Sade, Queen Of Cool – per sassi sonori, musica a cura di Giorgio Chiantini

2478

Il Time negli anni Ottanta attribuì all’artista africana più conosciuta al mondo in ambito pop, Helen Folasade Adu, nota con il nome di Sade, il titolo “Queen Of Cool”, guadagnato con il raffinato shake di rhythm’n’blues, jazz e pop plasmato dal suo gruppo. Anglo-nigeriana nata a Ibadan da madre inglese a padre nigeriano, dopo la separazione dei genitori a soli quattro anni si trasferì con la madre in Gran Bretagna, ad Essex, dove, nonostante l’educazione formale prettamente inglese, le sue origini africane non vennero annullate completamente, crescendo con musica black-soul e artisti per i quali la fede religiosa e la tragica dimensione esistenziale erano fondamentali, che divennero un ipotetico legame con quella Terra arcaica, ma suggestiva, la cui lentezza ieratica scandiva la vita di tutti i suoi abitanti. Durante gli anni del college, quando studiò come stilista a Londra (alternando anche una breve carriera da modella), iniziò a prendere in considerazione una eventuale carriera nel music-business dopo aver rotto il ghiaccio esibendosi per il solito gruppo di amici e, sembra un dato irrilevante, ma la moda, le origini africane e l’interesse per la black-soul music costituiranno gli elementi base del suo stile e dell’immaginario evocato dalla sua musica.

Nei primi anni Ottanta Sade inizia la sua carriera formando un gruppo di latin-funk, che diventeranno i Pride, dimostrandosi raffinata interprete e autrice di r’n’b (rhythm’n’blues) ed a questo periodo risale la prima incisione di “Smooth Operator”, che in un paio di anni si trasformerà in uno dei suoi singoli più famosi. I Pride sono però un gruppo ancora distante dal tipo di sound che lei ha in mente e così li abbandona, portandosi dietro i musicisti migliori e più indirizzati verso il r’n’b. Prende vita il progetto Sade, pubblicando nel 1984 l’album di debutto “Diamond Life”: il suo r’n’b si differenzia nettamente da quello di tutti gli altri artisti black del periodo grazie a melodie più sofisticate, dove si respira sì il soul della Motown, ma anche il pop più tradizionale e bianco, in cui il jazz ed un groove pacato e suadente diventano la base su cui adagiare accattivanti ritmi di samba (come in “Smooth Operator” e “When Am I Going To Make A Living”), o delicate canzoni d’amore – come “Your Love Is King” scelta come singolo di punta e destinato a diventare uno tra i maggiori successi pop degli anni Ottanta – mentre su tutto domina la voce profonda e ammaliante di Sade Adu che, forte di altri brani di successo, vedrà fruttare al suo debutto ottimi risultati di vendite e critiche.

Dopo la vittoria del Grammy nel 1985 come “Best new artist” il Time la porterà in copertina con il titolo di “Queen of Cool”, termine anche musicale per indicare tutto ciò che è “calmo” e “rilassante”, e la sua fama diventerà così grande che il pubblico finirà per percepire i Sade non più come gruppo (che pure rimarrà negli anni immutato e fedelissimo), ma come un progetto solista.

071411_1626_sadeandjohn8

Con i lavori successivi l’atmosfera si fa ancora più elegante e la morbidezza dei nuovi brani esalta come non mai le capacità interpretative di Sade (“Is It A Crime” e “Jezebel” sono tra le migliori prove di tutta la sua carriera); alla fine degli Ottanta, a Sade e al suo gruppo si deve attribuire il grande merito di aver reso popolare nel mondo, superando barriere culturali e razziali, un rhythm’n’blues “adulto” formato da jazz d’annata e sonorità d’altri tempi.

La formazione di Sade si ripresenta sul mercato discografico alla fine del ’92, pubblicando “Love Deluxe” che sorprenderà molti per la loro evoluzione: la regina anglo-nigeriana ritorna con un album che non rinnega la pacatezza dei suoi anni Ottanta, ma ne accentua i toni drammatici, riducendo gli arrangiamenti all’osso e puntando tutto su atmosfere rarefatte in un lavoro più maturo e sensuale, al cui ascolto si ha l’impressione che per la prima volta la sua musica abbia guardato in avanti anziché al passato consapevole ormai dei propri mezzi e a questo disco va il merito di aver gettato, con un paio di anni di anticipo, i semi di quello che sarà uno dei fenomeni più importanti degli anni Novanta: il trip-hop e, dopo il trionfale tour in supporto di questo album, immortalato anche su video, Sade si prende una delle più lunghe pause nella storia del pop multi-milionario per ritirarsi completamente dalle scene per metter su famiglia.

Vede finalmente la luce nel novembre del 2000 “Lovers Rock” e Sade ritorna ad incantare e conquistare il pubblico (soprattutto negli Stati Uniti), che accoglierà lei e il suo gruppo con rinnovato successo anche di vendite: la nuova fatica si distacca stilisticamente dal lavoro precedente e la sua interprete sembra trovarsi perfettamente a proprio agio nella nuova veste capace di spaziare, con la solita eleganza, da numeri prettamente neo-soul a brani più aspri, che per la prima volta introducono nella sua musica le radici e i sapori tribali africani. Ma Sade è ormai una popstar sempre più anomala, devota più alla sua famiglia che al culto della fama, così, nonostante il successo non accenni a diminuire, si ritira nuovamente a vita privata e per altri otto anni non si avranno praticamente più notizie su di lei.

sade_soldier_of_love_2010_retail_cd_front

Sarà “Soldier Of Love” (2010) il loro ennesimo come-back e, a dieci anni dal precedente lavoro in studio, ripartiranno più o meno da dove avevano lasciato, addirittura semplificando e ammorbidendo quanto già proposto in “Lovers Rock”: si tratta probabilmente del disco più romantico e cantautorale di Sade, quello in cui come non mai si ha davvero l’impressione di ascoltare un album solista e non quello di una band e, quando arriva all’orecchio la classe immutata con cui Sade accarezza impeccabili lenti o elegantissime torch-song, come non se ne sentivano da tempo, rimane poco spazio per la delusione.

[a cura di Giorgio Chiantini / fonte: Francesco Serini, Stefano Fiori ondarock.it/popmuzik/sade.htm]

Annunci

2 thoughts on “Sade, Queen Of Cool – per sassi sonori, musica a cura di Giorgio Chiantini

  1. Il ritorno della grande musica a cura di Giorgio Chiantini su Il sasso nello stagno mi colma di gioia, perché rinnova una collaborazione preziosa e apre l’anno con una nota – mai termine fu più esatto – positiva, quanto mai necessaria alla luce degli ultimi eventi sociali. Queste sonorità dalla mirabile capacità di infondere anima in chi vi si accosta loro, hanno inoltre la pregevole grazia di ricondurre ad una introspezione e ad un momento tutto-per-sé – da sottrarre al rumore obiettivo e metaforico che ci perseguita – in cui fermarsi anche a pensare a quanto ci accade intorno…

    Grazie, dunque, Giorgio, per questa notevole proposta.

  2. In effetti la proposta odierna è frutto di una casualità. Mentre mettevo ordine nello scaffale dei dischi in vinile mi è capitato tra le mani un disco di questa bravissima artista. Rimetterlo immediatamente sul piatto, ascoltarlo e pensare di condividerlo in questo spazio,, è stato pensiero di un attimo.
    Ringrazio quindi Angela di ospitare questa rubrica nel suo meraviglioso blog e della sempre squisita e preziosa sua partecipazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...