Su Geografie di un orlo di Emilia Barbato (lettura di Angela Greco)

Geografie di un orlo di Emilia Barbato

S’apre come territorio a margine di due luoghi precisi e confinanti, l’esordio letterario di Emilia Barbato, Geografie di un orlo (CSA Editrice, 2011), dove l’autrice racconta di sé a se stessa, di quanto accaduto così vicino da poterlo quasi ancora toccare, ma ormai così passato da essere altro ed altrove. Suddivisi in tre momenti (Frattali, Geografie, Paesaggi) hanno questi versi un sommesso accordo col destino, anche se in alcuni passaggi esplodono a dominare il momento, come a volerlo fermare per essere meglio ricordato.

Ha voce dolce l’autrice, quasi di chi ha sperato fino all’ultimo che le situazioni andassero in maniera differente, sfociante in voce di donna che cresce man mano nella consapevolezza del mutare del suo ruolo e dell’oggetto del suo amore. Per tutto il testo si avverte e si è partecipi di un cambiamento, come se la poesia fosse servita a rallentare il giorno per prenderne maggior coscienza, per acquisire maggiore forza per il passo successivo; come se il non rivelato, ma lasciato sottinteso accaduto, di cui sono permeate le pagine, pur non cercato fosse poi risultato necessario. È una poesia che non si abbandona a smielature o a sentimentalismi stucchevoli; anzi, conosce bene l’opposto e quel “noi” che spesso si legge ha toni mischiati tra chiaroscuri, che tanto hanno saputo dare a questi versi.

Uno sguardo particolare merita – indubbiamente per gusto personale – il componimento che esordisce con il verso “Mi chiamano Claire e sono un manichino” (pag.31) in cui l’autrice sovrappone la condizione umana del sentire e dei sentimenti e quella inanimata del materiale di cui è fatto il protagonista e le sue differenti utilizzazioni; quasi una metafora della condizione della donna \ uomo moderni costretti alla produttività \ alienazione da leggi di mercato e della stessa società, vittime di un sistema che mette al bando il cuore, in un silenzio imposto dalle condizioni esterne contro cui non ci si può ribellare. [Angela Greco]

.

“[…] Rimane la mappa  dei tuoi nei come unico cielo, rimane caparbiamente, sebbene la ragione tenti di affievolire ogni bagliore a quelle stelle. \ Così ti scrivo prima che faccia del tutto giorno. \ Prima che una raffica muti le geografie di questo orlo” (dall’Introduzione)

 

A volte,

solo raramente,

sento le tue mani.

 

Mi sfiorano,

con la caparbietà della mente,

con la stessa delicatezza

delle dita che amano la pagina.

 

Allora la natura sussurra,

la luce bagna di colore le foglie

solo in apparenza morte.

*

 

Siedo sugli echi ancora caldi delle parole,

calzo l’odore fresco delle pareti.

Stillarono fitti gli sguardi nelle stanze,

mentre  fuori oggi nevicano i pioppi.

 

Si copre di gelo il mio cuore,

attraversa questa breve stagione vivente,

con il peso di un’innocente da riparare

al tepore dei rami.

 

Vorrei offrirti ogni istante del mio tempo,

ho per te tutta la forza,

la sola che riesca a ncora a trovare,

mentre trattengo il rumore delle crepe

di questa vita che oscilla.

*

 

[ le consonanti sorde presero a vestirsi nel cassetto,

attesero la mano.

Giunse, verso sera,

le compose alle vocali,

prima radunate pudiche in un angolo.

Fu l’alba della voce,

sommessa nacque insieme agli occhi,

nella stagione del cambiamento ]

*

(Emilia Barbato, Geografie di un orlo – CSA Editrice 2011)

3 risposte a "Su Geografie di un orlo di Emilia Barbato (lettura di Angela Greco)"

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