tratto da: Il poeta e il politico di Salvatore Quasimodo

Drawing-hands_Escher_1948
M.C.Escher – Drawing hands (1948)

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“[…] Il poeta è un irregolare e non penetra nella scorza della falsa civiltà letteraria piena di torri come al tempo dei Comuni; sembra distruggere le sue forme stesse e invece le continua; dalla lirica passa all’epica per cominciare a parlare del mondo e di ciò che nel mondo si tormenta attraverso l’uomo numero e sentimento. Il poeta comincia allora a diventare un pericolo. Il politico giudica con diffidenza la libertà della cultura e per mezzo della critica conformista tenta di rendere immobile lo stesso concetto di poesia, considerando il fatto creativo al di fuori del tempo e inoperante; come se il poeta, invece di un uomo, fosse un’astrazione.

Il poeta è la summa delle diverse “esperienze” dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici. Eliot dice a questo proposito che quella di Dante “è la lingua comune allo stadio perfetto … tuttavia il semplice stile, del quale Dante è il più grande maestro, è un difficilissimo stile”. Occorrerà insistere su questo linguaggio, che non è quello dei parnassiani e degli inventori di crisi nel corpo della lingua di ogni paese, dove la contaminazione con i dialetti non crea che altri dubbi e geroglifici letterari; perché non saranno mai i filologi a rinnovare la lingua scritta: è un diritto che spetta ai poeti. Il linguaggio dei poeti è difficile non per ragioni di filologia o di oscurità spirituali, ma in virtù dei contenuti. I poeti possono essere tradotti: è impossibile tradurre i letterati, perché essi affidano al loro artigianato intellettuale le tecniche di altri poeti, perché difendono il simbolismo o il decadentismo per assenza di contenuti, per pensiero da aggiungere ad altro pensiero umano, per verità delle quali teoricamente si sono nutriti richiamando Goethe o i grandi poeti dell’Ottocento francese. Restare nella propria tradizione, evitare l’internazionalismo, è quello che fa il poeta. I letterati pensano all’Europa o al mondo in funzione di poetiche che si ripiegano su se stesse, come se la poesia fosse un “oggetto” identico su tutta la terra. Poi, a questa accettazione delle poetiche, il formalismo preferisce alcuni contenuti e ne allontana altri con violenza, ma il problema, da una parte e dall’altra della barricata, è sempre sui contenuti.

La parola del poeta, così, comincia a battere con forza sul cuore dell’uomo di ogni razza, mentre il letterato purissimo considera sé nel mondo e il poeta costretto nella provincia, con la bocca spezzata dai suoi trapezi sillabici. Il politico si serve del letterato che non ha una posizione spirituale contemporanea, ma superata almeno di due generazioni, e dell’unità della cultura fa un gioco di scomposizioni sagge e turbolente, dove il fattore religioso può spingere ancora a imprigionare l’intelligenza dell’uomo.

Poesia religiosa, poesia civile, poesia lirica o drammatica: categorie delle espressioni dell’uomo, valide se valida è la sollecitazione dei contenuti formali. Errore credere che una conquista dell’anima, una situazione particolare e individuale del sentimento (quella religiosa) possa diventare per estensione “società”. La disciplina ascetica, la rinuncia dell’uomo verso l’uomo non è che una formula della morte. Lo spirito “operante” cade sempre nella tagliola dei lupi: il suo discorso parlato dipende spesso da una mistica, dalla libertà dell’anima che si trova schiava sulla terra. E spaventa il suo interlocutore (la sua ombra, oggetto da disciplinare) con immagini della decomposizione fisica, con un’analisi compiaciuta dell’orrido. Il poeta non teme la morte, non perché egli entra nella fantasia degli eroi, ma perché la morte è una visitatrice continua dei suoi pensieri e quindi l’immagine di un dialogo sereno. Di fronte a questo distacco egli trova la figurazione dell’uomo, che chiude dentro di sé il sogno, la malattia, la redenzione dalla miseria della povertà, che non può essere più per lui un segno dell’accettazione della vita. […]

Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo “mondano” come i letterati, proprio da quella torre d’avorio, cosi cara ai seviziatori dell’anima romantica, arriva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici.

Non è retorica, questa: in ogni nazione l’assedio silenzioso al poeta è coerente nella cronaca umana. Ma i letterati appartenenti al politico non rappresentano tutta la nazione, servono soltanto, dico “servono”, a ritardare di qualche minuto la voce del poeta dentro il mondo. Col tempo, secondo Leonardo, “ogni torto si dirizza”. (Nobel Lecture, 11 Dicembre 1959)

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(tratto da: “Salvatore Quasimodo – Nobel Lecture: Il poeta e il politico”. Nobelprize.org.http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1959/quasimodo-lecture-it.html)

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