La Bellezza che vince il tempo: Antinoo e l’ideale estetico

Antinoo

Busto di Antinoo proveniente da Patrasso e custodito ad Atene, nel Museo Archeologico Nazionale, ricavato da marmo pentelico e di atelier greco, alto cm 67, la cui superficie è leggermente danneggiata all’altezza del petto e del collo, datato 130-140 d.C.

 “La testa è piegata lievemente in avanti e inclinata verso la parte sinistra della figura: essa conserva i tratti individuali (mento arrotondato, bocca carnosa, naso largo e dritto, sopracciglia rettilinee con leggero inarcamento verso l’esterno) e la pettinatura (una compatta cascata di riccioli che incorniciano la fronte con una peculiare serie di ciocche a virgola) propri del ritratto di Antinoo. Dopo la tragica morte del giovane bitinio, scomparso nel Nilo nel 130 d.c., Adriano ne aveva promosso il culto come eroe, con onori diffusi in tutto l’impero. Il busto si può ricollegare dunque al ritratto elaborato per la venerazione di Antinoo, il cosiddetto Hauptypus, verosimilmente associato a uno specifico tipo statuario in nudità eroica, che si suole ricondurre per ispirazione all’Apollo del Tevere; il busto da Patrasso ne conserverebbe anche il gesto della spalla sinistra rialzata con il braccio discosto dal torso. La figura di Antinoo distilla l’ideale di bellezza come attributo eroico, espresso nel linguaggio formale della stilizzazione classicistica.

Questo busto è stato rinvenuto a Patrasso insieme ad altri nove, di cui uno, con analoghe dimensioni e forse non finito, rappresenta Antinoo secondo il medesimo schema (ampio petto, capigliatura ricca e sguardo rivolto verso il basso), ma con tratti più fanciulleschi, così da pensare che il contesto di provenienza fosse una bottega di scultore.” [Tratto dal catalogo della mostra Adriano e la Grecia, Electa]

 L’opera – compresa tra più di cinquanta, tra cui oltre venti provenienti da Atene, Loukou, Maratona, Pireo e Corinto – ha fatto parte della speciale esposizione conclusasi da qualche giorno (9 aprile – 2 novembre 2014) presso l’Antiquarium del Canopo di Villa Adriana a Tivoli, elaborata per la mostra “Adriano e la Grecia” nella quale prestiti eccezionali concessi dai musei greci, e per la maggior parte mai visti al di fuori dei confini della stessa Grecia, sono arrivati nella residenza romana per mettere in luce il rapporto tra Adriano e la Grecia, letto sotto la particolare angolazione di Villa Adriana, luogo che rispecchiava la Grecia come la vedeva e conosceva l’imperatore. “Adriano e la Grecia. Villa Adriana tra classicità ed ellenismo” ha creato un inedito gioco di specchi fra le testimonianze presenti in Grecia e le rielaborazioni che Adriano ha proposto di esse nella sua residenza alle porte della capitale. (Testo adattato dal sito beniculturali.it)

fotografia di Angela Greco -

Eterno lo era già per il suo imperatore, Antinoo, ma l’attimo fermato in quel marmo ha aggiunto grazia su grazia, consegnando ai posteri un ideale di Bellezza che ancora oggi ha voce ferma, possente, vitale. Giunta nella stanza che ospitava il busto, seguendo una luce particolare, che dalla finestra in alto accarezzava un volto, per un lunghissimo attimo il fiato ha faticato nel suo usuale percorso: era la prima volta che vedevo un’opera di così rara bellezza e capace di emozionarmi profondamente, anche adesso, anche soltanto nel rivederla in foto, nel ricordarla.

Antinoo non abbiamo notizia certa, se realmente avesse queste sembianze, ma a me è bastato l’incanto di questa visione per avere la certezza che di Bellezza se ne ha ancora bisogno e che essa può fornire un modo di sentire e vedere il mondo, capace di trasformazioni profonde che vincano il Tempo.(AnGre)

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2 thoughts on “La Bellezza che vince il tempo: Antinoo e l’ideale estetico

  1. Ringrazio Angela, che nel raccontare le sue emozioni riesce sempre ad emozionare chi legge.
    Prendendo spunto da questo articolo, mi piace citare al riguardo Marguerite Youcenar, che così bene descrive Antinoo nelle pagine del suo celebre “Memorie di Adriano”:
    A poco a poco, la luce cambiò. Dopo due anni e più, si notavano le orme del tempo, dei progressi d’una giovinezza che si forma, s’indora, sale quasi allo zenit; la voce fonda del fanciullo s’abituava a dare ordini a nocchieri e capicaccia; la falcata più lunga del corridore; le gambe del cavaliere che stringono la cavalcatura con maggiore esperienza; l’alunno, che a Claudiopoli aveva imparato a memoria lunghi frammenti di Omero, e si appassionava di poesia lasciva e raffinata, ora si estasiava di alcuni brani di Platone. Il mio pastorello diventava un giovane principe. Non era più il fanciullo zelante che, alle soste, si gettava da cavallo per offrirmi l’acqua delle sorgenti attinta nel cavo delle sue palme; ora, il donatore conosceva il valore immenso dei suoi doni. Durante le cacce organizzate nelle terre di Lucio, in Etruria, m’ero divertito a mescolare quel volto perfetto alle fisionomie grevi e aggrottate dei grandi dignitari, ai profili acuti degli Orientali, alle rozze grinte dei cacciatori barbari,a costringere il mio diletto alla parte difficile di amico. A Roma, s’erano orditi intrighi intorno alla sua giovane testa, s’erano esercitati sforzi abietti per catturare la sua influenza e sostituirvene qualche altra. La capacità di chiudersi in un pensiero unico dotava quel diciottenne d’una sorta d’indifferenza che manca ai più saggi: aveva saputo sdegnare tutte quelle trame, o ignorarle. Ma la sua bella bocca aveva assunto una piega amara che non sfuggì agli scultori.

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