La Scuola di New York (a cura di Costantino Piazza)

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Mark Rothko, White center (esposizione)

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Nell’ambito di questa rubrica abbiamo parlato in precedenza della Pop Art, sicuramente la più interessante e celebrata corrente del secondo dopoguerra; sembrava quindi doveroso mettere in  evidenza anche quel che è sorto subito dopo la fine della guerra stessa e che si è protratto fino alla fine degli anni cinquanta, ovvero prima dell’avvento della Pop art e del Minimalismo.

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Willelm de Kooning

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New York era diventata, al pari di Parigi, un polo cosmopolita di attrazione, assumendo un ruolo di primo piano nel campo dell’arte fino a diventarne, successivamente, la capitale mondiale. La generazione degli artisti che nel 1945 aveva tra i 30 e i 40 anni, crearono la cosiddetta “Scuola di New York”, la quale rivendicava un distacco dai modelli americani in voga, in nome di una più aperta libertà creativa. Caratterizzati da coraggio e indipendenza, i suoi membri, esprimevano una forte determinazione nel voler uscire dal provincialismo; coinvolti dalle più nuove esperienze europee rappresentavano una sintesi originale delle più importanti tendenze moderniste e tra loro vi erano legami molto stretti, che consentirono scambi continui e talvolta combinazioni e fusioni di approcci ed esiti. Gli artisti di questa scuola concepivano la composizione, come scrittura e segno.

Arshile Gorky at the Philadelphia Museum of Art
Arshile Gorky at the Philadelphia Museum of Art

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Il fenomeno toccò il suo apice tra il 1946 e il 1951, ma la sua fama perdurerà per tutti gli anni ’50, rivoluzionando il rapporto con l’opera d’arte e per la prima volta il baricentro andava spostandosi fuori dall’Europa, eleggendo New York città faro, anche grazie agli artisti emigrati oltre oceano, per sfuggire alle dittature; infatti, tre dei massimi esponenti non sono americani: il russo Mark Rotko, l’olandese Willem de Kooning e l’armeno Arshile Gorky. In questo momento artistico intervenne finanche la CIA, finanziando e incoraggiando le forme più estreme dell’arte americana, poiché aveva intuito il pericolo di una egemonia comunista sulla Cultura. Occorreva dunque contrapporre il culto della libertà individuale, su cui si reggeva la società americana, all’ideale collettivista che l’Unione Sovietica tentava di esportare e in tal modo si verificò che gli Stati Uniti, per la prima volta nella loro storia, facessero scuola.

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Mark Rothko, White center
yellow, pink and lavender on rose

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Il vero motore della scuola di New York di cui la pittura, come scuola di libertà, fu il suo slogan, fu il sistema delle gallerie, in funzione ancora adesso – a questo proposito faccio presente che questo sistema è in piena crisi, poiché non è stato capace di rinnovarsi laddove oggi necessitano nuove modalità per proporre l’arte -. Dal 1960 la corrente perse sia d’impatto, perdendo anche l’influenza sui tempi e la Pop Art insieme con il Minimalismo furono la risposta a questo espressionismo astratto.

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Willelm de Kooning, Pink angels

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Nel secolo scorso le correnti e i movimenti sono stati innumerevoli ed ognuno di questi è stato una scintilla che ha dato vita ad altri movimenti e ad altre correnti che poi hanno dato vita ai rappresentanti della storia dell’arte del ventesimo secolo; in questa rubrica, pertanto, si ritiene utile trattare questi ultimi, anche se in maniera sintetica, così da rendere possibile una visione completa e chiara dell’arte del secolo scorso per una maggiore comprensione di quanto viene artisticamente proposto al giorno d’oggi.

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Arshile Gorky, Agony

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Arrivederci a venerdì prossimo.

[Costantino Piazza]

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5 thoughts on “La Scuola di New York (a cura di Costantino Piazza)

  1. Interessantissima pagina, che fra l’altro mette in risalto quanto converrebbe investire in cultura. Quanto successo in quegli anni a new york testimonia che la cultura è un investimento che allarga le sue maglie a molta dell’economia che conosciamo. Una primavera.
    grazie per questo spunto. bravissimi

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