Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giorgio Linguaglossa

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

dalla nota di Luigi Celi su Quattro Poesie di Giorgio Linguaglossa:

1) Il poeta morto; 2) C’era la questione del baratro; 3) Si può vivere anche senza respirare; 4) Quel corridoio, che attraversavo in allarme

Quattro poesie che valgono un poemetto, in esse la poesia di Giorgio Linguaglossa non si sottrae al confronto con la prosa poetica. Egli abbassa il tono e dà ai suoi versi struttura narrativa. Non teme con ciò di concedere alcunché alla linea del minimalismo lombardo/romano tanto da lui vituperato. La differenza sta nel fatto che la sua è poesia di pensiero che si oppone alla rievocazione estrinseca della “poesia delle piccole cose” nel quotidiano minimalista, frutto spesso dell’inconsapevolezza, ancor peggio espressione del déjà-vu che oggi non offre spesso neppure la compensazione dell’ironia e del grottesco.

I testi di Linguaglossa sono da una parte proiezioni oniriche dell’esistente, dall’altra – quali forme di quel “pensiero poetante”, che va dai presocratici ai tragici greci, da Dante a Leopardi, Hölderlin, Eliot… – sono metaforizzazioni della deriva storica, anzi, più acutamente del baratro in cui è caduta la cultura contemporanea per lo smarrimento di ogni punto di riferimento axiologico e metafisico. Mi pare di risentire, a volte, in queste poesie di Giorgio, la profondità, l’altezza di tono di un Paul Celan. La lama del verso ferisce l’occhio del lettore quando egli fa irrompere nella stanza buia di un io devastato lampi di versi a specchio, che sempre si spera non esplodano e non feriscano ancor più il lettore straziandolo all’apparire dei lemuri dell’inconscio individuale e collettivo.

Non ci sono dunque bellurie in questi testi. Non c’è il ricorso agli stilemi della retorica tradizionale della poesia italiana. Una poesia di cruda riflessione sulla morte, sul vuoto, sulla perdita del senso, che è del moderno che declina nichilisticamente verso il postmoderno. [continua a leggere QUI]

*

Il poeta morto
 
:
«La notte è la tomba di Dio e il giorno la cicatrice del dolore».
V’erano scritte queste parole in alto sopra la prima porta a destra;
una voce risuonò nell’androne: «Benvenuto nella galleria del dolore!»;
fu così che mi decisi… ed entrai.
………………………………………..
C’è un bosco pieno di foglie parlanti che gridano:
«il presente è il passato e il passato è il presente».
C’è un chiasso del diavolo. Tante parole quante
sono le foglie. Una quercia mi parla:
«apri la prima porta a destra – mi dice – e segui la via della mano destra
che porta a sinistra».
………………………………………
Apro quella porta:
ci sono tre vascelli a vele spiegate
che un vento fuori cornice gonfia tumultuosamente.
Ma restano immobili. Anche il mare crestato
è immobile. Ogni dettaglio è nitido e percettibile
come seppellito nell’ambra da un milione di anni millimetri;
apro la seconda porta a destra:
c’è una colluttazione di ombre che entrano
dentro altre ombre e ne escono; lottano furiosamente
per il palcoscenico della mia anima;
«ma non c’è nulla per cui lottare, sono già morto!»,
pronuncio con un filo di voce;
“farsesca costipazione di ombre”, penso con tristezza
che anche loro sono morte e non possono udire le mie parole.
…………………………………….
Attraverso come a nuoto la stanza; apro una finestra:
c’è una statua sulla piazza deserta
portici risucchiati dal vuoto
pontili su un mare di basalto
città di cristallo…
A tentoni nel buio della stanza apro un’altra finestra:
C’è una torre su un cortile deserto che
puoi udire il tonfo di una farfalla che cade dall’alto
e il lucore fosforescente di una luna gialla
che si posa sulla toga di un imperatore triste…
mi precipito alla cieca in avanti, apro una terza finestra:
c’è un calendario dal quale si staccano i fogli, un orologio,
una lapide sulla quale v’è inciso il mio nome e cognome
e la mia data di nascita… una scrittura annerita che gratto con l’unghia:
«Benvenuto nella cicatrice chiamata Terra»
……………………………………
«È tutto qui? – mi chiedo –  non c’è nient’altro?».
L’angelo della nebbia piange in un angolo in ginocchio.
La notte profuma di tomba; anche la rugiada profuma di tomba;
La cicatrice chiamata Terra è un immenso campo santo di lapidi.
 
.
 
 *
C’era la questione del baratro
 
:
… la strada era una ipotenusa, ripida –  e potevo
scendere giù come su una slitta…
tu invece pensavi fosse una salita…
«si aprirà un baratro! – mormoravo  – 
dopo la pianura c’è il baratro!…»;
io pensavo che dopo la pianura ci fosse un baratro
ma tu non vedevi nient’altro che una pianura…
ma c’era la questione del baratro (dentro di me (!?)
(fuori di me (!?) – e tu dicevi:
«vedi, qui si può nuotare!», ed io
ne ero terrorizzato 
perché non vedevo acqua ma aria… (tanta aria (!?)
– ma non c’era una pianura da qualche parte? –
«devo stare immobile – mi dicevo –
con tutte le mie forze!»,
e tu dicevi: «devi camminare, camminare sempre!»;
“per andare dove?” – io pensavo terrorizzato….
tu mi chiedevi: «è possibile dirsi addio?»
“addio? – che parola è questa?” io mi chiedevo
col pensiero rivolto al tuo pensiero
e ti rispondevo: «dirò addio all’addio,
prenderò congedo dall’addio», mentre
tu inciampavi
con i tacchi a spillo sulle mattonelle sconnesse
del marciapiede…
e ripetevi: «è possibile dirsi addio?»
«è che c’è la questione del baratro!…»
– pensavo io ad alta voce –
Cloto, Lachesi, Atropo…
ma tu eri cieca, non le vedevi!
«ma com’è possibile – mi chiedevo – non vedere
quella cosa là (il baratro (!?) che si apriva e si avvicinava…»;
«davvero? questa cosa qui è il vuoto (!?)»
– tu mi chiedevi in preda al panico –
«sì – rispondevo io –  è il vuoto ma
non ho paura; è che lui è qui,
è sempre qui…
mentre noi siamo là (e viceversa!)»;
«è che occorre fare presto!»
– tu mi dicevi smarrita –
(“fare presto?)- (oh, santo iddio, che parola è questa?”)
– ti rispondevo con il pensiero –
«è buio pesto qui»
 –  dicevo mentre andavo a tentoni – «non c’è corrimano
a cui tenersi…»,
«occorre far presto!» (!?!)
.
«presto!?»
.
 
.

Si può vivere anche senza respirare
 
:
…perché qui tutto è irreale:
 le macchine parcheggiate lungo il muro
di calcestruzzo, il terrapieno con sopra i binari, quel
maledetto treno che fischiava, le foglie degli alberi,
la tosse degli uccelli…
«qui tutto è irreale – mi ripetevo –
c’è troppa ombra nel salotto,
i tappeti ben stirati, i vasi di porcellana, i divani con i
cuscini allineati…
qui ogni cosa è al suo posto… il posto giusto, intendo…»
«qui tutto è in ordine»  – mi ripetevo –
«qui tutto è pace…»
«è come se non potessi respirare…
è strano; davvero, non riesco
a respirare…(…) l’aria sembra vetrificarsi…»
«si può vivere anche senza respirare» – mi rispondevi
dalla cucina – oh, la tua voce vetrificata!
«sì, si può vivere-  mormoravo – anche senza respirare…»
e guardavo il terrapieno (con quei maledetti binari (!) dall’alto,
il treno che slittava veloce,
le macchine in sosta parcheggiate in fila indiana,
il semaforo rosso e verde che lampeggiava…
«è che le cose non stanno mai lì dove sono, ogni giorno
stanno in un altro posto, e traslocano…» 
«vedi – ti dicevo – è che sono confuso;
c’è questa confusione in me )( c’è questa confusione (!?)
è come se non potessi parlare… )( o qualcosa, qui in gola,
che mi impedisse…»;
«sì, si può vivere anche senza parlare», – mi dicevi
guardandomi sulla fronte, sotto gli occhi,
a lato degli zigomi, agli angoli delle labbra –
«sì, si può vivere – pensavo – anche senza parlare…»;
«e il silenzio? dove lo mettiamo il silenzio?»
– interloquivo tentando di spezzare il tuo assedio
di vetro –
«oh, dobbiamo cancellare il silenzio!» – mi rispondevi dall’
antibagno dove ti rifacevi il trucco, ed io:
«possiamo vivere senza il silenzio e senza le parole?»;
«sì, certo», replicavi come se avessi visto un palombaro…
«davvero, non lo avrei mai pensato – pensavo – si può vivere
senza il silenzio e senza le parole…»;
e guardavo quella tartaruga col carapace che si illumina
e che tace che tu tenevi in salotto accanto al telefono
e i libri
………………………………….
«perché qui tutto è irreale» – mi ripetevo –  «e non c’è bisogno
di parole né di silenzio…»
 
 *
 
.
Quel corridoio, che attraversavo in allarme
 
:
… quel corridoio… che attraversavo in allarme,
a tentoni nel buio…
«maledizione, dov’è l’interruttore della luce (!?)»,
a sinistra c’era l’attaccapanni in ferro battuto
con le mie giacche, la cravatta, il soprabito,
e a destra, sulla mensola, il telefono… e poi?
non ricordo, ah sì,
lo specchio dove non mi guardavo mai, e poi
la porta stretta:
la prima,  la seconda, la terza…
sì, lì c’era il bagno, e l’antibagno… e poi (!?)
ecco, mi vergogno a dirlo, adesso:
a destra c’era un vuoto, uno spazio vuoto,
lo toccavo con la mano…  e, più in avanti,
anche a sinistra…
c’era come una palla vuota;
«c’è tutto ciò che ci dev’essere»,
– mi dicevo in preda al panico –
e tu: «c’è tutto ciò che c’è», ribattevi sicura…
e poi quella maledetta musichetta
(non riuscivo proprio a digerirla…)
e uscivo sul balcone a fumare una sigaretta…
«che cosa?», – chiedevo nel fumo –
«nulla – rispondevi – qui tutto è a posto,
non c’è un bel niente
da ricomporre…»,
«sì, ma le unghie? graffiano, sanno
graffiare…»;
«ci sono delle cose – replicavi in angoscia –
quelle stanno ferme»,
«per fortuna ci sono le cose», mi dicevo
(in realtà parlavo a me stesso)
«forse un giorno…» dicevi
sottovoce dal vano della cucina…
«ricorderò?, vuoi dire che un giorno ricorderò (!?)
che cosa dovrei ricordare, dimmi,
che cosa?», replicavo
indispettito…
«come eravamo felici…»
«felici? oh, dio, come puoi dire questo (!?)»,
«felici, senza saperlo, senza volerlo…»
 
*
.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.

Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York e il romanzo rivisto e accresciuto 24 Tamponamenti prima di andare in ufficio EdiLet, Roma. 

Ha fondato la rivista letteraria internazionale L’Ombra delle Parole.  

Il suo sito personale è: www.giorgiolinguaglossa.com ; 

e-mail: glinguaglossa@gmail.com

.

Giorgio Linguaglossa

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3 thoughts on “Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giorgio Linguaglossa

  1. un grazie di cuore a Giorgio Linguaglossa per aver accettato la mia proposta di proporre quattro testi per ogni Autore contemporaneo significativo del suo tempo, inaugurando con le sue poesie uno spazio che vuole restituire importanza alla Poesia come testo, come scrittura vera e propria, lasciando da parte le parole e le beghe su essa e sul suo destino, così care ai salotti letterari di quest’ultimo periodo.

  2. Non avevo mai letto poesie di questo autore e nel leggerle le parole hanno evocato immagini. Mi sono venuti in mente i quadri metafisici di De Chirico e poi il surrealismo di Dali e Magritte. Non so se tutto questo possa essere utile nell’identificare questo tipo di poesia, o sia un fatto meramente soggettivo, però mi è piaciuto leggerla e immaginarla proprio così.

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