Tattoo Motel di Davide Cortese letto da Angela Greco

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“Farsi tatuare sull’inguine per aver amato lo sguardo di un tatuatore, per aver desiderato che le sue mani toccassero la tua pelle segreta.”

Tattoo Motel, il nuovo lavoro di Davide Cortese, questa volta in prosa, dopo aver pubblicato varie esperienze poetiche, esordisce con un lodevole incipit, che proietta immediatamente e senza mezzi termini, accorciando il fiato fin dal primo rigo, lo spettatore-lettore nel complesso e articolato sistema scena-libro, rendendo noti subito tutti gli elementi che lo coinvolgeranno ed esternando in una conoscenza cinematografica-musicale-letteraria anche una sapiente consapevolezza del genere romanzo, che tratta per la prima volta per i tipi di Lepisma Edizioni (2014).

Un territorio inesplorato – la pelle, involucro esterno edificato a difesa, ma anche superficie che ricopre l’intimo – che darà vita ad un susseguirsi di capitoli che procedono proprio per superficie di pelle aggiunta a quello che sarà il disegno finale: “Ci vorranno un po’ di sedute per realizzarlo” […] “dipende dalla tua resistenza al dolore”. […] “Voglio che tu veda il tuo tatuaggio solo quando sarà finito”. Pagina dopo pagina è una sensazione tangibile lo scorrere sottopelle dell’inchiostro e degli avvenimenti densi di sensuale dolore e amore al contempo, il definirsi cauto e a costo del dolore più acuto, del progetto che va definendosi per i protagonisti, Eva e Dan (ma anche il piccolo Nico), sia esso un disegno visibile o invisibile, che inevitabilmente andrà a contrassegnare l’esterno di sé, ma ancor più il segreto e l’intimo di destini incrociatisi per caso.

Marchiare indelebilmente la pelle è una sacralità – che tra le appassionanti pagine emerse dalla penna di Davide, viene sconvolta, mutata, assurgendo a metafora contornata da sentimenti forti d’amore e fedeltà pagati a caro prezzo – che coinvolge entrambe le parti interessate, chi realizza il tatuaggio e chi lo porterà addosso, stabilendo ruoli precisi ed interscambiabili di dominio e sottomissione, di dipendenza e libertà tra i due. La strada che porterà ago e inchiostro a realizzare l’opera – in questa mia lettura, che forse meraviglierà lo stesso autore –  è il cammino stesso che ogni artista intraprende, per sentieri il più delle volte ostili e dunque dolorosi, pur di giungere a quella libertà estrema che lo faccia sentire realizzato.

Tra le varie altre letture a cui si presta Tattoo Motel, quella della metafora dell’arte, forse la meno lampante per il lettore, credo sia da non sottovalutare, anche perché tutto il testo è colmo di richiami e rimandi poetici, musicali, visivi, sensoriali, in una sorta di rappresentazione cinematografica, come si legge anche nella prefazione, volta alla celebrazione della volontà e della libertà di poter essere finalmente se stessi.

Dan ed Eva, i protagonisti dai nomi brevissimi come la puntura di un ago ed evocativi del suono che mette al tappeto e della nascita della vita, si infiggono nel lettore nello scorrere della lettura, sorprendendo ed emozionando, in una scrittura che spiazza nella brevità dei capitoli e nella chiarezza delle posizioni pur intessendo tortuosità nei rimandi e nei flash-back, adottati ornamenti per una scena allestita non a caso. Interessante è anche il ruolo affidato ad un altro protagonista, Nico, il figlio bambino del tatuatore e trait d’union tra le due parti maschile e femminile (che nell’evolversi del romanzo si comportano e pensano e agiscono classicamente secondo il loro genere); Nico ha il ruolo di riscatto e resurrezione da un passato che grava ed impedisce il costituirsi del futuro e grazie al quale si realizzerà il destino finale forse di tutti coloro che hanno partecipato a queste pagine. Destino finale, che poi altro non è che l’amore accettato in tutto e per tutto, finanche nei e con i demoni che obbiettivamente ogni amore porta sempre con sé, come si legge nei versi di Davide Cortese stesso posti a chiusura e forse disvelamento si potrebbe dire di tutto il testo, tatuati da Eva su Dan, in un rovesciamento dei ruoli in cui si può intravedere tra le righe anche la concezione che l’autore ha della figura femminile. [Angela Greco]

“Vorrei poter accarezzare i tuoi demoni,”[…]
“due dita, a scivolargli sul volto.
Vorrei scendere nel tuo inferno
e bruciarmi nel tuo fuoco di dolore.
Vorrei guardarti dentro agli occhi
e cercare nell’iride una pace.
Mutino i segni sul volto dei demoni:
accarezzàti sapranno sorridere,
e il fuoco impuro che ti divora
potrà salvarti tornando a scaldare.
L’alto è la volontà della fiamma,
passione la sua danza di luce.
L’inferno ti illumina il volto
perché mai possa conoscere il buio
il tuo ineffabile sorriso di dio.”

copertina davide cortese

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