Omaggio alla Donna e all’Arte: Artemisia Gentileschi a cura di Giorgio Chiantini

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Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura

“Oltraggiata appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi” – Anna Banti in Artemisia (Milano, 1947).

In un omaggio alla Donna e all’Arte, oggi ‘incontriamo’ Artemisia Gentileschi nell’ottica della grande pittura del suo tempo,  approfondendo – alla luce di documentazione edita ed inedita – le vicende della sua vita suddivisa cronologicamente nelle quattro fasi che l’hanno contraddistinta: gli inizi a Roma, giovanissima sotto l’influenza del padre Orazio; gli anni a Firenze, in cui il suo stile si sviluppa autonomamente, giungendo ad una codificazione inconfondibile; il ritorno a Roma agli inizi del primo ventennio del Seicento ed il successivo quasi quarto di secolo a Napoli, fino alla morte giunta nel 1653(?).

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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni

Artemisia nacque nel 1593 a Roma, figlia di quell’Orazio Gentileschi, celebrato in tutta Europa, che fu capace di uguagliare in fama e nella pur diversamente orientata passione per la pittura. Roberto Longhi scrisse di lei nel 1916: «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità…»; tuttavia l’artista ha dovuto aspettare oltre tre secoli per vedere riconosciuto dai posteri il suo status di grande pittore.

Fino al secondo dopoguerra la Gentileschi è stata ricordata più per il processo per deflorazione intentato contro il collega del padre, Agostino Tassi – che segnerà dolorosamente la sua vita e carriera – che per i suoi evidenti meriti pittorici e dai primi anni Sessanta, le vicende della sua vita avventurosa e libera, come la forza espressiva e il linguaggio ricco e fantasioso della sua arte, furono oggetto di studi ed interpretazioni da parte della critica femminista, mentre la sua eccelsa pittura, ammirata sin dal Seicento e ricercata dai potenti di tutta Europa, veniva messa in secondo piano.

Affresco (ritratto Artemisia) Agostino Tassi Casino delle Muse Pallazzo Pallavicini-Rospigliosi
affresco (ritratto di Artemisia), Agostino Tassi, Casino delle Muse Pallazzo Pallavicini-Rospigliosi

Artemisia Gentileschi seguì le orme del padre Orazio, appassionandosi alla pittura e facendo una scelta inusuale per una donna alla fine del sedicesimo secolo: il talento precocissimo, la portò a lavorare a soli diciassette anni col padre all’affresco del Casino delle Rose nel Palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma dove incontra il pittore Agostino Tassi, maestro di prospettiva, molto più anziano, che abusa di lei fisicamente, ma con il quale poi la ragazza allaccerà una relazione clandestina. Venuto a conoscenza della relazione, il padre della ragazza chiede un matrimonio riparatore, scoprendo, però, che Agostino è già sposato. Il padre allora, per salvare l’onore della figlia, lo denuncia per violenza sessuale. Dando uno straordinario esempio di coraggio e femminismo, la ragazza si batté con tutte le sue forze in un processo particolarmente ostile nei suoi confronti dove addirittura arrivarono a torturarla pur di farle confessare la “loro” verità, decretando un episodio che cambierà la vita e la poetica pittorica dell’artista, profondamente segnate da quelle sofferenze. Sia nelle opere dipinte durante l’avvenimento (Susanna e i vecchioni del 1610, il periodo in cui lei, il padre ed il collega lavorarono insieme), che dopo (Giuditta che decapita Oloferne), si coglie l’atteggiamento psicologico particolare della donna e a sostenerne l’ipotesi, esistono numerose epistole e testimonianze del processo originale dell’epoca, consegnando all’arte e alla storia il fatto che Artemisia non dimenticò mai né la violenza, né l’umiliazione subite.

Nel 1620 portò a termine, su commissione di Cosimo II De Medici, il suo capolavoro Giuditta decapita Oloferne, esposto a Firenze alla Galleria degli Uffizi: il dipinto impressiona in maniera considerevole per la violenza della scena raffigurata, interpretata – in chiave psicanalitica – come desiderio di rivalsa per il terribile torto subito. Artemisia trasferisce sulla tela l’odio per l’oppressore: l’eroina biblica Giuditta, per tradizione esempio di virtù e castità, è rappresentata proprio nel momento della decapitazione di Oloferne, odiato nemico assiro che la donna aveva sedotto con l’inganno, tutelando però la propria purezza. Giuditta, che qui ha il volto di Artemisia, esprime odio e disprezzo nei confronti della persona verso cui sta realizzando il ferale gesto; persona che la pittrice considera un mostro meritevole solo di una morte atroce per quello che ha fatto. Da notare l’assoluta determinazione della donna e l’estremo realismo del gesto, enfatizzato dalla mano ferma che blocca la testa di Oloferne e dai rivoli di sangue che macchiano il letto.

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Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne

Per la sua forte carica di violenza, l’opera fu relegata “in un angolo buio di Palazzo Pitti” e Artemisia dovette ricorrere alla mediazione di Galileo Galilei per ottenere, dopo la morte di Cosimo II, il compenso pattuito.

Artemisia Gentileschi, dunque, oltrepassando la retorica e i luoghi comuni attribuiti alla donna nel corso del tempo, seppe lottare contro i pregiudizi e le “follie” di un’epoca, usando come armi unicamente la sua forte personalità e le sue innegabili qualità artistiche.

[Giorgio Chiantini]

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6 thoughts on “Omaggio alla Donna e all’Arte: Artemisia Gentileschi a cura di Giorgio Chiantini

  1. Che delizia , sia il post, sia il sito. Sempre completo , raffinato con articoli bellissimi e piacevoli da leggere. Complimenti e un abbraccio naturalmente anche a Angela.

    1. Assolutamente grata a Giorgio e alla sua passione per l’arte e per questo luogo, poiché grazie a lui anche io ho conosciuto e la pittrice e la sua drammatica vicenda, ma ancor più la sua arte, forte e diretta nella meraviglia della sua derivazione caravaggesca, che ha saputo poi definirsi con una rilevante autonomia degna di nota.

      Grazie Enrico, per ogni parola e per l’abbraccio che ricambio!

  2. Graze Enrico, è un piacere leggere i tuoi commenti. Commenti che premiano il nostro lavoro e ci indicano che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta. La grande dedizione ed umiltà che applichiamo solo per il piacere della divulgazione dell’arte e il sentirsi perciò seguiti ed elogiati ci fa sperare che il tempo a “Lei” dedicato sia veramente ben speso.
    Un abbraccio anche a te e ad Angela che ha il grande merito di ospitare questa rubrica nel suo bellissimo blog oltre a promuoverla e parteciparvi personalmente.

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