Guido Reni, Aurora conduce il carro di Apollo – sassi di arte

Guido Reni - Aurora conduce il carro di Apollo - Roma

Guido Reni, Aurora conduce il carro di Apollo (1613 – 1614)

affresco (soffitto), Casino dell’Aurora, Palazzo Pallavicini Rospigliosi – Roma

La vetrata centrale del padiglione è appena accostata; la luce dorata del tramonto filtra all’interno attraverso tre grandi finestre che danno su via XXIV Maggio e sulla piazza del Quirinale. All’interno, socchiudendo gli occhi, si è come avvolti da un pulviscolo luminoso, rosa, arancio, violetto, mentre il bianco ambrato dei marmi diviene quasi trasparente. Ma se si volge lo sguardo verso l’alto, le sensazioni si fissano e prendono corpo, i colori diventano volumi e definiscono spazi e figure: sulla volta del grande ambiente centrale appare in tutta la sua magnificenza l’affresco de L’Aurora, dipinto da Guido Reni tra il 1613 e il 1614.

Così Giovanna A.Bufalini – nel testo “Capolavori da scoprire – Colonna, Pallavicini, Patrizi Montoro” edito da Skira nel 2007 – introduce il lettore alla visione di quest’opera di Guido Reni, pittore italiano tra i maggiori del Seicento, che approda a Roma nel 1602, diventando l’interprete del gusto colto e aristocratico dei committenti romani, protetto da Paolo V e da Scipione Borghese, e dividendo la sua attività tra Roma e Bologna, dove si fermerà definitivamente verso il 1620.

Nel grande affresco (che risente dello studio della scultura antica oltre che della conoscenza di Raffaello e del Correggio) eseguito nell’ambiente centrale del Casino dell’Aurora Pallavicini – prosegue la Bufalini – il giovane Apollo, avvolto in un’aureola ardente, guida il carro d’oro del Sole, trainato da quattro cavalli, che allineati in un unico volume, spiccano un balzo leggero nell’aria, e portano sulla terra la luce del nuovo giorno. L’Aurora precede la corsa del Sole; è avvolta di veli leggeri, che spiccano sul cupo violetto delle nubi e riflettono il bianco luminoso della luce nascente, l’arancio delicato dei primi raggi. L’ Aurora caccia verso destra l’oscurità della notte e su paesaggi di mari azzurri e preziosi, solcati da piccole vele bianche, su piccoli arcipelaghi felici, su azzurre montagne lontane, verdi alture e cupe boscaglie, diffonde il rosa e l’arancio del nuovo giorno.

Reni sembra voler avvolgere e assurgere allo stesso luogo del cielo e allo stesso momento colto dall’affresco, lo spettatore capace di vedere sopra la sua testa, oltrepassando il senso umano della gravità e l’umanità stessa, avvicinandosi a quello spazio fatto per gli dei dove L’Aurora solleva piccoli serti di fiori, che con un bianco occhieggiare rompono per primi la cupa oscurità del velo notturno. Fra l’Aurora e il curo del Sole c’è un putto alato, il Crepuscolo, che reca una fiaccola dalla fiamma rossiccia. Sul carro, il giovane Apollo è avvolto da un ampio, roteante mantello; la sua pelle è rosea, i lineamenti delicati. La luce calda che irradia dal carro si scompone nei colori luminosi dei veli che avvolgono giovani corpi di fanciulle, le Ore, che danzano attorno al Sole, un trionfo di luce. Il drappeggio di nubi appare come una quinta leggera, che scende sul blu notte.

Guido Reni - Aurora conduce il carro di Apollo - Roma

Guido Reni - Aurora conduce il carro di Apollo - Roma

È proprio per il coraggioso contrasto fra le dominanti complementari arancio-azzurro che l’affresco supera la convenzionalità di una composizione di maniera. L’affresco è incorniciato da stucchi dorati, con figure muliebri e motivi floreali; sui lati dell’affresco, la stessa cornice racchiude due lunette simmetriche, nelle quali sono raffigurati zefiri alati su di un fondo azzurro, che dilata e dà risonanza agli azzurri della marina. L’affresco è riportato sulla volta senza tener conto del fatto che va guardato dal basso; non si avvale di prospettive barocche dal sotto in su e per osservarlo più a lungo è preferibile usare uno specchio.

Sembra quasi che il Bello debba essere conquistato, implicando una certa dose di fatica perché possa essere appannaggio dell’occhio che lo ammira da un altro livello, inferiore forse non a caso, rallentando il tempo, diluendo la frenesia del vivere, rigettando quella fretta che lo stesso Reni non amava e con la quale si doveva eseguire qualunque cosa durante gli anni trascorsi a Roma, che mal sopportava unitamente alla mancanza di riguardo per la mente dell’artista che dirigeva la creazione e che veniva considerato poco più di un operaio prezzolato. 

[Angela Greco & Giorgio Chiantini]

Guido Reni - Aurora conduce il carro di Apollo - Roma Casino dell'Aurora Pallavicini

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