versi da Il funambolo e la luna di Ghiannis Ritsos

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Giorni degli alcioni

 

Nel porto silenzioso, sopra le alberature dei pescherecci,

risplendé l’ala d’un gabbiano; sull’ala si riflessero

il piccolo monte verde e una finestra. Allora,

si scaldarono di colpo le dita delle statue, e sull’unghia del pollice

si allargò eroticamente il circolo rosato.

 

*

 

Scala amorosa

 

Qui, dove hanno tirato in secco le barche, – gli disse, –

fra i trucioli e le travi, le tinte dense, rosse,

così nudo, rimani qui, all’ombra

della vecchia nave; solo i tuoi piedi esposti al sole,

d’oro i tuoi piedi, ch’io faccia in tempo a vedere

le tue unghie a una a una – non faccio mai in tempo; e tu, nell’ombra,

sii tu nell’ombra della nave, e la nave, e la mia ombra,

e dopo aver conosciuto le tue unghie, salirò fino alla tua bocca.

 

*

 

Sera grigia

 

Mi duole in petto la bellezza; mi dolgono le luci

nel pomeriggio arrugginito; mi duole

questo colore sulla nube – viola plumbeo

viola repellente; il mezzo anello della luna

che brilla appena – mi duole. Passò un battello.

Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.

I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.

Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

 

*

[da G.Ritsos, Il funambolo e la luna – Un secolo di poesia, Corriere della Sera]

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Ghiànnis Ritsos (gr. Γιάννης Ρίτσος), poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990), la cui vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale. Entrato nelle file della sinistra dopo un’infanzia e una prima giovinezza segnate da gravi lutti familiari e dalla malattia, partecipò alla lotta di resistenza contro i nazisti e poi alla guerra civile, e subì le persecuzioni dei governi dittatoriali o reazionari succedutisi in Grecia tra il 1936 e il 1970.

Opere – Dopo le prime raccolte (“Trattore”, 1934; “Piramidi”, 1935), influenzate dal crepuscolarismo di K. Karyotakis, s’ispirò alla tradizione demotica nei decapentasillabi rimati di “Epitaffio”, 1936, compianto di una madre per il figlio ucciso dalla polizia durante uno sciopero, cui seguì “La canzone di mia sorella”, 1937, di schietta intonazione elegiaca. Ma già nelle tre poesie pubblicate con lo pseudonimo di K. Eleftheríu sulla rivista “Lettere nuove” nel 1936, si avverte il tentativo di aderire alla lirica pura, mentre un esito delle ricerche precedenti è rappresentato dalla raccolta “Prova”, 1943, che incorse nella censura tedesca. Nel caso di “Veglia”, 1954, pubblicata dopo l’esperienza della deportazione nelle isole dell’Egeo, è invece la fiducia nella vita che rinasce ad essere cantata. Le prove poetiche successive, numerosissime, inclinano talvolta all’enfasi e fanno posto a simbolismi non privi di fumosità: fra queste, anche la celebre “Sonata al chiaro di luna”, 1956, che inaugurò la serie dei monologhi drammatici nella quale figurano alcuni poemetti ispirati a personaggi mitici assunti a prototipo dell’umanità sofferente (“Filottete”, “Oreste”, “Elena”, “Crisotemi”, compresi, insieme con altri, nel vol. “Quarta dimensione”, 1985). Più persuasive, sul piano concettuale e stilistico, opere come “Indomabile città”, 1958, “Testimonianze”, 1963 e 1966, “Diciotto canzonette della patria amara”, 1973, “Carta”, 1974, “Trittico italiano”, 1982. Traduttore di poeti stranieri, studioso di Majakovskij, R. ha scritto anche opere drammatiche (“Una donna accanto al mare”, 1959) e si è cimentato con la prosa e con il romanzo (il ciclo “Iconostasi di Santi Anonimi”, 1982-86; “Non soltanto per te”, 1985). La sua opera poetica, riunita in “Poesie”, 10 voll., 1961-89, è stata tradotta in italiano e in altre lingue.

da: http://www.treccani.it/enciclopedia/ghiannis-ritsos/

5 pensieri su “versi da Il funambolo e la luna di Ghiannis Ritsos

  1. Ci sono nella poesia di Ritsos tutti gli umani risvolti di ciò che all’essere umano attiene, e c’è il coraggio di dire, senza presunzioni né preclusioni.
    Nei versi di questo poeta la Verità, che tanto vanamente cerchiamo, abita l’indicibile: e siamo noi a dipendere da essa. C’è poi, nel modo in cui Ritsos percepisce le cose, gli eventi, le situazioni, una commozione e una partecipazione infinite, certo radicate profondamente in quel sentimento d’Amore che ci governa. E i poli che caratterizzano la sua poesia e la sua vicenda umana sono molteplici: Αγάπη e Πόλεμος (Amore, appunto, e Guerra), questo sì, ma il luogo sacro ai suoi dèi è quello della Bellezza che – come per gli antichi padri – è in intima connessione con ciò che ancora si chiama Giustizia. In Ritsos ci sono “quelli che s’innamorano delle statue”, simbolo eterno di una Bellezza senza tempo che pervade i sensi come il logos pervade il mondo intelleggibile. Una poesia grande e coraggiosa, quella di Ritsos, piena d’amore e di dolore per le sofferenze della sua Grecia, così come per ogni individuo umano e per ogni popolo su questa terra.

    1. il tuo intervento, carissimo Antonino, apre la porta alla maggior comprensione e all’apprezzamento di una delle belle voci di Grecia, che personalmente apprezzo molto. Sempre curata nei dettagli, la tua collaborazione preziosa è luce per questo luogo!

  2. In punta di piedi, dopo un commento così bello, esprimo la gioia della bellezza di questii versi e plaudo alla sensibilità di Angela

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