Giovanna Bemporad, poesie dai Diari e da Esercizi

Giovanna Bemporad, tre poesie dai Diari

Mia compagna implacabile la morte
persuade a lunghe veglie taciturne.
Ma non so che inquietudine febbrile
fa ingombro a questo dolce accoglimento
calando il sole, prima che ogni gesto
si traduca in memoria e che ogni voce
s’impigli nel silenzio. Forse il vento
porta come un rammarico del tempo
che non è più, trascina per le strade
deserte una fiumana d’ombre care.
E biancheggia un’immagine tra i gigli
di giovane assopita nel suo riso.

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………Variazione su tasto obbligato
Non domare, implacabile, il mio riso
mentre il fiore del melo incanutisce;
non recidermi il filo dei pensieri
d’un tratto, ma da sogni e disinganni
lascia che docilmente io mi separi
solo quando alla tua certezza giova
sacrificare il nostro dubbio stato;
quando non amerò che il mio dolore
tu chiamerai meno importuna al nulla:
io con la fronte smemorata l’orma
seguirò del tuo piede, e questo arcano
insondabile azzurro andrà dissolto
come il sogno di un’alba.

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Non farmi così sola come il vento
che si dispera in questa notte fonda
fino a morirne, eternamente sola
non farmi, come già sono da viva,
sotto la volta immensa ch’è misura
del nostro nulla. In punto di lasciare
questa mia fragile vicenda, tutte
le mie dolci abitudini, e la gioia
che spesso segue all’urto del dolore,
voglio adagiarmi su una zolla d’erba
nell’inerzia, supina. E avrò più cara
la morte se in un attimo, decisa,
piano verrà, toccandomi una spalla.

per questi testi si ringrazia il sito rebstein

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Giovanna Bemporad nasce a Ferrara nel 1928. È una poetessa precocissima: inizia a pubblicare traduzioni in versi dai classici già a sedici anni (l’Eneide di Virgilio, pubblicata in parte nell’Antologia dell’Epica per i tipi di Enrico Bemporad a Firenze). Frequenta il liceo classico di Bologna, dove conosce altri giovani letterati. Antifascista di famiglia ebrea, atea convinta sfida il regime col proprio comportamento: vive da sola in “un enorme stanzone, un tavolo vastissimo e carico oltre misura di libri”, veste da uomo, si trucca di bianco e tratta alla pari coi coetanei uomini. Vuole, soprattutto, essere libera, essere trattata alla pari.
Scoppia la Guerra, che interrompe la vita. Uno dei compagni bolognesi, Pier Paolo Pasolini, si rivolge agli amici per aiutarlo nel gestire l’improvvisato liceo che sta tenendo a Casarsa, perché è troppo pericoloso per i ragazzi prendere il treno per Pordenone o Udine. Così Giovanna sfolla in Friuli, dove rimarrà fino al 26 gennaio del 1944. A chi gli chiede il motivo dei suoi modi disinvolti, del suo vestire da uomo, risponde provocatoriamente “sono lesbica”. Collabora con la rivista il Setaccio, sotto lo pseudonimo di Giovanna Bembo. Sfuggita alle persecuzioni, nazi-fasciste continuerà per alcuni anni a condurre una vita errabonda, fino al matrimonio con il senatore Giulio Cesare Orlando nel 1957.
La poesia di Giovanna Bemporad si ritagliano una nicchia particolare: classicista fuori dal tempo, filologa (nel senso etimologico del termine), sospesa tra una pulsione decadente della morte e una forte carica erotica, che ricorda i frammenti di Saffo. Minuziosa cesellatrice di parole, dedica la maggior parte della sua vita e della sua creatività alla sua versione dell’Odissea di Omero. Diceva del primo dei poeti greci “Omero è il punto d’arrivo della poesia occidentale. Il più grande di tutti. Tocca l’assoluto con assoluta semplicità”. Di quella traduzione, rimasta incompleta, esistono due edizioni a cura di Le Lettere (1990 e 1992). Morirà a Roma, il 6 gennaio 2013.
nota tratta dal sito pasionaria.it; immagine dal blog della stessa poetessa
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Ex voto
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Dea velata di marmo e di silenzio
casta, racchiusa nel perpetuo inganno
del tuo corpo ideale, anima impura-
sento alitarmi un sonno di belletti
dalle tue ciglia; vedo tra le labbra
dove il pennello, non l’aurora, ha pianto
petali rossi, ravvivarsi l’ambra
dei tui denti all’assalto delle risa.
Si colma il cuore di un battito d’ali
quando tu accosti la crescente luna
delle tue ciglia alla nuvola ombrosa
dei miei capelli: o ninfa, o baiadera,
non che adirarmi col vento d’amore
sospendo ai tuoi squillanti braccialetti
e alle tue lunghe mani una bianchezza
di mute solitudini, e il tuo collo
sfioro con disarmati occhi indolenti.
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da Esercizi, Garzanti, 1980.
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Piero della Francesca, la Battaglia di ponte Milvio ed una nota sull’artista

Piero della Francesca, Battaglia di ponte Milvio, 1452-1466  (nell’immagine: Vittoria di Costantino su Massenzio a ponte Milvio, dalla Leggenda della Vera Croce)

affresco, dimensioni totali, cm 322 x 764, Arezzo, San Francesco

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Sul registro inferiore della parete destra dell’affresco – eseguito nella Cappella Bacci, all’interno della Chiesa di San Francesco ad Arezzo, nell’ambito dl ciclo della Leggenda della Vera Croce – Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto come Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 12 settembre 1416/1417 circa – 12 ottobre 1492) rievoca la Battaglia di Ponte Milvio, dove Costantino, nel segno e con la protezione della Croce, sconfigge Massenzio. Guardando l’opera, sulla sinistra  si nota l’esercito romano, contraddistinto dall’aquila imperiale sulla bandiera gialla, che avanza deciso contro quello in fuga di Massenzio. Siamo nel 312 dopo Cristo e l’anno successivo Costantino emanerà il famoso editto che porta il suo nome, con il quale dichiarerà il Cristianesimo religione libera,  mettendo fine alle persecuzioni contro di esso.

Lo scontro tra Costantino e Massenzio, avvenuto in prossimità del celebre ponte romano, è immaginato come un inseguimento di truppe miracolosamente ordinato, che dà luogo ad una sontuosa cavalcata. Questo senso di calma e di misura, che caratterizza persino lo scontro militare, è insito nella natura stessa della pittura pierfrancescana, nella quale le maglie ferree della prospettiva bloccano ogni forma di dinamismo e di moto impetuoso, riportando ogni evento ad una calma solenne.

In questo murale di Piero è diffusa la limpida e serena luce di una giornata primaverile, con il fiume che discende lento tra i casolari appenninici; nel volto di profilo di Costantino (al centro dell’immagine d’apertura) che tiene in mano la croce, capace di vincere il nemico senza colpo ferire, è ben riconoscibile l’effige dell’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo, che nelle giornate in cui Piero dipingeva ad Arezzo vedeva la propria antica capitale, Costantinopoli, occupata dalle truppe di Maometto II.

Tra le personalità più emblematiche del Rinascimento italiano, Piero della Francesca fu un esponente della seconda generazione di pittori-umanisti. Le sue opere sono mirabilmente sospese tra arte, geometria e complesso sistema di lettura a più livelli, dove confluiscono complesse questioni teologiche, filosofiche e d’attualità. Riuscì ad armonizzare, nella vita quanto nelle opere, i valori intellettuali e spirituali del suo tempo, condensando molteplici influssi e mediando tra tradizione e modernità, tra religiosità e nuove affermazioni dell’Umanesimo, tra razionalità ed estetica.

La sua opera fece da cerniera tra la prospettiva geometrica brunelleschiana, la plasticità di Masaccio, la luce altissima che schiarisce le ombre e intride i colori di Beato Angelico e Domenico Veneziano, la descrizione precisa e attenta alla realtà dei fiamminghi. Altre caratteristiche fondamentali della sua espressione sono la semplificazione geometrica sia delle composizioni che dei volumi, l’immobilità cerimoniale dei gesti, l’attenzione alla verità umana. La sua produzione artistica, caratterizzata dall’estremo rigore della ricerca prospettica, dalla plastica monumentalità delle figure, dall’uso in funzione espressiva della luce, influenzò nel profondo la pittura rinascimentale dell’Italia settentrionale e, in particolare, le scuole ferrarese e veneta.

fonti varie dal web e da I capolavori dell’arte ed.Corriere della Sera
Piero della Francesca, presunto autoritratto dalla Leggenda della vera Croce (elab.dig. AnGre)

Approfondimento: Fondazione | Piero della Francesca – leggi qui

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omaggio a Palermo – punti di vista

25 anni fa, era il 23 maggio 1992, mentre io ero un’adolescente che credeva (e avrebbe continuato a crederci) nel futuro, venivano barbaramente uccisi dalla mafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ritornando con il cuore a Palermo, condivido dai miei ricordi, oggi che Manchester piange l’ennesimo attentato che ha scosso il Mondo, ringraziando chi ogni giorno combatte per la nostra sopravvivenza: “hanno cercato di togliere il colore a questa terra e per fortuna non ci sono ancora riusciti” (AnGre)

Il sasso nello stagno di AnGre

i colori  della Vucciria a Palermo

il benvenuto con i colori della Vucciria e della sua gente

 

due affiancati per Palermo,oggi... 

due affiancati e uniti per Palermo, e per il Paese tutto, ancora oggi, in un cielo incredibilmente azzurro…(passeggiando tra le viuzze del suo cuore, ancora nella Vucciria)

 

Palermo, chiesa dei funerali di G.Falcone 

S.Domenico, la chiesa dove vent’anni fa si celebrarono i funerali di Giovanni Falcone (alla fine di una delle strade che percorrono la Vucciria)

 

la Vucciria, Palermo

 di ritorno , ripercorrendo il cuore di Palermo…hanno cercato di togliere il colore a questa terra e per fortuna non ci sono ancora riusciti!

un grazie lungo venti anni…

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[Angela Greco]

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Piera Oppezzo, tre poesie ed un articolo di Luciano Martinengo

Piera Oppezzo, poesie pubblicate nel febbraio del 1961 sulla rivista La nostra Rai 

(per i testi si ringrazia il sito nazioneindiana)

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Passa sul Po
La nebbia di novembre,
Un’altra realtà è sommersa
Come il fiume nel suo letto.
La facile estate trascorsa
A contatto di guance
Affettuosamente comprensive,
All’orecchiabile ritmo
Del piacevole istinto
Morbidamente infedele
Al pensiero diretto.

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Una luna come un’arancia
Non si era vista in tutto l’anno
Né tale bellezza si sperava durasse

Tanto è faticoso sopportare
Che i desideri più remoti si avverino.

Quando venne il giorno
“Ho tanti ricordi”
Poteva benissimo non desiderare più.

Mentre i più giovani parlavano di questo e di quello
“Per non parlare di ciò che attendo”.

Cercavano luoghi dal mattino alla sera
Aderendo a tutto ciò che produceva sapere
Nel loro respiro
Finché a uno gli si aprirono le vene
Proprio
Come da lungo tempo invocava.

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Amo il corpo
Che ancora dorme voltato su un fianco
Quando mi sveglio al mattino.

Quello che resta con me solo un’ora
Mi tormenta più a lungo.
Ma non ne parliamo più.

L’amore si è decomposto nei lacrimatoi
Mentre voleva un dolore violento.
Il muschio è spuntato sul ricordo.

Troppe volte, inutilmente,
Lo sguardo
Si è purificato durante la notte
La vena sulla tempia
Ha rinnovato il suo sangue.

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Piera Oppezzo (Torino, 1934 – Miazzina, Verbania, 2009) 
articolo di Luciano Martinengo (tratto da enciclopediadelledonne.it)
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“Nella vita, o si vive o si scrive” è l’implicito programma di vita cui Piera Oppezzo si attenne con caparbia determinazione fino alla morte – una decisione il cui prezzo si misura in termini di incompletezza esistenziale. In un’intervista del 1989 Piera affermò: «…a suo tempo decisi che l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere». E a questo ‘atto’ subordinò tutto il resto, accettando o addirittura perseguendo un destino di non-felicità.

Piera nacque a Torino nel 1934 e visse nelle ristrettezze l’infanzia e l’adolescenza, in una famiglia di modestissime condizioni economiche (il padre era cameriere) da cui si sentiva lontana e che non ne comprendeva l’ambizione letteraria. In una poesia parlò della “infanzia saccheggiata dalla famiglia, a cui tuttavia sopravvisse”. Piera Oppezzo non amava parlare di sé e del passato, perciò non si sa quasi nulla di quel periodo. Per qualche anno lavorò come apprendista in una sartoria, più tardi come commessa alla Standa e infine come dattilografa alla Rai. Totalmente autodidatta, i suoi autori di riferimento spaziarono da subito da Emily Dickinson a Marina Cvetaeva. In Rai, dove fu pubblicata appena ventenne nella rivista aziendale, entrò in contatto con gli intellettuali e artisti dell’avanguardia torinese da cui fu subito apprezzata. «La Fiera letteraria» di Vincenzo Cardarelli pubblicò alcune delle sue prime poesie, accostabili a quelle di Sandro Penna o Umberto Saba.

Con il passare degli anni, la sua poesia, anzi la sua ricerca di espressione poetica, accompagnò in modo spietatamente coerente l’evolversi della sua vicenda umana. Il suo mondo poetico ne risultò letteralmente scarnificato; le sue frasi cominciarono a omettere articoli, aggettivi, punteggiatura e connettivi vari, diventando quasi incomprensibili, almeno a una prima lettura. Nel 1966 uscì presso Einaudi una raccolta di poesie intitolata L’uomo qui presente, che fu ampiamente recensita e apprezzata.

Verso la metà degli anni Sessanta Piera si spostò a Milano dove visse fino alla morte: qui, il suo orizzonte si allargò ai temi politici e al femminismo. Per sua stessa ammissione, il decennio 1968-1978 fu il periodo più intenso della sua vita, quando il fervore delle speranze e la passione di tutta una generazione le fecero intravvedere la possibilità di conciliare vita e scrittura. Del 1967 è la raccolta pubblicata da Geiger con il titolo Sì a una reale interruzione.

A metà degli anni Settanta organizzò con altre donne il collettivo “Pentole e Fornelli” che portò per l’Italia uno spettacolo di canzoni e testi poetici. Nello spettacolo, Piera cantava in coro e recitava poesie. Pur frequentando Laura Lepetit, Rosaria Guacci e Bibi Tomasi, non fu mai parte organica della Libreria delle Donne. Con il riflusso degli ‘anni di piombo’ tornò a un’intensa attività letteraria pubblicando presso La Tartaruga il romanzo Minuto per minuto (1978), ossessionante viaggio di pensieri minuti e gesti ripetitivi nell’universo di una stanza, e, sempre per La Tartaruga, un lungo racconto che andò a far parte della raccolta Racconta (1989). Tradusse per Guanda Pel di carota di Jules Renard e per SE Il Profeta di Kahlil Gibran. Del 1987 è il lungo poema Le strade di Melanchta (Editrice nuovi autori); del 1991, il romanzo breve A note legate (Corpo 10). Molte poesie e testi di quegli anni furono pubblicati successivamente in numerose raccolte, su riviste e tradotte in tedesco e in inglese.

Per vivere, o meglio per sopravvivere, si occupava di correzione di bozze e collaborazioni editoriali, anche come lettrice, per Feltrinelli e altri editori. Dopo alcune coabitazioni, andò a vivere da sola in un appartamento, alquanto precario, della storica casa occupata di via Morigi 8 e poi in una casa “protetta” del Comune in corso Lodi. Gli ultimi due mesi furono trascorsi in una sofferta solitudine, appena alleviata dalle visite di due-tre amici, in ospedale e poi nel convalescenziario di Miazzina sul lago Maggiore. Qui morì il 19 dicembre 2009. La sua ultima raccolta di poesie, pubblicata da Manni, risale al 2003 (Andare qui).

La vita di Piera Oppezzo rimane misteriosa, così come sono appena intuibili le ragioni della sua non-felicità. Una non-felicità perseguita con accanimento, come fonte e molla di ispirazione. Per sondare il mistero, restano gli scritti: la forma dell’esistenza di Piera è la chiave di lettura delle sue poesie e dei suoi racconti. Quello che è certo è il valore assoluto che lei attribuiva alla scrittura. Per sua stessa ammissione, la caratteristica fondamentale della sua poesia è «l’espressione basata sui concetti e non sul sentimento».

Piera Oppezzo non è catalogabile. Malgrado il tentativo di schizzarne i contorni, sfugge alla definizione, E ciò, per volontà sua propria e dichiarata («il ‘ritornare’ mi è estraneo»; «…’ripassare’ tutta la propria vita, …il rischio è di svianti approssimazioni se risolte in poche righe…») e per un istinto di estrema difesa. Ecco come parla di sé, non parlando di sé, in questo stralcio da Le strade di Melanchta:

      si può vagabondare sempre
anche chiudendo la porta di casa
non è vero che non c’è nessuno
ci sono io ho capito
mi state inseguendo
dice a qualcun altro che insiste per sapere.
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Il rispetto impone di lasciar parlare la sua voce, anche dove è imprecisa e frammentata. Ogni lettore poi la completerà con il proprio ascolto.

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John Donne, Il sorgere del sole

Il sasso nello stagno di AnGre

ondergaande-zon

John Donne, Poesie sacre e profane (Feltrinelli, 2011)

Il sorgere del sole

Vecchio stolto faccendiere, sole dissennato,
perché così,
attraverso vetri e tende vieni a visitarci?
Le stagioni degli amanti devono volgere
ai tuoi movimenti?
Sfacciato dannatissimo pedante, va a strapazzare
gli scolari in ritardo, i garzoni inveleniti,
va a dire ai cacciatori: il Re vuole cavalcare,
chiama le formiche dei campi alle fatiche del raccolto,
immutabile l’amore non conosce climi e stagioni,
non giorni, mesi, e ore, del tempo solo i brandelli.

Perché pensi che i tuoi raggi
siano tanto potenti e venerandi?
Con un battito di ciglia potrei eclissarli,
obnubilarli, se non che non vorrei
non vedere lei tanto a lungo.
Se i suoi occhi non hanno accecato i tuoi,
guarda, e domani quando è tardi dimmi
se le Indie delle spezie e delle miniere
sono dove le lasciasti, o sono qui da me.
Chiedi dei Re che…

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Alberto Rizzi, Monstra con una nota di lettura di Angela Greco

Due poesie da Monstra di Alberto Rizzi ed una nota di Angela Greco

GLI OCCHI MALE ALTROVE
.
Mai sarà mio lo sguàrd’avvizzìto del vecchio
………………………lo sguardo dell’avvocato
assassino di genti
……….quello d’un giornalista ipocritato
per pianto di notizie false
nell’uggiosa giornata plena de lo squittire suo
………………..d’una puttana
smaniosa d’un conforto ch’a suepólpe
s’appenda sottoforma di denaro
.
Mi tengo l’accavallìo d’immagini tante
…………………….che paio fa con vostra confusione
e guàrd’altróve anche quando parlo
…………………………………come voi
nel buiofìtto di menzògnevòstre
…………………………………che fissate il vuoto
con puntine da disegno e sangue
al muro di chi abulico mi crede
.
Anche se non v’è compenso
al dolore de’ nervi sótt’il cranio
……………………………..vedete come so toccar
con mano fòrtefàtta d’esperienza
gli oggetti che discerno
.
Così è d’impaccio a voi
il mio diatonico guatare
………………………..a voi perfetti fuori
e al fondo marci dentro
.
mentre che io dimostro
……………………a chi già meglio sappia di vedere
l’ennesimo diritto al rimaner mestésso
per sempre come sono
(pag.11)

.

CORPO DI MAGREZZA ESTREMA
.
Quasi non jetta ombra ‘l corpo mio
……………………………..quando che me ne vegno
benignamente d’humiltà vestuta
.
dato che per quante piàzz’incrócio
……………………………….strade
gli occhi dentr’ai muri
a ‘vitar gli sguardi de’ passanti tegno
di commiserazione e attesa pregni
.
attesa che qualcosa si rompa
……………………………….si cada
.
Stecchi di legno e gamb’e braccia
………………………………..pur se test’a zucca non habbo
sorella mi sento a primavera
a chi spaventa uccelli per li campi
.
che forse fin ne lo sguardo suo
……………………………….sì fiss’e vvuoto
fino una meraviglia a me
gli si porrìa carpire
.
Eppure vado
…………..voglio andare
.
Or che senzamotìvo sentivo miapèlle raggrinzirsi
………………………………………..perder consistenza e forza
io svaporavo in tendini e nell’ossa
…………………………………….piànovituperàndo dentromé
l’aspetto mio primevo e pieno
.
ché così non nacqui
.
ma piuttosto mi ruppi
…………………..mi caddi
.
Monito miafigùra questo
………………………….allora
così ch’anch’ìo comprenda infine
lo scopo che porrìa ancora conseguire
.
Secche le zinne
…………..il cuore che mi bast’appéna
e sol perché ostacolo non v’è
oltrecùi gettarlo
………………lo sforzo ch’ogni muscolo appanna
quando più d’un gradino incombe
………………………….lasciata che ho la strada
su per le scale che menano a miestànze
in pocacàrne l’ombra mia vestita
ancora vado e voglio andare
(pag.46)

.

Monstra, di Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), residente da sempre nella provincia di Rovigo ed attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90, come si legge nella sua nota biografica, è una raccolta autoprodotta senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento, come egli stesso afferma. Rizzi, c’è da dire prima di tutto, è un autore indipendente dal tempo e dalla stessa poesia contemporanea; sperimentalista, potrebbe risultare paradossalmente a tratti avanguardistico, in questo presente proteso esasperatamente in avanti, per quel suo essere anacronistico nell’uso di arcaicismi e finanche della stessa lingua, un misto tra volgare medievale con echi francescani (alcune espressioni sono scritte alla maniera del Cantico delle creature), toscano rimandante al padre per antonomasia della poesia italiana e verve da avanspettacolo di mezzo secolo fa. Rizzi vuole essere differente e questa volontà è percepibile senza sforzo durante la lettura dei ventidue testi di Monstra, raccolta di lunga e difficile stesura, questa: dal Febbraio 2004 al Febbraio 2010, per essere precisi, come si legge nella Presentazione scritta dallo stesso autore.

Difficile, non solo la stesura, ma il carattere stesso dell’opera, volutamente centrato sul tema della differenza fisica e del diverso nella forma concreta, del deforme appunto, che rappresenta alla fine l’espressione del poeta stesso nella società (dopotutto, l’artista non è percepito – da questa società di merda – come un essere “deforme dentro”? si legge nella riuscita Presentazione), richiamando senza difficoltà, ma introiettandolo materialmente ed esternandolo come avrebbero fatto i marinai di quella poesia, il concetto legato all’albatro-figura del poeta di Baudelaire, che diviene mostruoso una volta estromesso dal suo ambiente: in Monstra, però, non c’è bellezza, volo, risalita, riscatto legato al lettore che alla fine pensa al poeta, come un essere libero e padrone dei cieli; piuttosto in questa silloge c’è una volontà chiarissima di mettere in luce il dramma della deformità vista dall’interno. Nelle poesie di Rizzi è il poeta in prima persona che avverte la differenza con la normalità e se ne fa carico, nuova croce, ma senza risurrezione; prima che sia la società ad indicare la differenza, nei versi di Rizzi è l’Io poetante che avverte tutti gli altri di quello che la differenza con la norma comporterà.

La deformità non intesa come mezzo per muovere a pietismo o destare una morbosa attenzione, ma come tramite tra l’autenticità di chi accetta e mostra la differenza e la finzione buonista della società che, al contrario fa di tutto per celare quanto sa, per interposta esperienza, che non verrà accettato e sarà oggetto di scontro. Rizzi non teme lo scontro e, pur non cercandolo apertamente, con questo lavoro in versi dall’ardita lettura, si pone come sasso sul liscio procedere di una certa letteratura e del suo clientelismo esasperante per chi è in cerca della verità, della non-finzione, dell’onestà.

A metà libro, a parer mio, si incontrano i cardini dell’intera opera, racchiusi nei tre versi qui riportati:

“Il tempo stesso viene deformato”

“(! oh, il sorriso che non bisogna di respiro)”

“Ma perfino vivo”

(pagg.25-26, Polmoni insufficienti)

In questi versi, che precedono la carrellata di poesie dedicata a varie differenze morfo-fisologiche di cui il poeta dispone per evidenziare la sua contrarietà verso questa esistenza, vengono indicati l’attore e l’azione principale, il Tempo e il Vivere, e, forse, una chance di riscatto. Lo stesso tempo non viene sottratto allo scopo del libro: è sottoposto, come tutti i personaggi vissuti ed interpretati dall’Io-poeta, alla variazione di forma (Il tempo stesso viene deformato) ed inserito in un testo (“Polmoni insufficienti”) riferito all’azione propria del vivere, ovvero il respiro, atto involontario che accomuna tutti i deformi e rende palese il vivere anche al poeta che ne scrive (Ma perfino vivo) e che sembra concedere benevolenza solo in un caso, quando parla del sorriso (! oh, il sorriso che non bisogna di respiro) che, essendo esente, come si legge nella poesia, dall’atto del respiro-vivere non può essere ascritto al negativo-deforme di cui soffriamo tutti, artisti nel riconoscerlo ed esseri umano nella mancata accettazione e che si pone, quindi, come unica risorsa di riscatto alla situazione. Sorriso, che non abbiamo difficoltà a credere possa anche essere sardonico e ironico, se messo sulla bocca di un autore come Alberto Rizzi. [Angela Greco]

*

Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), nella foto qui sopra, risiede da sempre nella Provincia di Rovigo ed è attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90. Secondo Mauro Ferrari – quasi l’unico critico che ne abbia seguito l’attività – è uno dei migliori esempi in Italia di “autore sommerso”: espressione con la quale identifica quegli autori, che vengono ignorati dal sistema italiano della cultura; sistema gestito perlopiù secondo regole mercantili e clientelari.

            Nel caso di Rizzi questa “disattenzione” non può stupire, fin dal momento in cui si legga la frase che ne sottolinea l’immagine nell’home page del suo sito (www.seautos.it). La sua predilezione per temi di critica sociale o comunque disturbanti – secondo l’ipocrisia che caratterizza il pensiero democratico – e la sua repulsione verso i premi e gli altri riti che sono cardine della politica del consenso in Italia, hanno fatto il resto.

            Ciononostante, la sua attività gli ha riservato notevoli soddisfazioni, soprattutto alla luce delle difficoltà che ha dovuto affrontare: se la maggior parte delle sue oltre venti raccolte sono apparse per forza di cose autoprodotte in forma di samizdat, Rizzi è riuscito a vedersene pubblicate in maniera corretta (cioè senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento) altre cinque dal 1994.

      Di queste solo “Poesie incitanti all’odio sociale” (uscito per la Puntoacapo Edizioni di Novi Ligure nel 2008) risulta essere ancora reperibile. Gli altri (Opera prima: Non voglio morire a Rovigo” – Padova, Ed. Calusca 1994; “Poesie” – Rionero in Vulture (PZ) Ed. Progetto Siderurgiko 1998; “Piccola trilogia nera” – Modigliana (FC) Ed. Criatu 2000) non lo sono più da tempo. Mentre “L’armadio cromatico” – San Bellino (RO), Ed. L’Archivio della Memoria 2000 è reperibile solo in occasione delle manifestazioni a sfondo sociale alle quali partecipa questa minuscola realtà editoriale.

            Fra le numerose antologie nelle quali è stato inserito va fatto cenno almeno a due “Antologia ecologica minima richiedibile presso l’editore: Lato Selvatico e “Word Poetry Yearbook 2014” apparsa con fondi UNESCO in Pechino. Numerose pure le riviste e le fanzines che lo hanno ospitato nel corso dell’ultimo ventennio. Oltre a una manciata di racconti, apparsi su qualche fanzine e sito web, Alberto Rizzi ha pubblicato finora una sola opera in prosa: il romanzo breve “I pesci nel barile”: ambientato negli “Anni di piombo”, uscito nel 2012 per le Ed. Saecula di Vicenza.

Oscar Wilde, De Profundis (pdf scaricabile)

Oscar Wilde, De Profundis (1897)

Il De Profundis è una lunga lettera a Lord Alfred Douglas, il giovane amato da Wilde, scritta nei primi mesi del 1897 nel carcere di Reading dove Wilde si trovava da quasi due anni per il reato di sodomia. È l’opera che ci permette di accostarci al vero mondo dell’autore, di riconoscere l’uomo e lo scrittore nel suo aspetto non mistificato. Una volta uscito di prigione, Wilde affidò il manoscritto all’amico giornalista Robert Ross, che fece due copie dattiloscritte. Una fu inviata allo stesso Douglas, che negò di averla mai ricevuta. Nel 1905, quando ormai Wilde era morto da cinque anni, Ross pubblicò un’edizione ridotta dell’originale col titolo di De Profundis, che rimase a tutte le edizioni successive. L’originale fu affidato nel 1909 da Ross al British Museum, con la condizione espressa che non fosse dato in visione per cinquant’anni. La seconda copia dattiloscritta forni il testo per la “first complete and accurate version” pubblicata da Holland nel 1949. In realtà quando, nel 1959, il manoscritto fu reso pubblico, fu possibile stabilire che i dattiloscritti contenevano parecchie centinaia di errori. (Trad. di Camilla Salvago Raggi. Feltrinelli editore, pagg: 63-73; condiviso dal sito  filiarmonici)

DE PROFUNDIS (estratto)

Sono stato in prigione quasi due anni. Dalla mia natura è uscita una folle disperazione; un abbandono al dolore che era pietoso anche a vedersi; ira terribile e impotente; amarezza e disprezzo; angoscia che singhiozzava apertamente, tormento che non trovava voce, pena che rimaneva muta. Sono passato attraverso ogni possibile forma di sofferenza. Meglio di Wordsworth stesso, so quel che egli intendeva quando scrisse:

La sofferenza è permanente, oscura e cupa e ha la natura dell’Infinità.

Ma mentre vi sono state ore in cui mi sono rallegrato all’idea che le mie sofferenze dovessero essere infinite, non avrei potuto sopportare che esse fossero prive di significato. Ora trovo nascosto in fondo alla mia natura qualche cosa che mi dice che nel mondo intero niente è privo di significato, e tanto meno la sofferenza. Quel qualche cosa nascosto in fondo alla mia natura, come un tesoro in un campo, è l’umiltà. È l’ultima cosa che mi sia rimasta, e la migliore di tutte; la scoperta finale a cui sono giunto; il punto di partenza per una evoluzione nuova. Mi è giunta dal fondo di me stesso, perciò so che è giunta al momento giusto. Non avrebbe potuto giungere prima, né più tardi. Se qualcuno me ne avesse parlato, l’avrei respinta; se mi fosse stata offerta, l’avrei rifiutata. Ma poiché l’ho trovata voglio tenerla, non posso fare altrimenti. È l’unica cosa che abbia in sé gli elementi della vita, di una nuova vita, di una Vita Nuova per me. Di tutte le cose è la più misteriosa. Non possiamo darla via, e gli altri non possono darla a noi. Non possiamo acquistarla, fuorché cedendo in cambio tutto ciò che abbiamo. Soltanto quando abbiamo perduto tutto, ci accorgiamo dì possederla.

Ora che mi accorgo che essa è in me vedo con assoluta chiarezza ciò che debbo fare, ciò che in realtà sono costretto a fare. Non occorre dirti che con questa espressione non alludo ad alcuna sanzione o comando esteriore. Non ne accetto alcuno. Sono molto più individualista di quanto sia stato mai. Mi sembra che solo ciò che esce da noi stessi possa avere un benché minimo valore. La mia natura sta cercando una nuova forma di realizzazione di sé. Questa è la sola cosa che mi concerne. E prima di tutto devo liberarmi da ogni possibile sentimento di amarezza contro di te.

Sono senza casa e senza un soldo. Ma c’è di peggio a questo mondo. Sono del tutto sincero quando ti dico che piuttosto di uscire da questa prigione con il cuore amareggiato contro di te o contro il mondo, andrei volentieri di uscio in uscio mendicando il pane. Se non ottenessi nulla dalle case dei ricchi, dalle case dei poveri otterrei certo qualche cosa. Quelli che hanno molto sono spesso avari, quelli che hanno poco sono sempre pronti a spartire. Non mi dispiacerebbe affatto dormire d’estate sull’erba fresca, o quando venisse l’inverno ripararmi contro la tiepida bica coperta di paglia o sotto la tettoia di un vasto fienile, purché ci fosse l’amore nel mio cuore. Le esteriorità della vita mi sembrano adesso del tutto prive di importanza…

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…continua a leggere sul pdf scaricabile: Oscar Wilde – De Profundis (clicca qui)

Approfondimento – Il vero Oscar Wilde: apologeta del dolore: “Il ritratto di Oscar Wilde, al di là degli usi inopportuni e degli abusi di finti adulatori, si tinge di oscuri pensieri e sconfortanti delusioni. Un mondo composto da croci e sacrifici immani, in cui il dolore diviene unico mezzo per giungere alla vera bellezza…”

Giorgione, Venere dormiente – sassi d’arte

Giorgione, Venere dormiente (1508 – 1510)

olio su tela, cm 108 x 175 – Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister

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Questa Venere realizzata da Giorgio Barbarella Zorzi o Giorgio da Castelfranco detto Giorgione (Castelfranco Veneto 1478 circa – Venezia 1510) è una delle primissime raffigurazioni di donne completamente nude dell’arte moderna. L’artista fu in tal senso un grande innovatore e si ispirò direttamente all’arte antica, inaugurando un genere che di lì a poco sarebbe stato sperimentato anche da Tiziano; e proprio quest’ultimo potrebbe anche aver completato questo dipinto visto che l’autore scomparve prima di terminarlo. La Venere dormiente di Giorgione è citata per la prima volta nel 1525 negli appunti di Marcantonio Michiel, che la vide in casa di un certo Girolamo Marcello, che probabilmente la commissionò al Giorgione in occasione delle sue nozze con Morosina Pisani nel 1507.

Sul piano stilistico, la dea si distingue per le sue forme morbidissime, delicate, illuminate da una luce tenue; il paesaggio è caratterizzato dalla pittura tonale portata al massimo grado di perfezione da Giorgione. Per “Pittura tonale” o “tonalismo” si intende quel tipo di pittura in cui la profondità è suggerita dall’uso di colori e tonalità più calde per gli oggetti vicini e più freddi per quelli lontani, con un approccio che teneva conto di ciò che l’occhio percepiva nella realtà (ovvero le sfumature graduali di toni di colore via via che gli oggetti si allontanano) ed in questo la pittura veneta si differenziava da quella toscana, poiché la prima era fondata sul colore, mentre quella toscana, sul disegno. (adattamento dal sito Finestre sull’Arte)

I pochi documenti sulla vita di Giorgione hanno alimentato il mito che ben presto ha avvolto la sua opera e la sua personalità. Probabilmente allievo di Giovanni Bellini, da cui riprende il gusto per il colore e l’attenzione per i paesaggi, studia le opere di Antonello da Messina ed entra in contatto con la pittura di Leonardo, giunto a Venezia nel marzo del 1500 e sarà proprio l’artista toscano a influenzare lo stile del maestro di Castelfranco, che adotterà colori scuri modulandoli nello sfumato.

La Venere dormiente ritrae una Venere pudica – per la mano che ricopre il pube – addormentata all’aperto, in una posa di dolce abbandono, distesa su un telo bianco con un cuscino coperto da un drappo rosso. La sapiente modulazione tonale con cui è realizzato tutto il dipinto trasmette un sentimento malinconico, di solitudine incantata e sospesa. Esiste una chiara analogia tra il dolce profilo delle colline e la linea ondulata del corpo della dea, languidamente distesa e come la Venere, anche la natura sembra appartenere alla dimensione magica del sogno. La figura femminile si distende lungo una diagonale, occupando tutto il primo piano, mentre sull’altra diagonale si dispongono le colline e gli altri elementi del paesaggio.

Un restauro della metà dell’Ottocento ha rivelato ai piedi della dea la presenza di un Cupido che, essendo in pessimo stato di conservazione, è stato ricoperto ed è visibile solo in radiografia. Secondo le parole di Marcantonio Michiel, sul Cupido e sul paesaggio intervenne Tiziano anche se l’entità dell’intervento di quest’ultimo all’opera iniziata da Giorgione è oggetto ancora di dibattito. (tratto ed adattato da Giorgione, I capolavori dell’arte – immagini dal web)

 

Ubaldo de Robertis, due poesie ed un ricordo di Flavio Almerighi

Ubaldo De Robertis amava la Poesia, ne ha fatta tanta e di alto livello, rispettava le persone, uno dei pochi in ambiente poetico che possedeva il rispetto umano, oltre al talento. Non mi voglio dilungare troppo, anche perché mi frapporrei inutilmente tra la lettura dei suoi pezzi e ogni singolo lettore. Aspettavamo “il libro americano” per promuoverlo e diffonderlo, il destino ha disposto altro. La persona e l’arte di Ubaldo De Robertis meritano anzitutto rispetto e silenzio. Se “tutta la vita è lasciare tracce” quest’Uomo e questo Artista ne hanno lasciate, eccome. (Flavio Almerighi)

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Ubaldo de Robertis, da DIOMEDEE (Ed.Joker, Maggio 2008)

IO CHE…

Io che ho spiegato le vele tutte finché la riva scompare,
esplorato ogni terra invisibile,
ogni visibile mondo, sfidato correnti, mostri marini,
e gli uccelli indomabili della tempesta,
per tornare, di nuovo, come il vento, ogni volta,
a mio piacimento, dove posso scovare strumenti
di analisi per sondare il mondo che è in me,
e che non conosco, trovare un’unità,
un ordine nel pensiero, una linea di neutralità,
idee che siano chiare e concrete come le pietre
delle strade, non come le impervie, intricate vie
che portano a me.
Come posso trovare un’identità, energie
connettive se ciò che d’incoerente si agita dentro,
vive le mie stesse, indistinte, emozioni.
Come posso comporre le dissonanze interne,
le diffidenze, le contrapposizioni, le opposte
sensazioni, i dissidi, i molteplici istinti.
In certe anime che s’agitano dentro sta il segno
che naufragare è il mio destino,
diffido del loro modo d’agire, paure dentro
paure più fonde, tentazioni continue, di tradire.
Fuori di me una realtà esiste, assoluta,
illuminata da un calore unico, una corrispondenza
compiuta tra forme e sensazioni,
una mobilità tanto varia regolata da immutabili
leggi cosmiche.
Dinanzi ad un più vasto divenire, fuori di me,
fuori dagli affanni inconsci, tento di sopravvivere
ai tormenti, agli indicibili e improvvisi morsi
della crisi.

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CONFRONTO

Perderci o raccontarci raccontarci le cose vere
questo è il dilemma
Cosa muove il pulsare di una chat
la risoluzione di una webcam
come contemplarsi nel minuscolo schermo
d’un cellulare confidarsi in un blog
Io che non mi uniformo alle cose fugaci
alla precarietà che temo in altri la frenesia
di crescere la ricerca affrettata dell’identità
No! Non cercarla in me!
Ancora inseguo la mia e ciò che dilegua
è percettibile la notte quando il vuoto incombe
nelle bottiglie (non ci dicono che hanno un’anima
anche gli oggetti?)
E’ vero… in questo mondo è arduo procedere da soli
convivere con la realtà   contenere le illusioni
No! Non cercarla in me!
Quella sensibilità che agita il tuo tempo
Io non so riconoscere i frammenti dei sogni
e non saprei come ricomporli
Finché non troverò un senso alla mia vita
cosa potrò darti… mio giovane amico?
Non ti accorgi che spesso hai ragione tu?

*

ti abbraccio forte
(Flavio Almerighi a Ubaldo De Robertis, novembre 2016)
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Itaca è peraltro una bevuta di Achab
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nessun greco, Andromaca trentenne
per sempre prigioniera degli Achei
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sterrate bianche dentro l’orizzonte
smettila Bogey, questo quadro è tuo.
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Quando sparisci c’è sapore di ferro,
rimaniamo in macchina sotto il sole
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(noi volevamo un posto appartato
un po’ di vita con le nostre donne)
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non perdere altro tempo,
il suono è tutto il dentro
che l’aperto copre
una Cadillac distrutta nel fosso.
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Ti lascio e non abbandonarmi
chiudo qui non dimenticatemi
adesso non siamo mai esistiti.
Ho terrore, ti abbraccio forte
.
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Ubaldo de Robertis ci ha lasciato l’11 maggio 2017 dopo una strenua lotta con un male che fa pochi sconti. Aveva appena pubblicato un’ampia Antologia bilingue, inglese italiano, con Chelsea Editions (NY), The Rings of the Universe, e ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio Astrolabio di Pisa. Era nato a Falerone (FM) nel 1942 e viveva a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze, nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore) e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). In corso di pubblicazione: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore, 2014. Suoi anche i romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), e L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria).
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“Atmosphere” (testo della canzone)

Cammina in silenzio, \ Non andartene, in silenzio \ Bada al pericolo, \ Pericoli sempre, \ Conversazione senza fine, \ Ricostruzione esistenziale, \ Non andartene. \ \ Cammina in silenzio, \ Non allontanarti, in silenzio. \ La tua confusione, \ Le mie illusioni, \ Indossate come una maschera d’odio di sé, \ Sfida e poi muore, \ Non andartene. \ \ Per la gente come te è facile, \ Messo a nudo, \ Al settimo cielo, \ A caccia vicino al fiume, \ Per le strade, \ Via da ogni angolo troppo in fretta, \ Pensaci con la dovuta attenzione. \ Non andartene, in silenzio \ Non andartene …

 .
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Juan Ramón Jiménez, Temporale

gabriel pacheco

Juan Ramón Jiménez, da Diario di poeta e mare, Passigli Editori

Non ci si vede e si vedono istantanee luci bianche. Nervoso, aspetto un tuono che non odo. E voglio scostare con le mani l’enorme rumore di taxi, di treni, di tram, di macchine che battono, e far luogo al silenzio che mi anneghi nel suo golfo di pace, nel cui cielo io senta risonare e passare il temporale. Non so se il tuono c’è o non c’è. E’ come quando nell’ombra incancellabile d’una notte remota di campagna crediamo che ci sia qualcuno accanto a noi e lo sentiamo vicinissimo senza vederlo. Che infinità di piccoli taxi, treni, tram, di piccole case in costruzione, nella breve intensità della mia testa! Fino a oggi, che non odo, nel temporale, il tuono, non ho udito quale rumore fosse questo di New York… Piove. Non ci si vede. E si vedono istantanee luci bianche.

102 – New York, 18 aprile

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Juan Ramón Jiménez : poeta spagnolo (Moguer, Huelva, 1881 – San Juan, Puerto Rico, 1958) è stato un autore dalla limpida semplicità espressiva vicina al simbolismo, nelle sue poesie associa a una raffinata ricerca lessicale  una crescente ansia metafisica che lo porta a una posizione sempre più contemplativa. Tra le sue raccolte: Platero y yo (1914; edizione completa 1917) e Animal de fondo (1949).Premio Nobel per la letteratura (1956).

George Gordon Byron, due poesie ed una nota sulla sua esperienza poetica

da The Prisoner of Chillon and other poems
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Che cosa poi mi successe all’improvviso
non lo so, né mai lo seppi;
prima mi fu tolta la luce, e l’ aria
e poi perfino l’ oscurità:
non avevo pensiero, né sentimento – alcuno –
una pietra tra le pietre
ero appena conscio di ciò che sapevo,
come un dirupo spoglio in un velo di nebbia;
ché tutto era vuoto, e deserto, e grigio;
non era notte, né era giorno;
neppure c’ era la luce sotterranea della cella,
così detestabile alla mia vista affaticata,
ma assenza che assorbiva lo spazio,
e immobilità, senza luogo;
non vi erano stelle, né terra, né tempo,
né disapprovazione, né mutamento, né bene, né crimine,
ma silenzio, e un respiro immoto
che non era né vita né morte;
un mare di stagnante inerzia,
illimitato, cieco, muto e senza moto.
[…]
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What next befell me then and ther
I know not well – I never knew – 
First came the loss of light, and air,
And then of darkness too:
I had no thought, no feeling – none –
Among the stones I stood a stone,
And was, scarce conscious what I wist,
As shrubbless crags within the mist;
For all was blank, and bleak, and gray,
It was not night – It was not day,
It was not even the dungeon-light,
So hateful to my heavy sight,
But vacancy absorbing space, 
And fixedness – without a place;
There were no stars – no earth – no time
No check – no change – no good – no crime –
But silence, and stirless breath 
Which neither was of life nor death;
A sea of stagnant idleness,
Blind, boundless, mute, and motionless!
[…]
.
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da Tre poesie brevi (1822-1824)
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[pensieri sulla libertà]
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Possono davvero provare il sentimento della libertà
solo coloro che hanno a lungo portato le catene:
i sani non sentono la salute in tutto il suo splendore,
in tutta la sua gloria di vene straripanti e guance vermiglie
e pulsazioni vigorose, finché non abbiano conosciuto l’interregno
di qualche malattia che li costringa a letto
in qualche vasto, ordinario, febbrile ospedale
dove tutti vengono medicati – ma di nessuno ci si prende cura,
abbandonati a pubbliche infermiere, pagate per compassione, finché
muoiono, e vengono rilasciati guariti, ma senza gentilezza.
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.[Thoughts on Freedom]

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They only can feel freedom truly who
Have worn long chains – the healthy feel not health
In all its glow – in all its glory of
Full veins and flushing cheeks and bounding pulses,
Till they have known the interregnum of
Some malady that links them to their beds
In some wide – common – feverish hospital
Where all are tended – and none cared for, left
To public nurses, paid for pity, till
They die – or go forth cured, but without kindness.
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Byron e l’esperienza poetica

George Gordon Noel Byron, VI barone di Byron, meglio noto come Lord Byron (Londra, 22 gennaio 1788 – Missolungi, 19 aprile 1824), è stato un poeta e politico inglese; pochi protagonisti della storia letteraria moderna hanno saputo fondere, come lui, la propria esperienza di vita con gli elementi e i temi della poesia. Tra i poeti romantici inglesi, infatti, egli è il pioniere di un ideale poetico nuovo, in cui l’ispirazione appartiene e, al contempo, trascende la condizione quotidiana, i sentimenti, le emozioni vissute; ideali e passioni non vivono più di linfa propria, in una sorta di purgatorio dell’immaginazione, ma sono dettati, circoscritti e partoriti direttamente dall’infinita varietà sensitiva del mondo reale. Realtà che viene così prepotentemente trascesa e universalizzata. “Egli era uomo prima e poeta poi”, afferma all’inizio del secolo scorso Arthur Symons sulla scia di quello che, del resto, aveva già ben compreso John Keats: “Vi è grande differenza tra di noi. Lui descrive ciò che vede, io ciò che immagino”.

Le poesie di Byron, i suoi poemi e i suoi componimenti offrono di incanto immagini vive e concrete che il poeta registra – non senza qualche contraddizione istrionica – nella sua particolare retina ottica e li effonde nelle pagine bianche del proprio cahier. Non vi sono grandi cesure, non vi sono complessi artifici infusi da un’ispirazione forzata a ipocrita, tutto è lì davanti ai nostri occhi, come in quelli di Byron. Poeta della realtà, dunque. Ma soprattutto poeta della passione, spesso drammatica e violenta; una passione emancipata, figlia di una morale priva degli angusti confini imposti dai cliché della società a dalle rigide regole delle etichette formali. Una libertà che è apparsa spesso – non senza ragione – scandalosa e provocatoria, ma che è, tutto sommato, coraggiosa coerenza esistenziale.

Anticonformista, impulsivo, tenace e rude ma anche sottile e astuto calcolatore. Temperamento complesso, di animo solitario e ribelle. In lui era insita una profonda e indomabile tensione emotiva e spirituale che lo indusse a travalicare il mondo autoritario e arcaico in cui viveva attraverso una vita eccessiva e arrogante, contrassegnata da una libertà sessuale, una trasgressione sociale e da un esotismo insolito e irresistibile. Byron per primo, infatti, rende l’ascendente esotico un fatto cruciale dell’esperienza poetica, solida base con cui trascendere definitivamente le coordinate culturali del suo tempo, cui aggiungere, qualificandola e indirizzandola, anche una straordinaria attenzione nei confronti della libertà dei popoli soffocati e oppressi, tra tutti la Grecia minacciata nell’intima identità secolare dal dominio turco, mito e allegoria di tanta poetica byroniana.

Il continuum espressivo, sempre in bilico tra esperienza reale e visione creativa, segna profondamente tutta l’opera del poeta inglese, in un medium di straordinaria forza e, per certi aspetti, di sconvolgente attualità. (Estratto da “Vita e poetica” – testi di Paolo Damiano Franzese)

Tratto da “Byron, I grandi poeti” – Il Sole 24 ORE, 2008

Angela Greco, Sequenza – per l’opera di Sergio Angeli #27 from the series Framework (2017)

Sequenza (Frame)

La decadenza della forma frana frammenti
quasi d’albero del bene e del male. Forse.
Il bianco e nero della chiave apre la voragine che
dietro la porta attende fiduciosa l’arrivo
dell’illuso dal colore di questo tempo dissolto
nell’inchiostro informe dell’eccesso di parole.
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La carta è il gesto più antico a cui
affidarsi in caso di pioggia:
il trucco scompare nel ricordo
il tronco ha mani larghe per ricominciare.
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Angela Greco AnGre
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per l’opera di Sergio Angeli (immagine d’apertura) #27 from the series Framework – acrylic spray, ink and Coca Cola on paper, cm 24 x 30, year 2017 (collezione privata)
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Michel Houellebecq, tre poesie tratte dalla raccolta La ricerca della felicità

Michel Houellebecq, La ricerca della felicità – “Cos’è la felicità? È possibile in questo mondo? Come la si raggiunge? A queste domande risponde questa raccolta di riflessioni e poesie in cui Houellebecq delinea un metodo per restare vivi, sopravvivere, colpire là dove si può (e si deve). Col suo solito sguardo feroce, Houellebecq ci racconta la quotidianità e la letteratura, l’incanto del cinema (specie del cinema muto) e la stupidità di certi poeti, senza censurarsi mai. Ne esce un paesaggio in controtendenza con i venti e le maree delle mode, lo spaccato di una quotidianità molto contemporanea e molto urbana, in cui la solitudine trionfa ma in cui comunque non si può rinunciare: non alla ricerca della felicità.” (Bompiani, 2008 – Traduttore: F. Ascari)

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L’indifferenza delle scogliere
al nostro destino di formiche
cresce nella brutta serata;
siamo piccoli, piccoli, piccoli.
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Davanti a queste concrezioni solide
pur erose dal mare
cresce in noi un desiderio di vuoto,
la voglia di un perenne inverno.
.
Ricostruire una società
che meriti il nome di umana,
che conduca all’eternità
come l’anello va verso la catena.
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Siamo qui, la luna cade
su una disperazione animale
e tu gridi, sorella, soccombi
sotto la saggezza del minerale.
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§
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Il treno che si fermava in mezzo alle nuvole
avrebbe potuto condurci verso un destino migliore
abbiamo avuto il torto di credere troppo alla felicità
non voglio morire, la morte è un miraggio.
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Il freddo scende sulle nostre arterie
come una mano sulla speranza
non è più il tempo dell’innocenza,
sento agonizzare mio fratello.
.
Gli esseri umani lottavano per pezzi di tempo,
udivo crepitare le armi automatiche,
potevo confrontare le origini etniche
dei cadaveri ammucchiati nello scompartimento.
.
La crudeltà sale dai corpi
come un’ebbrezza inappagata;
la storia porterà l’oblio,
vivremo la seconda morte.
.
.
§
.
.
Trasposizione, controllo
.
La società è ciò che stabilisce delle differenze
e delle procedure di controllo
nel supermercato faccio atti di presenza,
interpreto benissimo il mio ruolo.
.
Rivelo le mie differenze,
delimito le mie esigenze
e apro la mascella,
i miei denti sono un po’ neri.
.
Il valore delle cose e degli esseri di definisce per consenso trasparente
in cui intervengono i denti,
la pelle e gli organi,
la bellezza che sfiorisce.
.
Alcuni prodotti a base di glicerina
possono costituire un fattore di sopravvalutazione parziale;
si dice: “Lei è bella”;
il terreno è minato.
.
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– per questi testi si ringrazia Flavio Almerighi –

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Michel Houellebecq, pseudonimo di Michel Thomas (Réunion, 26 febbraio 1956), scrittore, saggista, poeta, regista e sceneggiatore francese, è considerato uno dei più rilevanti scrittori della letteratura francese contemporanea. Nato nel dipartimento d’Oltremare francese della Réunion, Michel Thomas è cresciuto fino a sei anni in Algeria; suo padre, guida d’alta montagna, e sua madre, medico anestesista, si disinteressano molto presto di lui, dopo la nascita della sorellastra, affidandolo alla nonna paterna, Henriette Houellebecq, una comunista, della quale adotta il cognome.
Dopo aver frequentato a Parigi il liceo Chaptal, nelle classi di preparazione per la Grande Ecole, si iscrive alla facoltà di agraria nel 1975, dove fonda la poco fortunata rivista letteraria Karamazov, per la quale scrive qualche poesia e lavora alle riprese di un film dal titolo Cristal de souffrance. Consegue la laurea in agraria nel 1978 con una specializzazione in «Ecologia e miglioramento dell’ambiente naturale». Subito dopo si iscrive all’École nationale supérieure Louis-Lumière, nella sezione di cinema, scegliendo l’indirizzo di riprese cinematografiche, che abbandona nel 1981. Lo stesso anno nasce suo figlio Étienne. Affronta in seguito un periodo di disoccupazione, e un divorzio che gli provoca una forte depressione. Inizia a lavorare come informatico nel 1983 presso la Unilog, dove resterà tre anni, periodo che diventerà poi fonte di ispirazione per Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo pubblicato nel 1994. In seguito passa a lavorare all’Assemblée nationale. Verso la metà degli anni ottanta inizia a frequentare ambienti letterari parigini, pubblica le prime poesie e collabora con varie riviste. Le sue due prime raccolte di poesie, edite nel 1991, passano inosservate. In esse sono già percepibili i temi che verranno trattati in seguito, ossia la solitudine esistenziale e la denuncia del liberalismo e del capitalismo, all’opera fin nell’intimità degli individui. Nel 1991, pubblica un saggio su Lovecraft, ma è il romanzo Le particelle elementari, pubblicato nel 1999 che lo fa conoscere in Francia e nel mondo. Estensione del dominio della lotta, invece, il suo primo romanzo, viene pubblicato da Maurice Nadeau nel 1994 dopo essere stato rifiutato da parecchi editori e colloca Houellebecq a capo di quella generazione di scrittori concentrati sulla miseria affettiva dell’uomo contemporaneo; senza promozione né pubblicità, il romanzo si diffuse tramite il passaparola. Ne è stato tratto un film per il cinema francese da Philippe Harel nel 1999, e uno per la televisione danese da Jens Albinus nel 2002. Michel Houellebecq, che si è risposato, dopo aver vissuto in Irlanda per parecchi anni, vive attualmente in Spagna, all’interno del Parco naturale Cabo de Gata-Nijar. Nel 2008 per Bompiani esce in Italia La ricerca della felicità, una raccolta di poesie e riflessioni, che forniscono un’ampia visuale del pensiero di questo autore; nel 2010 esce il romanzo La carta e il territorio, edito anche questo da Bompiani, che gli varrà il massimo premio letterario francese, il Goncourt. Michel Houellebecq oggi continua brillantemente a produrre opere di successo, ponendosi tra le voci più lette ed apprezzate del panorama contemporaneo.
– notizie ed immagini tratte dal web; in apertura: Charlie Chaplin tempi moderni –

Peppino Impastato, versi da Amore Non Ne Avremo

Giuseppe Impastato, nato a Cinisi (PA) il 5 gennaio 1948, “Peppino”, è stato un giornalista, attivista e poeta italiano, membro di Democrazia Proletaria e noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra, a seguito delle quali fu assassinato il 9 maggio 1978.

Il sasso nello stagno di AnGre

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E venne a noi un adolescente

dagli occhi trasparenti

e dalle labbra carnose,

alla nostra giovinezza

consunta nel paese e nei bordelli.

non disse una sola parola

né fece gesto alcuno;

questo suo silenzio

e questa sua immobilità

hanno aperto una ferita mortale

nella nostra consunta giovinezza.

Nessuno ci vendicherà;

la nostra pena non ha testimoni.

*

da Amore Non Ne Avremo, Poesia e immagini di Peppino Impastato

a cura di Guido Orlando e Salvo Vitale, Navarra Editore 2008

(versi a centro-pagina come sul testo) – http://www.peppinoimpastato.com/poesiedipeppino.htm

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Pablo Picasso, La metafora della Minotauromachia

PABLO-PICASSO-MINOTAUROMACHY

Minotauromachia, Pablo Picasso

1935, acquaforte, cm 49,8 x 69,9 – New York, The Museum of Modern Art (MOMA)

*

Il Minotauro, nato a Creta dall’amore tra una donna e un toro, è la figura più simbolica di Picasso nelle opere realizzate negli anni Trenta. Occupò molti dei disegni e delle stampe che compongono la Suite Vallard. La leggenda vuole il Minotauro relegato nel labirinto costruito da Dedalo e nutrito con sacrifici di giovani donne e uomini. L’essere mostruoso, le cui sembianze animalesche tradiscono gli istinti brutali che non riesce a dominare, è personificazione tragica della dualità dell’essere umano: ebbro per le libagioni, violenta e uccide le giovani donne. Nell’opera, il Minotauro è condotto con l’inganno nell’arena, dove dalla platea le ragazze compiaciute lo guardano mentre viene ferito. Cieco e ridotto all’impotenza, si lascia guidare da una bambina che con una mano tiene una candela accesa e con l’altra un mazzo di fiori. Tra loro un cavallo sventrato porta sul dorso la donna torero che, in fin di vita, cerca di uccidersi con la sua stessa spada.

Il significato simbolico dell’opera è di difficile interpretazione. La vita, l’innocenza e la luce sono raffigurate dalla bambina, che rappresenta il mondo dell’infanzia che non ha paura dei mostri degli adulti; il corpo straziato della donna torero e il cavallo sono simboli della guerra.

Eseguito durante uno dei periodi più difficili della sua vita, Minotauromachia presenta il dolore e la sofferenza dell’artista attraverso una mitologia personale. La fine del matrimonio con Olga, a causa della relazione con Marie-Thérèse, il cui viso ritroviamo nelle donne affacciate alla balconata, trova nella figura ambivalente dell’uomo-toro la metafora drammatica della vita di quegli anni.

[Francesca Toso, Picasso, I classici dell’arte – Novecento, Rizzoli | Skira]