Lettura e ascolto: Pink Floyd, The Gunner’s Dream – sassi sonori

The Scarlet Sunset circa 1830-40 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D24666

 “The final cut”, l’album da cui è tratto il brano The Gunner’s Dream, è il frutto di un travagliato percorso di auto-esplorazione e dei traumi lasciati nell’animo dell’autore, Roger Waters, bassista e all’epoca leader dei Pink Floyd,  dalla perdita del padre. E’ un disco fortemente pacifista, scritto durante la cosiddetta Guerra delle Falkland, ma la cui atmosfera riporta evidentemente alla Seconda Guerra Mondiale. E’ un disco talmente intimo e personale – ostico all’ascolto, poco “in linea” con le atmosfere e le sonorità tipiche dei Pink Floyd – da aver causato lo scioglimento temporaneo del gruppo per l’accusa di atteggiamenti dittatoriali mossa dagli altri componenti a Waters, che riducevano i Pink Floyd ad un complesso di supporto, soggiogato alle esigenze espressive del leader. Nato nel settembre 1943, Roger Waters non conobbe mai il padre, Eric Fletcher Waters che, partecipando nelle fila dell’esercito britannico allo sbarco di Anzio del gennaio 1944, trovò la morte durante lo sbarco delle forze alleate insieme a migliaia di altri soldati. Evento, quest’ultimo, che ha inevitabilmente segnato tutto il resto della sua vita e che trova riflesso concreto in gran parte dei testi di Waters.

“The Gunner’s dream”, tradotto come “Il sogno dell’artigliere”, parla di un soldato che, dal fronte dove si trova, fra le bombe che gli cadono intorno facendolo sobbalzare, sogna. Sogna una vecchiaia accanto alla donna amata i cui capelli si tingono d’argento; sogna una casetta con il giardino sul retro, un posto tranquillo dove vivere appagato in amore e in pace. “His dream is driving me insane” recita ad un certo punto la canzone, ovvero “Il suo sogno mi sta facendo impazzire”, indicando il progetto di Waters, in questo album, di elaborare un concept legato al “tradimento del sogno postbellico”; concept pacifista, che rappresenta il filo conduttore ideale tra gli eventi di attualità del 1982 e la seconda guerra mondiale.[Giorgio Chiantini]

“Il sogno dell’artigliere” si apre immergendo subito l’ascoltatore in un’atmosfera da battaglia appena conclusa, di attacco nemico appena trascorso e dal quale, forse, si ha avuto la fortuna di salvarsi fisicamente, ma non mentalmente. La voce del cantante ha tono dolce, quasi di benevolenza verso l’ineluttabile destino che suo malgrado ha dovuto subire e lascia intendere la speranza che tutto quanto accaduto possa essere finito magari per sempre. Ma così non sarà e, di fatto, il testo procede su toni utopici, ma con la consapevolezza che la guerra inevitabilmente fa parte della natura umana. A metà brano, l’assolo di sax segna il punto di massima tensione a cui corrisponde la frase chiave dell’intero brano “And hold on to the dream” alla lettera “tenere, mantenere il sogno” quindi aggrapparsi ad esso (“E ti aggrappi ostinatamente al tuo sogno” nella traduzione qui proposta), che segna uno spartiacque tra l’ideale e il reale, conferendo corpo, concretezza alle parole nella resa dinnanzi al fatto che nei confronti di un sogno si può solo avere l’ostinazione di continuare a credere e a sperare in esso. [Angela Greco]

Il testo della canzone è il monologo di un aviatore (in inglese air gunner) che, dopo essere stato colpito durante uno scontro aereo, mentre sta precipitando inesorabilmente verso la sua morte, ripensa alla sua vita passata e al futuro senza di lui; lo si può quindi definire un testamento. Subito dopo essere stato colpito, infatti, ripensa alla propria vita (Floating down through the clouds/Memories come rushing up to meet me now), rielaborando con una calma inquietante il suo passato. In particolare, il soldato morente parla di un sogno che aveva (I had a dream) e che è stato infranto dalla guerra e dalla sua morte. Il suo sogno consisteva in quello che può essere chiamato “un mondo migliore”: “dove si possa mangiare, dove si possa parlare ad alta voce dei propri dubbi e delle proprie paure, dove nessuno scompare senza motivo, dove tutti sono uguali davanti alla legge e dove nessuno uccide più i bambini” (A place to stay/Enough to eat/Somewhere old heroes shuffle safely down the street/Where you can speak out loud/About your doubts and fears/And what’s more/no-one ever disappears/[…]And everyone has recourse to the law/And no-one kills the children anymore/And no-one kills the children anymore). L’ultima frase, pronunciata due volte, rimane come sospesa appena prima della variante musicale, in modo da lasciare il tempo all’ascoltatore per riflettere su uno dei crimini più gravi di cui un uomo possa macchiarsi.

Subito dopo, il brano si tuffa in una fase più aggressiva e maestosa, e sembra che il monologo si sposti su una terza persona (Night after night/Going round and round my brain/His dream is driving me insane, Notte dopo notte vagando nella mia mente il suo sogno mi sta facendo impazzire), forse il padre. Dopo la variante, la musica torna più calma, creando un’atmosfera surreale. Il testo prosegue proclamando che “l’aviatore questa notte dormirà in qualche angolo di un campo straniero. Non si può però scrivere la parola fine: prendetevi cura del suo sogno” (In the corner of some foreign field/The gunner sleeps tonight/What’s done is done/We cannot just write off his final scene/Take heed of the dream): il soldato cioè continua a vivere attraverso i suoi ideali di una vita giusta. La frase And maniacs don’t blow holes in bandsmen by remote control (“e maniaci non fanno esplodere (lett.: non fanno buchi) a distanza i musicisti”) è una chiara allusione all’attentato del 1982, quando durante un concerto ad Hyde Park, l’IRA piazzò una bomba sotto il palco. Facendo esplodere l’ordigno, uccisero i musicisti e i civili più vicini”. [Wikipedia via Canzoni contro la guerra]

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Il sogno dell’artigliere (Pink Floyd)
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Scendono lentamente attraverso le nuvole
I ricordi che ora mi assalgono.
Nello spazio fra i cieli
E nell’angolo di qualche campo straniero,
Ho fatto un sogno,
Ho fatto un sogno.
Addio Max,
Addio mamma.
Dopo la funzione mentre torni lentamente all’auto,
E l’argento dei suoi capelli
Splende nell’aria fredda di novembre,
Senti la campana che suona a morto,
Tocchi la seta del risvolto.
E mentre le lacrime cadono
Per essere confortate dal suono della banda,
Le prendi la mano delicata,
E ti aggrappi ostinatamente al tuo sogno.
Un posto per vivere,
Cibo a sufficienza,
Un luogo dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente,
Dove si possono esprimere ad alta voce
Dubbi e paure,
E soprattutto dove nessuno muore
Dove non ti gettano sulla soglia il solito giornale di frasi fatte,
Dove te ne stai tranquillo e beato,
E non ci sono maniaci che sparano
Con il telecomando ai suonatori della banda
E tutti possono fare ricorso alla legge
E nessuno uccide più i bambini
E nessuno uccide più i bambini
Notte dopo notte,
Mi gira nella mente,
Questo suo sogno mi fa impazzire.
Nell’angolo di qualche campo straniero,
L’artigliere stanotte dorme.
Quel che è fatto è fatto.
Non possiamo cancellare le sue ultime parole.
Pensate bene al suo sogno.
Pensateci bene.
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*
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The Gunner’s Dream (Pink Floyd)
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Floating down through the clouds
Memories come rushing up to meet me now
In the space between the heavens
And in the corner of some foreign field
I had a dream
I had a dream
Goodbye Max
Goodbye Ma
After the service when you’re walking slowly to the car
And the silver in her hair
Shines in the cold november air
You hear the tolling bell
And touch the silk in your lapel
And as the tear drops rise
To meet the comfort of the band
You take her frail hand
And hold on to the dream
A place to stay
Enough to eat
Somewhere old heroes shuffle safely down the street
Where you can speak out loud
About your doubts and fears
And what’s more no-one ever disappears
You never hear their standard issue kicking in your door
You can relax on both sides of the tracks
And maniacs don’t blow holes
In bandsmen by remote control
And everyone has recourse to the law
And no-one kills the children anymore
And no-one kills the children anymore
Night after night
Going round and round my brain
His dream is driving me insane
In the corner of some foreign field
The gunner sleeps tonight
What’s done is done
We cannot just write off his final scene
Take heed of the dream
Take heed
 (immagine d’apertura:  dipinto di Joseph Mallord William Turner The Scarlet Sunset (1830–40); immagine di chiusura: copertina dell’album The final cut (1983); testo del brano da testitradotti.it)
finalcut
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Francisco de Goya, Pitture nere – sassi d’arte

Pitture nere (1819-1823) è il nome dato a una serie di quattordici opere murali di Francisco de Goya (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828), dipinte con la tecnica dell’olio su muro su pareti ricoperte di gesso. Sono state create come decorazione delle pareti della Quinta del Sordo, una casa da lui acquistata nel febbraio del 1819. Questi murali sono stati trasferiti su tela nel 1874, e attualmente sono conservati nel Museo del Prado di Madrid. Nel 1823 la casa con i dipinti passò ad essere di proprietà al nipote, che ebbe il compito di preservarla da possibili ritorsioni dopo il ripristino della monarchia assoluta e la repressione dei liberali condotte da Ferdinando VII di Spagna. L’esistenza delle Pitture nere rimase scarsamente conosciuta per circa 50 anni, fin quando, nel 1874, un banchiere francese ne ordinò il trasferimento su tela col fine di esporle all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Nel 1881 fu lo stesso banchiere a donarle al Museo del Prado, dove sono attualmente esposte. L’insieme di dipinti, ai quali Goya non diede titolo, fu catalogato nel 1828 da Antonio de Brugada, amico di Goya, che li denominò come segue: Atropo (immagine d’apertura), Due uomini anziani, Due vecchi che mangiano, Duello rusticano, Il sabba delle streghe (immagine in basso a sinistra), La lettura, Giuditta e Oloferne, Il pellegrinaggio a San Isidro, Due donne e un uomo, Pellegrinaggio alla fontana di San Isidro, Cane interrato nella rena, Saturno che divora i suoi figli, La Leocadia, Visione fantastica.

La Quinta del Sordo, la casa in cui le pitture nere hanno visto la luce, era situata nella periferia ovest di Madrid, in Spagna, e fu demolita nel 1910 (foto a destra); il pittore acquistò l’immobile il 27 febbraio 1819 e lo stabile prese il nomignolo dal precedente proprietario, che soffriva di problemi acustici, Montañez, anche se com’è noto anche Goya era afflitto dalla sordità sin dal 1792, anno in cui fu funestato da una terribile malattia. Si ritiene che Goya abbia scelto di ritirarsi in un luogo tanto appartato per allontanarsi dalla corte dell’assolutista Ferdinando VII, con il quale si sentiva a disagio, o forse per sottrarsi ai pettegolezzi che circondavano lui e la nuova amante, della quale si invaghì e che incontrò in occasione del matrimonio del figlio. La casa è celebre proprio per i quattordici dipinti a olio su intonaco che Goya vi tracciò fra il 1820 e il 1821; quelle che diverranno note come Pitture nere, oltre per l’omogeneità cromatica, erano legate da un filo rosso tematico legato al trionfo del male e alla tragica condizione umana, indagata con un vertiginoso affondo emotivo.

La versatilità dell’estro creativo di Goya fa sì che egli sia un’artista difficilmente inseribile entro i ristretti orizzonti di una definita corrente artistica; i quadri di Goya, infatti, risentono congiuntamente delle sue aspirazioni illuministe-razionali e di impulsi irrazionalistici già romantici. Un totale cambiamento di stili e temi si ebbe con la misteriosa malattia del 1792-1793, doloroso spartiacque dell’esistenza di Goya. Questo drastico mutamento tematico, oltre che dalle drammatiche vicende personali, gli fu imposto anche dal grande sconvolgimento politico sofferto in quegli anni dall’Europa, segnata dall’ascesa al trono di Carlo IV, uomo inetto subentrato al ben più illuminato Carlo III, e dagli eventi legati alla Rivoluzione Francese e alla successiva epopea napoleonica. Nel 1792 Goya abbandonò i toni distesi della gioventù e approdò a uno stile onirico, visionario, facendosi interprete della parte «nera», dannata, dolorosa dell’essere umano e rendendola con «chiaroveggenza di sonnambulo» (José Ortega y Gasset). Interessante l’accostamento operato dal critico Jean Starobinski tra la figura di Goya e quella di Beethoven:

«Nel 1789 Goya è destinato a un’evoluzione che lo allontanerà dallo stile dei suoi esordi. Non solo per la sordità comparsa dopo la malattia del 1793, egli è vicino a Beethoven: ma anche per la straordinaria trasformazione stilistica attuata in pochi decenni. Questi due artisti chiusi nella solitudine sviluppano nella loro produzione un mondo autonomo, con degli strumenti che l’immaginazione, la volontà e una sorta di furore inventivo non cessano di arricchire e di modificare, al di là di ogni linguaggio preesistente» (Jean Starobinski)

Prendendo consapevolezza della potenza delle virulente forze dell’inconscio e degli istinti, Goya traccia una strada che verrà seguita da numerosi artisti, come Ensor, Munch e Bacon e persino da letterati e filosofi (si pensi a Poe, Freud, Baudelaire). Questa visione decisamente pessimistica dell’uomo, accompagnata da una scrupolosa indagine sul lato oscuro della ragione, avrebbe poi trovato il suo culmine nelle Pitture Nere, dove l’oggetto della spietata attenzione di Goya è il grande e cosmico trionfo del male e la sostanziale incapacità dell’uomo di intervenire sull’esito del proprio fato, inevitabilmente destinato a rivelarsi tragico. È significativo ricordare che le opere della maniera scura, sorgono da un’interferenza tra ragione e follia, che in quanto tale non vede Goya allinearsi con una sola delle due facce della medaglia. Goya, infatti, capisce che eros e thanatos sono aspetti unilaterali dell’esistenza umana, che li comprende e sintetizza entrambi, e per questo motivo sono ineliminabili e, anzi, persino legati tra di loro da una continuità dialettica. Goya, in tal senso, si mostra sedotto sia dalla parte buona che da quella malvagia dell’essere umano: è in questa prospettiva che egli intuisce che non conviene eliminare la parte «nera» e aberrante dell’uomo che, anzi, può anche esercitare un fascino segreto e irresistibile, senza tuttavia finire schiavo del culto illuminista della ragione.

(fonti varie dal web; Wikipedia)

Antonia Pozzi, versi da Poesia che mi guardi

Antonia Pozzi (Milano, 1912–1938), da “Poesia che mi guardi”

tratte dal sito http://www.antoniapozzi.it/che si ringrazia

[Abbandonati in braccio al buio]

Abbandonati in braccio al buio
monti
m’insegnate l’attesa:
all’alba – chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d’autunno
tramortita nel sole.

*

Periferia in aprile

Intorno aiole
dove ragazzo t’affannavi al calcio:
ed or fra cocci
s’apron fiori terrosi al secco fiato
dei muri a primavera.
Ma nella voce e nello sguardo
hai acqua,
tu profonda frescura, radicata
oltre le zolle e le stagioni, in quella
che ancor resta alle cime
umida neve:
così correndo in ogni vena
e dici
ancora quella strada remotissima
ed il vento
leggero sopra enormi
baratri azzurri.

24 aprile 1937

*

Amor fati

Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue –
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.

13 maggio 1937

*

Vicenda d’acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l’urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch’io mi riposi dei soverchi
balzi e ch’io taccia, infine:
poi che una culla e un’eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

Milano, 28 novembre 1929

Dino Campana, versi da Canti Orfici e altre poesie

Dino Campana, due poesie da “Canti Orfici e altre poesie” (Einaudi)

La sera di fiera

Il cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell’aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In lubrici fischi grotteschi
E tintinnare d’angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d’Ofelia
Stillate dall’umile pianto delle lampade elettriche
……………………………………………………………………
Una canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz’amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non è nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz’amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.

(da Canti Orfici)

*

Le Cafard
(Nostalgia del viaggio)

Le vele le vele le vele!
Che schioccano e frustano al vento
che gonfia di vane sequele
le vele le vele le vele…
che tesson e tesson lamento
con l’onda che sorda dismorza
la sua volubile forza.
Ne l’ultimo schianto crudele!
Le vele le vele le vele…

…………………………………………………..
Ai venti, ai venti, presso l’augurale
forma di che affacciato a le fortune
l’inquieta prora ha il Sogno suo navale
ah! Ch’io parta! Ch’io parta! E che un lontano
giorno l’ultimo sonno in te laggiù
……………………………..dorma
………….. Genova
sotto degli sfrenati archi marini
dell’alterna tua chiesa azzurra e bianca
dove una fiamma pallida s’infranca
in arco eburneo a magici confini.
(da Altre poesie)
– immagine d’apertura: Edvard Munch, Notte stellata, 1924 –

Diane Di Prima, tre poesie

Abbandonate…

Abbandonate a se stesse, le persone si fanno crescere i capelli.
Abbandonate a se stessesi tolgono le scarpe.
Abbandonate a se stesse fanno l’amore
dormono facilmente
dividono coperte, droga e bambini
non sono pigre o impaurite
piantano semi, sorridono, parlano fra loro. La parola
comincia dentro se stessa: tocco di amore
nel cervello, nell’orecchio.

Ritorniamo con il mare, con le maree
ritorniamo spesso come le foglie, numerosi
come l’erba, gentile e insistente, ricordiamo
il modo in cui i nostri piccoli muovono i primi passi a
piedi nudi attraverso le città
dell’universo.

*

Lettera Rivoluzionaria #1

Ho appena capito che il premio sono io
non ho altro
denaro per riscatto, nient’altro da spezzare o scambiare che la vita
il mio spirito dosato, frammentario, sparso
sul tavolo della roulette, ripago quanto posso
nient’altro da ficcare sotto il naso del maitre de jeu
nulla da spingere fuori dalla finestra, niente bandiare bianche
questa carne è tutto ciò che ho da offrire, fare il gioco con
questa testa qui e ora, e quello che vien dietro, la mia mossa
mentre strisciamo sopra questo bordo, proseguendo sempre
(si spera) fra le righe.

*

Requiem

Penso
che troverai
una tomba
non così bella
baby oh
Ti legano stretta
nel bel
vestito

Ascolto
È freddo
e i vermi e le cose
sono là per ragioni egoistiche

Penso
che tu vorrai
girarti
dalla tua parte
ai tuoi capelli
non piacerà
rimanere a posto
per sempre
ed alle tue mani
non piacerà
essere poste in croce
così

Io penso
che alle tue labbra
non piacerà
per loro stesse

(dal web)

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Diane di Prima (Brooklyn, 6 agosto 1934), poetessa statunitense della Beat Generation. Nata a Brooklyn, ha studiato allo Swarthmore College; di origini italiane (suo nonno materno, Domenico Mallozzi, è stato un attivo anarchico) cominciò a scrivere da bambina e a diciannove anni conobbe Ezra Pound e Kenneth Patchen. Fino al 1960 ha vissuto a Manhattan, dove ha preso parte al movimento beat; la sua prima raccolta poetica, This Kind of Bird Flies Backwards, fu pubblicata nel 1958 dalla Totem Press, di Hettie e LeRoi Jones. Nel 1962 conobbe il maestro Zen Suzuki Roshi, grazie al quale si avvicinò al buddhismo. Fondatrice della Poets Press, con Amiri Baraka (LeRoi Jones) ha pubblicato The Floating Bear e fondato il New York Poets Theatre. Nel 1966 si è trasferita a Millbrook, entrando nella comunità psichedelica di Timothy Leary e nel 1969 ha pubblicato il racconto della sua esperienza beat in Memoirs of a Beatnik; trasferitasi nel 1970 in California, dove vive tuttora,  qui è entrata a far parte del movimento Diggers ed ha pubblicato il suo lavoro maggiore, il poema Loba, nel 1978. Una selezione di sue poesie è stata raccolta in Pieces of a Song, nel 1990, mentre del 2001 sono le sue memorie, Recollections of My Life as a Woman. Attualmente insegna.(Wikipedia)

Ranieri Teti su Studi comparati di Angela Greco

Carte nel Vento, periodico on-line del Premio Lorenzo Montano a cura di Ranieri teti

Aprile 2018, anno XV, numero 39

Angela Greco, una poesia inedita, “Studi comparati”, nota di Ranieri Teti

“Perché siamo qui, Angela? Dove stiamo andando?”

Se pensiamo a generi collaterali alla poesia come siamo soliti immaginarla, con gli a capo canonici, restando nell’ambito lineare e senza sconfinamenti nel visivo o nel sonoro, probabilmente viene subito in mente la prosa poetica.

Angela Greco, in questo “Studi comparati”, propone invece un testo di poesia narrativa: è poesia, ci sono gli a capo, ma tutto si configura come un racconto. Con tanto di frammenti dialogici, flash-back, stacchi e inquadrature da cinema, musica e recitazione, “fuorionda” colti nel momento massimo della verità. Le voci fuori campo dettano il tempo di una sceneggiatura complessa, serrata e insieme profonda. Una sorta di “marchio di fabbrica”, ripensando a una precedente prova dell’autrice, “Campo di grano con corvi”.

Ma è necessario porre molta attenzione, perché tutto quello che viene messo in scena, talvolta abbagliando, in altri momenti in modo sommesso, potrebbe depistare noi lettori dalla costante visione, esclusivamente poetica, che innerva l’intero brano. La poesia è nel pensiero che sottende interamente il testo, ora carsico e appena percepibile, ora affiorante e portatore di rara, e inedita, espressività. Forse siamo davvero diretti dove abbiamo sbagliato, oppure dove possiamo liberamente confondere i segni con i sogni, soffermandoci su una vecchia foto che ancora ci parla. (Raniei Teti)

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Studi comparati 

«Dove abbiamo sbagliato, Claire? Dove siamo diretti?
Chi ha preso il nostro posto?»
Non sappiamo più leggere i segni, i sogni,
il fondo delle tazze di caffè e nemmeno il Braille.
Sono lontane le stelle, le notti chiare e le mattine senza dolori.
Si ride per una bugia. Inizia a piovere.
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Il grigio ha valenza plurima e capacità statica.
Giorno monocromatico da vecchio film muto
aggressione inevitabile alla giugulare.
E’ tutto un gioco di fogli bianchi e mascelle.
Anche il cielo morde.
Al piano inferiore spostano continuamente le sedie
in un gioco da bambini che ogni volta ne sottrae una.
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Il falegname bussa tutti i pomeriggi dopo pranzo.
Dal balcone guarda i miei giorni stesi ad asciugare.
Io lo saluto sempre. Per l’ultima volta.
Inverno rigido tra febbraio e aprile;
maggio è soltanto un ricordo.
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Le gocce sui vetri mosaicano l’immagine.
«Claire, non allontanarti. Ho bisogno di mani, di fiato
e di presenza, in questo quotidiano senza punteggiatura».
La luce accesa nella stanza col soffitto blu aspetta la sera.
Temo il suo silenzio più che la neve.
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Astronomy domine, cinquant’anni di anticipo.
Scatola degli spilli, forma avveniristica, un altro secolo:
uso sapiente di mani, rotazione di vinili, asole da riparare.
Fili tutti tirati.
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Lascia che giochi, Claire, oggi. Fuori c’è confusione.
Cinque settimane per ritrovarsi e un bonus per sola andata.
Penso spesso che sia necessaria una vacanza dalla poesia,
ma poi qualcosa arriva e tutto allora diventa chiaro, lucido.
A marzo sarà un anno dalla foto in bianco e nero con foulard.
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(segnalata nella sezione “una poesia inedita” al XXXI Premio Lorenzo Montano)
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in apertura: opera di Edward Hopper

Felice Casorati, Beethoven – sassi d’arte

Felice Casorati, Beethoven, 1928 – Rovereto, MART
Museo d’arte Moderna di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
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Nel 1918, al termine della Prima Guerra Mondiale, mentre la popolazione cerca di riprendere in mano la propria quotidianità, l’arte avverte il bisogno di ritrovare un ordine ed un equilibrio che le avanguardie artistiche dell’ante-guerra avevano violato. In questo quadro storico si inserisce il realismo magico di Felice Casorati (Novara, 4 dicembre 1883 – Torino, 1º marzo 1963), pittore piemontese nato da una famiglia che aveva dato i natali a matematici e scienziati di fama. E scienza e matematica influenzeranno la sua arte, tendenzialmente geometrica e priva di dinamismo, in cui però la poesia e l’elemento fantastico si inseriscono attraverso particolari, contorni, sfumature di colore.

Nello stesso anno della fine del primo grande conflitto mondiale, Felice Casorati è a Torino, città viva sotto l’aspetto culturale e artistico, ma velata da una sottile malinconia che si manifesta nel suo ordine e nella sua compostezza; qui, nel 1922, l’artista decide di aprire una scuola di pittura per giovani artisti, vivendo un’esperienza assolutamente nuova e del tutto lontana dagli ambienti accademici. E questa esperienza di insegnante sarà fondamentale per la sua formazione, tanto da condurlo a diventare uno dei primi pittori del ‘900 a sentire il bisogno di raffigurare la quotidianità di chi vive la scuola. Nasce così, tra il 1927 e il 1928, il dipinto Gli scolari (foto in chiusura), in cui la realtà scolastica appare nella sua semplicità e nella sua quotidiana bellezza.

Insieme alla matematica e alla scienza, la pittura di Casorati è influenzata da una grande passione a cui dedicò moltissimo tempo negli anni della gioventù, la musica. Come dichiarò egli stesso, in un’intervista, amava suonare il pianoforte e sognava di diventare un musicista; ma, a causa di un esaurimento, i medici gli impedirono di continuare a suonare ed una scatola di colori, dono di suo padre come consolazione a quel drammatico distacco, segnò l’inizio di un nuovo percorso artistico a cui dedicherà tutta la sua esistenza, la pittura, collocandosi nella corrente del realismo magico, distinguendosi per il carattere unico, regolare, geometrico, armonico della sua produzione. Produzione, che ha lasciato a noi contemporanei i frutti di un’esperienza artistica centrale per il Novecento italiano.

La passione per la musica, comunque, non abbandonerà il pittore, ma lascerà segni nella sua produzione artistica: in un quadro del 1928, intitolato Beethoveen, uno spartito del grande musicista, posato su un sgabello, è sfiorato dalla mano di una bambina magra dallo sguardo serio; accanto a lei un dalmata, con lo sguardo rivolto verso il basso, dietro di lei, uno specchio e una chitarra appoggiata ad un muro. Una sequenza di elementi realistici, che apparentemente non rivelano nulla che vada oltre la banalità della quotidianità e che, invece, riescono a trasmetterci un senso di ordine, meraviglia e bellezza, dietro cui si celano storie che il pittore non ci rivela mai del tutto e che fanno riferimento a memorie e a ferite della sua stessa esistenza. (adattamento dell’articolo di Mariateresa Natuzzi per MIfacciodiCultura)

«La mia pittura accolta con tanta severità in patria – affermò – trovò all’estero consensi cordiali, talvolta entusiasti. Moltissime le riviste che mi dedicarono articoli. Fui invitato ad allestire in Germania, Russia, in Belgio, America, che ospitarono fin troppo volentieri i miei quadri». Felice Casorati, come un grido di dolore, esprimeva, nel 1943, all’università di Pisa il suo atto di accusa sulla severità con cui l’Italia accolse a quel tempo le sue opere.
Esponente di una pittura a tratti enigmatica, densa di simboli metaforici, in cui ogni figura è un universo preciso, un mondo di pensieri, parole non dette, emisferi talora inquieti che sfuggono alla realtà, inizia ad affermarsi dalla stagione di Ca’ Pesaro dal 1912 e dal 1914 a Venezia, poi a Napoli, Padova, città dove ha vissuto e dove ha stretto amicizia con gli artisti Mario Cavaglieri e Umberto Boccioni e, in quel periodo di grande fermento in cui prende vita la nuova ondata artistica della secessione viennese, con lo stile klimtiano, che dilaga in tutta Europa, Felice Casorati,  non fa altro che rimanere se stesso con la sua grande personalità di artista senza tempo e di grande attualità ancora oggi. (adattamento dell’articolo di Laura Novello per il Ridotto)
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Iosif Brodskij, due poesie ed un approfondimento

“In America, sul comodino degli alberghi, si trova una copia della Bibbia. Da qualche anno, in quelli più importanti, anche un libro di Josif Brodskji, un uomo convinto che la poesia come le automobili, può portare lontano, perché è uno straordinario acceleratore mentale, e il poeta è l’animale più sano, l’unico che riesca a fondere il mondo razionale con il mondo intuitivo.”

In Italia

a Roberto e Fleur Calasso

Vivevo anch’io in una città dove spuntano statue
sopra le case e al grido: “Corrompere! corrompere!”, per le strade
correva il filosofo locale, scuotendo la barbetta,
e il lungofiume infinito faceva breve la vita.

Ora, accecando cariatidi, declina il sole laggiù.
Ma coloro che mi hanno amato più
di se stessi non sono ormai tra i vivi. I cani, perduto
il contatto con l’oggetto della caccia, fiutano avanzi,

in questo simili alla memoria, alla vita delle cose. Tramonto,
in lontananza voci, grida tipo: “Vattene, mostro!”
in un’altra parlata. Ma non c’è nulla di più comprensibile.
Con la sua colombaia d’oro la laguna più bella

manda bagliori, velando la pupilla. Quando arriva
al punto in cui non lo si può più amare, l’uomo,
disdegnando di risalire a nuoto
la corrente indemoniata, si nasconde nella prospettiva.

da Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. di Giovanni Buttafava, Serena Vitale

*

A Urania

a I.K.

Tutto ha un limite, compresa la tristezza.
S’impiglia lo sguardo alla finestra, come alla palizzata
la foglia. Puoi versare acqua, scuotere chiavi.
Solitudine è l’uomo al quadrato. Il dromedario
così fiuta, ingobbendosi, il binario.
Si scosta il vuoto, come una portiera.
E cos’è poi lo spazio, in generale, io
dico? Assenza di corpo in ogni punto.
Per questo Urania è più vecchia di Clio.
Di giorno, e al lume di lumini ciechi,
vedi che non nasconde nulla: cerchi
di guardare il globo, e guardi una nuca.
Eccoli, i boschi pieni di mirtillo,
fiumi dove si pesca a mano lo storione,
una città che non ti annovera più
nell’elenco del telefono. E a sud
anzi a sud-ovest, ecco montagne brune,
e vagano nel càrice cavalli prževali,
si fanno gialli i visi. Poi, più in là, corvette
navigano e si fa azzurro lo spazio,
come una biancheria con i merletti.

da Poesie, (Adelphi, 2012), trad. di Giovanni Buttafava.

*

“Josif Brodskji nasce a S. Pietroburgo il 24 maggio del 1940. Il padre Alexandr era ufficiale della Marina sovietica con la passione per la fotografia. Una passione che diventò un mestiere-ripiego, quando, a causa dell’origine ebraica, sopraggiunse il prepensionamento, perché l’antisemitismo stava diventando dottrina di stato. La madre Maria Volpert, durante la guerra lavorò come traduttrice nei campi di lavoro per prigionieri tedeschi, e finì per fare la contabile.

S. Pietroburgo e quel quotidiano fatto di diversità consapevole, coltivata dalla sua famiglia, in un Paese in cui la regola era essere uguali, daranno il ritmo al suo destino. Una città sospesa, lontana, affollata d’odori, ricordi, densa di personaggi letterari, e mai dimenticata, ritrovata in Venezia, in una sorta di trasposizione fisica e letteraria, di cui ci lascerà la descrizione in Fondamenta degli incurabili, attraverso un inimitabile gioco di specchi. È quella città, insieme con una capacità di raccogliere tutto quello che si sospendeva sulla retina, ad averlo reso grande. Sia la fotografia sia la poesia colgono frammenti di vissuto, ma se la prima coglie l’attimo, la superficie, la seconda guarda all’eterno. Incoraggiato dalla madre, aveva abbandonato la scuola a quindici anni, incominciò a studiare da autodidatta e a comporre le prime poesie.

L’apprezzamento dell’Achmatova e l’eco delle sue letture — in molti accorrevano per ascoltare la sua indimenticabile voce nasale, capace di sollevare le parole e farle danzare — lo rendono inviso al Potere Sovietico. Accusato di fannullaggine sociale, processato, nel 1972 fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove diventò cittadino americano nel 1977. Lì insegnò in diverse università, svolgendo contemporaneamente una vasta attività di pubblicista e poeta. Nel 1991-1992 fu nominato Poet Laureate degli Stati Uniti. La prima persona che volle incontrare, una volta arrivato in Occidente, fu Auden, l’unico che a suo parere, potesse sedersi sull’Enciclopedia Britannica. Della sua condizione d’esule moderno, sospeso nel tempo, nello spazio, ci resta il discorso d’accettazione al premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1987, pubblicato in Dall’esilio.

Il problema su cui ruota l’impianto della sua vasta e coerente opera è riuscire a far accettare, non solo percepire, la cultura, e nello specifico la poesia come vettore per la comprensione della realtà. Ma soprattutto chiarire, in modo definitivo, che l’estetica è la madre dell’etica. Che uno sguardo incapace di riconoscere la simmetria delle cose è anche incapace di essere giusto. L’amore per Austen, Frost, Achmatova, Cvetaeva (l’unica con cui avesse deciso di non competere per il suo tono tragico inarrivabile), la capacità di rimettersi in discussione attraverso le parole e la loro plasticità rendono la sua attività un’opera d’arte pienamente compiuta. La possibilità di scrivere in russo, poesie, e in inglese, saggi, anche se scrisse in inglese un’elegia dal titolo Lowell per rendere omaggio alla memoria del poeta, e di mantenere intatta anche nella traduzione italiana il sottile estetismo della sua mente, lo rendono ineguagliabile. Una parola modulare la sua, come se le due lingue che usava non facessero altro che intersecarsi e comprendersi, quasi a lenire quella lontananza che l’esilio aveva tracciato in maniera definitiva.

Un uomo che riconosceva come unica divinità la lingua. Tutto il resto, corpo compreso, una trappola, capace di una fissità innaturale, una corazza per la parola, parola che in lui risuonava come un’onda. Morto il 28 gennaio del 1996 a Brooklyn, ha trovato finalmente riposo a Venezia.” (notizie, in apertura ed in chiusura, dal sito italialibri.net che si ringrazia)

immagine d’apertura: Claude Monet, Tramonto a Venezia

Yves Bonnefoy, tre poesie da L’ora presente

Yves Bonnefoy, da  L’ora presente

(l’ultimo libro di poesie edito da Mondadori nel 2013 con traduzione di Fabio Scotto)

LE NOSTRE MANI NELL’ACQUA

Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si cercano,
Talvolta si sfiorano, forme spezzate.
Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,
Altri alberi, altre luci, altri sogni.

E guarda, sono anche altri colori.
La rifrazione trasfigura il rosso.
Era un giorno d’estate? No, è il temporale
Che “cambierà il cielo”, e fino a sera.

Noi immergevamo le mani nel linguaggio,
Vi afferrarono parole delle quali non sapemmo
Che fare, non essendo che i nostri desideri.

Noi invecchiammo. Quest’acqua, nostra trasparenza.
Altri sapranno cercare più nel profondo
Un nuovo cielo, una nuova terra.

*

IO TI OFFRO QUESTI VERSI…

Io ti offro questi versi, non perché il tuo nome
Possa mai fiorire in questo suolo povero,
Ma perché tentare di ricordarsi,
Sono fiori recisi, il che ha senso.

Certi dicono, persi nel loro sogno, «un fiore»,
Ma significa non sapere che le parole tagliano,
se credono di designarlo, in quel che nominano,
Trasmutando ogni fiore in idea di fiore.

Tranciato il vero fiore diventa metafora,
Questa linfa che cola, è il tempo
Che finisce di liberarsi dal suo sogno.

Chi vuole avere, talvolta, la visita deve
Amare in un mazzo che abbia solo un’ora,
La bellezza non è offerta che a tal prezzo.

*

da SIANO AMORE E PSICHE

I

Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Pensano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

.

Al link che segue, qualche domanda rivolta a Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016) in occasione del suo novantesimo compleanno a cura di Fabio Gambaro per Repubblica: Yves BONNEFOY ‘Diffidate degli artisti solitari il vero poeta ha bisogno di amici’

immagine d’apertura: Joan Miró , Costellazione Amorosa

Il rituale, un racconto di Angela Greco

In memoria di un caro amico scomparso questa notte. A Donato B.dedico con l’affetto di sempre. Che il Cielo ti sia azzurro per sempre.

Il sasso nello stagno di AnGre

altamira

Il pubblico pagante arrestò il respiro per un momento all’ingresso dell’imponente protagonista di quel cruento rituale: il percorso d’acciaio che lo avrebbe condotto nel luogo del chirurgico sezionamento era segnato da diverse occhiature di varia estensione e dai bordi non ben definiti; sensazioni ematiche che risaltavano sul pavimento candido e odoroso di disinfettante cloridrico.

Le due parti poste l’una accanto all’altra sembravano attendere il sacro fuoco che le avrebbe ricongiunte; tragica visuale per chi in quel momento, cacciatore senz’armi, era andato a procacciarsi il cibo. Di solito l’orario nel quale i capi di bestiame giungevano alla loro ultima dimora non coincideva con quello in cui la gente comune si recava a fare i propri acquisti. Una sorta di legittima ipocrisia faceva sì che la visione della realtà creasse sgomento nei fruitori della medesima.

La vista del sangue faceva impressione ai più.

Così le carcasse scorrevano velocemente sulla corsia di trasporto…

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Le ore del terrore di Simone Consorti letto da Angela Greco

Edito da L’arcolaio (novembre 2017) con prefazione di Anna Maria Curci, Le ore del terrore di Simone Consorti è un imponente custode di versi, suddiviso in tre sezioni, che impegna il lettore fin dal titolo. La silloge si apre con un significativo e non credo casuale testo intitolato Alla frontiera, i cui primi due versi recitano: “La guardia di frontiera / ha detto che non sono io” dove, se potessimo applicare quanto accade in una narrazione, ovvero che l’incipit ha in sé l’intera opera, saremmo – il condizionale è d’obbligo – di fronte ad una netta presa di distanza del creatore dalla sua creatura, ad una visione esterna della materia trattata e il che già farebbe dire che siamo in presenza di un autore di un certo calibro, capace di rendersi estraneo ai più comuni moti che muovono alla poesia i più.

La medesima poesia, quella d’apertura, per me la più emblematica, nel prosieguo richiama altre figure “e che neppure mi assomiglio / tantomeno mi potrei spacciare / per mio padre o per mio figlio / Mi intima [la guardia] di restare fermo / e per convincermi mi mostra uno schermo / che qui chiamano specchio” utili al poeta per mettere in chiaro una sorta di obiettività a garanzia di quanto verrà offerto al lettore (qui lo specchio è mezzo di visione di se stesso, una semplice lastra riflettente), in cui sembra che il protagonista si faccia semplice strumento di espressione (“restare fermo”) e dove quella frontiera di cui nel titolo del componimento, sembra diventare un diaframma che raffredda la temperatura emozionale, poiché appare riferito al poeta stesso che, alla frontiera con il mondo fuori da sé, cerca, per mezzo della poesia, un dialogo storico-contemporaneo con quel che ha appreso e che lo ha coinvolto.

Alla fine, però, con una certa maestria e con una rotazione netta, che affonda la vite nel materiale da assemblare, Consorti mette in chiaro, fin dalla prima poesia, il suo ruolo di regista e di attore che vive quanto offre al lettore, dall’interno e dall’esterno, allo specchio (che non diventa mai lente ustoria, però), come si apprende dagli ultimi versi del medesimo testo d’apertura: “Gli altri passano e mi guardano / facendo di no con la testa / Devo essere una brutta persona / se sono l’unico che resta / Mi studio di nuovo sul mio documento / ma la guardia mi spiega che è vecchio / e lo straccia / fissandomi con la mia faccia”  rivelando che la poesia è sì un mezzo per “guardare” gli altri, la Storia e le storie che possono generarla, ma che essa è anche (e soprattutto mi verrebbe da dire in questo caso) un potente mezzo per “studiare” – come dice il poeta – la propria faccia, il proprio essere in divenire (“è vecchio”, il documento, quindi differente dal momento attuale) e il proprio ruolo, evidenziato nella prima sezione da un ‘io’ che domina i vari testi e che offre al lettore le sue molteplici facce.

Alla frontiera
.
La guardia di frontiera
ha detto che non sono io
e che neppure mi assomiglio
tantomeno mi potrei spacciare
per mio padre o per mio figlio
Mi intima di restare fermo
e per convincermi
mi mostra uno schermo
che qui chiamano specchio
Gli altri passano e mi guardano
facendo di no con la testa
Devo essere una brutta persona
se sono l’unico che resta
Mi studio di nuovo sul mio documento
ma la guardia mi spiega che è vecchio
e lo straccia
fissandomi con la mia faccia
.

La prima sezione “Le ore del terrore” mette in scena il rincorrersi degli eventi che hanno imbruttito il Novecento (tranne 22 dicembre 1849): l’autore si rende partecipe per mezzo dell’io, che diviene quasi per abitudine quello di ciascuno ed anche del lettore, della cronaca dell’ultimo secolo, evidenziando una solitudine che a me, però, non giunge mai come quella dell’intellettuale consapevole del suo differente – dall’opinione comune s’intenda – sentire, quanto piuttosto mi giunge esattamente come voce dell’opinione comune su temi che attualmente calamitano l’attenzione della stessa, come si legge, ad esempio (ma non solo), nei versi proposti di seguito. Tanto, ci può stare, beninteso, ma a tanto, forse il lettore più esigente avrebbe voluto che si fosse aggiunto un punto di rottura, una crisi, un varco.

Postfezia
.
Il Millennio si aprirà con due aerei
che faranno strike di grattacieli
e figlieranno guerre in Medio Oriente
Vedo persone scoppiare dal niente
e piazze lavate col sangue
Vedo statue di tiranni abbattute
e in giro tanta voglia di vendetta
Vedo papi buoni intonare canzoni
circondati da un concistoro
di cardinali assassini che gli fanno il coro
Vedo primavere trasformarsi in inverni
e folle speranzose
assiderate da nuove paure
rimpiangere pochi anni dopo
le care vecchie dittature
.
.
Un altro naufragio
.
È così lontana l’altra costa
quando la salvezza
è in direzione opposta
.
Non conosceremo la sua faccia
né le nostre braccia
riusciranno mai a stringerlo
Noi che lo aspettavamo
per respingerlo
.
 “Preghiere e bestemmie sincere”, seconda sezione della silloge, vede una maggiore partecipazione emotiva dello scrivente ai fatti e agli accadimenti narrati. Personaggi biblici si alternano alla presenza di Dio, figure con le quali Consorti sembra quasi giocare, tra rime e assonanze e consapevoli giochi di parole, in cui emerge un lato irriverente e piacevole e in cui si avvertono lo sciogliersi della tensione accumulata nella prima sezione ed il piacere di ‘mischiarsi’ con gli argomenti trattati. Chiesa depokemonizzata, in una riuscita assonanza, rende bene la contemporaneità e il rapporto dell’uomo di oggi con il sacro e, insieme con Abramo e Giuda, consegna al lettore testi originali, dove l’abilità formale (rime) di Consorti appare al meglio.
.
Chiesa depokemonizzata
.
Chiesa depokemonizzata
spegnere il cellulare
togliere la suoneria
e non messaggiare
Durante le preghiere
ci vuole concentrazione
ci vuole pazienza
ci vuole cuore
ci vuole speranza
ci vuole fantasia
ci vuole fede
Visto che sei entrato
perché per qualche minuto non credere?
.
.
Abramo
.
Come se fosse un favore
o una cosa da poco
giusto una formalità
o una specie di gioco
.
me lo chiede con un’aria indifferente
come se non fosse niente
.
Tipo due amici ad un tavolo
che fanno battute a caso
.
un solo gesto un atto unico
e guadagnerei mille punti con lui
.
In nome del nostro legame
senza starci troppo a pensare
.
Un figlicidio veloce
mica come mettere
il proprio erede in croce
.
.
Giuda
.
Trenta denari
se li converti
son solo un pugno di dollari
o qualche yen
.
Non bastano a pagarci un’analista
che allevi la tua pena
Massimo puoi invitarci gli amici
a un’ultima cena
.
Sempre che non ordini vino di marca
più o meno consacrato
e purché ti scordi
il caviale raffinato
.
Trenta denari
se fai la conversione
massimo ci compri le persone
.

“Spoon River Italia” è una silloge nella silloge, che chiude Le ore del terrore con ventotto componimenti incentrati sul tema della morte, in cui ricompaiono temi di attualità, in una serie di quadri in cui molti versi potrebbero essere estratti come aforismi, aderenti all’originale di cui nel titolo della sezione, ma che nell’opera di Consorti perdono l’immediatezza dell’epitaffio, per dilungarsi in veri e propri testi poetici dai quali estraggo “un epitaffio nuovo di zecca e mai usato” (XXVII), come lo stesso poeta dice, che a mio parere ben chiudono questa lettura. [Angela Greco]

Non sempre concordo con quello che penso
Non sempre la vita o la morte hanno un senso
.
.
.

Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’(Baldini e Castoldi 1999, Premio Linus). Ha pubblicato “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008, adattato per il teatro nel 2009), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012) e “Da questa parte della morte”(Besa, 2015), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2017). La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Il suo libro di racconti “Otello ti presento Ofelia” è in uscita per L’erudita. E’ presente on line con il sito simoneconsorti.com

letture amArgine: quattro inediti di Gianpaolo G. Mastropasqua

Una condivisione dal blog di Flavio Almerighi. Buona, ottima lettura!

almerighi

Può la nuova poesia del Sud rianimare l’esangue poesia nazionale? Pare di sì. Una messe di poeti da Alfonso Guida ad Angela Greco sta dando sangue nuovo, tanto, e soprattutto sta pure imparando a disobbedire. Eccone un altro che in poesia ha qualcosa da dire e sa dirlo. Giampaolo Mastropasqua ci offre quattro inediti densi, essenziali, diretti. Sa fare poesia come tutti coloro che sanno vivere i disagi altrui, e non si gira dall’altra parte. Continua così. Si crepa, si urla, si giace, si fa poesia sui relitti di ogni tempo, con forza, decisione, talento, senza troppe perifrasi.

La stremata

Quest’attesa stremata del conto
si mura ci finge si dorme
numeri tra le casse del cassiere.
Quest’attesa armata che pugnala
alle spalle, come notizia del giorno
tra gli altoparlanti mondiali del finale.
Quest’attesa destinata delle prefiche
si crepa ci urla si giace
nell’irripetibile vivere dei morti
che ci sfiorano in…

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Iosif Brodskij, Farfalla

FARFALLA, di Iosif Aleksandrovič Brodskij (in russo Иосиф Александрович Бродский, Leningrado, 24 maggio 1940 – New York, 28 gennaio 1996;  Premio Nobel per la letteratura nel 1987)

I

Dirò: sei morta?
Con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare «vita»
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita;
mi confonde sottrarre
una di quelle due grandezze
nello spazio di un giorno

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.

XIII

Ti dirò “Addio”?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

da Poesie 1972-1985 (Adelphi, 1986, traduz. di Giovanni Buttafava); immagine d’apertura: farfalla viola (collezione Dipintinmovimento)

Jorge Luis Borges, Giovanni 1,14 – Buona Pasqua da Il sasso nello stagno di AnGre

Jorge Luis Borges, Giovanni 1,14 (da Elogio dell’ombra)

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bimbo gioca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido,
quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sul palmo,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
sarà almeno la sua eco.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte e rimpiango l’odore
di quella bottega di falegname.
.
.

*

Piero della Francesca, Resurrezione (immagine d’apertura)

La luce rosa di un’alba primaverile illumina il bianco dell’Appennino e la natura silente. In primo piano l’umanissima figura di Cristo. Nel corpo i segni della Passione, in mano il vessillo della Resurrezione. Un piede poggia sul bordo del sarcofago nell’atto di uscire: ha vinto la morte, simboleggiata dai quattro personaggi abbandonati nel sonno nella parte bassa della composizione. Tra loro, frontale rispetto allo spettatore, Piero si autoritrae. Quest’opera, considerata del tutto autografa ed eseguita tra il 1463 e il 1468 ad affresco da Piero di Benedetto de’ Franceschi, detto Piero della Francesca (1420 ca. – 1492), è ubicata nel Palazzo dei Conservatori di Sansepolcro (Arezzo), attuale sede del Museo Civico.

Cristo risorto emerge dal Santo Sepolcro, simbolo della città, stringendo con presa sicura lo stendardo crociato e poggiando saldamente il piede sul sarcofago dal quale si erge vincitore della morte, esprimendo, attraverso sembianze concretamente umane, la sua sovranità divina accentuata dalla fissità quasi inquietante dello sguardo. Il perno della composizione è costituito dalla figura del figlio di Dio ormai risorto, che divide in due parti il paesaggio: quello a destra rigoglioso e quello a sinistra morente, dove gli alberi, che a sinistra appaiono secchi, come in pieno inverno, a destra sono ritratti verdi, come in primavera, sottolineano l’inizio di un nuovo tempo nella storia dell’umanità.

Il pittore sceglie, invece, di ritrarre se stesso addormentato ai piedi del sarcofago, mentre all’asta del vessillo con la croce guelfa attribuisce il compito di tenerlo in diretto contatto con la divinità, come ad ispirare e ricordare il Piero politico, quando, consigliere comunale, sedeva nella stanza attigua all’affresco. (Giorgio Chiantini)

.

Angela Greco, Venerdì santo

Venerdì santo

Aspetta la luce il momento dove posarsi;
domande rinunciano a risposte.
Il silenzio e la catastrofe legano un’antitesi
e non si sa più chi siamo dopo un certo orario.
.
Il chiodo dalla punta ricurva dice che è servito
a fermare la legge nei polsi del prescelto;
la folla ancora gira tra sepolcri chiusi e imbiancati.
Il tempo della pietra spostata e del corpo nudo
scandalizza persino le croci. E’ colpa della cefalea,
questo scontro con il cielo grigio senza pioggia.
.
Poco lontano da qui un getsemani protesta
per iniquità, mentre tutti dormono. S’avvia la corsa
al tempo cavo della sorpresa mai gradita, nel rumore
della carta argentata e dell’unico nodo sciolto,
un raso sintetico che copre una corda che stringe.
Piero innalza il suo Cristo nella sfumatura rosa
di un’alba in attesa.
.
.
Angela Greco, 30 marzo 2018 (versi e foto)