Paul Eluard e Fabrizio Clerici, poesia e pittura surrealista

Fabrizio Clerici - La teoria degli sguardi - 1973, olio su tavola, cm 128 x 138

Fabrizio Clerici – La teoria degli sguardi – 1973, olio su tavola

*

Un anno un giorno lontani
Un passeggio a batticuore
Il paesaggio prolungava
Le parole e i nostri gesti
Il viale disviava
Ci crescevano le piante
Si placavano le pietre
.
E’ laggiù che siamo stati
Regolando ogni calore
Ogni utile chiarore
E laggiù abbiamo cantato
Era intimo il mondo
E laggiù abbiamo amato
.
Ci precedé una folla
.
E ci seguì una folla
Ci percorse cantando
Come sempre se il tempo
Più non conta né gli uomini
Quando il cuore si pente
Quando il cuore si libera
.

*

Paul Eluard, Il lavoro del poeta – IV  da Poesia Ininterrotta, Einaudi

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* * *

Fabrizio Clerici (Milano, 1913 – Roma, 1993). “Difficile definire Clerici: architetto, pittore, scultore, incisore, scenografo, sono solo alcune delle accezioni che gli appartengono. La sua poetica affonda le radici nel surrealismo e nella ricerca metafisica. Temi ricorrenti delle sue opere sono il mito, la trasfigurazione, il sogno, il viaggio, il magico. Leitmotiv di ogni sua rappresentazione è l’architettura – suo ambito ‘naturale’ visto che Clerici ‘nasce’ prima di tutto come architetto (si laurea in architettura a Roma nel 1937). Il suo interesse però subisce quasi subito una virata decisiva verso la pittura. È a Roma che conosce e diventa amico di Alberto Savinio, mentre più tardi conoscerà a Milano il fratello De Chirico e il dadaista Tristan Tzara. Ha spesso collaborato in veste di scenografo con personaggi come Giorgio Strehler, Federico Fellini, Luchino Visconti” (sito visionillusioni.it/index.php)

* * *

Paul Eluard, pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel (1895 – 1952), è stato un poeta francese, tra i maggiori esponenti del movimento surrealista. “Poesia ininterrotta, scriveva Franco Fortini, nella sua introduzione a questa versione, appare un culmine della poesia di Paul Eluard; pubblicata per la prima volta nel 1946, gli anni che ce ne separano non hanno toccato la vitalità di questo inno alla luce amorosa, dove il poeta ripete la vicenda che porta dall’orizzonte di uno alla coppia e da questa all’orizzonte di tutti” (dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi).

*

Czesław Miłosz, Notizia

fiona watson (immagine a cura di Cartesensibili)

NOTIZIA

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
Dove si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminescenti.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolio, il garrito, il cinguettio della nostra favella.

E con che cosa potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
Il rossetto, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa realmente nessuno.

Berkeley, 1973

Czesław Miłosz, da Da dove sorge e dove tramonta il sole – tratta da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2013)

Thomas Stearns Eliot, due poesie: Il palazzo di Circe, Spleen

quarta versione

Il palazzo di Circe
.
Intorno alla sua fontana che scorre
con la voce di uomini in pena,
sono fiori che nessuno conosce.
I loro petali sono aguzzi e rossi
con orribili strisce e macchie;
sbocciarono dalle membra dei morti.
Qui non torneremo mai più.
.
Pantere escono dalle tane
nella foresta che sotto infittisce,
lungo le scale del giardino
il lento pitone impigrisce;
i pavoni vanno, lenti e impettiti,
e ci osservano con lo sguardo
di uomini che conoscemmo in passato.
.
.
.
Circe’s Palace
 .
Around her fountain which flows
With the voice of men in pain,
Are flowers that no man knows.
Their petals are fanged and red
With hideous streak and stain;
They sprang from the limbs of the dead. –
We shall not come here again.
Panthers rise from their lairs
In the forest which thickens below,
Along the garden stairs
The sluggish python lies;
The peacocks walk, stately and slow,
And they look at us with the eyes
Of men whom we knew long ago.
.
.
*
.
.
Spleen
.
Domenica: questa processione soddisfatta
di sicure facce domenicali;
cappellini, cilindri, consapevoli grazie
in una ripetizione che spiazza
il tuo autocontrollo mentale
con questa digressione ingiustificata.
.
La sera, le luci il tè!
Bambini e gatti nel vicolo;
depressione incapace di affrontare
questa tetra conventicola.
.
E la vita, un poco calva e grigia,
languida, schizzinosa e distaccata,
aspetta, cappello e guanti in mano,
ricercata nell’abito e nella cravatta
(un poco impaziente per l’indugio)
….sulla soglia dell’Assoluto.
.
.
.
Spleen
.
Sunday: this satisfied procession
Of definite Sunday faces;
Bonnets, silk hats, and conscious graces
In repetition that displaces
Your mental self-possession
By this unwarranted digression.
 .
Evening, lights, and tea!
Children and cats in the alley;
Dejection unable to rally
Against this dull conspiracy.
And Life, a little bald and gray,
Languid, fastidious, and bland,
Waits, hat and gloves in hand,
Punctilious of tie and suit
(Somewhat impatient of delay)
On the doorstep of the Absolute.
 .

*  *  *

da T.S.Eliot, Poesie 1905/1920 – Appendice, poesie giovanili e disperse, cura e traduzione di Massimo Bacigalupo, Newton Compton Editori 2012

immagine d’apertura: Arnold Böcklin, “L’Isola dei Morti”, foto in B/N della quarta versione, andata perduta

Francisco Goya, le due Maja – sassi d’arte

Il sasso nello stagno di AnGre - GOYA-Maja-desnuda

F.Goya, La Maja desnuda (1797-1800)

olio su tela, 97x190cm – Madrid, Museo Nacional del Prado

 .

Quest’opera e la corrispondente Maja vestida sono tra le più famose (meritatamente sotto il profilo pittorico) dell’arte europea di tutti i tempi.

Non è certo che il committente sia stato il potente ministro Godoy, che forse poté approfittare della sua posizione per richiedere un soggetto tanto inconsueto e “proibito” (nell’inventario dei suoi beni si fa precisa menzione di due tele con una “Venus sobra el lecho, otro una maja vestida”), certo è che il ministro ha acquistato i due dipinti prima del 1803 (anche se esistono dubbi che la vestida sia stata dipinta entro quella data e non poco oltre). Per certo la modella non è Maria Teresa Cayetana de Alba, per quanto donna di temperamento e atteggiamento anticonvenzionale, ma probabilmente un’amica del pittore (l’iconografia della posa come Venere doveva essere così imbarazzante che nel 1945 il duca de Alba “del momento” si sentì spinto a far riesumare i resti della sua antenata per dissipare ogni dubbio). Si deve presumere che la tela con la vestida dovesse servire anche a coprire la desnuda, per potenziare l’effetto di stupore rispetto al valore della bellezza: entrambe montate in una doppia cornice. Qualche anno dopo la Camera Segreta dell’Inquisizione chiamerà il pittore a dare notizia e giustificazione circa le due tele. La desnuda rimarrà celata per molti decenni. Nessuna visione ideale: solo una magnifica realtà fisica, sensuale e sconvolgente, al limite dell’erotismo. L’opera trae ispirazione dalla Venere di Urbino di Tiziano (1538, Firenze, Galleria degli Uffizi) e dalla Venere allo specchio di Velázquez (1650, Londra, National Gallery) ma fissa un nuovo modello e sarà molto apprezzata da significativi artisti dell’Ottocento, in primis Édouard Manet nella sua celebre Olympia, quasi ancora “timida” (1863).

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Il sasso nello stagno di AnGre - GOYA-Maja-vestida

F.Goya, La Maja vestida (1800-1805)

olio su tela, 95x190cm – Madrid, Museo Nacional delPrado

 .

L’abbigliamento, come il giacchino da torero, la fusciacca in vita e le scarpine di seta con richiami d’oro e dalla punta pronunciata, potrebbero anche rilevare un alto livello sociale per la donna che è in posa. Allora in questo caso si tratterebbe di una sorta di mascherata, di una bizzarria nel voler apparire di condizione plebea, in un atteggiamento spregiudicato e provocante, libero dalle convenzioni formali (si ricordi la moda del majismo così diffusa in Spagna ai tempi di Goya). La composizione ricalca l’immagine della tela di uguale soggetto sia nella diagonale che nella posizione delle braccia, ma notevoli sono le differenze di intonazione e di palette cromatica. Qui è inscenato un momento più serale, con luci e ombre intense, e il corpo è affermato nello splendore della veste bianca che si infossa tra le gambe, colpita in pieno dalla fonte luminosa; la posizione denota maggiore serenità. La desnuda si dichiara sfacciatamente, la vestida trabocca di sensualità a ogni piega dell’abito. La stesura riesce a essere densa e liquida allo stesso tempo. È un vero peccato che non si possiedano i documenti della seduta dell’Inquisizione in occasione della quale l’artista dovette rispondere all’accusa di pittura oscena: sarebbe assai interessante conoscere la risposta di Goya. Le due tele sono esposte al Museo Nacional del Prado dal 1901.

Negli anni trenta il governo spagnolo, con orgoglio, le immortalò in francobolli commemorativi nonché di normale diffusione, che le poste americane respingevano se la busta era affrancata con la desnuda.

*

[tratto da Goya, I geni dell’arte – Mondadori Arte]

Amore a spaziatura I, un racconto di Carlo Lucarelli

riproponiamo…

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Si erano conosciuti nel capitolo precedente e si erano piaciuti subito, al primo sguardo. Avevano ballato insieme tutti i lenti, sfiorandosi prima, poi stringendosi, ed erano rimasti a parlare per almeno venti pagine, con lui che la guardava negli occhi e lei che sorrideva, giocando coi capelli. Poi, all’improvviso, lui si era accorto che mancavano soltanto trenta righe alla fine del libro e che ne aveva già sprecate sei soltanto di introduzione. Allora la prese per mano e un po’ bruscamente la portò di sopra, ma perché lei non lo credesse un tipo volgare, che pensava solo a quello, fece il grande e andò a capo. Col rientro.

L’abbracciò di slancio e lei si divincolò, allontanando la testa, ma quando lui la guardò disorientato fu lei, alzando il mento, a offrirgli le labbra. Si baciarono per almeno venticinque battute e avrebbero potuto entrare nel Guinness finendo la pagina, ma lui preferì staccarsi, ansimando, con le labbra umide. Vide la sua espressione, delusa e diffidente, e allora disse: – Tiamo, – tutto attaccato e senza cambiare paragrafo, ma fu sufficiente per farla sorridere, felice. La costrinse a sedersi sul letto, dolcemente, e stringendole le spalle con un braccio la baciò sul collo, mentre con la mano lottava con un bottone, maledetto, stretto sul seno.

– Mi ami? – chiese lei, ma lui non rispose, e la sua mano scivolò veloce sul collant, perché era ormai alla riga ventisei. La stese sul letto quasi di forza e allora lei disse: – Sí sí sí sí sí sí sí sí sí sì sì sì sì sì sì sì sì sì … – in grassetto e in corsivo e sottolineato, pure, fino alla fine.

Ma avevano fatto male i conti di una riga, e in quella lei rimase incinta.

Si sposarono in un’edizione successiva.

 

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tratto da Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi, 2003

Stephen Crane, una poesia da Three poems

Emil Nolde - Mezza luna sul mare 1945 acquerello

daThree poems di Stephen Crane

 

Un uomo alla deriva si aggrappa a un’esile asse
e in un orizzonte più stretto dell’orlo di una bottiglia fluttua
al mareggiare che si accampa sollevando sferzate di punti neri
il quasi gemere della schiuma in circoli.
—————————-Dio è crudele.
.
L’incessante crescendo roteante del mare
e borbottio dopo borbottio della mareggiata
sprofonda il verde ribollente senza tregua
dell’incompleto sconvolgimento.
—————————-Dio è crudele.
.
I mari sono nel cavo de La Mano;
per una caritatevole azione verso un bimbo
gli oceani possono tramutarsi in uno spruzzo
spiovente dal cielo stellato.
Siccome La Mano invita il topo
gli oceani possono diventare ceneri grigie
perire con un lungo lamento e un rombo
in mezzo allo scompiglio dei pesci
e al cigolio delle navi.
In un orizzonte più piccolo del berretto d’un assassino
condannato, nerissimi tumulti ondosi
e il barcollante cielo e non cielo ubriaco,
una mano esangue scivola da un’asse levigata.
—————————-Dio è crudele.
.
Il gonfiore d’un giaccone rinchiude aria:
una faccia lambisce la morte acquatica
e il pesante lento oscillare d’una mano naufraga
nel mare, il mare impellente, il mare.
—————————-Dio è crudele.
.
.
.
        §
.
        A man adrift on a slim spar
 A horizon smaller than the rim of a bottle
Tented waves rearing lashy dark points
The near whine of froth in circles.
———————————–God is cold.
.
The incessant raise and swing of the sea
And growl after growl of crest
The sinkings, green, seething, endless
The upheaval half-completed.
———————————–God is cold.
.
The seas are in the hollow of The Hand;
Oceans may be turned to a spray
Raining down through the stars
Because of a gesture of pity toward a babe.
Oceans may become grey ashes,
Die with a long moan and a roar
Amid the tumult of the fishes
And the cries of the ships,
Because The Hand beckons the mice.
A horizon smaller than a doomed assassin’s cap,
Inky, surging tumults
A reeling, drunken sky and no sky
A pale hand sliding from a polished spar.
———————————–God is cold.
.
The puff of the coat imprisoning air:
A face kissing the water-death
A weary slow sway of a lost hand
And the sea, the moving sea, the sea.
———————————–God is cold.
 .
.
.
 Traduzione di Alfredo de Palchi – da Hebenon, rivista internazionale di letteratura diretta da Roberto Bertoldo, Anno VIII N.1 della terza serie – Ottobre 2003
immagine d’apertura: Emil Nolde – Mezza luna sul mare 1945 acquerello
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imageStephen Crane (1871-1900) è considerato uno degli iniziatori del naturalismo americano. Nonostante la morte prematura, per le sue innovazioni stilistiche e tematiche assunse il ruolo di maestro per molti scrittori delle generazioni successive, fra cui Hemingway. Nato a Newark, New Jersey, quattordicesimo figlio di un pastore metodista, si trasferì a New York per dedicarsi al giornalismo. Dopo aver raggiunto il successo come romanziere nel 1895, fu inviato come corrispondente di guerra a Cuba, in Grecia e in Messico, traendo da queste esperienze materia per le sue narrazioni. Nel 1897 emigrò in Europa, dove conobbe vari scrittori. Minato dalla tubercolosi, morì in un sanatorio della Selva Nera, in Germania.

Le opere – Nel primo romanzo, Maggie: a girl from the street (Maggie: una ragazza di strada, 1893), la storia di una ragazza che per fuggire alla prostituzione si uccide, Crane ritrae la New York degli emigrati e dei diseredati, fino a quel momento sconosciuta al mondo della letteratura, utilizzando uno stile crudo e una costruzione moderna, quasi cinematografica. Accolta favorevolmente della critica, l’opera non suscitò l’interesse del pubblico. Grande successo riscosse, invece, il secondo romanzo, The red badge of courage (Il segno rosso del coraggio, 1895), ambientato durante la guerra civile americana: ne era protagonista un ragazzo di campagna che, arruolatosi volontario, sogna grandi battaglie, ma si trova invece a vivere la guerra delle retroguardie e al primo scontro fugge come un codardo, per poi riprendersi e combattere valorosamente. Crane proponeva nel romanzo la sua visione pessimistica del mondo: tutto è caos e l’unico valore in grado di salvare l’uomo è la solidarietà. L’analisi accurata dei sentimenti del protagonista durante le varie fasi della storia (il sottotitolo del romanzo è “Uno studio sulla paura”), unita a uno stile narrativo nuovo e originale, fanno del libro un precursore del romanzo del Novecento.

Dopo altri romanzi del filone dell’ambiente di New York e due raccolte di liriche, Crane si affermò definitivamente con alcune raccolte di racconti: The little regiment (Il piccolo reggimento, 1896), sui temi della guerra civile; The open boat and other tales of adventure (La scialuppa e altri racconti d’avventura, 1898), in cui narra l’avventura capitatagli nel 1897, quando si salvò con alcuni compagni su una scialuppa dopo il naufragio del cargo che portava armi ai ribelli della rivoluzione cubana. Nel racconto The blue hotel (La locanda azzurra, 1897) l’ambiente sono i territori della frontiera, in The young bride comes to Yellow Sky (La giovane sposa arriva a Yellow Sky, 1897) i ruoli tradizionali uomo-donna, visti nel West, sono ironicamente rovesciati. (notizie tratte dal sito sapere.it)

Angela Greco, Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura)

penna-stilografica

Angela Greco, Anamòrfosi, poesie 

Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa

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Premessa dell’autrice

Anamòrfoṡi, alla greca, è un sostantivo femminile, dal greco, appunto, ἀναμόρϕωσις «riformazione», derivato di ἀναμορϕόω «formare di nuovo». Tra le differenti accezioni del termine, secondo il dizionario, è così chiamato anche un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica, che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni. Da qui, il titolo che indica una nuova scrittura poetica (rispetto a quella utilizzata in precedenza) comprensibile da una particolare angolazione \ prospettiva, dove la “visione” si rende manifesta spostando il punto di vista, piegandosi e mutando la propria posizione rispetto alla poesia a cui siamo abituati.Layout 1

In pratica, mutuando una definizione ancora dal dizionario, Anamòrfosi “è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente”. L’azione o, meglio, le azioni da leggere nei versi, oltrepassando il significato apparente, appunto, sono i passaggi che conducono alla liberazione necessaria all’atto della creazione poetica, abbandonando strada facendo quanto scritto fino a quel momento, per compiere il cambiamento di cui nel titolo. La narrazione, tra dubbi ed interrogativi, esprime l’allontanamento da tutto un consolidato mondo chiuso nella propria tradizione poetica, usurato, feroce e sempre pronto a stroncare ogni nuova voce.

Nelle varie sezioni si susseguono cambi di scena e dialoghi tra: una figura maschile – il maestro, che incarna colui che conosce la materia poetica e la sua situazione fino a quel momento, la razionalità e la concretezza, chiusa nella stanchezza e nella sfiducia -, una figura femminile – che rappresenta il discepolo, l’istinto e la creazione, che si identificherà alla fine col poeta – ed una voce, la poesia.  (A.G.)

       Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.
.
«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.
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Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.
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(pag.17)
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§
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«Monsieur oggi Parigi brucia.
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Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.
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Silenzio.
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(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)
.
Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».
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(pag.33)
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….Quello che ora è necessario è una nuova visione di ciò che è il reale e di ciò che la poesia vuole essere. È da qui che ha inizio il lavoro poetico di Angela Greco, il suo progetto di ampliare la «forma-poesia» per creare una poesia nuova, moderna, dialogata e narrativa che sappia argomentare e presentare i suoi Personaggi, le sue Maschere. E sarà su questo punto che si disegnerà un nuovo spazio per la poesia del futuro. La poetessa pugliese riparte dal punto tracciato da Czesław Miłosz in Ars poetica del 1957, posta in epigrafe del libro, alla ricerca di uno spazio espressivo integrale che sia contenitore di una «forma» più ampia e di un «tempo» più ampio (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani), una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Angela Greco accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. È dentro questa problematica che si situa questo lavoro della poetessa di Massafra.” – (Dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa, retrocopertina)

 
     Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?
.
Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.
.
“Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.
.
(pag.40)
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§
.
La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».
.
Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.
.
(pag.71)
.
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comunicato stampa su ViviMassafra (clicca qui)

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S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ? Anticonvenzionali per San Valentino

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“S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ?” *

a cura di Angela Greco (I parte) & Flavio Almerighi (II parte)

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[Addormentarsi adesso]

“Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio…”

“No,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“Tra cento anni, amor mio…”
“No,
prima e malgrado tutto.
Il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”

Nazim Hikmet

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§

Contro la mia morte
 .
Le mie ossa
inchiodate a croce sul tuo corpo
si quietano perché il mio risorga
intatto nel suo spirito.
 .
Non mi sprecare nel tragitto:
ti sto accanto per ricostruirmi
struggendo con la testa graffiata di spine
che si allevia insanguinandoti
sul ventre docilmente fertile e liquido quanto
una fuga di Bach.
(19 giugno 2001)

Alfredo de Palchi

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§

[Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco]

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.
.
Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.
.
Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle trèmule che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.
.
Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.
.
Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
le bestie, nostri fratelli minori.
.
So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la ségala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.
.
So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.
(1924)
Sergej Aleksandrovič Esenin

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“Anticonvenzionali per San Valentino” **

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Selva d’amore
.
Gaudio l’amarti,
illimitato gaudio
credere al riso dei tuoi occhi,’
è vertigine ancora
la certezza d’esser da te cantata,
oh più tardi, negli anni non più miei,
or che tremare la vita sento
sul ciglio estremo…
.
Sibilla Aleramo

.

§

Love story
.
Lunedì sera.
Cinque persone in un vagone della metropolitana.
Uno comincia a parlare,
gli altri giocano con il cellulare.
Siediti accanto a me.
Mi chiede il mio nome,
gli dico un nome e aggiungo: stanca.
Anche lui dice un nome.
Sei fermate ancora.
E’ andato a teatro, ma si è annoiato a morte.
Mi chiede se faccio la contabile e
si scusa subito.
Dice che nessuno è contento della propria vita.
Io si invece.
Lui: non ci credo.
Chiudo gli occhi, la vie, la vie, quelle connerie la guerre…
Riapro gli occhi.
Chiede se qualche volta possiamo bere un caffè insieme.
Dico che non ho mai tempo perché devo volare.
Dice che mi farà un paio di ali.
Rispondo, grazie.
Mi alzo.
Capolinea.
.
Stefanie Golisch

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§

Lei
.
Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sé non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.
.
Fernanda Romagnoli
.

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(*) Francesco Petrarca, primo verso del sonetto CXXXII dal Canzoniere
(**) Titolo originale di Flavio Almerighi

al seguente link Anticonvenzionali per San Valentino – poesie (clicca qui) è possibile scaricare questa breve antologia in formato pdf

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Amore e Psiche tra classicismo e neoclassicismo – sassi d’arte

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La favola di Amore e Psiche, dal libro “Le Metamorfosi” di Apuleio del II sec. d.C., narra la storia della giovane Psiche, la cui indescrivibile bellezza scatena la terribile gelosia di Venere e l’amore appassionato di Cupido. Scoperta su istigazione delle invidiose sorelle la sua identità prima di potersi ricongiungere al suo divino consorte, Psiche è costretta a effettuare una serie di prove, al termine delle quali otterrà l’immortalità. Come in una sorta di percorso iniziatico, superate le prove richieste dalla dea, Psiche giunge all’Olimpo dove sposerà il suo Amore. I molteplici e affascinanti piani di lettura che la favola di Apuleio offre hanno, nel corso della storia, fornito straordinari spunti di ispirazione dal mondo classico e fino ai secoli successivi, appassionando tutte le arti ad un tema ampiamente riprodotto nel Rinascimento e, soprattutto, nel Neoclassicismo.

Amore e Psiche è un gruppo scultoreo conservato presso i Musei Capitolini di Roma, nella Sala del Gladiatore (fotografie dal sito Italian Ways); estratta dal marmo, la scultura è alta cm 125 e si rifà ad un originale greco del II secolo a.C. Rappresentati avvolti in un serrato abbraccio e nell’atto di baciarsi, le due figure gravano con il peso sulla gamba interna, con l’anca fortemente sbilanciata all’esterno, in un’impostazione che determina una rotazione vistosa del busto così da far “riunire” i due nell’abbraccio stesso e sono raffigurati in totale nudità, ad eccezione di un mantello, che ricopre la parte bassa del corpo di Psiche, ricadendo con un gioco di pieghe tra le gambe.

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Si tratta di un tema che ebbe molta fortuna, anche letteraria, nel mondo romano, ripreso da Apuleio nelle Metamorfosi: raffigurando l’unione tra divini e mortali, fu utilizzato per giustificare unioni tra casati nobili e ceti plebei, ma fu anche usato come simbolo del passaggio dell’anima (Psiche) ad una vita beata, oltre quella terrena. L’opera, copia di un famosissimo originale di età ellenistica, è stata datata alla tarda età adrianea / prima età antonina. Il gruppo scultoreo è stato rinvenuto nel 1749 sul Colle Aventino, presso Santa Balbina, ed è subito entrato nelle collezioni Capitoline. A seguito del Trattato di Tolentino fu ceduto ai Francesi, i quali poi lo restituirono nel 1816. Si dispone di diverse rappresentazioni classiche del soggetto: fra le tante, di poco antecedente al gruppo scultoreo capitolino è la scultura conservata a Berlino in cui Eros ha ali di uccello e Psiche, invece, di farfalla.

Amore e psiche in piedi, marmo, Antonio Canova (1757-1822), Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo2006Canova Antonio (1757-1822)1800-1803Russia - San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage

Il fenomeno culturale e artistico che caratterizzò la seconda metà del Settecento e almeno i primi vent’anni del secolo successivo, definito convenzionalmente Neoclassicismo, fece della grande civiltà greca e poi di quella romana un modello di vita vero e proprio, posto al centro della produzione delle arti, della musica, della letteratura e della moda, in forte contrapposizione alla teatralità del Barocco e alla frivolezza del Rococò. La scultura dedicata da Antonio Canova ad Amore e Psiche stanti (terza, quarta e quinta immagine nell’articolo) conservata al museo del Louvre, prende vita in un momento d’oro della produzione dell’artista veneto. Fu proprio in questi anni che vennero fissati i canoni estetici delle (sue) “divinità” ricche di dolcezza e di bellezza sensuale. Pur restando folgorato al suo arrivo a Roma dalla bellezza dei marmi di ispirazione classica, Canova ha da sempre cercato di dare non solo un perfetto saggio tecnico di scultura, ma di ricreare in ogni sua opera anche lo spirito della favola antica, come suggestione ed espressione di sentimenti.amore-psiche-stanti

Realizzato tra il 1788 e il 1793 ed esposta al Museo del Louvre di Parigi, Amore e Psiche stanti è uno dei tre gruppi scultorei che l’artista celebratore del neoclassicismo italiano dedicò alla bella storia latina: delle tre versioni, la prima, cronologicamente parlando, quella che ritrae i due protagonisti semisdraiati in un celeberrimo abbraccio, è la più famosa e acclamata dalla critica; ve ne è poi una seconda versione (1800–1803) conservata all’Ermitage di San Pietroburgo, in cui i due personaggi sono raffigurati in piedi ed infine, la terza versione realizzata tra il 1796 ed il 1800 che è, appunto Amore e Psiche stanti. (fonti varie, dal web)

a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco

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∼ buon ascolto ∼

Critica, non rivalsa di Roberto Bertoldo

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Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere, da oggi, come “sasso d’inciampo”, estratti di lavori realizzati alcuni anni fa da Roberto Bertoldo, fondatore e direttore della Rivista Internazionale di Letteratura “Hebenon” e dell’inserto “Azione Letteraria”, riprendendo in questo modo un lavoro di divulgazione di tematiche ed argomenti e spunti di riflessione, ancora attualissimi, che non si vuole far cadere nel dimenticatoio. Ogni articolo qui condiviso è sempre autorizzato dallo stesso direttore delle allora riviste cartacee e da lui gentilmente adattato agli spazi del blog.

Buona lettura!

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Critica, non rivalsa

di Roberto Bertoldo

“Azione letteraria” non è un giornale per chi è spinto da spirito di rivalsa, perché la rivalsa è propria di chi avrebbe voluto il potere e sarebbe quindi pronto ad abbandonare la lotta e le idee di rivolta appena si presentasse la possibilità di ottenerlo. “Azione letteraria” vuole, almeno nelle intenzioni di chi la dirige, denunciare i mali che affliggono il mondo letterario semplicemente perché è dagli ambienti cosiddetti di nicchia, come è ormai diventato l’ambiente della letteratura, che si può ricostruire in piccolo, per poi esportarne i benefici, un mondo sano. Ma per fare questo bisogna avere il coraggio di mettere su carta ciò che gli addetti ai lavori sanno e, senza criminalizzare tutto per principio, (…) criticare i comportamenti scorretti e la superficialità. Occorre restituire alla letteratura i suoi spazi e la sua funzione. (…)

Nessuna rivalsa, perciò, ma desiderio di ridare risalto alla cultura. Per fare questo ci vuole serietà e senso del dovere; certo, bisogna fare a pugni con il recensore vile e con l’editore idiota, bisogna spazzolare le orecchie di chi non vuole sentire, ma il nostro dovere è di essere un esempio per chi ci guarda e di cercare di risollevare il mondo per chi vivrà dopo di noi. Le consorterie non ci interessano, né ci interessa ammuffire su una poltrona. È vero che il popolo ritiene inutile la letteratura e finanche la cultura, e non gli importa delle nostre battaglie che ai suoi occhi appaiono irrisorie. Ma noi sappiamo che non è così, sappiamo che la cultura odierna ha distrutto il cervello degli italiani, e diciamo ‘no, grazie’ a chi ci chiede di semplificare, a chi vuole farci credere che il dialogo con il popolo a cui apparteniamo è possibile solo scendendo di livello. Invece noi sappiamo che anche l’ignorante riconosce lo sguardo sincero e se non gli si dà come modello la prostituzione potrebbe capire e crescere. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con l’oscurità delle grandi poesie sa che non è stato un limite il non saperle decifrare, si è capita la loro forza e ciò è bastato a farci comprendere quanto possa la letteratura, se dietro ad essa ci sono uomini veri e coraggiosi. La bellezza letteraria non è mai disgiunta dalla ricchezza emotiva, dal coraggio e dal senso di giustizia.

Ebbene, denunciare i potenti egoisti e venduti, denunciare il malaffare, non è un’operazione moralistica e non è una ritorsione. È l’unico modo rimasto per ripristinare la sola rivolta utile, la rivolta culturale, che condanna la superficialità e la disumanizzazione della parola e mette la vera cultura al servizio delle riforme necessarie per proteggere non i ricchi ma le vittime della società. (…) 

Novembre 2008

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“Certi scrittori tendono a riproporre quello che in passato è piaciuto ai lettori. Allora sono finiti. Lo slancio creativo di tanti autori è breve. Ascoltano le lodi sperticate e ci credono. C’è solo un giudice ultimo della scrittura ed è lo scrittore. Quando diventa preda di critici, redattori, editori e lettori è finito. E naturalmente quando diventa preda della fama e della gloria potete buttarlo a mare insieme agli stronzi.”

Charles Bukowski

(copertina  della rivista Hebenon Anno XVI Nn. 7-8 della Quarta Serie – Aprile /Novembre 2011)

§

“La profonda insensibilità per tutto ciò che è virtù stupisce e scandalizza più che il vizio stesso. E coloro che la viltà pubblica chiama “grandi signori” o “grandi”, i cosiddetti arrivati, appaiono nella maggior parte incalliti in questa odiosa insensibilità. Non deriva ciò da un vago e per essi indefinito concetto, che cioè gli uomini virtuosi non sono adatti a divenire strumento d’intrigo?”

Nicolas Chamfort

(copertina  della rivista Hebenon Anno X N.4 della Terza Serie – Maggio 2005)

§

come-caricare-di-inchiostro-le-penne_4dab173fa1c94e0cf3a503522796eb53Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di filosofia e di narrativa. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; Ladyboy, Mimesis, Milano 2009; L’infame. Storia segreta del caso Calas, La Vita Felice edizioni, Milano 2010; Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga edizioni, Torino 2015; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 (2° ed. accr. Mimesis, Milano 2011), Principi di fenomenognomica, Guerini, Milano 2003, Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006, Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009, Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011, Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013, La profondità della letteratura. Saggio di estetica sociologica, Mimesis, Milano 2013; le poesie Il calvario delle gru, Bordighera press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi ligure 2011; Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015.

Max Jacob, Indifferenza

Il sasso nello stagno di AnGre

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INDIFFERENZA

———-1.

Quando ho incontrato i Napoleoni della vita
tutti i Napoleoni della fiera della vita
grandissimi furono il mio stupore e il mio stordimento.
Niente toga e peplo come si hanno nella storia
e nei bassorilievi che mi avevano mostrato
non avevano nemmeno calze bianche, calze nere
ma rivoltella in pugno e dita che sanguinavano
quando ho incontrato i Napoleoni della vita
ero troppo stupefatto per invidiarli
per pensare di imitarli.
Conservavo, ho conservato in fondo alla mia memoria
il tuo ricordo, peplo! e voi calze di seta nera
E’ da questo paragone che li ho giudicati
ora è a voi, mio Dio, che paragono;
al mio orrore la croce mischiata di pietà
sono con la debolezza e voglio restarci..
.
.

———-2.

La notte sulle scogliere
peschiere in ghiaccio smussato sono palazzi
e in questi cubi di notte e luce
passano degli arabi, delle vergini e…

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Théophile Gautier, Lo spettro della rosa

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Lo spettro della rosa
di Théophile Gautier
.
Solleva la tua palpebra socchiusa
che un sogno virginale accarezza,
io sono lo spettro di una rosa
che ieri hai portato alla danza.
Ancora imperlata mi hai colta
dal pianto dell’argentea rugiada,
e fra i lumi della sala in festa,
tutta la sera con te mi hai portata.
.
O tu, che della mia morte sei causa,
senza che tu lo possa scacciare,
ogni notte il mio spettro rosa
al tuo capezzale si recherà a danzare;
ma non temere, lui non reclama
un De Profundis o una messa solenne;
è, la mia anima, un leggero aroma
e dal paradiso esso discende.
.
Il mio destino fu da invidiare,
per aver avuto sì bella morte,
più d’uno vorrebbe la vita donare,
per avere il tuo seno, come tomba, in sorte.
E sull’alabastro dove trovo riposo
con un bacio, un poeta, ha voluto vergare:
“Qui giace lo spettro di una rosa
Che tutti i re fa ingelosire.”
.
.
          Le Spectre de la Rose
.
Soulêve ta paupière close
Qu’effleure un songe virginal;
Je suis le spectre d’une rose
Que tu portais hier au bal.
Tu me pris encore emperlée
Des pleurs d’argent de l’arrosoir,
Et, parmi la fête étoilée,
Tu me promenas tout le soir.
.
Ô toi qui de ma mort fus cause,
Sans que tu puisses le chasser,
Toute la nuit mon spectre rose
À ton chevet viendra danser.
Mais ne crains rien, je ne réclame
Ni messe ni De Profundis;
Ce léger parfum est mon äme,
Et j’arrive du du paradis.
.
Mon destin fut digne d’envie,
Pour avoir un trépas si beau,
Plus d’un aurait donné sa vie,
Car j’ai ta gorge pour tombeau,
Et sur l’albâtre où je repose
Un poëte avec un baiser
Écrivit: “Ci-gît une rose
Que tous les rois vont jalouser.”
.
.

Théophile Gautier – scrittore francese (Tarbes 1811-Neuilly-sur-Seine 1872). Si dedicò inizialmente alla pittura, ma ben presto scoprì la sua vocazione letteraria aderendo al movimento romantico, della cui opposizione al gusto e alle regole classiche divenne il simbolo durante la turbolenta battaglia teatrale per imporre l’Ernani, dramma di Hugo. Qualche anno dopo avrebbe narrato con ironia quel disordinato fervore di rinnovamento nel romanzo Les Jeunes-France (1833). Intanto aveva pubblicato sotto il segno della nuova scuola Poésies (1830), cui nell’edizione del 1832 aggiunse Albertus ou l’âme et le péché, poemetto che sacrifica alla moda del byronismo e dell’esoterismo, poi superati nella celebre prefazione di Mademoiselle de Maupin (1836), dove la maturità artistica di Gautier si condensa in quell’affermazione del principio dell’arte per l’arte, cioè dell’arte libera da preoccupazioni morali o utilitaristiche, che prese poi forma in romanzi come Le capitaine Fracasse (1863), avventure di una compagnia di comici, ispirato al “Roman comique” di Scarron, e soprattutto nelle poesie di Émaux et Camées (1852), il suo capolavoro.

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Contemporaneamente iniziava quell’incessante attività giornalistica per La Presse, Le Moniteur, La France littéraire, ecc. cui dedicò gran parte della sua vita e del suo talento scrivendo articoli d’arte, di teatro e di letteratura ed esercitando una formidabile influenza sulla storia del balletto francese, allora all’apice della propria stagione romantica. Grande ammiratore della ballerina milanese Carlotta Grisi, scrisse per lei – con Vernoy de Saint-Georges – il libretto del balletto “Giselle”, considerato universalmente l’epitome e il capolavoro del romanticismo coreografico francese. I suoi articoli furono poi raccolti in vari volumi: Les Beaux-Arts en Europe (1855-56), Histoire de l’art dramatique en France depuis vingt-cinq ans (1858-59), Histoire du Romantisme (1874), Guide d’amateur au Musée du Louvre, cui si aggiungono i curiosi profili dei Grotesques (1844), riscoperta dei poeti del sec. XVI rifiutati da Boileau. Pure in volume, anche se molto più tardi, furono raccolti, da Cyril W. Beaumont, i suoi articoli sul balletto, pubblicati a Londra con il titolo The Romantic Ballet Seen by Théophile Gautier (1932). Anche dei suoi viaggi (Italia, Grecia, Russia) raccolse le relazioni e soprattutto in quelle dedicate alla Spagna (Tras los Montes, 1840, e Voyage en Espagne, 1848) raggiunse ottimi effetti pittorici. Scrisse ancora racconti e romanzi, dove il genere fantasioso, esotico di Fortunio (1837) riappare in Une nuit de Cléopatre (1845), Le Roi Candaule (1847), Le Roman de la Momie (1858), indicativi della duplice matrice artistica di Gautier, che unisce al sentimento romantico un’esigenza realistica per il vigore con cui inserisce nell’opera il mondo esterno con le forme e i colori cari alla formazione pittorica dell’autore. A lui guardò la nuova scuola parnassiana e realista, rappresentata da Bainville, Flaubert e Baudelaire, che gli dedicò le “Fleurs du Mal”. La traiettoria artistica di Gautier è l’esemplificazione stessa dell’evoluzione letteraria di mezzo secolo in Francia.

– immagini: dal sito rgbphotos.info (rosa in bianco e e nero); “Giselle”, Balletto Accademico di Stato di San Pietroburgo ; dal web –

Roy Lichtenstein, non solo fumetti – sassi d’arte

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Roy Lichtenstein (1923-97) ha senza dubbio legato la sua immagine indissolubilmente ai fumetti; ma, tra gli artisti della Pop Art, è quello che più riesce a creare una cifra stilistica inconfondibile, restandovi fedele fino all’ultima produzione. Esponente della tipica famiglia medio-borghese americana, la vita di Lichtenstein si svolge in maniera tranquilla, senza le eccentricità o i protagonismi di altri artisti, come Andy Warhol. Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, viene chiamato alle armi, dove ha il primo incontro con quel mondo militare, che spesso sarà di ispirazione per la sua prima produzione artistica, e con i fumetti ispirati alla guerra. Pare, infatti, che un suo superiore gli chiese di riprodurre ingrandendoli vignette tratte da fumetti di guerra. Da qui nacque, forse, l’idea stilistica della sua arte, anche se Lichtenstein cominciò a produrre in questo stile solo agli inizi degli anni Sessanta.

Nel 1962, con una personale tenuta a New York presso il famoso gallerista Leo Castelli, inizia l’ascesa di Lichtenstein: siamo negli anni in cui il fenomeno del consumismo e della cultura Pop esplode a livelli mondiali ed il clima di serena fiducia nel presente e nel futuro si contrappongono nettamente al pessimismo precedente di matrice esistenzialista. Le immagini di fumetti ingranditi proposte da Lichtenstein sembrano rispecchiare in pieno l’esigenza di circondarsi di immagini nuove, non soggettive e prive di angosce esistenziali.

È un modo nuovo di contaminare l’Arte con stili presi dalla cultura “bassa”. In realtà, la grande tenuta formale dei quadri realizzati da Lichtenstein rendono le sue immagini mai banali; sono fumetti, è vero, ma realizzati con la visione propria dell’artista. Nel corso degli anni, la formula stilistica di Lichtenstein non cambia, ma inizia un confronto sempre più serrato con l’arte del recente passato, dando esiti decisamente originali. Sempre realizzando immagini, come fossero fumetti, egli rivisita tutti gli artisti principali e gli stili sorti nel corso del Novecento, dal cubismo al futurismo, dall’espressionismo all’action painting, determinando una contaminazione tra pittura e fumetti capace di creare un dialogo originale che, negli ultimi anni, coinvolge anche la scultura.

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La produzione di Roy Lichtenstein non si è limitata al solo ingrandimento di vignette a fumetti, ma, una volta definito il suo stile, questo è stato usato anche per rivisitare e dialogare con diversi artisti del Novecento. In Stepping Out (immagine qui sopra), opera realizzata nel 1978, l’artista americano trae ispirazione da opere di Picasso (nel suo stile ironicamente definisce la figura femminile a sinistra) e di Fernand Léger, dal cui quadro «Tre musicisti» prende invece la figura maschile a destra. Negli ultimi periodi della sua attività, infine, questo insigne esponente della Pop Art si misura anche con la scultura e quella che sembrava un’arte tutta tesa al bidimensionale, come la sua, riesce ad approdare al linguaggio tridimensionale, pur conservando una omogeneità stilistica precisa. Questo passaggio è evidente nella coppia di figure femminili del 1996, Woman: Sunlight, Moonlight (immagine d’apertura), in cui una simboleggia il “giorno”, l’altra la “notte”; fedele al suo stile meccanicamente preciso, le due figure sono realizzate in bronzo dipinto e patinato.  (adattamento dal sito Storia dell’Arte di Francesco Morante)

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Gino Rago, una poesia dal Ciclo di Troia con una nota di lettura di Angela Greco

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Gino Rago
Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

Nell’Isola di Ulisse un poeta scioglie il canto
per la forestiera giunta come schiava:
« Sei bella. Sei bella come una Regina
con quei capelli tutti inghirlandati.
Slegali. Trema tutta la terra
se ti vanno a sfiorare
le caviglie alate…». Un pastore (o un dio
greco) a Ecuba offre una ricotta calda.
Non guerrieri più all’orizzonte ma capre.
Soltanto capre sul prato di smeraldo.
«Ogni campano cerca la sua capra, ogni capra
il suo campano. Duecento strumenti
antichi come il pane. L’Isola è una cassa
di risonanza fra l’altopiano e il mare».
Ecuba fa sue le parole del pastore.
(Rammenta che fu la capra Altea
a dare latte a Zeus ancora in fasce).
Ma un refolo salmastro tormenta la sua chioma.
Muore lo Scamandro fra i due accampamenti.
Si essiccano le fonti. Non è più lieto il timbro
delle due sorgenti sotto Troia.
E’ troppo mesto il cuore in esilio.

Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto.
Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.

(inedito)

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Nota di lettura di Angela Greco.

Siamo nel post-bellico, nel periodo immediatamente successivo ad una guerra (che rappresenta profeticamente pur nel mito, il primo scontro tra Europa e Asia nord-occidentale nello specifico), in quel limbo temporale in cui spesso vengono esemplificativamente designati i protagonisti in vincitori e vinti, ma che di fatto, alla luce delle perdite e dell’effettivo bilancio finale, non ha ancora ben chiaro i ruoli, e che annovera, stando alla maggior logica, Odisseo tra i vincitori ed i troiani tra i vinti.
Gino Rago, in questi suoi versi sul Ciclo di Troia, inverte in ben due punti la logica della stessa poesia, che vorrebbe, a fronte di argomentazioni epiche, il canto celebrativo non già rivolto ad una donna, che non sia la Musa o la dea, s’intenda, destinato fondamentalmente alla figura cardine dell’eroe vittorioso e alle sue gesta, che intonato per la controparte, peri vinti, che non credo si possano definire perdenti, se non dal punto di vista militare strettamente legato all’esito della battaglia. Quindi, siamo già difronte ad una lettura, che non ci condurrà per sentieri pervi, quanto piuttosto su una strada sassosa, che di continuo metterà in dubbio alcune certezze. Prima fra tutte, leggendo questo testo proposto, se Odisseo sia davvero colui che ha fatto schiava la regina Ecuba e chi sia realmente lo schiavo tra i due e di chi.3012717094_85ed27db1a
Ecuba viene dislocata per rafforzare la gloria di Odisseo, per supportare il senso di possesso del vincitore; viene deportata, spostata contro la sua volontà al pari di un oggetto, divenendo di fatto bottino di guerra del re di Itaca, che la conduce su quell’isola, che è “una cassa di risonanza fra l’altopiano e il mare”, ovvero fra la sua terra e questa nuova terra a cui è costretta; Ecuba, in questa condizione particolare, accoglie su di sé il destino delle cose, divenendo ella stessa “oggetto” e divenendo custode della memoria di quegli stessi luoghi, oggetti, azioni, persone, ormai distrutti con Ilio; diventa quasi un diario, una sorta di libro che salva dall’oblio una storia, la sua storia, quella che Odisseo non potrà mai toglierle. E già per questo, per la libertà del pensiero e della volontà di memoria di Ecuba, la regina non sarà mai schiava di nessuno ed Odisseo, di contro, entrerà a far parte degli sconfitti, poiché illuso di aver ridotto in schiavitù la regina soltanto per averla condotta fisicamente con sé. In pratica Rago palesa una condizione mai mutata tra uomini e donne, laddove i primi sono ancora oggi convinti che possedere il corpo-simulacro di una donna ne determini il suo possesso completo, nelle nuove schiavitù a cui assistiamo in questo nostro secolo.
Discorso di spostamento dei ruoli, che nei versi finali del componimento diventano sottili letture psicologiche, analisi profonda delle persone più che dei personaggi, rivelando la dote non comune di un poeta uomo capace di farsi voce di una donna e della condizione della donna, della quale conosce molto bene anche il fare tutto femminile di voler in qualche modo sempre avvicinarsi più alla mente, ai pensieri di un uomo, che alle sue vittorie:

“Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.”

Ecuba osserva quello che nella realtà è il suo padrone per motivi tecnici, soltanto per logica militare, e nei versi di Gino Rago sembra tangibile quel suo intercettare i palpiti di Odisseo, re guerriero, che non trova pace nella stanzialità a cui è approdato dopo l’ultima vittoria. “Indovina” è verbo che sottolinea bene l’agire di una donna, ovvero basato maggiormente su entità non concrete, non razionali, quelle che la muliebre Ecuba esterna nel comprende anche colui che l’ha resa schiava, da donna che nulla e nessuno ha cambiato, né cambierà. Due versi Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti. \ Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani di sublime conoscenza e celebrazione del femminile in cui il poeta sembra porgere il suo personale tributo a tutto il genere per poi ricollocare immediatamente tutti nel loro preciso ruolo, lettore compreso, riallacciando tempi e modi con il nostro presente dove una città sconfitta rimane una città sconfitta ed i ricordi non cambiano l’accaduto, anche se una regina rimane una regina per sempre. A Gino lascio con stima questi miei tre versi scritti per la sua Ecuba. Da donna a donna.

“Non piegherà nessuno la regina.
Nessuna volontà se non la sua.
Impari il re a starle accanto.” | (AnGre)

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E’ possibile leggere altre poesie dello stesso Auotore tratte dal Ciclo di Troia, cliccando sul seguente link:  Gino Rago: Noi siamo qui per Ecuba: « metafora delle vittime »

 

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penna-stilograficaGino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) e Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016).

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penna e calamaioAngela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017, seconda edizione con prefazione di Flavio Almerighi); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015, prefazione di Rita Pacilio); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (ed.Progetto Cultura, Roma, prefazione di Giorgio Linguaglossa). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre.

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 – immagine d’apertura e dettaglio (Ecuba): Ettore giovinetto si arma tra Priamo ed Ecuba, anfora attica a figure rosse di Eutimide, Monaco, Staatliche Antikensammlungen (dal web) –

 

Giorgio Linguaglossa, I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso

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Giorgio Linguaglossa, inedito

I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso

Druso ha sempre i piedi sporchi nei calzari di cuoio,
il ventre prominente e parla un latino infarcito di dialettismi della Sabina;
inoltre, a tavola non è mai sobrio, ama l’eccesso
in libagioni e in amorazzi con le sue schiave
e con i mori che acquista al mercato al suono di sesterzi d’oro.
Nel Foro non prende mai una posizione
univoca, chiara, ciò che dice in
privato non lo ripete certo in pubblico.
È abile, sfuggente come una biscia, oleoso
come la resina del Ponto Eusino,
dire che non lo amo sarebbe un eufemismo,
una ipocrisia, ma ciò che è più grave,
non riesco neanche a detestarlo.
Mi dico: «Druso è un codardo, un mentitore,
un fingitore, un voltagabbana» ma, ciononostante,
non riesco a detestarlo. Forse che dovrei rimproverargli
il suo faccione impolverato di cerusso?
In fin di conti è un mio simile: un teatrante, un attore,
ha un mento, due occhi, un naso aquilino, proprio come me.
«Non c’è alcuna differenza – mi dico – tra noi».
Druso ha gli occhi foderati di cerone da teatro
il volto scivoloso di biacca, il mento leporino
e gli occhi cisposi per il vino in eccesso
bevuto la notte innanzi, ascolta
ciò che gli torna immediatamente utile,
quando non gli conviene fa il pesce in barile;
dei nostri discorsi sulla res publica
dice «che sì, che no, che forse, che insomma…».
Del resto, sto molto attento quando
nei conviti privati mi porge il cratere colmo di vino,
fingo di bere con un sorriso sordido…
mentre con la coda dell’occhio
sbircio sempre in allarme la porta d’entrata.
Evito di guardare in volto il capo delle guardie
quando fa ingresso in casa di Mecenate
con il suo codazzo di pretoriani e di ottimati profumati.
Anch’io parlo sempre meno in pubblico
dei miei pensieri privati, e in privato
dei miei pensieri pubblici…

*

tratto da: Tre poesie inedite di Giorgio Linguaglossa sul tema dei personaggi storici, mitici o immaginari (clicca qui per gli altri testi)

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Da un commento dell’Autore, leggiamo:

Le poesie fanno parte di una raccolta inedita “Tornare alla corte di Cesare?”, scaturita dalla lettura di una poesia di Zbigniew Herbert (“Il ritorno del proconsole”). La figura retorica sulla quale ho costruito le poesie della raccolta è la “trasposizione” (il traslato), ovvero, il parlare dell’oggi fingendo di parlare di personaggi del lontanissimo passato. Se non si capisce questo non si comprenderebbe nulla delle mie poesie. Il problema indagato è la condizione dell’artista nei confronti del Potere, di qualsiasi potere, anche di quello cd. democratico.

Ecco, l’avere lo sguardo lontano è proprio di ogni artista, ogni vero artista non può che disprezzare il presente, non può accordare la propria cetra alle regole metriche del Presente. Il tono “salottiero”, che taluni hanno evidenziato, è quello usato, è vero, ma vorrei ricordare anche l’altra figura retorica fondamentale di molta poesia degli ultimi due secoli (tra cui ci metto Brodskij) : quella della “epistola” che consente di scrivere nel’intimità delle cose che altrimenti non potrebbero essere vergate; il pubblico è lontano, le poesie sono indirizzate quindi ad un misterioso “interlocutore” non ben specificato. Tutte le poesie (almeno le mie) sono sempre indirizzate ad un “interlocutore” posto al di fuori del proprio tempo e del tempo, per questo forse appaiono stranianti (ma non sono il solo, ci sono molti poeti europei che scrivono in questo modo!). Parlo meglio di me e della mia epoca quando assumo la finzione di parlare di un’altra lontanissima epoca. [Giorgio Linguaglossa]

immagini: busto marmoreo di Gaius Cornelius Gallus (da Rome & Art) ; monete antiche.

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Giorgio LinguaglossaGiorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Ha fondato la Rivista Letteraria Internazionale L’Ombra delle Parole. Nel 2016 ha curato l’Antologia di poesia contemporanea Com’è finita la guerra di Troia non ricordo, autori vari, ed. Progetto Cultura di Roma.