qualche considerazione su Julio Cortazár

La scrittura di Julio Cortázar, scrittore che ho sommamente ammirato tra tutti quelli in cui ho avuto modo di imbattermi, mi ha sempre sorpreso, in tutti i sensi, vuoi per le trame, quasi sempre ‘chiuse’ -a volte solo apparentemente chiuse- da finali assolutamente sorprendenti, inusuali se non inusitati, e per il linguaggio utilizzato, che trovo straordinariamente affine a quello italiano. Solo in Jorge Luis Borges, ‘l’Omero del novecento’ ho trovato una struttura lessicale e sintattica paragonabile a quella di J. C.

Ne consegue che per un lettore italiano è altamente possibile, soprattutto per chi non sia assolutamente a digiuno di conoscenza della lingua latina e dei meccanismi di formazione delle parole nei vari idiomi -dialetti compresi- che da quella derivano, leggere ‘in lingua’ le opere dei due autori che ho citato. Altri due autori che potrei citare, e indicare a dimostrazione di quanto dico, sono l’uruguaiano Mario Benedetti, nonché Gabriel García Márquez.
Certo, le affinità tra l’italiano e lo spagnolo (di Castiglia), aiutano molto e sono sotto gli occhi di tutti, ma anche e proprio per questo, le differenze, i ‘false friends’, sono più perfidi e forieri di cantonate clamorose. Per non parlare delle pronunce da brivido formidabilmente rese dai commentatori sportivi che, bontà loro, riescono a superare qualsiasi problema di interpretazione ‘fonetica’, situandosi già oltre una conoscenza ‘scolastica’ ma accettabile, e già immersi nella pronuncia quasi gergale di nomi e cognomi ispanici di calciatori o di altri fenomeni connessi al calcio.

Fa niente, anche se una informazione sbagliata, da qualsiasi parte provenga, è sempre e comunque qualcosa di negativo, anche nel mondo dello sport o della televisione.

E’ opinione diffusa, soprattutto tra i vacanzieri italiani, che per comprendere lo spagnolo basti aggiungere qualche esse in fine di parola e magari assumere una cadenza leggermente veneta. Ma non è con il ricorso a questi stratagemmi o accorgimenti che si può veramente comunicare e capirsi, ovvero trasmettere e recepire significati: al più ci si può spiegare o intendere; in questo caso, nel tentativo di dialogare pur non conoscendo la lingua, non si fa altro che ricorrere a qualcosa di succedaneo ad essa, ad un surrogato che non è neppure il linguaggio dei segni, ma l’utilizzo dei gesti, operazione di cui molti italiani si ritengono i migliori interpreti.
Che significa: non sono gli utenti ad essere i proprietari, per così dire, di un codice linguistico, ma al contrario essi appartengono ad una lingua in quanto codice, ovvero i parlanti risultano essere dei decodificatori, non dei creatori di codici. Del resto la glossolalia di cui si parla già dal tempo della Babele delle lingue non sarebbe quel qualcosa di irraggiungibile che non sarà mai, in terra, ovvero il dono divino di trovarsi in un luogo quale che sia, e parlarne la lingua dell’uso. Chissà se mi spiego… o se il codice al quale appartengo mi si sta negando!

Personalmente, mi capita di pensare di aver interpretato, magari senza grossi errori, pagine e pagine di letteratura, neanche di quelle più semplici, mentre all’improvviso mi trovo a considerare che mi sfugge il termine equivalente per indicare, che so, la forchetta o un altro oggetto d’uso quotidiano. In effetti, in quel momento, sto traducendo ciò che mi interessa, e questo esercita su di me un influsso che mi porta ad interpretare, a vedere dei termini che si materializzano dall’una all’altra lingua, in un processo di traduzione, appunto, che è portare qualcosa da qualcuno ad un altro: tradere ab aliquo ad aliquem, che poi sarebbe la ‘zeppa‘ su cui poggia la tesi secondo la quale tradurre è in un certo senso ‘tradire’ (tradere). Tradere e trans-ducere sono due operazioni differenti: la prima deriva -oserei dire- dal ‘sottrarre per consegnare‘, la seconda deriva dal ‘prendere per offrire‘, quindi asportazione nel primo caso, riconsegna ed omaggio nel secondo. Per cui: bando alle piacevolezze delle assonanze lessicali e alla voglia di sorprendere con trovate che non hanno nulla di geniale.

Tornando alla letteratura sudamericana, che in questi giorni celebra il cinquantesimo del suo ‘boom’, con ampio risalto sulle pagine dei giornali di lingua spagnola, si potrebbe interpretare questa sua esplosione come una transizione di una certa parte di umanità dall’infanzia ad una fase più adulta, attraverso quel realismo magico e quella interpretazione del ‘fantastico’  che tanto doveva sorprendere la stanca, compassata società europea e nordamericana, la cui civiltà letteraria era comunque detentrice di una posizione di privilegio ormai ingiustificata. O forse dovrei posizione di privilegio ingiusta, più che ingiustificata, dal momento che essa derivava dall’essere gli scrittori sudamericani i rappresentanti dei ‘conquistati’ e dei discendenti dei ‘conquistatori’ ormai ‘americani’ gli uni e gli altri a tutti gli effetti, e contrapposti, in qualche modo, ai rappresentanti della cultura dominante, europea e nordamericana.

Credo di poter dire, forse sunteggiando eccessivamente, che per la seconda volta, nella storia dell’America Latina, un movimento culturale autoctono supera le barriere della colonia e si afferma oltre l’Atlantico; l’altro fenomeno, ad inizi di novecento, era stato il movimento poetico conosciuto come ‘Modernismo’, frutto dell’opera del poeta nicaraguense Rubén Darío. Ma in quel caso l’affermazione era dovuta se non esclusivamente almeno in massima parte alla risonanza planetaria di Darío. L’opera di García Marquez, invece, si inserisce in un panorama letterario e politico mondiale notevolmente mutato, e con una forza e una novità di stili e temi dirompenti. Un mondo nuovo si affaccia sulla scena planetaria, rivendicando non solo dignità letteraria, ma umana per il ‘Cono Sud’.
Voglio aggiungegere che gli autori che ho citato fin qui hanno tutti più o meno, e spesso per motivi politici, vissuto in Europa e questo si ‘legge’ chiaramente dai loro testi, nel senso che essi differiscono da quelli elaborati da scrittori più legati alle proprie origini, o che hanno operato quasi esclusivamente nei paesi dei loro natali. Non per questo, però, ne risultano sminuiti: penso, ad esempio, ad Alejo Carpentier di ‘Ecue-Yamba-O’.

Il panorama letterario e le possibilità di fruizione concesse ai lettori di tutto il mondo sono fortemente cambiati negli ultimi anni: ancora all’epoca della pubblicazione di ‘Cent’anni di solitudine’ non era facile, per il lettore comune, accedere ai testi di autori sudamericani, per non parlare di quelli africani od asiatici; e devo dire che ancora negli anni ottanta solo la testardaggine mi ha consentito di acquisire molti di quei libri che oggi sfoglio, ingialliti dal tempo;
Del resto, fino agli anni novanta, non mi pare di ricordare altre opere storico-letterarie, in italiano, oltre a quella del benemerito professor Giuseppe Bellini, un pioniere per quanto riguarda la diffusione in Italia della letteratura ispano-americana. Del resto, a scanso di ossimori, nel provincialistico panorama europeo del tempo, anche la letteratura spagnola del novecento era alquanto ‘negletta’, escludendoParigi, tant’è che in Italia, almeno relativamente alla poesia, oltre ad Oreste Macrì, Francesco Tentori Montalto e pochi altri, da comune e profano lettore non saprei chi indicare.

Allo stato attuale, invece, a sapersi destreggiare, bastano pochi clic del mouse perché si materializzino testi di autori di qualsiasi angolo del mondo.Questo lo dobbiamo ad Internet, ovvio, ma non solo: nella corografia dei paesi occidentali qualcosa è profondamente cambiato (vedi Francia, Gran Bretagna), o sta cambiando (Italia, Spagna, Grecia), e la presenza di tanti stranieri, tra i quali molti in possesso di titoli di studio ‘equipollenti’ a quelli degli ‘indigeni’ dei vari paesi ospitanti, non può che far bene al dialogo, alla conoscenza reciproca. Giocoforza, la nostra storia diventerà anche la loro storia, e la loro storia -attualmente forse troppo ingabbiata in tante personali microstorie di dolore- anche la nostra: questione di tempo e di preminenze culturali e sociali, o anche, se vogliamo, questione di censi e censimenti.
Riassumendo: difendiamo, tutti, la storia, quale che sia l’appartenenza, la provenienza, il colore della pelle e, pur non prescindendo dal da dove veniamo, facciamo in modo che la destinazione, il dove andiamo, sia un unico fine comune, per tutti.
Ero partito parlando di Cortázar, e mi ritrovo a parlare di integrazione tra popoli…mah!

[Cataldo Antonio Amoruso]

http://krimisa.blogspot.it/2012/11/qualche-considerazione.html

*

[di seguito a titolo di esmpio si riporta un brano da una delle opere di J. Cortazár, la cui traduzione è tratta dal medesimo testo edito da Einaudi, poiché quella a cura del sig. Amoruso non è stato possibile reperirla.]

“La foto salió movida” – tratto da Historias de Cronopios y de Famas di Julio Cortazár

“Un cronopio va a abrir la puerta de calle, y al meter la mano en el bolsillo para sacar la llave lo que saca es una caja de fósforos, entonces este cronopio se aflige mucho y empieza a pensar que si en vez de la llave encuentra los fósforos, sería horrible que el mundo se hubiera desplazado de golpe, y a lo mejor si los fósforos están donde la llave, puede suceder que encuentre la billetera llena de fósforos, y la azucarera llena de dinero, y el piano lleno de azúcar, y la guía del teléfono llena de música, y el ropero lleno de abonados, y la cama llena de trajes, y los floreros llenos de sábanas, y los tranvías llenos de rosas, y los campos llenos de tranvías. Así es que este cronopio se aflige horriblemente y corre a mirarse al espejo, pero como el espejo esta algo ladeado lo que ve es el paragüero del zaguán, y sus presunciones se confirman y estalla en sollozos, cae de rodillas y junta sus manecitas no sabe para que. Los famas vecinos acuden a consolarlo, y también las esperanzas, pero pasan horas antes de que el cronopio salga de su desesperación y acepte una taza de té, que mira y examina mucho antes de beber, no vaya a pasar que en vez de una taza de té sea un hormiguero o un libro de Samuel Smiles.”

*

“La fotografia è venuta mossa” – traduzione tratta da: Storie di cronopios e di famas di Julio Cortazár – Einaudi

“Un cronopio va ad aprire la porta di casa e nel mettere la mano nella tasca per prendere la chiave si trova invece in mano una scatola di fiammiferi, allora questo cronopio ci resta male e comincia a pensare che se invece della chiave trova i fiammiferi può essere accaduto l’orribile fatto che il mondo si sia spostato di colpo, e magari, dato che i fiammiferi sono dove dovrebbe esserci la chiave, può capitargli di trovare il portafoglio pieno di fiammiferi, la zuccheriera piena di denaro e il piano pieno di zucchero, e l’elenco telefonico pieno di musica, e l’armadio pieno di numeri del telefono, e il letto pieno di vestiti e i vasi pieni di lenzuola, e i tram pieni di rose e  campi pieni di tram. Sicché questo cronopio è terribilmente angosciato e corre a guardarsi allo specchio, ma siccome lo specchio è messo un po’ di traverso ciò che vede è il portaombrelli dell’entrata e i suoi dubbi si rafforzano e scoppia in singhiozzi, cade in ginocchio e giunge le sue manine senza sapere neppure perché. I famas suoi vicini accorrono per consolarlo, anche le speranze, ma passano ore prima che il cronopio si liberi da tanta angoscia e accetti una tazza di tè, che guarda e osserva ben bene prima di bere, non capiti che invece di una tazza di tè sia un formicaio o un libro di Samuel Smiles.”

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4 thoughts on “qualche considerazione su Julio Cortazár

  1. Informazioni e punti di vista utili per la conoscenza di una scrittura molto particolare, quella di Cortazár, che vanta davvero un’originalità assolutamente da conoscere, perché…

    “Chiunque non legga Cortazár è condannato” (Pablo Neruda)

    *
    un bell’esempio di passione per uno scrittore e per un idioma linguistico di cui ringrazio veramente tanto l’Autore per averne voluto condividere in questi spazi.
    grazie 😀

  2. Grazie per l’invito, cara Angela!
    Eh sì ho letto qualcosa di Cortàzar, tra cui, come ho scritto in Poetika, la “Teoria del tunnel. Nota per una collocazione del surrealismo e dell’esistenzialismo”, scritto intorno al 1945.In questo saggio egli propone un nuovo modo di scrivere per fondere romanzo e poema, l’esperienza esistenzialista e quella surrealista, la prosa e la poesia. Egli si auspicava che tutto questo potesse essere meglio condiviso, creando le basi ad una vera e propria comunità.
    Più che moderno, vero? Come questa poesia che pare scritta oggi per chi combatte per noi…mentre dormiamo…o stiamo su Fb.

    Avevo un fratello.
    Non ci siamo mai visti,
    ma non importava.

    Avevo un fratello
    che andava per i monti
    mentre io dormivo.

    Lo amai a modo mio
    gli rubai la voce,
    libera come l’acqua.

    Camminai a tratti
    vicino alla sua ombra
    non ci siamo mai visti
    ma non importava.

    Mio fratello sveglio
    mentre io dormivo.
    Mio fratello che mostra
    al di là della notte
    la sua stella prescelta.

    Fu scritta per il Che quando seppe della sua morte.

    Un abbraccio e a presto.

    1. ma grazie davvero di cuore, cara Anna per questo tuo intervento e per i versi che ci hai proposto! penso di parlare anche a nome dell’autore dell’articolo, che sarà contentissimo di leggere tanto!!

      un abbraccio a te e grazie ancora di essere tra gli amici del Sasso!!

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