Ottobre bello d’autunno e di colori…

autunno_libro_slider-1728x800_c

Autunno di Boris Pasternak

Ho lasciato disperdersi i miei cari,
tutti i miei sono da tanto chissà dove,
e, nel cuore e nella natura, tutto
è pieno della solitudine di sempre.

Ed eccomi qui con te in questo capanno,
nel bosco senza nessuno e deserto.
Come nella canzone, i viottoli e i sentieri
già quasi li cancella l’erba.

Ora noi soli guardano
rattristati i muri di tronchi.
Non promettemmo di assaltare ostacoli,
noi periremo a viso aperto.

Ci sediamo all’una e ci alziamo alle tre,
io con un libro, tu con il ricamo,
e all’alba non ci accorgiamo
che abbiamo cessato di baciarci.

Piú sfarzose e piú sfrenate ancora
stormite, scrollatevi, foglie,
e con l’odierna angoscia fate
che trabocchi l’intero calice di ieri.

Attaccamento, trasporto, fascino!
Disperdiamoci nello stormire di settembre!
Immergiti tutta nel fruscio dell’autunno!
Vieni meno o esci di senno!

Tu l’abito lasci andare, cosí,
come il bosco lascia le foglie,
quando cadi nell’abbraccio
con la vestaglia dal fiocco di seta.

Tu sei il bene d’un passo funesto,
quando vivere dà piú nausea d’un male.
Ma la radice della bellezza è l’ardire,
e questo l’un verso l’altra ci attrae.

bosco in autunno

Ottobre di Robert Frost

O dolce quieta mattina d’ottobre,
Sono pronte a cadere le tue foglie.
Il vento di domani, se sarà
Forte, tutte le sperderà.
Sopra la selva il richiamo dei corvi,
Forse domani se n’andranno a schiera.
O dolce quieta mattina d’ottobre,
Lente inizia le ore di questo giorno.
Fa’ che il giorno ci sembri meno breve.
Noi, cuori non avversi all’illusione,
Illudi nel modo che sai.
Stacca una foglia all’aprirsi del giorno,
A mezzodì stacca un’altra foglia;
Una dai nostri alberi, una molto lontano.
Attarda il sole con la nebbia gentile:
Incanta la terra col tuo ametista
Oh lentamente!
Per amore di quella vigna, non foss’altro,
Le cui foglie già sono strinate dal gelo,
I cui grappoli andranno altrimenti perduti
– Per amore di quella vigna lungo il muro.

foglie_autunno

Sole d’ottobre di Ada Negri
.
È così pura questa
gioia fatta di luce e d’aria: questa
serenità ch’è d’ogni cosa intorno
a te, d’ogni pensiero entro di te:
quest’armonia dell’anima col punto
del tempo e con l’amore che il tempo guida.
Non più grano, né frutti ha ormai la terra
da offrire.
Sta limpido l’Autunno
sul riposo dell’anno… Il fisso
azzurro, immemore
di tuoni e lampi, stende il suo gran velo
di pace sulle rosseggianti chiome
delle foreste. Quand’è falciata
la spiga, spoglia la pannocchia, rosso il vin nei tini, e le dorate noci
chiaman l’abbacchio, e fuor del
riccio scoppia
la castagna, che importa la minaccia
dell’Inverno, alla terra?..
Trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo.
.
autunno1
.
.

Alfonso Brezmes, tre poesie

scrittura_3

Tre poesie di Alfonso Brezmes (Madrid, 1966) è uno dei poeti spagnoli piú noti. La sua poesia è al tempo stesso colta e popolare, tanto da farlo apprezzare sia da critici e lettori tradizionali sia da un piú largo pubblico. Il suo immaginario si nutre di riferimenti letterari (Baudelaire, Rilke…) ma anche di cinema e di cultura pop.

*

A volte ritorniamo sulle pagine
dove una volta siamo stati felici.
È facile come lasciare che corrano
all’indietro tra le dita,
tornare ai segni che abbiamo lasciato,
a quelle brevi note con cui
volevamo indicare a un altro lettore
che proprio lì doveva fermarsi.

Basta cercarle per vedere
che non sono più le stesse:
qualcosa è cambiato in questo breve
intervallo in cui ce ne siamo andati.

Tornare è un altro modo di misurare
la grandezza incerta della ferita.

~

Finzioni

Dimmi che è solo un sogno
o al massimo un altro racconto di Borges;
che i sentieri che percorre l’amore
sono labirinti che si biforcano
e si perdono, si biforcano
e si perdono, e che il tuo ricordo
è solo un uccello che attraversa
in volo
gli incerti confini della poesia.
Un altro universo
tra le migliaia di universi possibili.
Un’ultima,
e dolce,
e superba
metafora dell’oblio.

~

Penelope

In un altro tempo ti avrei aspettato
facendo e disfacendo di ora in ora
questa interminabile matassa,
fantasticando un’altra vita in cui la vita
possa fermarsi per molti anni
fingendomi pazza, ma amore,
siamo nel XXI secolo,
sono le quattro e di nuovo non torni.
È arrivato il momento di far tacere le sirene
che con il loro canto raccontano le tue gesta,
ed è ora di finire il tuo sudario.

Riproponiamo: Guido Reni, San Michele – sassi d’arte

……….“Una pittura argentea capace di raggiungere livelli straordinari di intensa delicatezza fissando i canoni di una bellezza virtuosa, una bellezza che si propone come modello estetico e morale. Immerse in un idealismo classicheggiante, le opere di Guido Reni ripercorrono i sentieri idilliaci del mito e della storia antica con uno sguardo di stima verso l’eredità culturale del Rinascimento. Una ricerca del vero necessaria e fortemente voluta, ma depurata dei suoi aspetti più volgari fino alla sublime rappresentazione del vero ideale.

Quel sottile e fragile equilibrio che cerca di mediare la purezza del divino con l’oscurità del vero si evince da ogni sua opera capace di coniugare l’ esigenza di verità caravaggesca con il divino classicismo di Raffaello nel complesso confrontarsi con la tradizione. Vesti fruscianti, delicati panneggi, volti fanciulleschi testimoniano l’alto senso della bellezza risultato finale di un approccio conservatore che ripropone la monumentalità antica ed il naturalismo contemporaneo.”[dal sito finestrasullarte]

In via Veneto, a breve distanza da piazza Barberini, sorge la chiesa di S. Maria della Concezione fatta edificare nel 1624 dal cardinale Antonio Barberini, cappuccino e fratello del pontefice Urbano VIII (1623-44). Sull’altare della prima cappella a destra è esposto uno splendido dipinto ad olio su seta raffigurante “San Michele che abbatte il demonio”. Fu eseguito intorno al 1635, su commissione del cardinale sopracitato, dal bolognese Guido Reni, uno dei massimi esponenti del classicismo, famoso anche per il suo carattere stravagante: molto ricco ed avvenente, il pittore amava il gioco d’azzardo ed era capace di passare delle intere notti a giocare a carte, aveva estrema cura del suo aspetto e qualche fobia, come quella di vivere nella continua paura di essere avvelenato.

Michele – capo supremo dell’esercito celeste, degli angeli fedeli a Dio, il cui nome significa “chi come Dio?” – l’arcangelo impegnato nella lotta contro il male, è rappresentato da Reni come un giovinetto di rara bellezza, forte e delicato al tempo stesso, che, con la spada sguainata, respinge all’inferno un irritato diavolo, di cui calpesta il capo con il piede; il quadro suscitò l’ammirazione dei contemporanei, ma anche un vespaio di polemiche all’atto dell’esposizione nella chiesa dei Cappuccini.

Occorre ricordare che, tra le famiglie romane del Seicento, spiccavano i Barberini ed i Pamphili, sempre in competizione tra loro per affermare il proprio prestigio. Secondo quanto si racconta, Guido Reni venne a sapere che il cardinale Giovanni Battista Pamphili, il futuro papa Innocenzo X (1644-55), in qualche modo gli aveva arrecato offesa o, forse, lo aveva diffamato, parlando in maniera poco felice dell’artista, ragione per cui Reni, si racconta, mise in atto una subdola vendetta.

L’artista avrebbe inserito il ritratto del cardinale sulla tela precisamente nel volto, contratto da una smorfia di dolore, di Satana schiacciato dal piede dell’Arcangelo Michele. In effetti, la somiglianza può essere verificata (foto qui sotto) confrontando questo dettaglio del volto del diavolo nel quadro di Reni con il ritratto di Innocenzo X eseguito da Diego Velasquez: stesso volto altezzoso, uguale fronte stempiata, simile persino il taglio della barba. Una tale mancanza di rispetto per un Pamphili, inoltre, avrebbe certo fatto piacere al committente dell’opera, appartenente alla famiglia rivale dei Barberini. L’artista così si espresse, circa la realizzazione dell’opera: “Vorrei aver avuto pennello angelico, o forme di Paradiso per formare l’Arcangelo, o vederlo in Cielo; ma io non ho potuto salir tant’alto, ed invano l’ho cercato in terra. Sicché ho riguardato in quella forma che nell’idea mi sono stabilita e dovetti dipingerlo secondo la mia fantasia. Il demone invece l’ho incontrato parecchie volte, l’ho guardato attentamente e ho fissato i suoi tratti proprio come li ho visti”.

Nella mente geniale dell’artista l’idea chiara e definita che il bene – personificato da San Michele – abbracci il bello, accompagna la mente dell’osservatore verso la comprensione della più antica lotta tra bene e male, in contrapposizione con lo sguardo demoniaco di Satana, così fortemente espressivo, testimone della sconfitta ormai sopraggiunta. Ma questo sguardo nasconde, forse, una personale vendetta dell’artista nei confronti di un potente uomo di Chiesa? Non era certo colpa sua se il Cardinale Pamphili somigliava alla sua visione di Satana in modo così imbarazzante! Si giustificò Guido Reni al cospetto del Cardinale stesso, che, vedendosi ritratto in sembianze demoniache, protestò vivamente nei suoi confronti. Certo è che il cardinale si pentì di aver riservato all’artista parole ben poco piacevoli sul suo operato artistico. Quando, nel 1644, Giovanni Battista Pamphili salì al soglio pontificio con il nome di Papa Innocenzo X, Guido Reni era già morto da due anni e ormai al sicuro da qualsiasi possibile vendetta. Ma se l’arte, la vera arte, è eterna, allora la vendetta dell’artista avrà ancora lunga vita.

[Giorgio Chiantini – adattamento fonti varie dal web]

Nazim Hikmet, tre poesie

Tre poesie di Nazim Hikmet  (Salonicco, 1902 – Mosca, 1963) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.

*

Nasceranno da noi uomini migliori 

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando
le stelle del cielo
diranno:
«Com’è bella la vita!»
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva,
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
E nemmeno
la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni
questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.

~

Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

~

Prima di tutto l’uomo (lettera al figlio)

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.
Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.
Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

Buongiorno…

buongiorno

“Viva l’Italia
L’Italia liberata
L’Italia del valzer
L’Italia del caffè
L’Italia derubata e colpita al cuore
Viva l’Italia
L’Italia che non muore.
Viva l’Italia presa a tradimento
L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
Viva l’Italia
L’Italia che non ha paura.
Viva l’Italia
L’Italia che è in mezzo al mare
L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare
L’Italia metà giardino e metà galera
Viva l’Italia
L’Italia tutta intera.
Viva l’Italia
L’Italia che lavora
L’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora
L’Italia metà dovere e metà fortuna
Viva l’Italia
L’Italia sulla luna.
Viva l’Italia
L’Italia del 12 dicembre
L’Italia con le bandiere
L’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l’Italia
L’Italia che resiste.”

– Francesco De Gregori –

Alfonso Gatto, due poesie

Mare_in_inverno

Due poesie di Alfonso Gatto (Salerno, 1909 – Orbetello, 1976)

*

Poesia d’amore 

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l’anima.
E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.
Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.
Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
E il bacio che cerco è l’anima.

~

Le vittime 

La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
vivide di tenacia, intente d’essere.

Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
la sua sabbia infinita nel crepuscolo.

Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.

Due inediti di Angela Greco AnGre

145803__lake-pond-pond-forest-trees-bench-benches-branches-leaves-autumn-rose-foliage_p

Chi mi difenderà dal tuo bel volto? (Michelangelo)

*

Quando sorridi s’apre un nuovo mondo,
tra i tuoi occhi e le labbra dischiuse,
s’accendono meraviglie e desideri.
Torna il cielo prima di ogni difficoltà e
sembra possibile persino essere felici.
Tutto del tuo viso accende il sole e
finanche il tempo che passa si ferma
a guardare la sua parte migliore.

~

Prima che giunga domenica
attraverserò gli asfodeli che sono stati
prima di te e del tuo sorriso di giorno
che ha vinto il buio; solcherò i tuoi silenzi
prima di rivedere il riflesso nello specchio
del nuovo tempo e nuove fioriture saranno.
.
Sorrido quando ti spiazza una poesia e
svela quella pianura inesausta che contieni
gelosamente stretta al ciglio dei tuoi occhi dolci,
tra acque e terre salate distanti più di un mondo.
Mi fermo nell’aria di questa lunga estate settembrina
ad aspettare quella sola domenica. Pensando a te.
.
Non solo domani, non solo nella battaglia.

*

Angela Greco AnGre, settembre 2022

Due poesie di William Cliff

carta e penna

Tempesta

la tempesta avanzava urlando la tempesta
urtava il tetto delle case la tempesta
spingeva continenti di nuvole smontate
la tempesta impediva il sonno del mercante
lo studente inquieto rigirava le sue voglie
nelle pieghe ribelli del letto l’impiegato
con la gamba spezzata sotto il corpo immobile
contemplava il suo tedio distrutto nelle pieghe
della tempesta il conducente sente il volante
sfuggire al suo controllo il venditore locale
vede il telo volar via e i suoi articoli all’aria
il banchiere impaurito tira giù la serranda
sul gabbiotto minacciato della sua agenzia
e le pecore prudenti vanno a ruminare
in un buco senza vento la tempesta va
e viene a sfiatarsi sulle pianure dell’Est
e il cielo sgombro dopo la tempesta lascia
che il gelo venga a massacrare gli insetti
la cui avida ingenza preparava di già
un’estate vana per la terra troppo calda

~

Malinconia

Ho subìto un attacco di malinconia
ritrovandomi solo in mezzo alla terra
vedendo che il sole andava già via
per sprofondare lontano dalla mia sfera.

Il suo raggio luminoso non mi riscalda
la causa è la mia vita fredda come un’arca
nell’indifferenza che la tiene salda
e si tuffa lontano da quella stella.

Non mi resta che scrivere la mia mania
sperando che scrivendola possa calmarsi
e rimanere come un cavallo che si ferma
si volta e aspetta l’ora dell’avena

che schiaccerà lento fra i suoi grossi denti
per dimenticare l’immensità del tempo.

*

William Cliff, al secolo André Imberechts, autore belga classe 1940, è tra i più riconosciuti poeti francofoni contemporanei; autore di libri di viaggio, memorie, testi teatrali e oltre quindici raccolte poetiche. In Italia è da poco stata pubblicata la raccolta Materia chiusa (Elliot 2020), tradotta da Fabrizio Bajec.

Versi di Antonin Artaud

Emilio Vedova, Oltre -3 (Ciclo 1, 1985), 280x280 cm, pittura su tela, Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Venezia

In sogno

In fondo ai giardini dei nostri sogni
Più belli dei sogni più belli dei nostri numi,
Colti attraverso misteriose armonie
In noi esploderanno sogni divini
E poesie bugiarde
Di cui ascolteremo le strofe infinite
In sogno.
E i venti incurveranno gli alberi fino a terra,
Alberi più sontuosi del tramonto,
Recante frutti di porpora e d’oro, di diamante
Dai riflessi allettanti.
Con occhi di misteriosi smeraldi
Che scagliano misteriose fiamme…
E i venti piegheranno gli alberi e i nostri corpi
Ai legni strapperanno le loro musiche interne,
E le nostre voci lanceranno musiche sublimi
Negli androni di foreste selvatiche dalle alte cime
Fluenti d’oro.
Per meglio cogliere l’anima dei nostri domini,
L’anima notturna decadente e crepuscolare,
La grande anima tenebrosa e divina
Ci incammineremo lungo il sentiero azzurro che porta
Di fronte al tramonto
Sfavillante di sfarzo e di armonia
Come un rosone nel cuore di un tempio immenso.
E là ascolteremo la cadenza immortale
Delle linee e dei corpi ritmati
E di gotiche balaustre profumate
Dalla dolcezza dei corpi amanti
Dagli uomini con grandi anime cadenzate,
Dai poeti profumati.

~

Poeta nero

Ti assilla un seno di vergine,
poeta nero,
poeta inacidito, mentre la vita bolle
e la città arde,
e il cielo si riassorbe in pioggia,
e la tua penna graffia al cuore della vita.

Foresta, foresta brulicante d’occhi
sui pinoli disseminati;
chiome di bufera, i poeti
inforcano cavalli e cani.

Gli occhi si infuriano, le lingue girano
il cielo fluisce nelle narici
come un latte nutriente e azzurro;
io sono appeso alle vostre bocche
donne, aspri cuori di aceto.

~

Post Scriptum

Chi sono
da dove vengo?
Io sono Antonin Artaud
e lo dico
come so dirlo
immediatamente
voi vedrete il mio attuale corpo
volare via in schegge
e raccogliersi
in diecimila aspetti ben noti
un corpo nuovo
in modo che non possiate
mai
dimenticarmi

*

Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Parigi, 4 marzo 1948) — in apertura, opera di Emilio Vedova.

Due poesie di Salvatore Quasimodo

nuvole-rosse

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

~

Alla nuova luna

In principio Dio creò il cielo ..
e la terra, poi nel suo giorno
esatto mise i luminari in cielo
e al settimo giorno si riposò.
Dopo miliardi di anni l’uomo,
fatto a sua immagine e somiglianza,
senza mai riposare, con la sua
intelligenza laica,
senza timore, nel cielo sereno
d’una notte d’ottobre,
mise altri luminari uguali
a quelli che giravano
dalla creazione del mondo. Amen.

*

Salvatore Quasimodo (Modica, 1901 – Napoli, 1968) è stato un poeta e traduttore italiano, esponente di rilievo dell’ermetismo. Ha contribuito alla traduzione di vari componimenti dell’età classica, soprattutto liriche greche, ma anche di opere teatrali di Molière e William Shakespeare. Nel 1959 gli viene assegnato  il premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione:  “Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.


			

Riproponiamo: Henri Julien-Félix Rousseau, L’incantatrice di serpenti – sassi d’arte

L’incantatrice di serpenti (la charmeuse de serpent), opera realizzata nel 1907 da Henri Julien-Félix Rousseau detto il Doganiere (arruolato come soldato semplice durante la guerra con la Prussia nel 1870 e subito rilasciato poiché figlio di madre vedova, entrerà nel 1871 come gabelliere nell’ufficio comunale del dazio di Parigi; impiego che svolgerà fino al 1893, maturando contestualmente il desiderio di divenire pittore, e che comporterà, poi, in ambito artistico il soprannome di Doganiere), è un olio su tela, cm 189,5 x 169, conservato nel Musée d’Orsay di Parigi. La tela fu commissionata dalla madre di Robert Delaunay appena tornata da un viaggio nelle Indie; dopo aver ascoltato il racconto della donna, Henri Rousseau, avrebbe deciso di realizzare un dipinto riproponendo i paesaggi visti e vissuti da Mme de Rose. Rousseau, nato a Laval, Mayenne (Francia) nel 1844 e morto a Parigi nel 1910, fu pittore autodidatta e tardivo, che, a differenza di quanto si possa credere vedendo tante rappresentazioni delle sue opere, compì pochi viaggi; la maggior parte delle giungle raffigurate furono realizzate presso il museo di Storia naturale e nella grande serra del Giardino delle piante di Parigi. Alla stregua di Roussel nelle sue Impressioni d’Africa, così Rousseau ha coltivato i suoi sogni di esotismo nella capitale francese.

Tra i più ferventi ammiratori di questo artista, possiamo citare Alfred Jarry, André Breton, Guillaume Apollinaire, lo stesso Robert Delaunay e perfino Pablo Picasso. A quest’ultimo, Rousseau confesserà un giorno: “In fin dei conti lei realizza nel genere egiziano quello che io faccio nel genere moderno”. Questa osservazione, pur suscitando sorpresa e divertimento, non esclude il fatto che ogni elemento, in questa Incantatrice di serpenti, praticamente è nuovo: il soggetto in primo piano è una Eva nera posta in un giardino inquietante, raffigurata nell’atto di incantare un gruppo di serpenti dalle sembianze spaventose, che richiamano subito alla mente quello meglio noto e adulatore tratteggiato nella Genesi. Molte opere di questo genere di Rousseau fanno venire in mente il giardino dell’Eden, il Paradiso terrestre: qui, ad esempio, il serpente che si avvolge intorno all’albero ricorda un particolare delle scene della tentazione di Adamo ed Eva di Masolino. La differenza, però, sta nel fatto che nell’opera del Doganiere Eva ammansisce o lusinga il serpente e non viceversa.

Risalta all’osservazione il fatto che ad essere in ombra è solamente la donna ritratta con i capelli lunghi, sciolti e gli occhi che brillano: questa Eva sembra sedurre la Natura selvaggia, o, piuttosto, bloccare la medesima in un singolare silenzio, lasciando cogliere la forza dell’intento, ossia il serpente ammansito alla sua sinistra.
Nel dipinto, possiamo inoltre ammirare una rigogliosa vegetazione, così curata da creare l’illusione che gli stessi fiori siano in grado di emanare il profumo anche fuori dalla tela, un fiume ed un fenicottero rosa, dipinto in basso a sinistra, che risultano, invece, bagnati dalla luce di un bellissimo chiaro di Luna.

Nuovo è, nel periodo di realizzazione dell’opera, anche lo stile: colori freschi e densi, in controluce, che anticiperanno quelli di Magritte, ed un tratto al contempo sia naif che preciso; colori, immersi in una composizione verticale dall’innovativa asimmetria. La figura umana, gli animali, lo sfondo di piante dal lussureggiante sviluppo, sono eseguiti con dovizia di particolari, in un mondo magico e fiabesco (l’artista ha voluto dipingere il fenicottero rosa, copiandolo da un libro illustrato per bambini, contribuendo a portare una ventata di originalità fanciullesca al dipinto e costruendo un’immagine fuori dal contesto naturale e pittorico dell’opera), che coinvolge anche lo spettatore in una  rappresentazione fantastica, anticipatrice di quello che sarà il Surrealismo. (adattamento di fonti varie dal web)

 

Guillaime Apollinaire, due poesie

cuore

Guillaume Apollinaire (1880 -1918), pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky, è stato un poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese.

*

IL PONTE MIRABEAU (trad.di Vittorio Sereni)

Sotto Pont Mirabeau la Senna va
E i nostri amori potrò mai scordarlo
C’era sempre la gioia dopo gli affanni

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
E sotto il ponte delle nostre braccia
Stanca degli eterni sguardi l’onda passa

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

L’amore va come quell’acqua fugge
L’amore va come la vita è lenta
E come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Passano i giorni e poi le settimane
Ma non tornano amori né passato
Sotto Pont Mirabeau la Senna va

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

~

OH LOU MIO GRAN TESORO

Oh Lou mio gran tesoro
Facciamo dunque la magia
Di vivere amandoci
Da estranei
E castamente

Faremo viaggi
Vedremo luoghi
Tutti pieni della voluttà
Dei cieli d’estate

Le mie mani resteranno pure
Il mio cuore ha le sue ferite
Che tu mi medicherai
Poi tra le mie braccia
Dormirai

Con graziose menzogne
False parvenze di sogni
Tu farai in modo che restando sveglio
Abbia dormito
Stupito

Questo cervello che offro
Alla tua grazia oh demone
Oh pura nudità
Della Limpidezza
Della pallida estate

Così evoco quella
Che ti prenderà mia bella
Con l’Arte magica
Antichissima
Che conosco bene

I filtri i pentacoli
Gli spettacoli luminosi
Ti portino ingranditi
I Paradisi
Più maledetti

Ti giuro sentiremo
Una pura voluttà
Senza tanti contatti
Che rendono dementi
Tutti gli amanti

E puri come angeli
Canteremo le lodi
Della tua gran bellezza
Nella mia Limpidezza
Di Purezza

Elsa Morante, due poesie

willy-ronis-gli-innamorati-della-bastiglia-1957

Lettera

Tutto quel che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio del diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.
Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!

~

Amuleto

Quando tu passi, e mi chiami,
assente son io.
Per lunghe ore ti aspetto,
e tu, distratto, voli altrove.
Ma tanto, il mezzano serafico
del nostro amore,
il sultano dello zenit
che muove sul quadrante le sfere
con le dita infingarde e sante,
ha già segnato l’istante
del nostro convegno.
Molli si volgono i miei giorni
a quella imperiosa stagione.
Candida e glaciale essa risplende
alta salendo, come fuoco.
Ah, nostra incantevole stanza!
Che importa a me, infido spirito,
dei tuoi diversi pensieri?
Il presagio inchina già la fronte
all’annuncio. Sorte e amore
ti congiungono a me.

*

Versi da “Alibi” (Einaudi)

di Elsa Morante (1912 – 1985)

Vittorio Sereni, tre poesie

11-De-Chirico-

Finestra

Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.

Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
– e sto nascosto –
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
– e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.

Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò –
che in gara ora, l’ascolti?
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.

~

Via Scarlatti

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

~

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

*

Vittorio Sereni (Luino, Lago Maggiore, 1913 – Milano, 1983), poeta, prosatore e saggista italiano. Si trasferisce nel 1925 a Brescia con la famiglia e nel 1933, a Milano, dove si accosta alla cerchia di intellettuali che fanno capo al filosofo Antonio Banfi e dove si laurea in lettere con una tesi su Guido Gozzano. Lavorerà come insegnante di italiano e latino nei licei milanesi, frequentando la rivista Corrente e, nel 1941, pubblicherà – proprio con le edizioni di Corrente – il primo libro di versi, Frontiera (riedito nel 1942 con il titolo Poesie), ancora vicino alla poetica dell’Ermetismo.
Richiamato alle armi, come ufficiale di fanteria, sarà fatto prigioniero dagli inglesi in Africa settentrionale e, recluso per due anni in campo di prigionia tra Algeria e Marocco, raccoglierà questa esperienza  nelle liriche del Diario d’Algeria (stampato nel 1947).
Finita la guerra, Sereni riprenderà l’insegnamento liceale, lasciato nel 1952 per lavorare prima all’ufficio stampa della Pirelli (1952-58) e poi come dirigente editoriale alla Arnoldo Mondadori (1958-75). Dopo alcuni anni di silenzio poetico, nel 1965 uscirà Gli strumenti umani, che lascerà alle spalle le soluzioni ermetiche per un linguaggio più discorsivo, vicino al parlato, adatto ad affrontare le tematiche della disumanizzazione del mondo contemporaneo e della solitudine dell’uomo nella società delle macchine e del benessere. Nel 1981, infine, uscirà una nuova pubblicazione poetica, Stella variabile.

Nikolaj Zaboloc’kij, due poesie

ph.AnGre

Metamorfosi 

Come cambia il mondo! E come cambio anch’io!
Con un solo nome io mi chiamo,
In realtà quello che chiamano me, –
Non sono io solo. Siamo molti. Io sono vivo,
Affinché il mio sangue non arrivi a freddarsi,
Io sono morto più volte. Oh, quanti corpi morti
Ho separato dal mio corpo!
E se solo la mia ragione riuscisse a vedere
E alla terra volgesse l’occhio penetrante,
Essa vedrebbe là, tra le tombe, me
Sepolto in profondità. Essa mi mostrerebbe
Me, cullato dall’onda del mare,
Me, in volo nel vento verso un paese invisibile,
La mia povera spoglia, un tempo così amata.
Ma io sono sempre vivo! Sempre più chiaro e pieno
Lo spirito abbraccia masse di prodigiose creature.
La natura è viva. E’ viva tra le pietre
Anche l’erba viva e il mio morto erbario.
Anello nell’anello e forma nella forma. Il mondo
In tutta la sua viva architettura –
Organo che canta, mare di trombe, pianoforte
Che non muore né nella gioia né nella tempesta.
Come tutto cambia! Ciò che prima era uccello,
Adesso è una pagina scritta;
Il pensiero una volta era un semplice fiore,
Il poema procedeva come lento toro;
E ciò che era me, forse cresce di nuovo
E accresce il mondo delle piante.
E così, cercando a fatica di svolgermi
Come un gomitolo di complesso filo,
A un tratto vedrò ciò che si dovrebbe chiamare
Immortalità. Oh, miseria dei nostri pregiudizi!

~

Acquaforte 

E risonò nella sala assordante:
“Dalla casa dello zar un defunto è fuggito!”
Il defunto per le strade fiero cammina,
Gli inquilini lo tirano per le briglie,
Con voce di tromba egli canta una prece
E le sue braccia al cielo solleva.
Occhiali ramati, montati su membrana,
Pieno fino al collo di acqua sotterranea.
Su di lui uccelli di legno con fragore
Chiudono le ali sui battenti.
E intorno fulmini, cigolio di cilindri
E il cielo arricciato – e qui
La scatola della città con la porta sbottonata
E dietro una lamina di vetro – il rosmarino.

Per i testi si ringrazia il sito The Poeti

*

Nikolaj Alekseevič Zaboloc’kij (1903 – 1958) è stato un poeta, scrittore e traduttore russo. È considerato «uno dei grandi poeti russi del XX secolo», ma rimane ancora poco conosciuto in Occidente. È «l’ultimo rappresentante della tradizione russa futurista», «l’ultimo modernista russo» e «il primo poeta dell’era sovietica».