di sue poesie su libro. Lou Reed era anche poeta tutto sommato, ma soprattutto un musicista urbano, violento a tratti e oscuro. La sua grandezza è indiscutibile, la traduzione del brano, come si può vedere, ottima. (Flavio Almerighi)

…….La differenza tra un’opera di poesia e il testo di una canzone sta in due aspetti decisivi: uno è la dimensione dello spazio in cui si trovano a muoversi, l’altro è la forma della musica a cui fanno riferimento. […] Quello che manca a troppa letteratura oggi è il senso del rischio interiore, il profumo dell’autentico, del tentativo di fare un passo oltre rischiando di perdere tutto: la poesia moderna corre, in questo senso, il rischio di spegnersi nell’auto-referenzialità, dovendosi continuamente citare per auto-giustificarsi. […] L’altro elemento distintivo tra poesia e canzone, a cui sopra si faceva riferimento, è la musica. Un testo di canzone vive solo in simbiosi con la musica, quindi non ha senso scorporarlo da un tutto organico di cui è uno dei componenti: è un po’ come togliere un organo da un organismo vivente e pretendere che abbia vita autonoma…(tratto da Poesia e canzone – una riflessione di Claudio Borghi – clicca sul link per scaricare l’intero contributo)

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Lou Reed, Il mistero da quattro soldi 

Giaceva pesto e ferito, trafitto
e sanguinante, mutilato che parlava dalla croce
con la mente che mulinava e ansimava
allucinava fuggiva, che perdita
Le cose che non aveva toccato o baciato
i sensi lentamente lo abbandonarono
non come Buddha, non come Vishnu
in lui la vita non sarebbe tornata

Trovo facile credere
che abbia potuto mettere in discussione le sue convinzioni
l’inizio dell’ultima tentazione
mistero da quattro soldi

La dualità della natura divina
della natura umana divide l’anima
completamente umano, completamente divino e diviso
la grande anima immortale

Frantumata in pezzi, pezzi vorticanti, gli opposti si attraggono
dal di fronte, dai lati, dal dietro
la mente attacca se stessa

Conosco la sensazione, l’ho già provata
da Cartesio a Hegel la fede non è mai sicura
Mistero da quattro soldi
ultima tentazione

Ero seduto che tamburellavo pensavo martellavo meditavo
sui misteri della vita
fuori la città gridava urlava sussurrava
dei misteri della vita

C’è un funerale domani a St. Patrick’s
le campane suoneranno per te
Ah, cosa devi aver pensato
quando hai capito che era giunto il tuo tempo?

Vorrei non aver buttato via il mio tempo
su cose tanto umane e su così poco di divino
la fine dell’ultima tentazione
la fine del mistero da quattro soldi

§

Dime store mystery

He was lying banged and battered, skewered
and bleeding talking crippled on the cross
Was his mind reeling and heaving
hallucinating fleeing what a loss
The things he hadn’t touched or kissed
his senses slowly stripped away
Not like Buddha, not like Vishnu
life wouldn’t rise through him again

I find it easy to believe that he might
question his beliefs
The beginning of the last temptation
dime story mystery

The duality of nature, godly nature
human nature splits the soul
Fully human, fully divine and divided
the great immortal soul

Split into pieces, whirling pieces, opposites attract
From the front, the side, the back
the mind itself attacks

I know the feeling, I know it from before
descartes through Hegel belief is never sure
Dime store mystery
last temptation

I was sitting drumming, thinking thumping, pondering
the mysteries of life
Outside the city, shrieking, screaming, whispering
the mysteries of life

There’s a funeral tomorrow
at St. Patrick’s the bells will ring for you
Ah, what must you have been thinking
when you realized the time had come for you

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much human and so much less divine
The end of the last temptation
the end of a dime store mystery

dall’album NEW YORK, 1989

Giuliano Mesa, iatromanzia. Manhattan Project – da AA.VV. Fuori dallo scaffale


iatromanzia. Manhattan Project – di Giuliano Mesa  (1957-2011, dal web)

nomi. nomina ancora, replica, schernisci.
consentine la crescita, riducine l’amalgama,
che si sparga, s’incàvi, scorra per ogni dove.
nomina sette volte il giorno e l’ora,
anche per oggi, fai tutta la trafila,
così non sarà invano.
ansima, rimugina, così non passerà,
non sarà vano tutto il suo disfare, facendo ancora spazio,
aprendo varchi, e che si schianti, poi, dentro il suo vuoto,
che te lo scava dentro, il tempo, il suo,
le grotte, gli antri, le caverne,
rigenerando te,
loculo di copule infinite,
l’eletto, per caso che dà gloria.
conta, che ti dà forza, ogni minuto,
trascorso nel decoro, e la tenacia, fiera,
poiché ne chiede il fato, e l’onniscienza,
strenua speranza, luce per i probi,
che invece era soltanto prova aperta,
esperimento, soltanto il contagiri dei motori,
il contabattiti, al cuore di chi sgancia,
e tu sei l’esperienza, la verifica.

prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai.

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Nei commenti è possibile leggere approfondimenti sull’Autore — (clicca direttamente sulla scritta “commenti” sotto il titolo dell’articolo o clicca sul titolo dell’articolo per aprirlo e trovare alla fine lo spazio-commenti).

 

Ferragosto, perché? Curiosità sul 15 agosto tra sacro e profano

Il Ferragosto è una festività di origine antichissima – nella Roma imperiale denominata Feriae Augusti – modernamente celebrata il 15 agosto in Italia e nella Repubblica di San Marino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La denominazione “Palio” deriva dal “pallium”, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell’Antica Roma. In occasione del Ferragosto i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l’usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa Cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati. L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere con i propri occhi il mare, la montagna e le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Note d’arte

§ L’immagine d’apertura e la prima a sinistra ritraggono la statua di Augusto di via Labicana, conservata presso il Museo Nazionale Romano (palazzo Massimo alle Terme), in Roma. E’un ritratto dell’Imperatore Augusto a figura intera, a tutto tondo, in marmo, alta 207 cm. Deve il suo nome alla zona dove venne scavata alle pendici del colle Oppio, in via Labicana appunto. L’imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell’imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I d.C. I tratti somatici piuttosto emaciati infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo “finale”, tra i pochi trovati a Roma. Il capite velato è dovuto alla funzione di pontifex maximus dell’imperatore: il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera, piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio. La testa venne scolpita a parte, da uno specialista.

§ Tra le varie rappresentazioni della Beata Vergine Assunta in cielo, quella proposta nella terza immagine è l’Assunta di Tiziano, un dipinto a olio su tavola, databile al 1516-1518 e conservato nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove decora, oggi come allora, l’altare centrale. Indiscutibile e straordinario capolavoro dell’artista, fu un’opera così innovativa da lasciare attoniti i contemporanei, consacrando definitivamente Tiziano, allora poco più che trentenne, nell’Olimpo dei grandi maestri del Rinascimento. L’artista si cimentò nello stesso soggetto nel 1535 dipingendo l’Assunzione della Vergine per il Duomo di Verona, dove si nota un mutato linguaggio pittorico.

L’opera fu commissionata a Tiziano dai francescani del convento dei Frari come pala d’altare e rivela la volontà del pittore di rinnovare il modo di concepire l’impostazione compositiva dei dipinti destinati agli altari. L’innovazione, rispetto alla pittura sacra veneziana dell’epoca, fu di una tale portata che i committenti rimasero sconcertati. I frati stavano infatti per rifiutarla, se non fosse stato per l’ambasciatore austriaco, emissario dell’imperatore Carlo V, che si offrì di acquistarla, riconoscendone e facendone riconoscere quindi il valore. Creò scandalo tra i pittori della Laguna, che faticarono ad accogliere il decisivo passo in avanti rispetto alla quieta e pacata tradizione precedente. Nel risultato finale Tiziano riuscì a fondere molteplici livelli di lettura: la celebrazione del patriziato veneziano, finanziatore della pala, la manifestazione degli indirizzi teologici dei Francescani, legati al tema dell’Immacolata Concezione, e risvolti politici, con il trionfo mariano leggibile come la vittoria di Venezia contro la lega di Cambrai, conclusasi con il trattato di Noyon del 1516 e il ri-ottenimento di tutti i territori sulla terraferma. In seguito alle soppressioni napoleoniche, fu tenuta in deposito alle Gallerie dell’Accademia per un secolo, dal 1818 al 1919. Fuori dalla sua sede naturale, fece tra l’altro da sfondo alle celebrazioni funebri di Canova.

Il soggetto dell’assunzione della Vergine, cioè della salita in cielo di Maria al cospetto degli Apostoli, accolta in paradiso, venne risolto in maniera innovativa: scomparso il tradizionale sarcofago di Maria, e quindi i riferimenti alla morte, tutto si concentra sul moto ascensionale di Maria, sulla sfolgorante apparizione divina e sullo sconcerto creato da tale visione. I momenti dell’assunzione e dell’incoronazione sono accostati con originalità. I tre registri sovrapposti (gli Apostoli in basso, Maria trasportata su una nube spinta da angeli al centro e Dio Padre tra angeli in alto) sono collegati da un continuo rimando di sguardi, gesti e linee di forza, evitando però qualsiasi schematismo geometrico.

§ L’ultima opera, in basso al centro, è Lizzana, di Fortunato Depero (Casa Depero a Rovereto), del 1923; tarsia in panno, misura 170×170 cm. Trasformata quasi in un giocattolo, protagonista dell’immagine è la chiesetta di Lizzana, piccolo borgo nei pressi di Rovereto. Guidato sempre dallo spirito di “ricostruzione futurista dell’universo”, qui Depero sembra voler dimostrare come anche l’architettura e il paesaggio alpestri possano prestarsi a una visione assolutamente ludica e scenografica. Scale, parapetti, piani inclinati, campanili, così come boschi, piante e animali domestici, tutto il panorama è pervaso da una festa incessante di colori. Per mezzo di nette e coloratissime campiture geometrizzate, anche la vita del paesino montano appare qui ridente e serena, quasi come in un’assolata località mediterranea. Considerando l’altra grande anticipazione di Depero, ovvero l’arte pubblicitaria, forse questa immagine potrebbe essere ancora oggi una delle più efficaci nella promozione turistica del territorio trentino.

notizie edimmagini dal web; fonti: Wikipedia e museali36 pdf su Depero

Margaret Atwood, Elena di Troia balla sul bancone

Elena di Troia balla sul bancone

Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lèvito a quindici centimetri da terra
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
È una canzone torcia* la mia.
Se mi tocchi bruci.

§ 

I do give value.
Like preachers, I sell vision,
like perfume ads, desire
or its facsimile. Like jokes
or war, it’s all in the timing.
I sell men back their worst suspicions:
that everything’s for sale,
and piecemetal. They gaze at me and see
a chain-saw murder just before it happens,
when thigh, ass, inkblot, crevice, tit, and nipple
are still connected.
Such hatred leaps in them,
my beery worshippers! That, or a bleary
hopeless love. Seeing the rows of heads
and upturned eyes, imploring
but ready to snap at my ankles,
I understand floods and earthquakes, and the urge
to step on ants. I keep the beat,
and dance for them because
they can’t. The music smell like foxes,
crisp as heated metale
searin the nostrils
or humid as August, hazy and languorous
as a looted city the day after,
when all the rape’s been done
already, and the killing,
and the survivors wander around
looking for garbage
to eat, and there’s only a bleak exhaustion.

Speaking of which, it’s the smiling
tires me out the most.
This, and the pretence
that I can’t hear them.
And I can’t, because I am after all
a foreigner to them.
The speech here is all wartly gutturals,
obvious as a slab of ham,
but I come from the province of the gods
where meanings are lilting and oblique.
I don’t let on to everyone,
but lean close and I’ll whisper:
My mother was raped by a holy swan.
You believe that? You can take me out to dinner.
That’s what we all tell the husbands.
There’s sure are a lot of dangerous birds around.

Not that anyone here
but you would understand.
The rest of them would like to watch me
and feel nothing. Reduce me to components
as in a clock factory or abattoir.
Crush out the mystery.
Wall me up alive
in my own body.
They’d like to see through me,
but nothing is more opaque
than absolute transparency.
Look – my feet don’t hit the marble!
Like breath or balloon, I’m rising,
I hover six inches in the air
in my blazing swan-egg of light.
You think I’m not a goddess?
Try me.
This is a torch song.
Touch me and you’ll burn.

*”Torch song” è la definizione di certe canzoni melodiche sentimentali cantate in particolare da donne nei pianobar.

di Margaret Atwood, da Mattino nella casa bruciata / Morning in the Burned House, 1995, uscito in Italia nel 2007 per le edizioni Le Lettere, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti; introduzione di Biancamaria Rizzardi.

Morning in the Burned House è una raccolta di poesie di Margaret Atwood uscita nel 1995 e definita da molti l’opera poetica più completa, versatile e matura dell’autrice canadese. Le poesie, che variano nei toni e nelle forme dal monologo drammatico, all’elegia lirica, alla riflessione filosofico-esistenziale, affrontano vari aspetti e momenti dell’esperienza di vita di una donna e di un’artista che è sempre stata un importante punto di riferimento per generazioni di altre donne e artiste, un vero portavoce e caposcuola per la letteratura canadese e post-coloniale in genere. La voce della Atwood è sempre al servizio di un’ampia e incisiva esplorazione dell’umanità e  attinge alla scienza, alla storia, al mito, attraverso la metafora unificante della combustione (rogo – pira sacrificale – incendio) che vuole essere allo stesso tempo immagine di distruzione e di rinnovamento.
Non manca neppure l’ottica femminile e femminista che porta a smascherare con ironia le contraddizioni e le prevaricazioni maschili, ma la vena satirica è bilanciata e resa più autorevole da una saggezza che deriva dalla profonda conoscenza delle vicende umane, dal senso della perdita e dell’abbandono, dalla sottesa e ineludibile consapevolezza della mortalità. Liriche che abitano un paesaggio contemporaneo imbevuto di immagini e archetipi del passato: una poesia sempre in cerca di un paradigma della contemporaneità in bilico tra memoria e realtà, tra la capacità di emendare e la forza del perdono. Poesie memorabili e spiazzanti, intense ed esemplari, uscite dal ricco repertorio di una grande interprete del nostro tempo, tecnicamente abilissima, ricca nel corredo di immagini e metafore ma allo stesso tempo genuinamente accessibile e comunicativa. (tratto dal sito della casa editrice).

Margaret Atwood è nata a Ottawa nel 1939. Icona delle lettere canadesi ha pubblicato venti volumi tra romanzi e racconti, più di quindici raccolte di poesia, numerosi i lavori di saggistica. Non mancano sceneggiature per il cinema, drammi radiofonici, libri per bambini e fumetti. È nota al grande pubblico soprattutto per i suoi romanzi tradotti in più di trenta lingue. Vince con L’assassino cieco il Booker Prize nel 2000.

immagine d’apertura: Roy Lichtenstein, M-maybe1965

Angela Greco per il decennale di RebStein

I migliori auguri da Il sasso nello stagno di AnGre a La dimora del tempo sospeso

La dimora del tempo sospeso

Angela Greco

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone.

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Tu non conosci il Sud: spunti di riflessione da Lorenzo Calogero alla poesia odierna

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.
(Vittorio Bodini)
.
.

Da vivo, Calogero, implorò anche il più piccolo riconoscimento per la sua poesia, cui aveva sacrificato tutto, anche la vita, destituendola di anno in anno sempre più di ogni valore, di ogni dignità, di importanza. La poesia fu l’unica aspirazione di Calogero, i riconoscimenti che essa avrebbe potuto dargli, il massimo da chiedere alla vita. Per la poesia Calogero ha consumato tutto, il suo fisico, il suo cuore, il suo intelletto, fino alla menomazione e alla follia.

(G.Tedeschi, estratto da Lorenzo Calogero Opere poetiche Vol.I a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi – leggi qui tutta la Premessa)

Non lacrima più una luna, di Lorenzo Calogero

Non lacrima più una luna
o va via col vento.
Una sfinge fugge cieca
e forse non è più un caso
lontanando nei brevi aliti
dei colli, sugli alberi,
nuda una linea
in continua mesta discesa
dentro un’idea.
da Come in dittici, da Poeti italiani del secondo Novecento , Oscar Mondadori
“A Sinisgalli si deve la «scoperta» di Lorenzo Calogero, il quale, dopo vari infruttuosi tentativi di pubblicare su qualche rivista, dà alle stampe a proprie spese due libri di poesia, che consegna personalmente allo stesso Sinisgalli che allora (fine anni ’50 del secolo scorso) lavorava a Roma dove Calogero lo va a trovare per chiedergli una prefazione al successivo volume Come in dittici. […] La poesia di Lorenzo Calogero è la poesia di un isolato: fisicamente e culturalmente confinato nella lontana provincia calabra di Melicuccà. […] L’immobilità linguistica della poesia di Calogero è, in una certa misura, il riflesso estetico dell’arretratezza economica e culturale del Sud (degli anni ’60, non specificato nel testo n.d.r.) ma, paradossalmente, questo è anche il suo punto di forza e di massima originalità. L’isolamento fisico e geografico della poesia di Calogero, relegato a fare il medico condotto nella provincia di Reggio Calabria, è anche il marchio di garanzia della sua qualità letteraria. E’ l’isolamento di un poeta intimamente refrattario alle lusinghe delle poetiche apparentemente più innovative e spregiudicate che stavano a ridosso della modernità.
(G.Linguaglossa, L’area pre-sperimentale in Dalla lirica al discorso poetico, EdiLet, 2011)

da Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto, di Gino Rago

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

(leggi qui tutto il testo – inedito precedente il 2017)
“La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), nel quadro della attivita’ di promozione oltre a quella di rappresentanza e consulenziale, ha ospitato lo scorso 16 aprile 2015 la presentazione, presso la sede romana di piazza Augusto Imperatore, della Antologia «Il rumore delle parole. Poeti del Sud» (2015), per i tipi di EdiLet, a cura di Giorgio Linguaglossa. Sono intervenuti il curatore della Antologia e la poetessa romana Letizia Leone.
Linguaglossa ha illustrato l’opera precisando che l’Antologia non può ritenersi ultimata ed esaustiva in questa prima edizione. La particolarità, secondo Linguaglossa, dei Poeti del Sud, rispetto, per esempio, alla cosiddetta Scuola lombarda o ad altri indirizzi, risiede nella varietà degli stili.
Nel delineare i lineamenti geostorici della poesia italiana e nel tracciare i vari periodi di «egemonia letteraria» fra Milano, Firenze, Roma che nel corso del Novecento si sono succeduti, il curatore dell’antologia ha notato come nel Sud operino poeti vitali che si muovono secondo modalità non concordate, libere da interessi editoriali o di uffici stampa. È una poesia che non si rende immediatamente «riconoscibile» e dove ciascun poeta ha una sua precisa «identità stilistica».
Oggi il Sud si è smarcato dal periferico, evidenza il dinamismo fra centro e periferia anche se questo movimento tellurico era stato già intravisto con chiarezza da Pasolini per il quale la periferia romana sfociava nel terzo mondo. Nello stesso tempo, ha continuato Letizia Leone, ci sono autori come Albino Pierro che non vogliono centralizzarsi, altri fanno, anche a Nord, del dialetto la propria isola nel rifondare la propria stilistica. Se siamo nella post-storia, nell’epoca dello svuotamento ideologico, forse è lecito  parlare di post-meridionalismo, per questi poeti, lontani dalle poetiche del vissuto, dal mito di una poesia che abita il mito o di quella che ricerca una impossibile innocenza perduta.
In questo contesto storico che dista anni luce dalla linea meridionale degli anni Cinquanta, sia Letizia Leone che  Linguaglossa si sono soffermati sul rapporto tra scrittura e il territorio, individuando la forza di questi Autori nell’aver digerito lo scandalo della storia, quello dell’essere poeta oggi, di non sapere più a chi si rivolga la scrittura poetica.
(a firma A.F. tratto da Per una Carta Poetica del Sud, Manifesto del Poest-Meridionalismo su L’Ombra delle Parole Rivista, aprile 2015)

Collage (Poesia fatta di stracci), di Gino Rago

Non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Il corpo è colore e odore.
I sospiri delle onde richiamano il vento:
ora sboccio. Una rosa tra le dita.
Prendila.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Tutto cominciò con una caduta.
Spremere fuori il mistero…
Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
Ma nuvolaglie increspano
le visioni razionali.
(…)

Ritirarsi? Sì.
Ritirarsi
Ma dalle forme consunte del poetico.
E rifarsi un vestito.
(…)

Un abito tutto nuovo di parole
per la festa e per il quotidiano.
Confezionarsi un vestito nuovo
Nell’atelier di stracci. E’ nuova la poesia
fatta con gli stracci.

(agosto 2017)
“Vedi caro Gino Rago,
io che conosco la tua poesia fin dalle prime pubblicazioni degli anni novanta, mi meraviglia, e non poco, constatare come la tua poesia, a contatto con la «nuova ontologia estetica» sia cambiata, ne ha avuto una accelerazione verticale. La tua poesia degli anni novanta scontava il generale immobilismo e il ristagno della poesia del Sud intervenuto dopo il post-ermetismo, diciamo così, dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord, diventa una poesia di un paese coloniale e colonizzato. Fenomeno questo del tutto naturale vista l’arretratezza della economia del Sud dipendente da quella del Nord.”
(G.Linguaglossa, 10 luglio 2017, commento).
La domanda nasce spontanea: allora i poeti – non solo del Sud -“”migliorano”” soltanto appartenendo all’ennesima congrega \ caso letterario \ movimento \ casta \ gruppo di amici \ chiamatelo come ve pare, proposto in nome di qualcosa, che non sappiamo se essere il modernismo o le manie personalistiche di affermazione, da sempre agognato? (e si badi che questo mio dire non è riferito al fare gruppo per scambio-crescita di idee). E per avere un momento di visibilità nella “stagnazione spirituale” in corso è necessario tagliare le pietre della forma voluta per dimostrare che quella forma esiste in natura, come dice il mio amico Flavio Almerighi (di cui riporto sotto un inedito sull’argomento)? Occorre coercizzare tutti i contesti, piegandoli alle proprie idee, per avvalorare qualcosa che si è deciso essere importante e necessaria, gettando alle ortiche tutto quello che non rientra nel cerchio magico per qualcosa, appunto, che se è vera, – e speriamo sia ancora consentito il dubbio – solo il tempo potrà dimostrarlo? Diamine, io se credo in qualcosa non faccio opera di proselitismo, martellamento, demolizione mirata, porta a porta e mistificazione, ma, semplicemente, perseguo in silenzio la mia strada. I cambiamenti non si studiano a tavolino, non si creano “ad arte”, semplicemente accadono, avvengono. E si finisca una buona volta di usare la retorica del nascondersi sotto l’abituccio dismesso della modestia, della noncuranza, del tono basso per non destare scalpore, della finta dimenticanza dell’Ego e del disinteresse per l’argomento stesso per poi glorificarsi a vicenda. Di “scarpari” (nel mio dialetto significa “calzolai”) ne abbiamo sì bisogno, ma di quelli veri, che sappiano prima di cosa ha bisogno ogni piede e poi come si aggiusta una scarpa, tenendo i chiodini a zittirli tra le labbra e martellando solo sulla superficie interessata, non ovunque!
.
E prima che qualche buon massone…ehm buontempone venga a fare storie qui, avvisiamo tutti i “noeauti”, antichi Argonauti che hanno pero il vello, ma non altro – e pure quelli che hanno aperto nuovi blog solo per avere un nickname – oggi persi per altre scialuppe bucate, che questo articolo, che tratta per la prima e ultima volta di NOE in questa sede, non ha nessun fine celebrativo, né pubblicitario per nessuno, né tanto meno è un attacco personale; qui non ci contrapponiamo a nulla e a nessuno, ma cerchiamo soltanto di esprimere il nostro dissenso verso qualcosa che secondo noi sta creando qualche danno alla Poesia, supportata da una voce che sfrutta la sua storia letteraria e che oggi abbraccia quei modi di fare da anni contrastati. Con buona pace di sciamani, sufi, sofisti, musicisti, trapezisti, analisti, qualsivoglia ‘isti e disquisizioni psico-socio-filosofico-antropo/logiche e illogiche e di tutto quello che Poesia non è.
Prendete e leggetene tutto, come un semplice confronto di fatti e persone.
Ai posteri l’ardua sentenza e ai postumi del caldo, il resto. Io, intanto, speriamo che me la cavo. Buona Poesia con la maiuscola, si spera, a tutti! (AnGre)
.
.
balliamo un surf senza futuro, di Flavio Almerighi
.
la bocca automatica
ha mangiato il dime
non vuole risputarlo,
forse non per vendetta
decisero la riduzione
a due sole scuole di pensiero
.
c’era chi il metro
era novanta centimetri
chi uno e dieci, è giusto ci sia
un po’ di finta opposizione.
.
I parolai sparlarono,
le comari strepitarono,
fu una corsa interminabile,
anche adesso sotto le finestre,
tutti a rincalzare coperte,
cantare ninne nanne,
ungere culi,
in cerca di prove indubbie
sul vero metro,
.
valutare, svalutare:
una troia fu sollevata
in men che non si dica
dalla stalla alle stelle
venne fatta santa,
.
il lontano cugino Paolo,
ohimè è un po’ sordo,
comprò in ferramenta
un metro da cento
e, come monito,
fu appeso per i piedi
finì che ci trovammo tutti
come i sindacati,
.
pieni di burocrati e pensionati
balliamo un surf senza futuro
(In apertura: Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci: esempio italiano di Pop Art. Il termine “Pop Art” indica un movimento artistico d’avanguardia sviluppatosi intorno al 1955 parallelamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, come reazione alla pittura degli Espressionisti Astratti. Arte che, dietro immagini apparentemente grottesche, lasciava intuire le contraddizioni dell’Uomo moderno, vittima della società; un’arte di massa, i cui quadri spesso erano riproduzioni in serie di oggetti su tela o in scultura sempre, però, icone sociali, oggetti, appunto, e materiali  del quotidiano elevati a manifestazione artistica. La Pop Art, ebbe il ruolo di mettere in evidenza sfrontatamente la mercificazione dell’Uomo, l’ossessivo martellamento mediatico e il consumismo eletto a sistema di vita, fondando la propria comprensibilità su soggetti noti e riconoscibili.)
.
.

Vincent van Gogh, La notte stellata – sassi d’arte

Vincent Van Gogh, La nuit étoilée – La notte stellata, 1888

dipinto in Arles, olio su tela, cm 72,5 x 92 – Musée d’Orsay, Paris, France

© RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay) / Hervé Lewandowski

*

Sin dal suo arrivo ad Arles, l’8 febbraio 1888, la rappresentazione degli “effetti di notte” diventa una preoccupazione costante per Van Gogh. Nell’aprile del 1888, l’artista scrive al fratello Théo: “Mi occorre una notte stellata con dei cipressi o, forse, sopra un campo di grano maturo”. A giugno, così confida al pittore Emile Bernard: “Quando mai riuscirò a dipingere un Cielo stellato, un quadro che, da sempre, occupa i miei pensieri ” e a settembre, in una lettera alla sorella, torna sullo argomento: “Spesso, ho l’impressione che la notte sia più ricca di colori se paragonata al giorno”. In quello stesso mese di settembre, van Gogh realizza finalmente questo progetto diventato per lui irrinunciabile.

In un primo tempo dipinge un angolo di cielo notturno nella terrazza di un caffè sulla piazza centrale ad Arles (Otterlo, Rijksmuseum Kröller-Muller). Quindi, questa veduta del Rodano in cui l’artista riproduce in modo esemplare i colori che percepisce nell’oscurità. La tonalità dominante è il blu in varie sfumature: di Prussia, oltremare o cobalto. Le luci della città brillano di un arancio intenso e si riflettono nell’acqua. Le stelle risplendono come pietre preziose.

A distanza di qualche mese, subito dopo il suo internamento nell’ospedale psichiatrico, Van Gogh dipinge un’altra versione dello stesso soggetto: Il Cielo stellato (New York, MoMA – qui sotto), in cui si esprime in tutta la sua virulenza la sua personalità disturbata. Gli alberi assumono le stesse fattezze delle fiamme mentre il cielo e le stelle volteggiano in una visione cosmica. Nel dipinto La notte stellata, custodito presso il museo d’Orsay, la presenza di una coppia di innamorati sulla parte bassa della tela accresce l’atmosfera di grande serenità dell’opera.

[fonte: sito del Musée d’Orsay]

Fabio Strinati, due poesie

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.
 .

§

VORREI

Oltre alla terra e all’acqua
vorrei una boccetta
del tuo liquore di stagione,
un catino delle tue lacrime
e un calice di vino
inzuppato dal garbino.
Poche frasche per l’inverno,
un fuoco della tua coperta
oltre il verde di un bosco
e un fanale come linea;
vorrei foglie di ginepro
e una d’alloro,
collane di natura,
una zolla benedetta
e un ramoscello della tua frescura
consanguinea.

.

Fabio Strinati (poeta, scrittore, aforista,  e compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci (Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora). Partecipa a diverse edizioni di  “Itinerari D’Ascolto”,   manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore, e prende parte a numerosi festival e manifestazioni musicali. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua,  la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de  Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso,  Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso. (fotografia di proprietà dell’autore)

immagine d’apertura: opera di Max Jacob

Finisterre – Finibus terrae, versi di Sylvia Plath e Vittorio Bodini

Finisterre, di Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963)

Qui finiva la terra: le estreme dita,
nocchiute e reumatiche, rattrappite sul nulla.
Ammonitori neri dirupi,
e il mare che esplode senza fondo,
o alcunché d’altro al di là, bianco di visi d’annegati.
Adesso è soltanto tetro, un ammasso di rocce –
soldati sbandati di vecchie, confuse guerre.
Il mare gli cannoneggia gli orecchi, ma loro non mollano.
Altre rocce nascondono i loro rancori sott’acqua.

Il precipizio ha un orlo di stelle, trifogli e campanule
ricamate si direbbe da dita, prossime a morte,
piccole al punto che quasi sfuggono alle brume.
Le brume sono parte dell’antico armamentario –
anime, rotolate nel cupo lamento del mare.
Cancellano le rocce, poi le rifanno alla luce.
Salgono senza speranza, come sospiri.
Ci passo in mezzo, mi riempiono la bocca di cotone.
E quando me ne libero sono imperlata di lacrime.

Nostra Signora dei Naufraghi va verso l’orizzonte,
le sue vesti di marmo sventolanti all’indietro come ali.
Assorto a lei s’inginocchia un marinaio di marmo
a cui s’inginocchia la donna vestita di nero
pregando al monumento del marinaio che prega.
Nostra Signora dei Naufraghi è tre volte il naturale,
e dolci le sue labbra di celestialità.
Non sente quel che dicono il marinaio o la donna –
è tutta presa dalla bella informità del mare.

Nastri color gabbiano svolazzano alla brezza
accanto ai chioschi di cartoline illustrate.
I contadini li ancorano a conchiglie.
“Comprate” dicono: “I bei gioielli che il mare nasconde,
piccoli gusci che fanno bamboline e collane.
Non vengono dalla Baia dei Morti laggiù,
ma da un altro posto, azzurro e tropicale,
dove non siamo mai stati.
Comprate le nostre frittelle, mangiatele ancora calde”.

 

*

Finibus terrae, di Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970)

Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
In un’aria di gomma scura.
Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un’ora
che è peggio solo morire, e sola luce
è accesa in piazza una sala da barba.
Il fanale d’un camion,
scopa d’apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
di questi umili luoghi dove termini,
meschinamente, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi d’un faro.
E’ qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

(dal web – immagine d’apertura: Leuca (LE), Faro di Punta Palascia)