Vittorino Curci, Rocambolesca

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Rocambolesca

Rattristato per le cuciture strappate
del progresso. Cos’ è che manca? Hanno portato le sedie
mentre l’ attore cieco si sfilava le scarpe.
La piazzetta sudava il caldo di tre giorni.
«Ve l’ho detto … sono il figlio del giardiniere …
vedrete che fuoriprogramma … »

Annotazioni a fondo pagina e prospettive
molli, invenzioni celesti e ubriacarure statistiche
allertavano la segretezza dei sintomi prima di arrendersi
alle voci inchiodate per sempre nei luoghi.
Ma nel dramma indecifrabile di un padre
il sangue non mente, le sue spiegazioni hanno mani
di legno e gli occhi vuoti dell’ estasi.
«Mi avvicino … è come se qualcuno stesse parlando di me …
e poi dopo giorni e giorni al buio
sbuco da un tombino in una strada che mi pare
di conoscere … e c’è sempre una parola da salvare …
la sua forza ingenerata …
il mio patto segreto con l’arte.»

Erano quasi le otto di sera e le donne uscivano dalla chiesa
a piccoli gruppi. Come sbavature
di un pensiero gravido le virtù scortate nel turbamento
di una scelta sterile
scoprivano un cielo annacquato di speranze.
Sarebbe bastato un piovasco per scompaginare il fato.
Ogni cosa era avvolta nella sua giusta luce, ma nessuno …
nessuno si girò a guardare.

*

Vittorino Curci, Il pane degli addii, poesie (La Vita Felice, 2012)

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