Emily Dickinson, Al maestro (lettera, primavera 1858)

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AL MAESTRO

Caro Maestro,

sono malata – ma mi fa più soffrire la tua malattia. Ho dato alla mia mano più forte un po’di lavoro – quanto basta per dirti – che pensavo fossi già in Paradiso, e quando sei tornato a parlare, è stato dolce, molto, e una sorpresa meravigliosa – Spero tu stia bene.

Vorrei che tutto ciò che amo non conoscesse più debolezza alcuna. Le Violette sono dalla mia parte – il Pettirosso mi è molto vicino – e «Primavera», così dicono, è Colei – che passa accanto alla porta – Questa è la dimora di Dio – e qui sono i cancelli del Cielo, e su e giù vanno gli angeli, con i loro dolci postiglioni – vorrei essere il signor Michelangelo e dipingere per te capolavori.

Mi chiedi cosa abbiano detto i miei fiori – vuol dire che mi hanno disubbidito – perché avevo affidato loro dei messaggi.

Hanno detto quello che dicono le labbra all’ occidente quando tramonta il sole, e l’Alba ha quelle stesse parole.

Ascolta ancora, Maestro.

Non ti ho detto che oggi è Domenica.

Ogni Domenica in Mare mi fa contare le Domeniche che mancano per incontrarci a riva – e chissà se le colline sembreranno azzurre come dicono i marinai-

Non posso restare oltre stanotte, perché questo dolore mi nega a te –

Com’è forte, quando siamo deboli, il ricordo e quant’ è facile amare. Mandami un messaggio, ti prego, appena sarai guarito –

[primavera 1858]

*

Emily DickinsonIl Maestro e Margherita – Un mistero

Senhal è la parola che usavano i trovatori per il nome nuovo e parlante che inventavano per le proprie donne nei loro versi. Le ribattezzavano per descriverle, per possedere almeno linguisticamente quelle dame inarrivabili e ricrearle, vaghe e stereotipe, ma eterne, nell’universo separato della poesia. 

«Padrone», «Signore», «Maestro» sono le possibili traduzioni del termine «Master», vero e proprio Senhal che Emily Dickinson adopera per un misterioso amante in tre lettere [di cui quella riportata qui è la prima] di cui tutto è incerto (l’ordine di redazione, l’esatta datazione, l’identità del destinatario e la sua stessa esistenza) tranne l’alto valore poetico e testimoniale. Poetico per la fittissima rete di immagini e metafore che i tre testi intessono competendo in alcuni passi con il potere evocativo e straniante delle poesie maggiori di Dickinson; testimoniale per l’ellittica, accecante chiarezza con cui raccontano e sintetizzano la violenza del vissuto mistico-amoroso della poetessa, teorizzandolo in una pratica di astinenza, estasi e sottomissione, non priva di tratti masochistici.

Nonostante Le molte identificazioni proposte da critici e biografi negli ultimi cinquant’anni […] queste missive, in cui Dickinson inventa anche il personaggio della mittente, dal nome floreale di Margherita, sono traccia di un esperimento creativo e di un terremoto psichico più che di un incontro reale. In una lingua che è un impasto di inni, lessico privato, intonazioni bibliche e rimandi shakespeariani, Dickinson elabora una fantasia di adulterio che costituisce una sorta di contesto drammaturgico della sua lirica, fornendoci la matrice rovente della sua idea, al contempo sacra e profana, infantile ed estrema, dell’amore. (Traduzione e cura: Marco Federici Solari)

tratto da Dickinson, Un vulcano silenzioso, la vita (L’ORMA Editore, 2013)

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