Un inedito e tre domande ad Angela Greco a cura di Flavio Almerighi

Ascolta & Leggi: un inedito e tre domande ad Angela Greco (feat. Mike Oldfield)

(dal blog Almerighi che si ringrazia di cuore)

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Ospite oggi è Angela Greco, che ringrazio per l’estrema disponibilità, sia nel regalare ai lettori del blog questo formidabile inedito, sia per aver risposto alla mini intervista qui sotto. [Flavio Almerighi]
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della pioggia è rimasta
la rosa imperlata di domande;
gocce minime di cielo in attesa
di mani capaci di tessere
una speranza.
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Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
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In quale stagione siamo?
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Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
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Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
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§
In questo tempo fermo
il viaggio è un odore, un profumo
da lontano, le mani belle,
ora che non si può toccare nulla
senza timori, senza pensieri.
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La mattina dal letto di ferro
si alza verso la penna;
righi dritti tradiscono equilibrio,
per poi scendere man mano
verso l’angolo dimenticato.
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Pezzi di carta da ricomporre
nel vano tentativo di ricomporsi.
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§
A te Vengo Errante, madre,
mentre pronuncio ogni nome,
ogni dolore e ancor più
ogni silenzio, che tu sai bene udire.
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Prego riscrivendo parole,
cercando in un altrove, ricordando.
E tu, anche, prega
anche per noi, adesso,
in questo momento
passato già nel dire
e non ancora prossimo,
se non per più alta volontà.
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Adesso, che non abbiamo altro,
se non il cielo, nell’ora più difficile
e ad ogni nuova morte,
nostra e non solo nostra.
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1) Dove sta andando la tua Poesia?
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Alla luce di quanto vissuto nella prima metà di questo 2020 continuare a scrivere poesie senza pormi interrogativi iniziava a non corrispondere più al bisogno interiore che ho iniziato ad avvertire già da tempo e di cui il mio ultimo edito contiene i prodromi. Scrivere per scrivere, belle parole da affidare ad un foglio, magari anche un po’ ruffiane per accattivarsi il plauso dei lettori non mi è mai appartenuto, ma ancor di più in questo momento di crisi, di incertezza, di paura. A metà febbraio ho chiuso quella che sarà la prima sezione del prossimo libro; a marzo, ho continuato a scrivere versi, ma qualcosa era cambiato nel tono, nell’umore, nella forma, nella visuale. Di questa mutazione ho preso consapevolezza solo da poco e per questo ho accettato di inviarti alcuni inediti, che reputo di transizione. Transizione che spesso è accaduta nella mia poesia, ma, che in questo periodo, è stata supportata da una vera e propria crisi personale, scatenata dalla situazione generale. Non sto qui a dire quel che fisiologicamente mi è accaduto, perché sono accadimenti che leggo essere stati comuni a molti, ma l’espressione più significativa di quello che a tutti gli effetti è stato un cambiamento, lo ha subito proprio la poesia. Dove stia andando non lo so, non l’ho mai saputo, a me basta che non si fermi, che non stagni, ma ancor più non posso saperlo oggi, dove va la mia poesia. Sicuramente siamo in ricerca, io e la mia poesia, ma se ieri dicevo che la mia poesia ricercava nel linguaggio la contemporaneità e l’essere umano in essa, oggi ti dico che sono proprio io come persona a cercare l’Uomo o quel che resta di esso a rischio anche di mettere da parte la stessa Poesia. Credo che questa ricerca sia un percorso quasi obbligato alla mia età, nel mezzo di quel cammino così bene cantato dal nostro padre Dante, se si vuole davvero essere parte della Storia e non «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia» di manzoniana memoria.
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2) Puoi spiegare meglio il legame tra la tua terra e la tua poesia?
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La mia terra, la pre-Murgia tarantina e l’arco ionico delle Gravine (geograficamente è il comprensorio specifico dove ricade la mia Massafra) sono un luogo antichissimo, custode di testimonianze fin dalla Preistoria, luogo di passaggio, finibus terrae e al contempo inizio, porta per altre terre; una terra, la Puglia in generale, estremamente variegata e straordinariamente ricca di suggestioni della quale, nonostante la mia origine franco-provenzale per parte di madre e che pure riconosco in tanti aspetti di me, mi sento felicemente parte. La mia terra è davvero madre per me ed è, soprattutto, la mia musa, inesauribile, dalla quale ho imparato tenacità e testardaggine, caratteristiche che accomunano persone, piante e animali di queste mie zone e rivelatesi molto utili proprio nei momenti meno luminosi. Sai, ci sono stati momenti in cui si è creato letteralmente il vuoto attorno a me, per svariate cause, e sai, invece, chi era al mio fianco? La mia terra. Si, lei per me è viaggio e Itaca nello stesso momento e il legame che si avverte tra la mia poesia e i miei luoghi è lo stesso che, anche senza parole, c’è tra chi partorisce e chi viene al mondo. Legame che soffre le inevitabili fasi fisiologiche della crescita, ma che sai essere indissolubile anche nei momenti peggiori. La mia poesia è la mia terra fatta parola e tramandata a chi verrà.
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3) Come vedi lo stato attuale dell’arte della poesia nel nostro Paese?
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Il periodo di emergenza sanitaria ha decretato la salita in cattedra della retorica e non solo in ambito poetico. Sembra che si siano rotte le cateratte del cielo del dire quel che l’altro vuole sentirsi dire e ho notato un fiorire esagerato di atti poetici dettati solo dalla circostanza, una brutta regressione di cui, insomma, potevamo farne decisamente a meno, se solo avessimo creduto un po’ di più nella Poesia stessa, che insegna l’attesa, lo stare nel momento per poi dirne successivamente. Invece, metaforicamente, mi è sembrato una sorta di fuggi fuggi generale, nel quale tutti sembravano afflitti dalla sindrome da ultimo giorno e giù a scrivere corbellerie supportati pure dall’uso smodato dei mezzi di comunicazione elettronica, che al meglio hanno fatto luce sulle maschere di questa assurda tragedia vissuta, come se i soggetti non avessero mai più dovuto avere il tempo di rileggere quelle scritture. Io ti confesso che in questi ultimi tre mesi, mi sono fermata sulla sponda del fiume e ho semplicemente aspettato, certa della massima panta rei, preferendo una poesia non dettata dalle strette circostanza, ma che potesse essere (e spero lo sia) memoria e custode degli accadimenti, scritta, insomma col senno del poi per evitare, appunto, di scadere nella retorica, elemento che alla lunga droga, assopisce e fa perdere la voglia di lottare per cambiare lo stato dei fatti. E per me la Poesia deve ancora mirare a questo.
In Italia, non solo in Poesia, mancano sempre la capacità di pensare con la propria testa, un sano discernimento e il coraggio di staccarsi da quel che è consolidato, di dire fuori dal coro, di procedere in prima persona senza accettare il giogo dei vari tritacarne editoriali o scuole di scrittura e di pensiero, che creano greggi ben tutelati e belanti tutti sulla stessa nota, in una omologazione che personalmente tollero ancora meno di sei mesi fa.
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p.s. Grazie di cuore a Flavio e ai lettori. Avevo davvero voglia di parlare!!

Nâzim Hikmet – L’ottimismo, di nuovo

opera di Vladimir Kush

L’OTTIMISMO, DI NUOVO

Io sono in vita ancora e lo spazio si dischiude,
solenne a Mosca l’apertura, io ci sono.
La mano bionda di un bambino è nella mia,
e sto davanti a un albero, l’abete all’anno nuovo.

E lo so bene, io: prima che compia un anno, il bimbo,
colori e sfere luccicanti nei suoi occhi,
le cosmonavi pubbliche su al sole, fra le stelle,
in un silenzio astrale come pesci fileranno.

E il viaggio? Con passaporto, o senza?
Uno scontrino? Biglietto a pagamento? E il nostro mondo
intanto in forma di un’anguria si allontana, di una mela,
e nella stratosfera s’incontrano con missili nemici?

A me, di effetti chiusi nei bagagli non importa,
conta per me, semmai, il peso con il carico di affetti.
La gente in viaggio avrà paura? Di chi, di che, perché,
in che modo? E quella furia folle di far soldi, di potere?

Quel bimbo, il viso splendido ai riflessi
di nastri e fiocchi dell’abete scintillante,
è chiaro, non so perché, ma è chiaro,
vivrà, lo so, due volte più di me.

E corra, lui, su e giù nel cosmo, sì. Ma questo è niente.
Altro e grandioso il prodigio sulla terra che vedrà:
sarà il trionfo della nazione umana unita a sfavillare.
Amici miei, sono ottimista io, e scorro insieme all’acqua …

Mosca, 7 gennaio 1959

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da “Poesie sparse”

Nâzim Hikmet, Poesie d’amore e di lotta – Mondadori — in apertura, opera di Vladimir Kush

Pink Floyd, A Great Day for Freedom – sassi sonori

Pink Floyd, dall’album “The Division Bell” [1994]‎

A Great Day for Freedom

On the day the wall came down
They threw the locks onto the ground
And with glasses high we raised a cry for freedom had arrived
On the day the wall came down
The Ship of Fools had finally ran aground
Promises lit up the night like paper doves in flight

I dreamed you had left my side
No warmth, not even pride remained
And even though you needed me
It was clear that I could not do a thing for you

Now life devalues day by day
As friends and neighbors turn away
And there’s a change that, even with regret, cannot be undone
Now frontiers shift like desert sands
While nations wash their bloodied hands
Of loyalty, of history, in shades of grey

I woke to the sound of drums
The music played, the morning sun streamed in
I turned and I looked at you
And all but the bitter residues slipped away… slipped away

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Un grande giorno per la libertà

Il giorno che il muro cadde
Gettarono i lucchetti a terra
E sollevando i bicchieri levammo un grido perché era arrivata la libertà.
Il giorno che il muro cadde
La Nave dei Folli s’era finalmente arenata
Le Promesse illuminavano la notte
come colombe di carta in volo.

Ho sognato che non eri più al mio fianco
Non restava calore, né orgoglio
E anche se avevi bisogno di me
Era chiaro che non potevo fare niente per te

Ora la vita si svaluta giorno per giorno
E amici e vicini se ne vanno via
Qualcosa è cambiato e neanche con il rimpianto possiamo tornare indietro
Ora le frontiere si spostano come la sabbia del deserto
E le nazioni lavano le loro mani insanguinate
Di lealtà, di storia in sfumature di grigio

Mi sono svegliato al suono dei tamburi
La musica suonava, il sole del mattino entrava dalla finestra
Mi sono voltato e ti ho guardata
E tutto tranne i resti amari è scivolato via… scivolato via

Francesco il ribelle di Enzo Fortunato letto da Angela Greco

Edito da Mondadori nel 2018 e giunto alla settima ristampa in pochi mesi, “Francesco il ribelle – Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia” è la recente pubblicazione di Enzo Fortunato, padre Enzo, giornalista e direttore della sala stampa del sacro Convento di Assisi e direttore della rivista “San Francesco patrono d’Italia” (per ricevere il primo numero clicca qui). Da direttore di sala stampa, quindi da giornalista e capace comunicatore, Enzo Fortunato ha redatto pagine che pongono l’accento sul linguaggio del santo assisiate, sulla parte potremmo dire artigiana, pratica, dell’uomo prima che santo, sul suo nuovo modo di parlare alle genti, che poi è specchio del nuovo modo di pensare e di agire, rispetto al proprio tempo, nei confronti del quale, in accordo con le parole di Albert Camus poste in esergo, che cos’è un ribelle? Un uomo che dice no!, pur vivendo appieno il Medioevo, si distacca, credendo in un sogno e mantenendo viva la testardaggine per concretizzarlo.

In estrema sintesi, nel libro di padre Enzo si viene in contatto diretto, attraverso i luoghi e le testimonianze tramandate dalle Fonti, con il sogno di un giovane che ha creduto – riuscendoci – di poter cambiare il mondo, non già per realizzare qualcosa per il proprio tornaconto, quanto piuttosto per il tornaconto, mi si passi l’espressione, dell’intero genere umano. Sì, perché a Francesco di Assisi stava e sta a cuore l’Uomo e con esso tutto il creato, in quanto manifestazione, presenza, del Creatore, visibile a noi comuni mortali solo attraverso le sue opere.

Il libro ripercorre con un linguaggio agile e discorsivo, intercalato da citazioni poetiche ed estratti dagli scritti del santo e sul santo, le principali tappe che hanno condotto un ragazzo, che voleva diventare cavaliere alla maniera di Re Artù, a diventare una delle figure più care a credenti e non credenti, proprio in virtù di quella semplicità sulla quale ha fondato tutta la sua realtà, in un momento storico nel quale quel suo modo di agire e di pensare significava essere considerati quantomeno folli.

Enzo Fortunato, al di là dell’attività di cronista, grazie alla quale conosciamo o ricordiamo la vita del santo poverello, compie una ricognizione del giullare di Dio – supportata da un apparato bibliografico degno di nota – a suon di storia, filosofia, arte, addirittura folklore, ma soprattutto, affida le sue pagine alla poesia, da Dante, un verso del quale, tratto dal Paradiso, titola il primo capitolo, a Rilke, con i cui versi dedicati al trapasso dell’assisiate si chiude l’ultimo capitolo, passando per Emily Dickinson e Alda Merini, omaggiando, con percepibile emozione, colui che ha scritto il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, Francesco d’Assisi. “Francesco il ribelle” si lascia leggere con facilità, aderendo compiutamente al fatto che “il francescano non ama le prediche lunghe e noiose – come lo stesso autore afferma nelle pagine – poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra” così come si legge nella regola Bollata, in un crescendo di affetto per il protagonista, per il ragazzo, prima, e per l’uomo, poi, che culmina nella commozione, quando nell’ultimo capitolo si legge dei momenti precedenti la morte del santo e si vorrebbe subito ritornare alla prima pagina per cogliere altre sfumature, sentire ancora la voce dell’autore che con fraterna gioia racconta questa storia così viva e vera ancora dopo otto secoli.

La libertà e l’abbraccio sono il cardine-culmine – o, come ha scritto l’autore, “i due orizzonti che colpiscono in Francesco” tra le tante suggestioni che si profilano – della Conclusione, nella quale, alla fine di questo tratto di strada percorso, qual è un libro, si mette in evidenza il passaggio da una dimensione ego-centrica ad una nuova dimensione comunitaria o, più semplicemente, dall’io al noi, epicentro (ho scelto volutamente questo termine tratto dalla Sismologia, per indicare il profondo sconvolgimento della superficie generato da un moto interno) della vita non solo di un cristiano, ma di ogni società religiosa o laica, che si dica civile. Il libro si conclude con una sezione dedicata alle preghiere composte da san Francesco e per san Francesco, Dalla Philautía alla Philocalía, di cui riporto a compendio il primo periodo: “Questo percorso vissuto con Francesco ha uno scopo: di accompagnarci per mano dall’amore smodato per noi stessi, la philautía, fino all’amore per il bello, la philocalía, fine ultimo di ogni nostro gesto, di ogni nostra «ribellione» quotidiana.”

L’autore, Enzo Fortunato, frate minore conventuale, è gentile presenza quotidiana per chi segue la sua omonima pagina social, autore – oltre che di numerosi testi e di idee per radio e televisione – di brevi dirette mattutine dalla cittadina umbra, durante le quali, dopo aver letto il vangelo del giorno e averne condiviso brevi meditazioni, si fa portatore di speranze e preghiere, problemi e paure, che le persone gli affidano, confidando in una sua parola di conforto – che puntualmente e sempre arriva – e in quel suo sorriso carismatico, capace di parlare direttamente al cuore di tutti, senza distinzioni. Padre Enzo è stato un dono portato da questo periodo legato all’emergenza sanitaria, sin da quando, impossibilitati ad uscire di casa, impauriti e increduli di quanto si stesse verificando nelle nostre esistenze, abbiamo potuto contare sui suoi video, sui suoi incoraggiamenti, sulle sue letture e sulle sue riflessioni sempre alla luce dell’assisiate per eccellenza, sulle sue “finestre” aperte dal e sul sacro Convento di Assisi, luogo del cuore per tantissime persone, stabilendo, nonostante le distanze imposte, un contatto vero, sentito, che alla lunga ha costituito un tenace supporto per l’inevitabile “crollo” indotto dalla circostanza, che abbiamo accusato. E, così, operando con l’esempio, mettendo da parte tutto il superfluo persino nelle parole da dire, con pazienza e perseveranza, oggi questo frate – insieme con la sua realtà – è il riferimento anche di chi è in difficoltà non solo spirituale, ma addirittura materiale (per contribuire, inviando fino al 15 luglio al numero 45515 un SMS solidale sia da telefono fisso che mobile, e conoscere dove arrivano gli aiuti inviati si può visitare il sito www.conilcuore.info); riferimento concreto di persone, che non sanno nemmeno come arrivare a fine giornata e che, grazie all’intervento francescano, possono tornare a sperare in qualcosa di positivo. [Angela Greco AnGre]

Sant’Angelo in Formis e il giudizio universale – sassi d’arte

Basilica benedettina situata nell’odierno borgo omonimo (prov. Caserta), in posizione eminente su un terrazzamento alle falde del monte Tifata, tra Capua e Santa Maria Capua Vetere. La chiesa, dedicata a san Michele Arcangelo, rappresenta la sola emergenza monumentale superstite di quello che fu uno dei più illustri complessi monastici della Campania romanica, legato direttamente all’abbazia di Montecassino. Il luogo occupato dalla basilica coincide esattamente con il perimetro del tempio di Diana Tifatina, santuario federale dei popoli campani eretto in due distinte fasi, tra il sec. IV-III e il sec. II-I a.C. Dell’edificio antico, di cui la chiesa medievale reimpiega largamente il podio e il pavimento musivo, dovevano far parte con ogni probabilità le colonne e i capitelli corinzi posti in opera nelle navate. Gli elementi di sostegno variamente adattati nel portico esterno dovrebbero invece provenire dalle costruzioni scomparse del témenos, sulle quali insistevano le altre fabbriche del complesso monastico, che – al pari di quelle antiche – forse si snodavano lungo il muro di recinzione d’età classica. Gli ambienti sussidiari dell’abbazia, oggi distrutti o fagocitati entro le case dell’abitato moderno – e non ancora archeologicamente indagati -, dovevano comprendere, stando alle fonti, una sacrestia, le officinae monachorum, un ospedale per i poveri, una foresteria, nonché una cappella dedicata a s. Nicola di Myra. Che l’insediamento cristiano insistesse sul perimetro del tempio classico e sulle costruzioni a esso adiacenti è confermato del resto anche dalla toponomastica adottata nei documenti medievali, che fanno menzione della chiesa e del monastero come S. Angelo ad arcum Dianae oppure ad formam, ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua a Capua) o ancora de monte (con riferimento all’ubicazione dell’abbazia alle falde del Tifata).

La chiesa, realizzata quasi integralmente nella seconda metà del sec. XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchetti di tufo e coperto da un tetto ligneo. L’interno, cui si accede attraverso un unico portale, è a tre navate terminanti in tre absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. La zona presbiteriale rialzata conserva solo qualche traccia della pavimentazione medievale in opus sectile. La quantità e la contraddittorietà di fonti e documenti relativi alla ricostruzione del monastero al tempo di Riccardo I e Desiderio hanno determinato interpretazioni diverse sia della cronologia dei lavori sia del ruolo effettivo in essi svolto rispettivamente dal principe normanno e dall’abate di Montecassino. (estratto dalla voce om. Enciclopedia Treccani)

Sfortunatamente non sono sopravvissuti esempi delle pitture murali che decoravano l’abbazia di Montecassino, la cui produzione artistica fu recepita da numerose filiazioni conventuali in tutta Europa. Tuttavia, la Campania conserva questo grande esempio di edificio religioso, risalente al primo Medioevo, quasi del tutto integro, la cui decorazione interna interamente ad affresco, secondo la maggioranza degli studiosi, non sarebbe stata possibile senza l’esempio fornito proprio dagli antichi dipinti di Montecassino. A giudizio pressoché unanime degli esperti, il programma iconografico che decora l’interno della chiesa è stato completato verso il 1080.

La rappresentazione del Giudizio Universale occupa gran parte del muro d’ingresso ed è articolata su cinque registri posti uno sopra l’altro (si tratta della formulazione di una tipologia compositiva che si sarebbe imposta per molto tempo ancora); la decorazione delle navate laterali illustra scene tratte dall’Antico Testamento, mentre l’abside principale, dove è anche raffigurato l’abate Desiderio fondatore della chiesa, riporta tre arcangeli, san Benedetto e il Signore assiso in trono. Lo stile narrativo è radicale ed efficace, con le figure raggruppate in maniera compatta entro campi semplici o, per meglio dire, rettangoli. La composizione si concentra sull’aspetto drammatico della raffigurazione, sulla forza del messaggio umano e su una grande potenzialità identificativa. I pittori hanno amplificato la forza espressiva delle figure tozze e robuste mediante pennellate ampie ed energiche; la tavolozza comprende i toni dell’azzurro chiaro, del giallo, dell’ocra scuro, un rosso bruno saturo, un verde terroso e molto bianco gesso.

Pur sembrando omogeneo nel complesso, è certo che alla decorazione lavorarono numerosi artisti e loro collaboratori. Le composizioni di gruppo del Giudizio Universale intorno al Cristo nella mandorla sono popolati di chierici e laici in preghiera, identici nelle dimensioni e isocefali, cioè con la testa allo stesso livello. Invece, i dannati non godono di tale pace interiore e sono infilati a forza in un “tumulto” di piani inclinati, colti in movimenti violenti; sono accovacciati, cadono, vengono gettati nelle fauci dell’inferno da demoni color rosso sangue. Tutto il dipinto è caratterizzato da figure con visi grandi e uno sguardo intenso che si imprime nella mente; ovunque, ogni movimento anche spontaneo è sempre stilizzato in gesti simbolici, la forma organica è soggetta a un rigido vincolo ornamentale. Tali caratteristiche unitarie dell’opera mostrano che le pitture del vestibolo, soprattutto la grandiosa raffigurazione mezzobusto di san Michele, potrebbero essere state realizzate solo alla fine del XII secolo.

La somiglianza di questi affreschi eleganti, in cui sembra di poter ravvisare un raffinato manierismo, con i migliori mosaici del duomo di Monreale in Sicilia, suggerisce che il loro autore possa essere un maestro bizantino emigrato in quei luoghi. (tratto e adattato dal volume “Romanico” di Norbert Wolf, edito da Taschen)

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Lo splendido violino verde

32.
Chi potrò salvare con gli stracci dei versi,
con questo ingordo viluppo di inutilezze,
con questa inguaribile malsanía di parole,
ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia
e lo zucchero muore?
Chi potrò soccorrere col balsamo delle metafore,
di cui in gioventù ho fatto incetta,
se io stesso ho paura delle vuote domeniche
e delle notti senza un filo di luce
e dell’isoscele della pioggia, di questa belletta
che intride le reni?
Assedia anche me il coprifuoco, il deserto lunare.
Penso ai cionchi sprovvisti di grucce,
ai vecchi e ai malati,
agli abbandonati.
Chi li andrà più a trovare?
.

*

33.
Azzurra malinconia di tutte le cose perdute,
domenicale malinconia della giovinezza fuggita,
azzurra malinconia di un briciolo di salute,
azzurra malinconia di una gracile vita,
ràncida malinconia che non accetta ragioni:
malinconia, malumore, freddo, nuvole, inòpia.
Moriamo da guitti, da squarciacantoni,
mentre agonizza l’Europa.
.
tratto da A.M.Ripellino, Notizie dal diluvio – Sinfonietta – Lo spelndido violino verde, Einaudi Editore.

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Angelo Maria Ripellino – poeta, saggista e traduttore – nasce a Palermo nel 1923. Durante i primi anni universitari, la sua preferenza va alle letterature ispaniche: Capdevila, Machado, Jiménez e Garcìa Lorca lasciano forti tracce nel suo immaginario. In seguito, si specializza in letteratura slava, laureandosi nel 1945 con una tesi sulla poesia russa del Novecento. In quegli stessi anni accusa i primi sintomi di una grave forma di tubercolosi. Nel 1946 si reca a Praga per specializzarsi in lingua e letteratura ceca: nasce per la città un amore profondo che non lo abbandonerà mai. Dal 1948 al 1952 insegna Filologia Slava e Lingua Ceca a Bologna; dal 1961, sarà docente di Lingua e Letteratura Russa all’università “La Sapienza” di Roma. I suoi scritti sono apprezzati per il taglio innovativo, l’apertura verso ogni manifestazione dell’arte contemporanea e la ricerca delle analogie fra la letteratura e la pittura, la musica, il teatro.
Nel 1949 ritorna a Praga e percepisce, con sgomento, che «lo stalinismo già volpeggia negli arcani casamenti di Kafka». Negli anni Cinquanta diventa consulente della casa editrice Einaudi per le letterature slave: curerà le edizioni di molti importanti scrittori, fra i quali Puskin e Dostoevskij. Nel 1960 pubblica il suo primo libro di poesie, “Non un giorno ma adesso”. Nel 1964, un’improvvisa ricaduta della tubercolosi lo costringe a ricoverarsi per qualche tempo nel sanatorio di Dobris, presso Praga: un’esperienza che segnerà indelebilmente la sua poesia e il suo sguardo sulla vita. Tre anni dopo, nella primavera del 1967, partecipa ai lavori del IV Congresso degli Scrittori Sovietici e scrive articoli severi sul conformismo della cultura di regime. Nel luglio del ‘68 è a Praga come inviato dell’“Espresso”, dove è testimone – con cronache memorabili – dei tragici eventi dell’invasione sovietica. In “Praga magica”, pubblicato nel 1973, scriverà dolcissime parole di rimpianto e speranza per la città tanto amata: «Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo che vi ritornerò… Vi porterò i miei nipoti, i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti».
Fra il 1976 e il 1977 escono le sue ultime raccolte poetiche, “Lo splendido violino verde” e “Autunnale barocco”. Nell’aprile del 1978, muore improvvisamente a Roma per un collasso cardiocircolatorio. Il tema della malattia e della morte ritorna in molte sue liriche: il sanatorio viene rivissuto come un castello surreale, un luogo d’incubo in cui si muovono personaggi grotteschi e disperati. Il senso del dolore, poco per volta, si insinua profondamente nei suoi versi più belli, insieme con un’aspra nostalgia per chi non è più, e la paura dell’oblio. (nota biografica tratta dal sito Fondazione Graziottin)

 

Mark Strand, due poesie

Mark Strand, due poesie

da L’uomo che cammina un passo davanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori, 2007)

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L’IDEA
(The idea)

——————————————————-Per Nolan Miller

Anche per noi esisteva un desiderio di possedere
qualcosa oltre il mondo a noi noto, oltre noi stessi,
oltre quanto sapevamo immaginare, qualcosa in cui
nondimeno potessimo riconoscerci; e questo desiderio
veniva sempre di sfuggita, nella luce che svaniva, e
in un freddo tale che il ghiaccio sui laghi della valle
si spaccava e si rovesciava, e la neve soffiata dal vento
copriva tutta la terra che riuscivamo a vedere,
e le scene del passato, quando riaffioravano,
non apparivano più come una volta, ma spettrali
e bianche fra false curve e cancellature celate;
e neppure una volta sentimmo di essere prossimi
finchè il vento notturno non disse: “Perchè farlo,
specialmente adesso? Tornate da dove venite”;
e allora apparve, con le finestre accese, piccola,
lontana tra gli anfratti di ghiaccio, una baita;
e ci fermammo lì davanti, stupefatti dal suo essere
lì, e ci saremmo fatti avanti ad aprire la porta,
e saremmo entrati nel lucore a scaldarci, lì,
se non fosse che era nostra proprio non essendo
nostra, e che doveva restare vuota. Quella era l’idea.

§

da Quasi invisibile (Mondadori, 2014)

MELANCONIA ERMETICA
(Hermetic Melancholy)

 

Diciamo allora che è scesa la notte e il vento si è spento e gli
alberi verdeazzurri si sono fatti grigi e le montagne di
ghiaccio, levigate sotto la faccia butterata della luna, sono
come spettri, immobili in lontananza, e la luce fioca della
luna si riversa nella stanza dove siedi a un tavolo, fissi un
bicchiere di whisky, e dove sei stato tanto a lungo che la
notte, così inerte, così spoglia, è diventata non soltanto il tuo
giorno, ma tutta quanta la tua vita; e diciamo che mentre sei
lì il sole, il sole reale, è sorto, e ti viene in mente che ciò che
hai fatto della notte era solo una possibilità, un’indolore e
rarefatta forma di disperazione che potrebbe portare, se
protratta, a un esito indesiderato, e ti rendi conto che le
parole che avevi scelto non erano parole giuste – non sei mai
stato la persona che lasciavano intendere tu fossi; e allora
diciamo che in casa c’è una pistola con il colpo in canna e ti
trastulli con l’idea di usarla e dici: “Dai, sparati”, ma, anche in
questo caso, non sono le parole giuste, così, come hai già fatto
tanto spesso, le rettifichi prima che sia troppo tardi.
.
(da nuoviargomenti.net)

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Poeta e narratore, Mark Strand è nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ed è cresciuto negli USA. Autore di vari volumi di poesia, e di racconti, saggi, libri per bambini e scritti sull’arte, ha ricevuto numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la McArthur Fellowship, la nomina a Poeta Laureato degli Usa (1990), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004). E’ morto il 29 novembre 2014.

Dello stesso Autore, in questo blog: Sei tu tra gli ulivi al di là del cortile? (clicca qui)  — immagine: opera di Edward Hopper

Claudio Rodríguez, due poesie

Salvador Dalì Ragazza alla finestra 1925

CIELO (da Alleanza e condanna, 1965)

Ora come non mai mi è necessario
che guardi il cielo. Senza fede e solo,
in questo secco mezzogiorno, alzo
gli occhi. E è la stessa verità di prima,
anche se cambia il testimone. Rischi
senza leggenda d’avventura né angeli,
neppure quell’azzurro della patria.
Costa denaro respirare l’aria,
senza compenso, gli occhi in su, vedere
una grazia accettare che non sta
nei sensi ma gli dà nuova salute,
li acuisce e ricolma. Questo dono
basta al mio amore, come la bellezza
che non merito e merita nessuno.
Oggi ho bisogno più che mai del cielo.
Non che mi salvi, solo m’accompagni.
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NUOVO GIORNO (da Quasi una leggenda, 1991)
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Dopo quei tanti giorni senza strada né casa
e senza neppur dolore e le campane sole
e il vento scuro come del ricordo
giunge quel di oggi.
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Quando ieri il respiro fu mistero
e lo sguardare secco, senza resina,
cercava uno splendore decisivo,
così semplice giunge e delicata,
così serena di lievito nuovo
questa mattina…
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E’ la sorpresa della chiarità,
della contemplazione l’innocenza,
il segreto che apre con cornice lo stupore
la prima nevicata e prima pioggia
a che lavare il nocciolo e l’ulivo
già ben prossimo al mare.
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Invisibile quiete. Spira brezza
la melodia che più non aspettavo.
È l’illuminazione della gioia
col silenzio che non possiede tempo.
Grave il piacere della solitudine.
E non guardare il mare che tutto conosce
quando l’ora è venuta
dove il pensiero non viene giammai
ma sì il mare dell’anima,
ma sì questo momento dell’aria tra le mani,
di questa pace che aspetta quando l’ora è venuta
– due ore prima della mezzanotte –
Del terzo mareggiare, che è il mio.
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Claudio Rodríguez (Zamora, 1934 – Madrid, 1999) – “Rappresenta una delle grandi voci del Novecento spagnolo. Poeta d’impatto straordinario, esordisce nel 1953 appena diciannovenne con un libro che è ormai un classico della poesia in lingua castigliana, Don de la ebriedad, che gli vale il premio Adonais. Per mezzo secolo è andato sperimentando un’intensa voce personale che distingue tutta la sua opera, concepita come mezzo di conoscenza dove la scrittura diventa il veicolo per arrivare ad essa. Appena cinque i libri di poesia pubblicati, e tuttavia ognuno di essi riflette in pieno le tappe di un biografia saldamente legata all’entusiasmo della propria adolescenza e gioventù, dove il dolore, la sofferenza e la preoccupazione per la morte si fondono. Dal primo all’ultimo dei suoi libri – Don de la ebriedad (1953), Conjuros (1958), Alianza y condena (1965), El vuelo de la celebración (1976), Casi una leyenda (1991) –, il poeta approfondisce il tema della conoscenza di sé e del mondo, per cui il risultato di questo processo di rivisitazione, ogni volta trasformato dal put o di vista del linguaggio e della visione delle cose, viene a costituire la spina dorsale di tutto l’itinerario di una affascinante esperienza poetica.

Casi una leyenda (Quasi una leggenda), l’ultima opera di Rodríguez, che risale al 1991, è un testo – che subito diviene un punto di riferimento imprescindibile per la poesia spagnola – in cui l’autore chiude il cerchio aperto poco meno che ventenne, proseguendo così il fitto dialogo con le cose. La sua voce, prossima alla morte, sfuma serena verso l’elegia. E proprio la morte forma parte delle colonne portanti di questa raccolta; una morte vista in maniera positiva: come madre di vita, associata all’amore, alla purezza e alla salvezza, quasi una trasformazione in altre forme di vita non inferiori e persino non superiori alla totale frequentazione della vita, che è la qualità essenziale  di una ricerca poetica.”

In traduzione italiana: Rodríguez C., Poesie scelte (1953-1991), Firenze, Pagliai-Polistampam2004; Rodríguez C., Quasi una leggenda, Nephila, 2005; Rodríguez C., Cinco poemas, poesie in italiano, Madrid, Hiperón, 2007 – tutte opere a cura di F.Luti. (tratto da: Poesia spagnola del secondo Novecento, a cura di Francesco Luti, Vallecchi 2008).

in apertura: Salvador Dalì, Ragazza alla finestra (1925)

István Orosz e le prospettive impossibili – sassi d’arte

“Perchè sono salito quassù? Chi indovina?”
“Per sentirsi alto?”
“No! Grazie per aver partecipato.
“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi!” Coraggio!
E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.  Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo: ci dovete provare.  […] non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno! Osate cambiare, cercate nuove strade.!”
da “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society), 1989, diretto da Peter Weir.

István Orosz (Kecskemét, 1951), pittore, grafico e animatore video ungherese è conosciuto per i suoi lavori legati alla rappresentazione di oggetti impossibili, illusioni ottiche (in apertura: Sfera (Pantheon), del 2011; tecnica: Eliotipia, cm 31,6×29,7), immagini leggibili in più modi e per le sue anamorfosi. La sua arte geometrica forza la prospettiva, si serve di paradossi visivi e immagini a doppio senso attraverso l’uso di tecniche tradizionali quali l’heliogravure (“fotocalcografia al bitume”, il più sofisticato dei procedimenti foto-meccanici, ossia quei processi grafici in cui per ottenere la stampa si associa uno stadio ‘fotografico’ di trasporto dell’immagine con l’uso ‘meccanico’ di un torchio,  generalmente girato a mano, per imprimere la carta). Ha studiato come graphic designer all’Accademia di Arti Applicate di Budapest, per poi approfondire lo studio delle tecniche di animazione video presso i Pannona Film Studios. I suoi primi lavori sono riferibili all’ambito della costruzione di scenografie per teatri. Ha successivamente ottenuto grandi consensi e riconoscimenti internazionali per i suoi poster e per i manifesti politici (notizie dal sito incisione.com).

Professore all’University of West Hungary, co-fondatore della Hungarian Poster Designer Society, membro di Alliance Graphique Internationale e Hungarian Art Academies, le sue opere, colme di colpi di scena paradossali, soluzioni provocatorie, trasformazioni geometriche, illusioni ottiche, oggetti impossibili e anamorfosi, occupano un posto privilegiato in alcuni dei principali musei e gallerie. Ha, inoltre, applicato con maestria anche tecniche grafiche classiche alla sua opera ricca di riferimenti polisemici e simbolici inerenti vari campi culturali.

Contemporaneamente si è dedicato alla tecnica dell’anamorfosi (immagini in chiusura), sviluppandola in modo da attribuire un significato anche all’immagine distorta, indipendente dal riflesso nello specchio o dal punto di vista (ricordiamo che l’anamorfosi è una rappresentazione pittorica, molto in voga nel sec. XVII, realizzata secondo una tecnica di deformazione prospettica che ne consente la corretta visione solo da un unico punto di vista – di sbieco, su una superficie riflettente curva – mentre risulta deformata e priva di senso se osservata da altre posizioni). In questo modo le sue opere diventano portatrici di messaggi più sofisticati, divenendo di fatto una provocazione per l’intelletto e il senso dell’umorismo dell’osservatore (traduzione e immagini dal sito sofia-art-galleries.com).

Carmen Yáñez, versi da Paesaggio di luna fredda

Carmen Yáñez, tre poesie da Paesaggio di luna fredda

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DUE

Siamo due universi.
Dividiamo la mensa
il rituale del silenzio
le vie dell’orgasmo
la velocità della luce.
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Straniera della tua anima
divulgo penisole e abbracci.
Coabito le tue frontiere.
Mordo senza cessare
fino a trovare
i sentieri incerti.
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I FIGLI DEI DESAPARECIDOS

Due donne vestite di ricordi
davanti a una donna immolata che fugge
nel seppia verso il labirinto della sua morte.
Intrappolata nel colore dei silenzi
in questo viaggio di carta
e di invocazione.
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GÖTAPLATSEN

Un vagabondo
snoda miserie interiori
con i suoi gesti di brina
di fronte alla nudità indolente
di Poseidone.
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Solitudini che fanno male.
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Architetture d’inverno.

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da Carmen Yáñez, Paesaggio di luna fredda (trad. di Roberta Bovaia, Guanda, 2005)

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yanez7-jpg-img-dettaglioCarmen Yáñez, nata nel 1952 a Santiago del Cile, in seno a una famiglia operaia, nel 1975 scompare nelle mani della polizia politica di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica), rimane in clandestinità finché nel 1981, via Argentina e sotto la protezione dell’ONU, si rifugia in esilio in Svezia. In Svezia Carmen Yáñez inizia a pubblicare la sua poesia. Nel 1982 esce la raccolta “Cantos del camino” e, negli anni successivi, le sue poesie appariranno su riviste svedesi (Signor, Ada, Invandraren) e tedesche (Viento sur). Pubblica i trittici “Al aire” (1989) e “Remanso” (1992). Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari. Dapprima il laboratorio Losche (1986-88) e in seguito “Transpoetas” e “Madrigal”, ai quali è tuttora legata. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Nel 1997 si trasferisce in Spagna, insieme a suo marito lo scrittore Luis Sepúlveda, e stabilisce la sua residenza nelle Asturie, in quella che lei stessa definisce una ricerca delle proprie radici.
Ha pubblicato in Italia tre volumi, editi da Guanda: “Paesaggio di luna fredda”, “Abitata dalla memoria”, “Terra di mele”.

Erri De Luca, Valore

Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
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[da Erri De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie – Einaudi 2002]

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In apertura: Henri Matisse, La stanza rossa (1908-09)
Quadro tra i più famosi di Matisse, «La stanza rossa» è un’immagine vivace ed intensa che porta alle estreme conseguenze la forza del colore dipinto. La quantità di rosso nella scena, presente oltre che sulla tovaglia anche sulle pareti della stanza, crea la sensazione di interno in maniera astratta ma molto suggestiva. Il rosso, infatti, è disposto in maniera talmente piatta ed uniforme da non consentire una facile identificazione dei piani orizzontali e dei piani verticali. Tuttavia crea una sensazione di luce interna molto diffusa e serena. Così come sereno appare l’unico rettangolo non rosso di questa tela: la finestra che si apre su uno scorcio di paesaggio consente la vista di verdi, bianchi, azzurri e gialli che danno la sensazione di una natura calma e tranquilla. Anche l’azione raccontata all’interno della stanza, una cameriera che sta tranquillamente disponendo su una tavola frutta, pane e bevande, trasmette un senso di grande pace e serenità. L’immagine, nel suo complesso, appare quindi come una rappresentazione astratta e simbolica nello stile ma perfettamente aderente alle sensazioni che la situazione in essere universalmente trasmette. (dal sito Arte su arte, che si ringrazia)

Ryokan, due poesie da Storie e parabole zen

Ryōkan Taigu (良寛大愚), nato come Eizo Yamamoto (山本栄蔵, Echigo, 2 novembre 1758 – 18 febbraio 1831) è stato un monaco buddhista e poeta giapponese, seguace della scuola Sōtō-shū. Ha vissuto gran parte della sua vita da eremita ed è ricordato per la sua poesia e la calligrafia, con le quali ha rappresentato l’essenza della vita Zen. Con riferimento al nome Ryōkan Taigu col quale è stato ordinato, Ryō significa “buono”, Kan significa “generoso”, Tai significa “grande”, e Gu significa “scemo”; si potrebbe quindi tradurre Ryōkan Taigu come “Buono e generoso, grande scemo”, evidenziando ciò che il lavoro e la vita di Ryōkan hanno incarnato.

Figlio del capo del villaggio natale, riceve dal padre una severa educazione confuciana. A dodici anni divenne allievo del maestro Omoru Shiyo e a diciotto decide improvvisamente di rinunciare al mondo ritirandosi come semplice laico nel vicino tempio sōtō Kosho-ji sorprendendo col suo gesto la sua ricca famiglia e l’intero villaggio. Quando dopo quattro anni il maestro Zen Kokusen si reca in visita al tempio, Ryōkan rimane profondamente impressionato dal suo comportamento e lo prega di accettarlo come suo discepolo, trasferendosi quindi con il maestro presso il monastero Entsu-ji a Tamashima (ora Prefettura di Okayama). È a Entsu-ji che Ryōkan all’età di trentadue anni raggiunge il Satori e viene promosso da Kokusen al rango di Inka, uno dei primi stadi della carriera ecclesiastica. L’anno successivo, alla morte di Kokusen, Ryōkan lascia Entsu-ji inizia un periodo di pellegrinaggio e di ricerca interiore, vivendo gran parte del resto della sua vita come un eremita e non ritornando mai più alla vita monastica.

*

Le mie poesie non sono poesie

Il primo giorno d’estate
tiro pigramente le vesti
nelle fauci dell’acqua

di verde intenso i salici
hanno colorato la riva
e fiori di pesco si disperdono
nel vento mattutino

cammino toccando l’erba
simile a coltelli e casualmente apro
il cancello – le farfalle assediano
il giardino a sud e i fiori di rapa
s’irradiano dal recinto a est

qui – in un’atmosfera perfetta
l’estate ha giorni infiniti
in questo luogo remoto per natura
mi muovo verso la bellezza

maneggio poche parole
ed esse diventano poesia
chi lo sa se le mie poesie sono poesie?

le mie poesie non sono poesie
quando capisci che
le mie poesie non sono poesie
allora potremo parlare di poesia insieme

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Ciotola vuota

Le oche selvatiche formano un anello nel cielo
per i campi deserti le foglie vorticano al vento
crepuscolo come fumo sulla strada per il villaggio
trascino la ciotola vuota e cammino verso casa da solo.

Avrà mai fine la mia ostinata stupidità?
povero e solo – questa è la mia vita
crepuscolo si aggira sulle vie di una città in disastro
ancora torno a casa con la ciotola vuota.

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Per i testi, tratti da “Storie e parabole zen” di Ryokan, si ringraziano l’editore Theoria e il sito pangea.news. Per le altre notizie, Wikipedia.

In apertura, immagine di Ogata Gekko, 1859-1920.

Izet Sarajlić, Poesia d’amore degli anni sessanta del secolo

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Poesia d’amore degli anni sessanta del secolo

Tempi duri per I’ amore, sempre più duri.
Sono già state eseguite le sue mazurke e le polke.
Guarda un po’, anche le liceali
rifuggono dall’amore.

All’amore hanno dichiarato guerra.
Totale. Fino allo sterminio.
Che possiamo fare allora,
noi di Trebinje?

Noi dell’avanguardia,
noi che dopo la maturità
ci prepariamo a fare i bardi,
i trovatori?

Tempi duri, duri per l’amore.
E fino a quando, così, fino a quando?
E tu mi fai le frittelle di pasta,
mi prepari gli spumini al miele,

e ti affacci al davanzale,
fumi le tue sigarette,
mia dolce provinciale,
come una bambina
credi nel Werther, nei dolci,
in questa tristezza che ci opprime entrambi,
e io piango, piango, piango,
perché sono tempi duri per l’ amore, sempre più duri.

*

Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte (Einaudi)

Anna Achmatova, Il giardino d’estate

pajevic

Anna Achmatova, Il giardino d’estate (da La rosa di macchia fiorisce)

Anelo le rose di quel giardino unico,
dove sta la migliore cancellata del mondo,

dove le statue mi ricordano giovane,
e sull’acqua della Nevà io ricordo loro.

Nel silenzio fragrante, fra tigli regali,
quasi avverto il cigolio di alberi di nave.

E, innamorato della bellezza del suo sosia,
come prima il cigno, nuotando, solca i secoli.

E dormono esanimi mille e mille passi
di nemici e amici, di amici e nemici,

e non scorgi la fine del corteo di ombre,
dal vaso di granito alle porte del palazzo.

Là le mie notti bianche mi sussurrano
di un amore alto e segreto.

E tutto arde di madreperla, diaspro,
ma arcana e nascosta è la fonte di luce.

(1959)

*

tratto da Anna Achmatova, La corsa del tempo (Einaudi, a cura di Michele Colucci — immagine: opera di Vladimir Pajevic)

Boris Pasternak, Non ci sarà nessuno a casa

il sasso di AnGre

Non ci sarà nessuno a casa

Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi biòccoli bagnati
il rapido aleggiante balenío.
Solo tetti, neve e tranne
i tetti e la neve, – nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
Io sconforto dell’ anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il trèmito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’ avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.

(1931)

*

Boris Pasternak, Poesie

a cura di A.M.Ripellino, Einaudi Editore