Émile Nelligan, tre poesie da Un lungo grido di corno

W.Kalf,Natura morta con corno potorio e astice

Émile Nelligan, Un lungo grido di corno – cura e traduzione di Roberto Bertoldo, Mimesis-Hebenon Ed.2021.

Émile Nelligan (Montreal, 1879 – 1941) è considerato oggi una voce fondamentale della poesia canadese e più precisamente del Quebec. Talento precoce, alla Rimbaud, scrisse tutte le sue poesie prima dei vent’anni, fino a quando non venne internato in manicomio. (Quarta di copertina)

*

Cuori stanchi

I loro occhi si sono spenti nell’ultima notte;
hanno voluto la vita, hanno cercato il sogno
per i loro cuori blasfemi da cui la speranza sempre fugge.
Non hanno mai trovato la linfa vera e buona.
.
Invano hanno ucciso l’anima della dissolutezza,
rimangono ancora, spaventosi, i tormenti del Rimorso.
L’Angelo livido si erge e si pone alla loro sinistra,
gli lacera il cuore rantolante fino alla morte.

~

Sogni recintati

Rinchiudiamoci malinconici
nel piacevole brivido delle camere,
dove i vasi di fiori di settembre
profumano come reliquie.
.
I tuoi capelli ricordano l’ambra
del capi delle vergini cattoliche
nei vecchi quadri delle basiliche,
sugli ori carnali delle tue membra.
.
Scoppia la tua chiara risata di smalto
su un vivido scrigno scarlatto
dove si incrosta la noia di vivere.
.
Ah! Possa tu verso la speranza calma
far spuntare come una palma
il mio cuore cristallizzato di brina!

~

Un poeta

Lasciatelo vivere così senza fargli del male!
Lasciatelo andare; è un sognatore che passa;
è un’anima angelica aperta sullo spazio,
che porta in sé un cielo di primavera aurorale.
.
È una poesia così triste e pura
che proviene da lui in un vortice d’oro.
La stella la comprende, la stella che si addormenta
nel suo candore celeste dai fruscii di trina.
.
Non vuole sapere niente, ama senza amore.
Non lo guardate! che nessuno se ne occupi!
Ditegli che è anche vittima del suo destino!
Ridete di lui!…Che importa! bisogna morire un giorno…
.
Allora, nel paese dove dimora il buon Dio,
vi verrà rivelato, con amaro rimprovero,
quello che ci fu di candido sotto quella forma semplice e fiera,
e di tristezza in quel grande occhio grigio che piange!

*

In apertura: Willem Kalf, “Natura morta con corno potorio e astice”, 1653, National Gallery, Londra.

Quattro poesie d’amore

ph.Angela Greco AnGre per Il sasso nello stagno di AnGre

Il tuo modo d’amare di Pedro Salinas

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

~

Il tuo cuore lo porto con me di Edward Estlin Cummings

Il tuo cuore lo porto con me
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata;
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu, mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo, perché il mio,
il più bello, il più vero sei tu.
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l’anima spera,
e la mente nasconde.
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.

~

Parlare… di Paul Eluard

Parlare
senza avere niente da dire
comunicare
in silenzio
i bisogni dell’anima
dar voce
alle rughe del volto
alle ciglia degli occhi
agli angoli della bocca
parlare
tenendosi per mano
tacere
tenendosi per mano.

~

Se tardi a trovarmi, insisti di Walt Whitman

Se tardi a trovarmi, insisti.
Se non ci sono in nessun posto,
cerca in un altro, perchè io sono
seduto da qualche parte,
ad aspettare te…
e se non mi trovi piú, in fondo ai tuoi occhi,
allora vuol dire che sono dentro di te.

*

[20\10\21]

Emilio Vedova, Scontro di situazioni 59-6 — sassi d’arte

Emilio Vedova (Venezia, 1919-2006), Scontro di situazioni 59-6 (1959)

olio su tela, cm 275 x 214 – Städtisches Museum Leverkusen, Schloss Morsbroich

*

Emilio Vedova è una figura di spicco nella pittura astratta italiana. Al grido di “Astrazione come lingua universale”, anche nella Penisola i giovani artisti si riunirono in innumerevoli gruppi. Dal canto suo, Vedova partecipò solo per un anno, fra il 1952 e il 1953, alle attività di un’associazione di artisti, il Gruppo degli Otto; per il resto fu sempre un individualista e la sua scelta di continuare a vivere a Venezia, quindi lontano dai centri artistici del resto del paese, sottolineava ancor più il suo isolamento.

La pittura di Vedova viene strutturata dal bianco e dal nero delle composizioni; l’artista sottolinea il significato dei non-colori, tanto che le sue opere non si riducono a semplici composizioni nere su fondo bianco. Sulle sue tele, il nero e il bianco sono in lotta tra loro, accompagnati da altri colori, soprattutto rosso e blu. Le tinte vengono applicate “a umido sopra umido”, mescolandosi e sfumandosi le une nelle altre. La superficie non presenta una struttura chiara, né una direzione o un centro: Vedova applica i colori con gesti impulsivi e frenetici. In tal modo, sulla tela si formano piccoli punti di snodo, in corrispondenza dei quali  i colori sembrano cozzare gli uni contro gli altri come in un’esplosione. Il monumentale Scontro di situazioni 59-6 è una delle tipiche composizioni di Vedova. Il titolo enfatizza la spontaneità, la contraddizione e l’apertura del processo pittorico. Nel 1959, anno di realizzazione dell’opera, l’artista aveva esposto già due volte i propri lavori alla mostra “documenta” di Kassel (la prima era stata nel 1955).

Vedova ha sempre inteso la propria pittura come un atto politico, senza per questo ricorrere mai a una rappresentazione realistica o figurativa. Molte delle sue opere astratte, spesso riunite in forma di cicli pittorici di ampio respiro, rimandano, nei titoli, a tematiche politiche. Nel 1964, durante un soggiorno a Berlino finanziato da una borsa di studio, apparve l’Absurde Berliner Tagebuch (L’assurdo diario berlinese), un’installazione di tavole di legno, dipinte da entrambi i lati e collocate liberamente, sul modello delle pale d’altare portatili medievali. Vedova ha chiamato Plurimi queste opere articolate nello spazio, definendole “oggetti creati come potenti armi al sevizio di un segno aggressivo, che non poteva più restare confinato nelle preconcette dimensioni dell’immagine (superficie passiva), tracciate da un individuo, il pittore”.

Su queste tavole non è possibile scorgere le tracce di scene berlinesi, ma l’applicazione del colore aggressiva e secca crea l’associazione con la città divisa e lacerata. E gli elementi pittorici liberamente distribuiti nello spazio ricordano gli sbarramenti anticarro collocati lungo tutto il confine tedesco.

(da Arte Astratta, Taschen Ed.)

Ospite ed ospiti della rubrica Gioielli Rubati a cura di Flavio Almerighi

Ringrazio Flavio e l’ottima compagnia. Buona lettura!

almerighi

C’eravamo promessi poesia,
ma è arrivata presto la sera con il suo fare,
mille auto sulla strada e la polvere.
Un traffico d’incombenze da assolvere;
peccati da scontare a prezzo pieno.
Non c’è tempo; non è questa l’ora.
.
Poi, nello svoltare un angolo d’improvviso
il tuo volto e le stelle dei tuoi occhi
la promessa mantenuta.
.
di Angela Greco, qui:
https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/10/03/angela-greco-angre-due-inediti/
.
*
.
tiritera del tre
.
Tre, numero dispari perfetto
scartata la solitudine del primo,
sempre tre moltiplicato per uno
triangolare la superfice primaria
stereoscopica la terza dimensione,
terzo l’occhio di lungimiranza
trina la divinità anche se unica.
Il tre miagola se estratto a tombola,
la sequenza Tribonacci, il gioco del tris,
tre briganti e tre somari, solo tre
varianti nel tricolore, nell’insalata
quadrifoglio senza un petalo,
le aperture a luce di una trifora,
i soldi dell’opera brechtiana,
tre i rebbi di Nettuno, i componenti
di…

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Angela Greco AnGre, Pioggia amalfitana

rosa bianca baciodipioggia

Angela Greco AnGre, versi da “Ananke” (Ladolfi 2021)

Pioggia amalfitana

Il sole è un angolo preciso tra pensiero e
desiderio di te, una linea che segna il tuo volto,
le tue mani intente a seguire il fare del giorno
tra impreviste pietre stupite del tuo passo.

Tutto di te è inatteso; batte il cuore.

– La pioggia amalfitana canta un nome – dici.
– Terrazza per terrazza ogni limone s’è fatto stella – dico.
– Forse non siamo mai stati qui.
– Forse siamo tornati insieme.

Ogni finestra nasconde l’atto più intimo di noi.

In lontananza l’isola appare quasi domestica;
la casa dalle mura rosse è una rampa per salire
verso quel mare che ha retto i nostri silenzi più
di chiunque altro. Ci sei, adesso, e questo è oggi.

Ad ogni pensiero s’avvicina la tua bocca.

– Ho colto l’improbabile solo per te.
– Colgo di te ogni distinto gesto.
– Non riesco a comprendere perché ora.
– È ora di deporre le domande altrove.
La casa è un libro; pagine dopo pagine abitiamo
il non ancora detto e il già stato, altrove e qui.
Ancora una poesia, poi smetterò. Da che parte stiamo?
Tra bocche che tacciono e specchi che riflettono il cielo.

*

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Walter de la Mare, una poesia con traduzione

Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927 - Edward Hopper

Walter John de la Mare (1873 – 1956), scrittore e poeta inglese; dotato di una fantasia singolarmente incline al misterioso e al fiabesco continua in parte quella tradizione di letteratura anglosassone che conta come sommi rappresentanti Coleridge e Poe. In questa vena sono concepiti i più dei suoi versi, tra i quali The Listeners and Other Poems (1912), Collected Poems (1920).

*

The listeners 

‘S there anybody there?’ said the Traveller,
Knocking on the moonlit door;
And his horse in the silence champ’d the grasses
Of the forest’s ferny floor:
And a bird flew up out of the turret,
Above the Traveller’s head:
And he smote upon the door again a second time;
‘Is there anybody there?’ he said.
But no one descended to the Traveller;
No head from the leaf-fringed sill
Lean’d over and look’d into his grey eyes,
Where he stood perplex’d and still.
But only a host of phantom listeners
That dwelt in the lone house then
Stood listening in the quiet of the moonlight
To that voice from the world of men:
Stood thronging the faint moonbeams on the dark stair,
That goes down to the empty hall,
Hearkening in an air stirr’d and shaken
By the lonely Traveller’s call.
And he felt in his heart their strangeness,
Their stillness answering his cry,
While his horse moved, cropping the dark turf,
‘Neath the starr’d and leafy sky;
For he suddenly smote on the door, even
Louder, and lifted his head:–
‘Tell them I came, and no one answer’d,
That I kept my word,’ he said.
Never the least stir made the listeners,
Though every word he spake
Fell echoing through the shadowiness of the still house
From the one man left awake:
Ay, they heard his foot upon the stirrup,
And the sound of iron on stone,
And how the silence surged softly backward,
When the plunging hoofs were gone.

.

Gli ascoltatori

“C’è nessuno?”disse il Viaggiatore,
bussando alla porta rischiarata dalla luna;
e il suo cavallo nel silenzio brucava erba
dal terreno coperto di felci nella foresta:
e un uccello volò fuori dalla torretta,
sopra la testa del Viaggiatore:
 e lui bussò alla porta una seconda volta;
“C’è nessuno?” disse.
Ma nessuno discese verso di lui;
non una testa dal davanzale coperto di foglie
si sporse per guardare nei suoi occhi grigi,
là dove era rimasto, perplesso e silenzioso.
Ma solo una folla di ascoltatori spettrali
che dimorava nella casa solitaria,
allora rimase ad ascoltare nella quiete lunare
quella voce uscita dal mondo degli uomini:
immobile a guardare i pallidi raggi di luna sulla scala oscura,
che va giù nell’atrio deserto,
ascoltando in un’aria scossa e turbata
il richiamo del Viaggiatore solitario.
E li sentì nel suo cuore, strani
e immobili, rispondere al suo grido,
mentre il cavallo si muoveva, brucando le zolle scure,
sotto un cielo di stelle e di foglie;
e lui improvvisamente picchiò alla porta, ancora
 più forte, e sollevò la testa:
 “Di’ loro che sono venuto e nessuno ha risposto,
che io ho mantenuto la mia parola” , disse.
 Non si mossero gli ascoltatori,
sebbene ogni parola da lui pronunciata
 cadesse echeggiando nell’oscurità della casa silenziosa
 dall’unico uomo rimasto sveglio:
 sì, essi udirono i suoi piedi sulla staffa,
 e il rumore del ferro sulla pietra,
e il silenzio cadde di nuovo su tutto,
quando il rumore degli zoccoli si allontanò.
.
.
(1913)
In apertura: Edward Hopper, Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927

Salvatore Toma, versi su poeti e poesia

nuvole-rosse

Salvatore Toma (Maglie- LE, 1951-1987), tre poesie

*

Vivere in eterno
coi tuoi versi
passare alla storia
per rara genialità….
essere ricordati…ma
ne vale la pena?
Ne ho visti di trucidati
in luridi convegni,
indagati frugati fustigati
menzognificati e sfruttati
imbavagliati di motivi inesistenti
storpiati reinventati….!
Meglio una morte
sola per noi soli
quest’ultima emozione
questo scoppio di felicità
questo smembramento leggero.

~

Il poeta è ùno scienziato
ùno scienziato
coi piedi per terra
sùlla lùna c’è andato
da appena nato.
Il poeta è ùn ùomo
ùn poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per qùesto ride di voi
di tùtti voi.

~

Ogni tanto aprono la bocca!

Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l’invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l’hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l’arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!

*

versi da “Canzoniere della morte”

John Keats, All’autunno

foglie

All’autunno di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
tu, intima amica del sole al suo culmine,
che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
i gusci di nocciola e ancora fai sbocciare
fiori tardivi per le api, illudendole
che i giorni del caldo non finiranno mai
perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

chi non ti hai mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
seduta senza pensieri sull’aia
coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
o sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
la testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
o, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una musica ce l’hai.
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
e toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
piangono tra i salici del fiume,
e agnelli già adulti belano forte del baluardo dei colli,
le cavallette cantano, e con dolci acuti
il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

Armand Seguin, I fiori del male – sassi d’arte

Seguin I fiori del male

Armand Seguin, I fiori del male, 1894

olio su tela, cm 53 x 35 – Santa Monica, Loan Courtesy of The Kelton Foundation

*

Armand Félix Abel Seguin (Parigi, aprile 1869 – Châteauneuf-du-Faou, inizio 1904) è stato un incisore e pittore francese. Dei suoi studi di pittura, della sua produzione e, in generale, della sua vita prima di recarsi in Bretagna si conosce molto poco. Studiò certamente all’Académie Julian, dove si impadronì saldamente del disegno e dell’incisione, mentre iniziò la sua carriera di pittore abbracciando le teorie e le tecniche dell’impressionismo; nel 1889 visitò la mostra del Caffè Volpini e ne fu profondamente colpito. Decise, allora, di raggiungere Paul Gauguin e il suo gruppo: dall’aprile del 1891 si trasferì in Bretagna, a Pont-Aven, dove divenne allievo dello stesso Gauguin e dove frequentò il gruppo di Pont-Aven, lasciando che la sua pittura passasse, quindi, ad espressioni chiaramente postimpressioniste. Nel 1893 si recò a Le Pouldu, dove insegnò allo stesso Gauguin la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta; ma la scarsità di mezzi economici lo indusse, malvolentieri, a produrre incisioni commerciali e a lavorare, come illustratore, realizzando anche numerose stampe.

Nonostante le dimensioni ridotte, I fiori del male può essere considerato il dipinto più riuscito di Seguin. Le macchie di vario colore, forma e tonalità di cui si compone formano il collage di un paesaggio piatto fatto di sogno e suggestione. Persino la figura, circondata da fiori astratti e circondata da una roccia grigia, è poco più che un motivo tra la fastosità generale.

Quest’opera rappresenta l’immagine di una fuga dal mondo quotidiano in una fantasmagoria al di fuori del tempo e dello spazio. Il titolo rivela il debito dell’autore del dipinto nei confronti della prosa e della poesia di Baudelaire, la cui omonima raccolta poetica del 1857, condannata per immoralità, fu importante fonte d’ispirazione per tutta una generazione di poeti e pittori simbolisti. A lasciare il segno era soprattutto la sezione intitolata Correspondances, con la sua suggestione che l’universo va letto e non semplicemente visto e che il mondo materiale non è altro che una foresta di simboli. Ecco l’inizio:

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers
.
la Natura è un tempio dove colonne viventi
talvolta lasciano uscire confuse parole;
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che lo osservano con sguardi familiari
.

Seguin condivideva la fiducia di Baudelaire nelle corrispondenze, ma non aveva un talento o un vigore fisico paragonabile a quelli del poeta. Morì di tubercolosi all’inizio del 1904, poche settimane dopo aver ricevuto la notizia della scomparsa del suo maestro e principale ispiratore, Paul Guguin. [fonti varie]

Vittorio Sereni, tre poesie da Gli strumenti umani

citta

Vittorio Sereni, versi da “Gli strumenti umani”

*

Viaggio di andata e ritorno 

Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l’aria
e insieme divide il mio cuore.

~

Fissità 

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

~

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -­
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido

indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia d’un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lanciafiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
– potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
­anche… e parlando ornato:
«mia donna venne a me di Val di Pado»
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
­non quagliano acque lacustri e commoventi pioppi

non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo, come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei terrori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento

ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore -­
cosa può essere un uomo in un paese,

sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

.

(da “Gli strumenti umani”)

Miroslav Kosuta, tre poesie

carta e penna

Miroslav Kosuta è nato a Kiz nel 1936, ha frequentato il liceo scientifico sloveno di Trieste e continuato gli studi presso l’Università di Ljubljana, dove si è laureato in Letteratura Comparata. E’ stato redattore della radio di Ljubljana e, dopo il ritorno a Trieste, tra le altre attività per più di vent’anni direttore artistico del Teatro Stabile Sloveno. Poeta, drammaturgo e traduttore, ha pubblicato la sua prima raccolta nel 1963, alla quale ne sono seguite molte altre fino alla recente Mesto z malam San Carlo (La città con il molo San Carlo) del 2002.

*

Misa – la tavola

Beata tu sia, tavola, che hai gambe
ma non ti allontani da noi: tu sì che sei saggia
e sai dov’è la felicità.

Beata tu sia, tavola, che sei di rovere tinto
e ampia, sì che tutti e quattro
a te sediamo con i nostri giorni e notti.
Con tovaglie ti avvolgono brezze di primavera,
il profumo di cibo casereccio ti impregna
e tu verdeggiando cresci,
cresci e sei la nostra casa: a te
veniamo e da te quando ci hai confortati
e dissetati.

Beata tu sia, tavola, che sei il mio libro:
nei tuoi cerchi segno la felicità
e la crescita dei figli, con l’altezza delle tue gambe
misuro il mio sconforto –

un giorno ci servirai solo tre piatti,
un altro giorno due,
poi un suono secco nel tuo dorso:
come la molla saltata in un vecchio orologio.

~

Vrata – la porta

La porta, semplice e a misura d’uomo,
con fondamenta d’amore e vaghe aspettative,
si erge come un arco di trionfo.

Quante trincee espugnate là dietro, quanti
cavalli di frisia, grida soffocate, lingue
di fuoco e notti trafitte da spari
e tregue e trattati e la porta,
la porta, compagna sempre un palmo più alta di te.

Col faro si apre e si chiude,
chiama nella nebbia, nel buio, nel chiarore,
permeata da una tenue
luce violetta. Da qui se ne vanno
mia moglie e i ragazzi, da qui
entra la paura. Maniglia e chiavi sono fatte
per la mano, ma le mani non sanno quel che fanno,
stillano angoscia in me. Non andate,
non andate, grido.

Ma è scritto: anche tu andrai.

~

Hisa – la casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio che misura la notte,
e un tarlo che rode la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto che sa di sudore.

Ogni casa ha una porta che si apre
alla paura,
e fra tante finestre una
per i suicidi.

Da noi le case sono lampioni
e brillano sul mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe secche
dove mi aspetta
un corpo,
schiuso come terra
e profondo
come una tomba.

.

(Per questa condivisione si ringrazia il sito “el-ghibli”)

Corrado Govoni, San Francesco e gli uccelli

GIOTTO, Compianto delle Clarisse, 1290-95, affresco_ Assisi, Basilica superiore di San Francesco San Francesco e gli uccelli di Corrado Govoni

Tu sì che lo sapevi
perché sono felici gli uccelletti,
tutt’ali per volare e gole per cantare:
perché toccan la terra
soltanto per dormire e per morire.
Erano i tuoi fratelli tripudianti,
anch’essi mendicanti
che campan di minuzie
raccolte per le strade e nei cortili.
E con un cenno della mano
li radunavi tutti:
dai cespugli, vicino; dai boschi, lontano.
Allora ti volavan sulle spalle e sulla testa
e, beccandoti e tirandoti la tonaca,
ti facevano festa
senza sapere quello che volevi.

Poi si quietavano guardandoti
per ascoltare ciò che tu dicevi.
« Lodate sempre il nostro buon Signore!
Lo dovete lodare a tutte le ore!
Non sapete né filare né cucire:
v’ha dato un vestimento duplicato;
perché non seminate né mietete,
vi pasce; e vi dà i fiumi per bere,
e per i nidi gli alberi in fiore.
Lodato sempre sia nostro Signore!»
Gli uccelli rispondevano a gran voce,
e tu li benedivi e licenziavi
con un segno di croce.

Oh! quante volte ti fermasti ad
ammirarli lungo le siepi, sotto i pini,
affaccendati ad intrecciar le culle
di fuscelli, di bioccoli e di crini,
ed a covare zitti e segreti!
La tortorella, quand’era stanca
di stare con la pancia sopra l’uova
calde che tu; toccavi con un dito
per sentir muovere i pulcini,
usciva fuori a picchiare
il maschio, con piccoli gridi:
lo costringeva a far da mamma.
Quante volte parlasti con le rondini,
coi loro rondinini ancora ignudi
che facevano sporco fuor dei nidi!

*

(In apertura: Giotto, Saluto di Chiara e delle sue compagne a Francesco; Assisi, Basilica Superiore)

Angela Greco AnGre, due inediti

C’eravamo promessi poesia,
ma è arrivata presto la sera con il suo fare,
mille auto sulla strada e la polvere.
Un traffico d’incombenze da assolvere;
peccati da scontare a prezzo pieno.
Non c’è tempo; non è questa l’ora.
.
Poi, nello svoltare un angolo d’improvviso
il tuo volto e le stelle dei tuoi occhi
la promessa mantenuta.

~

Ottobre scorre tra le dita in filigrana;
un rosario di ricordi nodo a nodo passa
tra le mani occupate a rammendare sere.
La luce declina in pensieri silenziosi;
sorti di stelle e buio si sta alla porta,
in attesa della stagione successiva.

Fin dal primo giorno un bacio è in bilico
sulle stesse labbra, che trattengono il fiato
insieme all’ultima foglia.
Sospesi e senza protezione.

*

Angela Greco AnGre, inediti (2021)

Robbie Williams, Angels – sassi sonori

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Angels è un singolo del 1997 di Robbie Williams tratto dall’album Life thru a Lens, scritto da Guy Chambers e Robbie Williams.

.

Angeli

Io mi siedo e aspetto
che un angelo guardi il mio destino
loro conoscono
i posti dove andremo
quando saremo vecchi e coi capelli grigi
perché mi hanno detto
che la salvezza fa aprire le loro ali
così quando io sono disteso nel mio letto
i pensieri scorrono nella mia testa;
io sento che l’amore è morto,
ed invece mi sto innamorando di un angelo.
E attraverso tutto ciò, lei mi offre protezione,
tanto amore e affetto
che io stia bene o male,
e sotto la cascata
in qualunque luogo sia lei mi prenderà
io so che questa vita non mi spezzerà
Quando inizierò a gridare, lei non mi abbandonerà
invece io mi sto innamorando di un angelo.
Quando mi sento debole
e il mio dolore viaggia per una sola strada
io guardo al cielo
so che sarò sempre fortunato con l’amore
E come il sentimento cresce
lei respira freschezza attraverso le mie ossa
Ed invece, quando l’amore muore
invece io mi innamoro di un angelo
E attraverso tutto ciò, lei mi offre protezione,
tanto amore e affetto
che io stia bene o male,e sotto la cascata
in qualunque luogo sia lei mi prenderà
io so che questa vita non mi spezzerà
Quando inizierò a gridare, lei non mi abbandonerà
invece io mi sto innamorando di un angelo.
E attraverso tutto ciò, lei mi offre protezione,
tanto amore e affetto
che io stia bene o male,
e sotto la cascata
in qualunque luogo sia lei mi prenderà
io so che questa vita non mi spezzerà
Quando inizierò a gridare, lei non mi abbandonerà
invece io mi sto innamorando di un angelo.
(in apertura immagine by Depositphotos – traduzione e materiali dal web)

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Angeli vedi nella prima luce
tra la rugiada curvarsi,
Cogliere e volar via con un sorriso:
crescon per loro i fiori?

Angeli vedi quando il sole infuria
tra le sabbie roventi,
cogliere e volar via con un sospiro:
ed i fiori avvizziti con sé portano.

~

L’anima dovrebbe sempre star socchiusa
perché ove il cielo chieda
non sia obbligato ad aspettare
o temendo di disturbarla

se ne vada, prima che lei faccia scorrere
il chiavistello nella porta
per scoprire che il cortese ospite,
il suo visitatore, non c’è più –

~

Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.

Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.


La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.

Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.

Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.

*

(In apertura opera di Joanna Sierko Filipowska; poesie dal web)