G.Linguaglossa, un commento sulla poesia e sul luogo dell’Io poetico

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Giorgio Linguaglossa, da L’Ombra delle Parole, commento tratto da una discussione sul rinnovamento poetico e sulla rifondazione della forma-poesia (articolo completo e relativi commenti, qui)

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 “La poesia è un’arte difficile, richiede lunghi studi e lunghissima e tenace applicazione. Tenacia, pazienza e senso autocritico: occorre capire quando ciò che facciamo è riuscito e quando, invece, si tratta di un lavoro preparatorio di qualcosa che deve ancora avvenire. Per favorire che l’evento accada occorre innanzitutto prendere le distanze dall’io, dall’ego e dalla soggettività e, soprattutto, dalla ridicola pretesa di aver scritto cose straordinarie; noi non facciamo mai cose straordinarie, nulla è straordinario, ma tutto è ordinario. Gli eventi che accadono, dopo un attimo, rientrano nella sfera dell’ordinario. Occorre mettere in discussione e in dubbio ciò che ieri credevamo fuori discussione e fuori di dubbio.

È un esercizio faticosissimo, feroce, pericoloso, perché ti costringe a una continua instabilità e incertezza. Ma questo è il prezzo che bisogna pagare per poter raggiungere una situazione di completo distacco dalla propria arte: bisogna riuscire a mettersi da parte e a non inserire nulla di biografico nella propria creazione; tutto, ogni cosa, ogni esperienza deve essere sottoposta al correlativo soggettivo e oggettivo, alla metafora e alla similitudine, perché Tutto è collegato con il Tutto e il Tutto è collegato con il Niente. C’è chi arriva a ciò con la filosofia Zen, chi con la mistica, chi con la ginnastica o altro, non so, ma è obbligatorio prendere le distanze dall’ego, da tutte le forme di egocentrismo e di narcisismo e, quando vedi un aspirante poeta pieno di narcisismo, quello è un povero mediocre… solo così possiamo ritenerci pronti ad accettare l’evento. Però occorrono anche anni ed anni di studio. È un esercizio di terribile durezza. Molti soccombono. Pochi resistono fino alla fine. La strada della poesia è lastricata di cadaveri, non è una boutade.

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Sono convinto che oggi si può scrivere poesia di livello soltanto se si adotta il cosiddetto verso libero, almeno per la tradizione italiana (dimmi come vai a capo e ti dirò se sei un vero poeta): l’a capo è terribilmente difficile ed è una delle massime responsabilità per un poeta; occorre poi aver compreso che la forma-concerto della poesia italiana del dopo Satura (1971) di Montale è da gettare alle ortiche, che bisogna creare una nuova forma-concerto o forma-poesia e che bisogna riformulare e rifondare il linguaggio poetico. La forma-concerto, che prevedeva un posto fisso per lo spettatore in platea è caduta per sempre.

Nella nuova forma-poesia, intendo quella che alcuni poeti contemporanei adottano (e qui faccio solo tre nomi: Roberto Bertoldo, Steven Grieco e Antonio Sagredo) il posto dello spettatore è in mezzo alla scena, in mezzo ai versi. Lo spettatore-lettore sta lì in mezzo e non lo sa. A volte ne viene respinto (come accade nella poesia di Sagredo), a volte, anzi, quasi sempre, viene chiamato in causa (come avviene nella mia poesia), altre volte viene convocato a passeggiare tra i fiori di loto della poesia di Steven Grieco.

Ogni poeta ha una propria strategia di disparizione – anche nella poesia di un Sagredo, pur così infestata dall’io, di fatto, la persona dell’autore scompare, viene sommersa da un mare rutilante di metafore e di similitudini, mentre nella poesia di Steven Grieco c’è la delicatezza di certa pittura zen – e in ogni caso, lo spettatore (il lettore) deve poter passeggiare in lungo e in largo nella scena, nel testo: deve sentirsi protagonista della poesia, deve porsi degli interrogativi, deve cercare delle risposte. Insomma, è finita per sempre la posizione contemplativa di chi sta fuori della scena alla ricerca del Bello.” (21 settembre 2015)

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si ringrazia l’autore per questa condivisione / immagini dal web

i poeti citati in questo luogo sono rintracciabili nel blog L’Ombra della Parole

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