Jorge Luis Borges, versi tratti da La rosa profonda

Dalì Rosa meditativa 1958
Dalì – Rosa meditativa (1958)

 

IO

Il teschio, il cuore intimo, segreto,

i sentieri di sangue che non vedo,

le gallerie del sogno, questo Proteo,

lo scheletro, le viscere, la nuca.

lo sono queste cose. Assurdamente

sono anche la memoria di una spada

e quella di un tramonto solitario

che si dissolve in oro, in ombra, in niente.

Sono chi guarda le prore dal porto;

sono i miei pochi libri, le mie poche

incisioni dal tempo consumate;

sono colui che invidia chi è già morto.

Più strano essere l’uomo che ora intesse

parole in una stanza di una casa.

 

YO

La calavera, el corazòn secreto,

los caminos de sangre que no veo,

los tùneles del sueiio, ese Proteo,

las visceras, la nuca, el esqueleto.

Soy esas cosas. Increiblemente

soy también la memoria de una espada

y la de un solitario sol poniente

que se dispersa en oro, en sombra, en nada.

Soy el que ve las proas desde el puerto;

soy los contados libros, los contados

grabados por el tiempo fatigados;

soyel que envidia a los que ya se han muerto.

Más raro es ser el hombre que entrelaza

palabras en un cuarto de una casa.

 

*

 

COSMOGONIA

Né tenebra né caos. Esige occhi

che vedano, la tenebra; così

suono e silenzio esigono l ‘udito,

e lo specchio, la forma che lo popola.

Né lo spazio né il tempo. E neppure

una divinità che concepisce

il silenzio anteriore all’iniziale

notte del tempo, che sarà infinita.

Il gran fiume di Eraclito l’Oscuro

non ha intrapreso il corso irrevocabile

che dal passato va verso il futuro,

che dalI’ oblio va verso l’ oblio.

Qualcosa che già soffre. Che già implora.

Dopo, la storia universale. Ora.

 

COSMOGONÍA

Ni tiniebla ni caos. La tiniebla

requiere ojos que ven, como el sonido

y el silencio requieren el oído,

y el espejo, la forma que lo puebla.

Ni el espacio ni el tiempo. Ni siquiera

una divinidad que premedita

el silencio anterior a la primera

noche del tiempo, que será infinita.

El gran río de Heráclito el Oscuro

su irrevocable curso no ha emprendido,

que del pasado £luye hacia el futuro,

que del olvido £luye hacia el olvido.

Algo que ya padece. Algo que implora.

Después la historia univ rsal. Ahora.

 

*

 

IL SOGNO

Quando gli orologi della mezzanotte elargiranno

un tempo generoso,

andrò più lontano dei rematori di Ulisse

nella regione del sogno, inaccessibile

alla memoria umana.

Da quella regione sommersa recupero residui

che ancora non comprendo;

erbe di botanica elementare,

animali un po’diversi,

dialoghi coi morti,

volti che in realtà sono maschere,

parole di lingue molto antiche

e talora un orrore non comparabile

a quello che può darci il giorno.

Sarò tutti o nessuno. Sarò l’altro

che ignoro d’essere, colui che ha contemplato

quell’altro sogno, la mia veglia. La giudica,

rassegnato e sorridente.

 

EL SUENO

Cuando los relojes de la media noche prodiguen

un tiempo generoso,

iré más lejos que los bogavantes de Ulises

a la región del sueño, inaccesible

a la memoria humana.

De esa región inmersa rescato restos

que no acabo de comprender;

hierbas de sencilIa botánica,

animales algo diversos,

diálogos con los muertos,

rostros que realmente son máscaras,

palabras de lenguajes muy antiguos

y a veces un horror incomparable

al que nos puede dar el día.

Seré todos o nadie. Seré el otro

que sin saberlo soy, el que ha mirado

ese otro sueño, mi vigilia. La juzga,

resignado y sonriente.

 

[Jorge  Luis Borges, La rosa Profonda – Adelphi 2013]

 

*

Nell’ottobre del 1973, per esprimere il suo dissenso nei confronti di Peron appena tornato al potere, Borges abbandona l’incarico di direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; contemporaneamente le condizioni di salute di sua madre, Leonor, cominciano a declinare in maniera inesorabile: morirà nel1975, dopo una lunga agonia. A questo arco temporale (1972-1975, tranne uno risalente al 1970) appartengono i trentasei testi poetici radunati in La rosa profonda, sui quali, non a caso, il senso della fatalità e di un destino «di brevi gioie e lunghe sofferenze» – strumento di un Altro imperscrutabile – sembra gettare un’ombra lunga: «Le pedine d’avorio sono estranee / all’astratta scacchiera, come la mano / che le muove». I sogni appaiono ormai incubi giunti da «un passato di mito e di caligine», gli specchi sono malefici che osano accrescere la somma delle cose che siamo – né offre scampo la cecità -, e l’oblio minaccia di trasformare il passato in una soffitta stipata di arnesi inutili. L’unica possibile memoria, memoria ubiqua, è la poesia, capace di restituire alle parole comuni la «magia che ebbero / quando Thor era nume e strepito, / tuono e preghiera», di serbare intatte le antiche battaglie di Gram, Durendal, Joyeuse, Excalibur, di creare la realtà, di dire meglio di noi stessi ciò che siamo. Durano nel tempo, del resto, «solo le cose / che non furono del tempo». (Dalla quarta di copertina A cura di Tommaso Scarano.)

*

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5 thoughts on “Jorge Luis Borges, versi tratti da La rosa profonda

  1. Grazie. Non solo per l’articolo, ma soprattutto per l’aver riprodotto i versi di un poeta (e grandissimo scrittore) che, per quanto famoso, non è tenuto adeguatamente in considerazione. In Borges il Novecento assume una dimensione speciale, diventa metafora dell’universo letterario, quasi fosse stato creato dalla storia a suo beneficio, per concedergli la possibilità di rappresentare, attraverso i sentieri che si biforcano, le infinite e occulte possibilità della letteratura; che poi non è altro che riflesso dell’infinita varietà del mondo. Con Borges la prima metà del secolo diventa riassunto dei molti secoli che l’hanno preceduto e preparato.
    Colto e profondo Borges ha poi avuto il merito di coniugare l’alto e il basso come solo Dante prima di lui (e più di lui) e solo Shakespeare hanno fatto.
    Borges, un ostinato della cultura accademica, ha dimostrato in faccia agli intellettuali con la puzza sotto il naso (specialmente italiani) che non esiste letteratura indegna di attenzione; esistono autori e testi di scarso o nulla valore, ma nessuna forma espressiva indegna della nostra attenzione. Spregiudicato esploratore della letteratura ha saputo misurarsi, senza vacillare, con la fantascienza e il giallo (come per altro tanti prima di lui), ma senza scendere al livello “medio” di queste forme letterararie, portandole invece alla sua propria altezza, che è quella di un dominatore della parola, che le forme non subisce e governa invece in favore dei suoi propri fini.
    Borges, che ha insegnato a tutti a pensare, utilizzando l’implacabile strumento educativo di frasi che dicono quel che a lui occorre per insegnare, e a noi per godere, senza spreco di parole e senza ammiccamenti alla pigrizia nostra.

    1. Mi dia del Tu per cortesia, ne sarei lieta. Trovo che la sua scrittura non abbia bisogno di altro se non di un ringraziamento e di una buona lettura. Mi creda, va benissimo così com’è sgorgata dalla sua tastiera! grazie

      un caro saluto

  2. Meravigliosi i testi poetici, meraviglioso il commento. Credo che Borges sia inarrivabile, denso, complesso, sublime. In tutte le sue forme letterarie. Alcuni racconti sono così intensi da necessitare una lettura disperatamente consapevole, spesso anche una rilettura. Io, in molti suoi versi, sento un tumulto dell’anima, anche quando la mia comprensione arriva tardiva e lenta, il cuore, sotto l’arco teso della sua parola, palpita.

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