Giuseppe Pellizza da Volpedo, Quarto stato – a cura di G.Chiantini & A.Greco per i sassi di arte

Quarto Stato

Il Quarto stato, opera simbolo del XX secolo, realizzato da Giuseppe Pellizza – nato a Volpedo in Lombardia il 28 luglio 1868 da una famiglia che viveva dei prodotti delle terre possedute nei dintorni del paese e che morirà suicida il 14 giugno 1907 dopo la morte di suo figlio e di sua moglie – si ispira ad uno sciopero di lavoratori, tema caro ai pittori del realismo europeo di fine Ottocento. Eseguito secondo la tecnica divisionista, non solo raffigura una scena di vita sociale, ma costituisce altresì un simbolo proprio nella figura del popolo, in cui trova spazio anche una donna con un bambino tra le braccia, che avanza verso la luce.

Il dipinto venne acquistato per pubblica sottoscrizione dal Comune di Milano nel 1920 e da allora fa parte delle Civiche Raccolte d’Arte, mentre la versione preliminare, denominata “La fiumana”, invece, è esposta sempre a Milano presso la Pinacoteca di Brera.

Quarto StatoNel 1898 Pellizza inizia a dipingere l’opera con titolo “Il cammino dei lavoratori” che, successivamente, verrà mutato, nel 1901, in quello definitivo di “Quarto stato” ispirato dalla lettura della Storia socialista della rivoluzione francese di Jean Jaurès. Frutto di dieci anni di elaborazione artistico-tecnica e di maturazione politico-filosofica, il dipinto è focalizzata intorno all’immagine del popolo in possesso di quella compiutezza, equilibrata serenità e positività delle concezioni classiche e rappresenta soprattutto l’espressione dell’artista-pensatore di un socialismo positivo ed evoluzionista.

L’opera ha grandi dimensioni pari a 543 x 285cm, la tela è omogenea e la rappresentazione della massa è chiara e dai ritmi compositivi improntati a grande solidità ed oggettività; lo sfondo non è troppo dettagliato e chiaro per non disturbare l’attenzione dello spettatore; il cielo è un tramonto blu, rosa e viola in lunghe e decorative striature, mentre la natura è dipinta in una gamma di colore scuro e sfumato, che in pratica funziona come contrapposto alla piazza illuminata a mezzogiorno. Sul piano dei significati simbolici vediamo, dunque, la classe operaia che sta uscendo da condizioni precarie e misere e sta andando verso un futuro illuminato e felice; anche se non si è a conoscenza di come si realizzerà questo futuro che, dalle animate discussioni delle figure, si immagina felice.

La composizione dei personaggi e le relazioni tra le parti e il tutto, ricordano la pittura rinascimentale. Giovanni Cena nota nel 1902: “Per il disegno, per la distribuzione delle figure, per la complessità e il ritmo della composizione, per lo studio accurato e sintetico di ciascuna figure viene in mente un pittore ben lontano nel tempo e nelle idee: Raffaello.” E infatti, ci vengono in mente, in particolare di Raffaello, le sue stanze vaticane, mentre i gesti dei personaggi e la posizione delle loro mani, fanno pensare anche nel loro raggruppamento in conversazioni, alla Scuola d’Atene.Quarto Stato Per esempio il gruppo a destra, alle spalle della donna, ricorda la disputa tra Platone e Aristotele, con il primo che mostra le sue mani verso il cielo e l’ultimo invece verso la terra, cioè due concezioni filosofiche totalmente diverse, tanto da far sembrare che anche i lavoratori mostrino diversi atteggiamenti verso la medesima lotta per il loro diritto e finanche nell’abbigliamento, pur abbastanza uniforme, presentano diverse possibilità di comportamento e di reazione. E la molteplicità di intenti emerge ancora nella fila successiva alla prima, in cui si aggiunge all’atteggiamento dei gesti di quest’ultima, lo sguardo dei lavoratori che varia dal guardare lontano, al vedere innanzi a sé, fino ad altri ancora che sembra abbiano a intrattenersi con lo spettatore.

L’avanzare di questa porzione di popolo non è rapido, ma ineluttabile, sicuro e fiducioso della certezza di vincere: è una lotta anche intellettuale, con consapevolezza del proprio ruolo storico, in cui persino l’uso della tecnica pittorica introduce una riflessione sul credo nelle scienze e nel progresso sociale, che trova il suo equivalente nel modo scientifico di dipingere secondo la tecnica del divisionismo e a dominanti linee ondulate in cui Pellizza già vedeva gli stilemi della modernità. Con delusione dell’autore, però, il Quarto Stato non fu accolto con molto entusiasmo da parte dalla critica d’arte – che lo trascurò per anni – e neanche dai suoi amici artisti.

Quarto Stato

Il successo del quadro presso il pubblico si ebbe, con il consenso dell’autore, attraverso la diffusione di riproduzioni su cartolina e stampa socialista – la sua iconografia fu subito capita dalla maggior parte della popolazione lavoratrice – fino alla riproduzione tecnica del quadro con finalità ideologica, che addirittura lo strappò al controllo del messaggio dell’artista per farne un modello per la stampa politica, non realizzando le intenzioni originarie del suo creatore, che invece ne avrebbe voluto fare arte per l’umanità.

[a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco]

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3 thoughts on “Giuseppe Pellizza da Volpedo, Quarto stato – a cura di G.Chiantini & A.Greco per i sassi di arte

  1. Una curiosità: le figure centrali da sinistra a destra sono Clemente Bidone, Giovanni Zarri (tutti e due contadini di Pellizza) e Teresa Pellizza, moglie dell’autore, i quali si prestarono come modelli per il quadro. Bidone e Zarri sono stati studiati con un plasticismo quasi geometrico, mentre la donna invece, la cui lunga veste e la posa ricordano una statua antica, sta un po’ accanto e introduce lo spettatore con un gesto della sua mano sinistra nel quadro, quasi ad invitarlo alla partecipazione attiva e alla lotta. La folla alle spalle del terzetto è compatta, unitaria e continua, occupando tutto lo spazio da un lato del quadro all’altro, mentre le figure laterali chiudono agli estremi la composizione.

    1. grazie Giorgio per l’approfondimento, ma temo che quest’opera sia ancora materia ostica per i fruitori…a me personalmente lascia riflettere sull’aspetto sociale dell’arte – senza entrare nel merito delle ideologie politiche che se ne sono appropriate – e su come, oggi, si siano persi ormai del tutto quello slancio e quella passione che cambiavano gli stati di fatto e che erano propri di un tempo vissuto appena un quarantennio fa, se non meno anche. Lo stesso discorso ormai lo incontro, scontrandomi, anche in poesia, dove addirittura si fa di tutto – ovvio con le relative eccezioni e secondo il mio punto di vista – per tenersi fuori dai problemi di quella umanità di cui diciamo di far parte, relegando uno dei massimi mezzi di comunicazione qual è la poesia, al mero racconto (mi si conceda metafora) delle personali avventure o disavventure, così come accade con l’uso degli altri mezzi di diffusione di massa, divenuti da potenti strumenti di scambio sociale di immagini ed idee, sempre più simili a saloni di parrucchieri, quando non a strade lerce di qualasivoglia rifiuto…quando, invece, seguendo anche l’originaria destinazione di quest’opera che ne volle il suo autore, si potrebbe essere e creare arte e letteratura per l’umanità.

  2. A me invece piace semplicemente pensare che l’opera odierna, riprodotta su scala industriale quale immagine di un pensiero politico e ormai conosciutissima da tutti, abbia perso quel fascino e curiosità che ogni opera d’arte dovrebbe strasmettere.

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