Giovanni Giudici, tre poesie

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

§

Mi chiedi cosa vuol dire

Mi chiedo cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

§

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d’accordi. E gli istanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

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Giovanni Giudici, Tutte le poesie (Mondadori, 2014) — Altri versi ed una nota sull’autore in questo blog, cliccando QUI)

Sull’Astrattismo di Paul Klee – sassi d’arte

Paul-Klee, Ad Parnassum,1932

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Paul Klee (1879 – 1940), pittore-incisore-acquerellista tedesco, di padre tedesco e madre svizzera,  è uno di quegli artisti difficilmente ascrivibili a una tendenza precisa, a una corrente artistica individuata, un artista la cui immaginazione attraversa campi creativi diversi.

Paul Klee – Giardino di Tunisi 1919

L’esperienza astratta, l’interesse per il dadaismo, l’inclusione tra le fila dei surrealisti: tutti movimenti di cui Klee fornisce una visione assolutamente peculiare che si traduce in forme dalle cifre inconfondibili, a tratti più geometriche, altre volte più intensamente pittoriche, ma tutte contrassegnate dal dato comune della passione, una specie di immersione totale nel colore. “Il colore mi possiede – dichiara l’artista nei suoi DiariNon ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Tale è il seno di questo meraviglioso momento: io e il colore siamo un tutt’uno. Io sono pittore.” L’indagine sulla forma-colore che sostiene la pittura di Klee nel corso della sua vita, si accompagna alla scrittura, riflessioni private affidate ai celebri Diari, ma anche testi teorici, con cui l’artista svela la sua poetica. La partecipazione alla mostra del Cavaliere azzurro (qui), nel 1912, ha il senso di una interpretazione emotiva, espressiva della figura che si intensifica nello stesso anno con il viaggio a Parigi, occasione con cui viene in contatto con Robert Delaunay (qui), impegnato nella ricerca di un astrattismo basato sulle composizioni di campiture cromatiche luminose.

Paul Klee, Garden in St Germain in Tunisia, 1914

La svolta significativa al percorso di Klee è impressa dal viaggio in Africa del 1914, l’Africa dei colori, dei sapori intensi, delle decorazioni, da cui l’artista ricava pagine straordinarie di diario e di acquerelli: le forme sono ancora riconoscibili, ma è il colore che dà sostanza a queste vedute, che diventa il diario di bordo dell’esperienza intensa che il pittore sta vivendo. Sono stesure liquide e brillanti, ma anche dense e pastose dell’olio – spesso condotte al termine del viaggio, tornato a Berna – in cui i colori sono accostati in scala, ma anche a contrasto, sono disposti in partiture di geometrie vagamente instabili a raccontare una geografia emotiva piuttosto che descrittiva. L’astrazione cui giunge Klee successivamente mantiene costante questo motivo interiore che procede per accostamenti, per contrappunti, per analogie e dissonanze e l’analogia con la musica è evidente. Variegate e molteplici sono le tecniche e le materie che sperimenta, insieme alle infinite possibilità del colore; tutti mezzi per raccontare infiniti mondi, drammatici  pacificati, inquieti o dinamici, in cui il colore dà forma e spessore o si dispone come una proiezione luminosa sulla superficie.

Paul Klee, La Bambolina,1923

In poco più di trent’anni di attività – l’artista morirà a sessantun anni, nel 1940 – Klee realizza un corpus di opere sterminato, a testimoniare la continuità e la persistenza della sua ricerca. Il linguaggio particolare che l’artista inventa è inteso da Klee come “una scrittura che penetra il visibile. Noi non sappiamo quanto affluisca a noi dal regno elementare della natura, quanto della profondità avanzi attraverso di noi e voglia manifestarsi in figura. Questo è ciò che dobbiamo trovare“. L’artista crea la sua geometria dell’invisibile o trasforma ugualmente ciò che vede in una tessitura cromatica che restituisce più le sue emozioni che le cose, universi colorati dentro e fuori l’astrattismo a raccontare un’esperienza unica nella storia della pittura. (Adattamento da “La storia dell’arte” – Corriere della Sera, per gentile concessione; immagini dal web)

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Paul Klee, Sguardo dal rosso, 1937

José Saramago, tre poesie

Silenzi
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Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.
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Oceanografia
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Giro le spalle al mare che conosco,
al mio essere umano me ne torno,
e quanto c’è nel mare lo sorprendo
nella pochezza mia di cui son conscio.
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Di naufragi ne so più del mare,
dagli abissi che sondo torno esangue,
e perché da me nulla lo separi,
vive annegato un corpo nel mio sangue.
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Acqua che all’acqua torna

Acqua che all’acqua torna, di luce sfrangiata,
si apre l’onda in spuma.
Movimento perpetuo, arco perfetto,
che si erge, ricade e rifluisce,
onda del mare che il mare stesso nutre,
amore che di se stesso si alimenta.

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versi di José Saramago (1922 – 2010) tratti dal web
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Gianluca Asmundo legge ARCANI di Angela Greco

Si assiste, nella silloge Arcani di Angela Greco, a una rigorosa quanto delicata ricerca di forma e, al contempo, di risposte, in merito all’effimero e alla durata, all’attesa e al ritorno, alla corporeità e allo spazio. La raccolta ha una complessa articolazione in filigrana, che tocca e sviluppa numerosi temi, con ricchezza di sfaccettature; e non procede per frammenti, bensì per compiutezze.

Una lettura critica complessiva esula dalle intenzioni di questi appunti: in questa occasione si è scelto di soffermarsi su alcuni aspetti e fili del racconto che appaiono trasversali, forse minimi o secondari, ma con il desiderio di coglierne, da punti di vista aggiuntivi, il dipanarsi sottotraccia.

L’esplorazione dello spazio interiore dell’autrice si sovrappone agli attraversamenti di quello urbano da parte del “personaggio” nominato «”Claire”», che si muove sulla singolare rivisitazione di una scena di teatro magno-greco, un «paese vecchio» reale quanto immaginario, agendo dinanzi e dietro le quinte delle cicatrici, dei desideri e della città.

Recentemente Claire è emersa non come “personaggio”, poiché sfocato, ma come “figura” felliniana e rilkiana, in una limpida, ricca e affascinante lettura di Giorgio Galli (Perìgeion, 20/12/2020 – qui –). A questa visione può essere complementare quella di una Claire personaggio, in quanto superstite di un “dramatis personae”, in un dramma incerto e su una scena incerta, ma al contempo tangibili grazie alle ricostruzione semantica del microcosmo di Claire operato dall’autrice. Un personaggio “in cerca”, all’apparenza muto, in movimento attraversando scene mute, che può rimandare al teatro d’avanguardia novecentesco o al cinema bergmaniano; una maschera che desidererebbe riconnettere personaggio e persona, espressiva senza discorso diretto, il cui linguaggio poetico nasce da quello del montaggio – tra inquadrature, raccordi e piani sequenza, per tornare alla metafora filmica – e dalla narrazione distaccata quanto partecipe dell’autrice.

In una dialettica tra personaggio e scena prendono corpo l’intimità di Claire e la città, quest’ultima a volte vista come polis comunitaria, non scevra di ironie. Una città che può divenire anche stanchezza di sedimentazione, simbolo di una veste da cui liberarsi: «Nella sera tinta dal melograno / le tue dita incrociano il mio desiderio / di liberarti dalla città. Ti spoglio / sul ciglio che sovrasta le terrazze / lasciate al caso e all’odore di resina» (§9, p. 35).

L’autrice sceglie spesso un punto di vista dall’alto, che in questa raccolta potrebbe trovare una chiave di lettura anche nella “Torre e la realtà” degli Arcani, da lei stessa citata in una nota conclusiva. Ma in questa percezione e rappresentazione spaziale si può ritrovare una forte continuità con le opere precedenti. I riferimenti allo spazio scenico emergono non casuali dalla poesia dell’autrice, nella quale gli elementi del teatro moderno divengono simboli e le azioni compiute si fanno allegorie.

La relazione tra personaggi e scenografie, tra figure e fondali, tra finzioni e disvelamenti, tra luci e ingranaggi di scena riaffiora in diverse occasioni, in una dialettica tra intimità e spazio teatrale destrutturato nel porsi domande. Se i riferimenti al teatro erano espliciti in poesie quali il secondo testo della sezione Solitudini nella silloge All’oscuro dei voyeur (2019 – qui), in Arcani esse si disciolgono e addensano in tutta la raccolta. Qui gli attraversamenti delle piazze deserte a mezzogiorno o deliranti di volti a carnevale (§9, p. 21) le rileggono colme di senso per la stratificazione del tempo personale e collettivo; analogamente, si cammina tra case bianche di calce e profumi quotidiani che richiamano metafore dell’appartenenza allo spazio anche in termini identitari, appartenenza posseduta ma instancabilmente ricercata come necessaria. Indagando le assenze, si instaura una relazione intima con ogni appiglio di elemento naturale visibile, il quale si fa simbolo di presenza e diviene partecipe delle mancanze e del fluire delle «utopiche» stagioni che si dipanano sul filo dei desideri: foglie d’ulivo intraviste oltre i muri, «palme emerse dopo il diluvio» fino a una metamorfosi: «il volto arborescente della pietra bianca» (§8, p. 20). Simili elementi riaffiorano nella seconda sezione, intitolata I giardini del mago (del tempo e altri percorsi), nella quale tornano la positiva e ironica ostinazione, contromano, dell’autrice («Si cresce spontanei / nel poco spazio a disposizione») e la fertilità della pietra (§5, p. 31). Pietra alla quale si può lasciare la profezia del tempo intergenerazionale, della «ri-conoscenza», del ritorno all’origine, della ricerca «risalendo interstizi contro gravità e abitando / nuove prospettive» (§7, p. 33).

La percezione e la riscrittura dello spazio si intrecciano con lo scorrere del tempo, talvolta avviluppato nel sonno o costretto in clessidre, talaltra libero di termini o definizioni e dunque dell’anelata compiutezza, nei momenti in cui le vedute panoramiche dello spazio urbano o del paesaggio marino si intuiscono, mentre i personaggi o l’autrice si ritrovano affacciati da balconi e terrazze o di fronte al mare, con visioni che prendono corpo controluce, in assenza metaforica di limiti visuali. O ancora, emergendo dal fertile buio di una notte ravvivata dalla grazia di un plenilunio o da fuochi lontani sui molti tetti e pietre, in cui il sorgere del sole scorto dalla cima della cavea urbana si sovrappone a un «incipit di mattini da comporre, sole / sul rigo più basso» e al ritorno/risalita/risveglio (§3, p. 29) dei due personaggi che si sostanziano nella raccolta in prima e in seconda persona. Una simile relazione tra visioni in soggettiva e in oggettiva dello spazio era già presente in opere precedenti, come emergeva ad esempio dall’incipit della silloge Ancora Barabba (2018 – qui).

Lo sguardo dell’autrice spazia sia attraversando la solidità delle cose presenti e assenti, sia traguardando orizzonti lontani e tempi estesi al fluire delle stagioni (§11, p. 37); ma al contempo concentrandosi sui dettagli, che divengono di volta in volta simboli di incertezze o appigli di certezze, nell’ora del demone meridiano o nel profondo notturno e nella costruzione delle riflessioni. Accade così che, tra le molte domande della terza sezione, si possano delineare i contorni dell’afa marina, delle ore vuote, dei chilometri, in cui «noce e mandorlo si spartiscono / virtù e sacrilegio al trascorrere del giorno» (§3, 43), ma dialogando intimamente con errori e gioie, ripensamenti, stanze, fino a mettere a fuoco con estrema lucidità – al centro della raccolta – una condizione quotidiana e universale del tempo pienamente vissuto, tra certezza e incertezza di sé e dell’altro, cercando risposte al suo fluire proprio nella relazione tra singolarità e pluralità, tra identità individuale e inclusiva: «Occorre ancora una volta ricominciare; / alla tua voce mi alzerò da questo letto / e volterò pagina. Torneremo ancora plurali» (§4, p. 44).

Nel corso dell’intera raccolta, l’autrice sceglie con perseveranza la costruzione di un’anatomia lessicale in bilico tra presenza e assenza, fondata su binomi dalla sempre sottesa forma dialogica con determinate alterità. Un’analisi del sapore del tempo e una declinazione dell’accadere “per caduta” i quali divengono sia scena sia cavea per figure tanto inafferrabili, quanto permeate di umanità e positività. Nel dipanarsi dei versi ipermetrici si annidano affinati chiasmi di ottonari e senari, le strofe nascoste alla vista ma non all’orecchio. L’autrice descrive una partitura, un lavoro musicalmente complesso, in grado di coniugare in uno stile personale una ricerca sul suono, di matrice europea e novecentesca, con un sillabare dal ritmo innato, che affonda le proprie radici nella Magna Grecia. La silloge disegna una danza, in punta di piedi, su pietra bianca, «al primo buio»; e al contempo appare orientata dal desiderio di serbare e trasmettere positività come custodite in arche, in una fresca penombra. [Giovanni Luca Asmundo]

https://achilleelatartaruga.net/prodotto/angela-greco-angre-arcani/

Federico García Lorca, versi da Il mio segreto

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62.
ALCUNI VERSI POVERI E DOLOROSI

In quale dolce sentiero si aprì la nostra poesia,
La tragica poesia del nostro cuore?
In una notte scura si aprì la mia rosa nera
Perché la mia rosa bianca chiuse i suoi petali.

L’innocenza che muore vedendo in lontananza
Le corna tenebrose del satiro carnale
Che desta in petto e nasconde la nostra anima
E ci lacera i veli dell’incanto verginale.

Il cuore esclama: Ti voglio e non ti voglio.
Sono tuo e non sono tuo. E il satiro: Sí, sí,
Sei mio, molto mio … e gl’infilza una freccia,
E il cuore singhiozza pieno di abbandono …

La morte arriva seria e dice: Quando vado?
Il mio parco di sogno sta aspettando il cuore.
E il cuore che dice: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

Dialogo infinito nell’anima che sente
Il peso della vita. La morte. Il cuore.
E le pene che vaghe e lente ci dominano
Ci dicono insonnolite nei momenti d’amore:
Dove ve ne andate smarriti con i vostri pensieri?
Perché non avete sommerso nel grigio la vostra passione?
E la morte: Fa lo stesso, il mio bacio le dà fine.
L’anima: L’infinito non ha soluzione.
L’uomo: I dolori distruggono le mie viscere.
Che ne sarà del mio povero e triste cuore?
E il cuore singhiozza: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

*
da Federico García Lorca, IL MIO SEGRETO – poesie inedite 1917 – 1919 in García Lorca, I classici della poesia (Mondadori, 2012).

AA.VV giorno x giorno amore

Infinità d’amore

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,
cara, giammai tutto l’avrò;
non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;
ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.
Eppure non può essermi dovuto
più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
se allora il tuo dono d’amore fu parziale,
si che parte a me toccasse, parte ad altri,
cara giammai tutta ti avrò
Ma se allora tu mi cedesti tutto,
quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
generato amor nuovo, ad opera di altri,
che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
poiché codesto amore non fu da te impegnato.
Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
cara, dovrebbe tutto spettare a me.
Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
chi tutto ha non può aver altro,
e dacché il mio amore ammette quotidianamente
nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.
il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
Ma noi terremo un modo più liberale
di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

di John Donne (dal web)

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*

in quanti modi ti amo?

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
ti amerò ancora di più dopo la morte.

di Elizabeth Barrett Browning (dal web)

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*

Preludio

Mentre transita l’ombra d’un santo amore, io voglio
sul mio vecchio leggio porre un salmo gentile.
Accorderò le note dell’organo severo
al fragrante sospiro del piffero d’Aprile.

Maturerà l’aroma delle mele autunnali,
salmodierà l’incenso con la mirra il suo odore;
esalando le rose il loro fresco aroma
sotto la pace in ombra del tiepido orto in fiore.

Al grave e lento accordo di musica e d’aroma,
il solo e vecchio e nobile tema del mio pregare
innalzerà il suo volo soave di colomba,
e la parola bianca si leverà all’altare.

di Antonio Machado (Poesie Scelte, Mondadori, 1987. A cura di Oreste Macrí)

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*

Con questo nome

Amore, cosa chiamo con questo nome
io non sono più certo di sapere.
Se ricerco nel fondo ove s’immerse
il tuo quieto naufragio,
fra i denti degli squali, di quelle sabbie gelosi,
presto riemerge il mio pensiero nudo
al visibile giorno,
con le braccia ferite e qualche filo
d’alga sul corpo, o i ciechi segni d’una medusa.

Ma a sera, se col passo delle fiere
che convengono caute presso lo stagno,
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
in me come a tremante vetro s’affacciano
le antiche colpe, o errori, o la presente
solitudine, oh allora, come sei
tu stranamente viva sulle mie labbra,
e che stupiti altari la mia voce
odono che si scolpa nelle tenebre
a mia insaputa: O amore, tu sapessi…

di Vittorio Bodini (da La luna dei Borboni, 1952)

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*

Le mani di Elsa

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

di Louis Aragon [Poesie d’amore (Crocetti, 1984), trad. it. F. Bruno]

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*

“È un amore impossibile” – mi dici.
“È un amore impossibile” – ti dico.
Ma scopri che sorridi se mi guardi,
e scopro che sorrido se ti vedo.
“Di notte” – tu confessi – “io ti penso… Ti penso giorno e notte, e mi domando se stai pensando a me, mentre ti penso.
… La società, le regole, i doveri… ma tremi quando stringo le tue mani.”
“Meglio felici o meglio allineati?”
– Ti chiedo. –
E il tuo sorriso accende il giorno, cambiando veste ad ogni mio pensiero.
“Questo amore è possibile” – ti dico.
“Questo amore è possibile” – mi dici.
.
di Sesto Aurelio Properzio (dal web)

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*

§
Per le tue mani belle
non bastano preghiere.
E nemmeno tutto il cielo
da sospirare a ogni carezza.
.
A distanza da tutti,
ma non da questo desiderio,
un abbraccio sul baratro
accende questa sera di luce.
.
.
.
§
Tra giorni altissimi e diffidenti vie
ti dico delle nuvole di mezzanotte,
della bocca disegnata sul cuscino
e baciata di nascosto dalle parole,
del risveglio nel buio e del prato
calpestato. Ti dico.
.
Apparteniamo a stagioni diverse
accomunate dallo stesso vento.
Guarda: un soffione e un anemone blu.
Sei un silenzio che ha suoni tutti miei e
ogni tuo battito di ciglia è burrasca.
Per il cuore.
.
di Angela Greco 
.
.
immagine d’apertura: Giorgio De Chirico, Pianto d’amore. 

giorno x giorno amore: Giovanni Luca Asmundo

XV.
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I suoi fiori sanno di tramonto
sole acquietato in terrazze azzurrate
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(geografia capovolta in vicinanza
il suo significante
grembo del nuovo bacino del mare)
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gioia che sgorga dagli occhi e languore
cercatrice d’arance-orizzonti
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lieve il respiro affidato
allaccio di sogni.
(da Disattese. Coro di donne mediterranee, Versante Ripido, 2019)

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Tra quattro canti e cunti
la brezza della cala
le dita sulla sua poesia carezze
come la luce è miele ai fichidindia.
Teatro che ruotava
volteggi gialli e azzurri
tra bronzi floreali
notti splendenti, zise.
E la città restituita
si addobbava a festa
donava pace agli anni
e il cielo navigava nei suoi occhi.
(inedito)

di Gianluca Asmundo (di Palermo e residente a Venezia); immagine: opera di Igor Mitoraj –  Foto LaPresse – Marco Cantile)

 

giorno x giorno amore: Fabrizio Bregoli

L’AMORE AL TEMPO DEI PÒKEMON
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– Il segreto è trattenere, riavvolgere
in una bolla evanescente, un fiato
appena un po’ più lieve d’un rammarico –
poco più oltre stentava un fischio cupo
uno scompiglio tenero, d’estate.
Mi chiedi se sia amore tutto questo
o solo un suo resistere, svoltare
in controsterzo, moneta fuori corso.
.
A ogni bivio tocca scegliere un terzo
cunicolo di fuga, un lasco equivoco
per potervi detergere le mani.
O solo sfogliare qualche tarlato
almanacco, un album dei calciatori
magari quello raro, d’un mondiale,
raschiare il pulviscolo d’argento
da qualche fotogramma, Fritz Lang o Leni Riefensthal.
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Di questo turbinare a scarna luce
rimane un solco abraso tra le righe,
una cartina muta da imbrogliare.
In sere come queste tutto svaga
o rimane fedele al suo mutare.
I volti si dissolvono nei volti
le mani nelle mani. Si consuma
un’alea di silenzio, un lieto fine.
(da “Zero al quoto”, puntoacapo, 2018)

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TRE PUNTI
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Perché se magari accidentalmente
volessi dare senso a questo esisterci
come un allume caustico sui tempi
come pronuncia pura, senza dieresi
non troverei sapienza di grammatica
che possa regolare questo assolverci
ridurci al noi che siamo, che saremo
non scoverei parole verbi accenti
ma solo la modestia tipografica
la discrezione vera e consapevole
che regge l’equilibrio di una frase.
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Così attenderti al minimo sussulto
del passo che t’annuncia sulle scale
è indugio breve d’una virgola, invece
un punto cadenzato ad una virgola
la pausa trattenuta d’un silenzio
acceso a persistenza d’un pensiero,
parentesi il sigillo dove chiudere
quell’attimo di scorno che rapprende,
tre punti – sai – in sospensione complice
l’esatta curvatura del restare
il viverci, il cercarci corpo a corpo
come la scritta degli sceneggiati
che con fiducia recita “continua…”
Tre punti da contare, ma uno ad uno
perché non ci si arresti solo al primo
un punto fermo grave sbigottito
come lo schianto secco d’un sipario.
(da “Il senso della neve”, puntoacapo, 2016)

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di Fabrizio Bregoli (nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza); immagine: René Magritte, Les Amants)

giorno x giorno amore: Agata De Nuccio

Metti il sigillo sulle mie labbra
e perdonami
se ho soffiato sulla fiamma
che tu stesso hai accesso,
perdona la mia vigile attenzione,
per ogni tuo sospiro
perdonami se le mie labbra,
cercano il tuo cuore nudo.
la tua dolcezza,
si prende gioco di me e mi irride,
metti il sigillo sulle mie labbra
ed io ricamerò
carezze con la lingua
e filo d’oro, mentre ti scrivo
con le mani piene di poesia.
.
.
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Amo, e ringrazio il cielo
l’ho imparato in volo,
con te
che ti sei fatto albatro
per farmi volare
sopra un foglio bianco,
mi sono persa nel tramonto
nel continente del mio corpo,
amo e ti amo,
fino all’incandescenza
fonderò il mio respiro con il tuo
si appanneranno i vetri del cielo
e con dito infantile scriverò
il nome tuo.
.
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inediti di Agata De Nuccio (nata nel Salento e residente da anni a Verona); immagine: Émile Friant Les Amoureux

giorno x giorno amore: Angela De Leo

SOLO AMORE

E l’Amore,
vecchio quanto il mondo,
fissò al chiodo il dolore
e aveva negli occhi
il pianto
che inondò quel silenzio
dimentico di parole…
Lei le raccolse
per farne collane
da appendere al cuore.
Contro ogni fuga tra le stelle
e ritorno tra mani di tenerezza
perché tutto riannodasse
Amore…
(e tutto si fece vela
di luna e di sole, di terra
e di cielo,
di Infinito più forte
d’ogni muto dolore..)
.
.
.

LUMINESCENZA

Attraversato il sogno
gli anelli di luce incontrano
il loro stupore
di cielo levigato
quasi un intreccio di stelle
a chiedere l’inizio
di una storia
l’incanto di un amore
che uncini
…………….l’Infinito
in una sola luminosa gloria
smemorata
del sogno indissolubile
ed eterno
di scoprirsi due in uno
Mistero il sorriso
d’argento di due sposi
a raccontarsi l’alba
e la rosa…
(a sfogliare petali di spine)
.
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inediti di Angela De Leo (Corato); in apertura, opera di Sir Lawrence Alma-Tadema

giorno x giorno amore: Francesco Paolo Dellaquila

portami lungo un tratturo di ulivi
dove la mia terra
non conosce l’inverno
dove i muri a secco
hanno parole romantiche della solitudine
dove la felicità
la trovi nel gracchiare delle gazze
nella circolazione complessa delle formiche
nella distrazione di una lucertola al sole
.
.
.
È domenica
c’è tanto del tuo volto
in questo giorno come in altri ancora
e questa dolcezza e questa bellezza
che mi porti accanto
con la tua parola che sconfina
oltre ogni pensiero
È domenica
anche la pioggia sa d’amore
.
– A mia moglie –
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inediti di Francesco Paolo Dellaquila (Barletta); immagine: fotografia by AnGre

giorno x giorno amore: Flavio Almerighi

AMORE

Spiaggia in deriva
che il mare divora
in cambio di scogli.
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TIENIMI CON TE

tienimi con te non per le canzoni
o le parole, nemmeno le più belle,
non per il mare che sappiamo imitare,
nemmeno per gli occhi:
e sì combatto ogni giorno
per quelle luci
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non per la costa o i campanili,
nemmeno per i sassi in forma di testa cuore
raccolti sul greto del fiume,
o perché l’alba con te luce di più,
nemmeno per il valore aggiunto alle notti
.
un giorno può durare un secolo
o i momenti sul tuo seno.
tienimi con te
non sei nessun altro,
tienimi con te
.
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inediti di Flavio Almerighi (Castelbolognese – RA; immagine: Emil Nolde, Mezza luna sul mare, acquerello).

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi letto da Angela Greco

Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi (FusibiliaLibri, collana “palco” (teatro di poesia), ottobre 2020; corto teatrale sulle figure storiche di Saffo, Erinna, Anite e Nosside, poetesse dell’antica Grecia in colloquio con Google, motore di ricerca dell’era digitale, come si legge nel sito dell’editore insieme ad un estratto della Introduzione di Antonella Rizzo) prende le mosse da un verso di Saffo, come la stessa autrice rammenta nella sua premessa, nella quale si presenta – romana, classe 1988 – e presenta il lavoro, che ha portato alla stesura di questo piacevole, originale e godibilissimo testo. Alessia Pizzi è laureata in Filologia classica, ma è ben lontana dall’aggiungere polvere all’idea che in tanti hanno di un mestiere come il suo; tutt’altro. L’autrice, con una verve non indifferente ed un entusiasmo notevole, presta la sua penna e la sua creatività alla realizzazione di un’opera meritevole non solo di essere ricordata, come auspica il titolo, ma anche diffusa.

Il pretesto è un incontro paradossale tra quattro poetesse classiche greche e il nostro beneamato Google, voce fuoricampo, che subito si vanta di essere il motore di ricerca più usato al mondo, gettando subito le protagoniste in un momento di confusione. L’impianto scenico è gradevolissimo: un crescendo a ritroso, che parte dalla presenza di lapidi in campo, per giungere alla personificazione carnale delle poetesse, mentre il caro interlocutore cibernetico man mano scompare dall’attenzione del lettore, che viene preso, a metà dell’opera, dal messaggio forte e chiaro che l’autrice dà: le donne, da sempre messe da parte, hanno oggi la possibilità di riscattarsi da ogni forma di violenza subita – dalla censura dell’intelligenza e della scrittura, alla violenza fisica – mettendo fuori la voce.

Tecnicamente il libro è una piece teatrale, un atto unico scritto tra serio e faceto, senza mai venir meno all’attendibilità storica dei fatti narrati, frutto serissimo degli studi dell’autrice, scritta in dialoghi teatrali inframezzati da componimenti poetici atti a sottolineare ora il pensiero ora la poetica delle protagoniste, sulle quali, spicca la figura di Saffo non tanto per grandezza tra pari – mi si passi l’espressione; Saffo non è più brava, né Erinna, Anite e Nosside sono meno brave – quanto piuttosto, per la sua posizione di saggezza nei confronti delle altre e per il suo ruolo di motrice, che invita e sprona le sue “colleghe” a mettere fuori la voce, in virtù di quella sorta di “fortuna”, che le è toccata, quella di non essere dimenticata del tutto, che meno benevola è stata con tante altre.

Un’opera, questa di Alessia Pizzi, che sicuramente ha il grande merito di aver riportato alla luce figure femminili – con tutte le difficoltà del caso, oggigiorno non ancora risolte – dell’età classica obliate per diverse ragioni e meritevoli, invece, di un posto d’onore per l’audacia, la passione e la creatività in un’epoca – non ancora terminata – di assoluto dominio maschile, ma che ha anche il merito, non da poco, di aver innestato antico e nuovo senza togliere meriti, né esaltandole fuori luogo, a nessuna delle due parti, ma creando un ponte utile per la costruzione di un domani più accettabile. L’autrice si pone, quindi, come trade d’union, come collegamento, che non manca di esprimere il suo fermo punto di vista, iniziando il lettore alla visione non stereotipata di alcune realtà letterarie. La poesia è una componente non in primissimo piano; il protagonista del libro è il pensiero dell’autrice sulle scritture e sulle protagoniste femminili dimenticate, come recita la dedica in apertura libro. Ma, d’altronde, come la stessa Saffo afferma, nel suo verso che dà il titolo al libro, la Poesia sa a priori che sarà materia futura, oltre il trascorrere del tempo e la dimenticanza, mentre è giustissimo che si ricordi che per troppo tempo le donne sono state volutamente dimenticate e azzerate (e volutamente non apro la discussione a riguardo, ma ci sarebbe davvero tanto da dire e da scrivere).

Il linguaggio di Alessia Pizzi, laddove non riporta i versi delle poetesse, è assolutamente aderente alla sua generazione, con espressioni appositamente usate per meglio evidenziare il divario temporale tra le parti; un’operazione che non poteva sfuggire ad una filologa, che ha ben rappresentato l’evoluzione della lingua in poche e centratissime pagine, regalando al lettore un libro e al contempo un manifesto sulla difesa della femminilità e dei suoi sacrosanti diritti, supportata da una validissima introduzione e da una editrice conosciuta per il suo impegno in questo campo.

Angela Greco

[immagini  per gentile concessione dell’autrice e dell’editore]

Hilde Domin, quattro poesie

Hilde Domin, quattro poesie da Il coltello che ricorda
(a cura di PaolaDel Zoppo, Del Vecchio Ed. – altre poesie e una nota sull’autrice, QUI)
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IL TUO ALBERO ROSSO
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Il tuo albero rosso
fa inverno.
I tuoi uccelli
si levano in volo.
A lungo sedettero muti tra i rami.
Volano
volteggiano su di te.
Diventano estranei.
(trad.di Nadia Centorbi)
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SEMINA
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Nell’aiuola
dei miei fianchi
voglio seminare i tuoi occhi
prima che le foglie dorate
cadano e ci ricoprano.
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Perché in primavera
con i narcisi e i giacinti
si schiudano le nuove palpebre.
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FUSO
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Io
nel blu un fuso
grande e d’oro
che pende senza peso
come un soffione
o come se il cielo
fosse il mare
e mi portasse
risplendente
sulla sua sommità
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Ogni cosa
che tocchi
e sia pure la mela sul tavolo
è ricoperta
dei miei filamenti dorati
come il mappamondo dei grandi.
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Io la figlia
sul ramo secco
di un albero invisibile
che ruota nel vento.
(Trad. di Ondina Granato)
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PETALI DI ROSA
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Con la testa all’ingiù
4 cm
di spontanea volontà
i calcagni all’altezza del cuore
mi inoltro nella notte
Un colpo sul pavimento
accendo la luce
sono i petali di rosa
(Trad.di Roberta Gado)

Salvatore Quasimodo, Antico inverno

Gauguin Neve a Vaugirard

ANTICO INVERNO  di Salvatore Quasimodo

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
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Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.
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tratta da Acque e terre (1920 – 1929) in Ed è subito sera, dal volume Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie (a cura di Gilberto Finzi, Oscar Mondadori, 2013 diciassettesima ristampa)

immagine: Paul Gauguin, Neve a Vaugirard, 1879 – olio su tela, Szépmüvészeti Múzeum, Budapest.