Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Gianmario Lucini

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Ad un anno dalla scomparsa del poeta, critico ed editore (CFR è stata la sua sigla editoriale) dal sorriso indimenticabile, come la sua forza e la sua voce, Il sasso nello stagno di AnGre rende omaggio – in deroga a questa rubrica, condividendo un solo componimento invece di quattro – a Gianmario Lucini (Sondrio, 18 settembre 1953 – Piateda, 28 ottobre 2014) con uno scritto tratto dal sito Poièin da lui stesso curato e dove è possibile ancora “incontrarlo” leggendo, oltre la sua bio-bibliografia, i tanti documenti sulla sua intensa ed instancabile attività letteraria pregna di impegno civile e sempre tesa a condividere Cultura e Poesia nei toni più elevati, senza mai trascurare la Persona umana prima di tutto. Per la realizzazione dell’articolo odierno si ringrazia Fabrizio Bianchi. (Angela Greco)

*

  Gianmario Lucini

Lettera aperta ai colleghi poeti

Cari amici miei, noti sconosciuti, dal silenzio
e dalla noia conseguenti l’erotica carezza
di una sega circolare – e perciò in consapevolezza
nuova di tempo che scorre a rilento,
fra corali di Bach e il martellarmento
carogna all’anulare sinistro –
mi levo lo sfizio di lallare e cantare a pieno sangue
come gli ubriachi nelle notti estive di paese
e tenterò di stuzzicare il coro d’ululati che tali romanze
fomentano sotto cupole di stelle; a mie spese, in solido – che sarebbe
il solito vostro lavorar di reni e sgusciare di sguincio nel no comment
evitando un catartico “Lucini è pazzo e non capisce niente
di poesia” che subito si affaccia ad ogni sana mente
leggendo le stramberie di un poeta monco – (seppur momentaneamente).
Dirò – posto che siamo in tema di sangue –
che il sangue ha un bel colore vermiglio – e questo
già cantammo nei versi – ma versato
sul cemento del passo condominiale fa senso, s’aggruma,
cambia colore e s’annera in poco tempo e se piove
in pochi giorni fa parte del tutto, svanisce
lentamente come il disappunto del poeta monco.
Rimane pertanto la noia, la lettura
le lunghe fughe in rete alla ricerca di un verso
decente;
ma non trovo niente che esalti – di nuovo, di vero.
C’è chi sempre si lamenta per la frégola e ricanta
all’amorosa la solita piva dalla vecchia cornamusa
slabbrata di un secolo fa, c’è l’intelligente
ironico che stuzzica en passant ma insistente
vizi e rivizi stuzzicati da Marziale o da Orazio
qualche millennio fa, c’è l’elegante
che ricama prosodie e rimartella dolcemente
un vecchio rap manzoniano, o un Petrarca
un vecchio sublime Dante – ma vecchio –
un Verlain fuori tempo, un Montale riuesumato
sul quale ricama la storia inventata
del suo intimo niente, un narciso che si coccola
e si ravviva il ciuffo, un vate (quelli poi) che col dito
(ahia!) puntato al cielo catalizza le saette
di Dio.  E simile ciarpame
sul quale i critici boccheggiano
come pollastri agonizzanti.
E per il bene che mi voglio
risparmierò il vostro nome e il mio
ma vivaddio se qualcosa mi muove
a scrivere da monco questa lettera che ormai si dilunga
in una gaffe sempre più devastante
sarà un qualcosa di parente col sangue, col cemento,
e non col niente che stride e si lamenta
palpitando sul monitor… 
 Eppure la parola non è niente – siamo tutti d’accordo –
è veleno, medicina, può avere il colore del sangue,
la voce  d’una musica, il soffio
del vento che asciuga il sudore
delle nostre fatiche. 
La parola è da sempre nostra amica:
anche quando uccide è veicolo
di riconoscimento.
Ma di fronte al macello dei vivi, a ciò che sappiamo
e non sappiamo dei tanti macelli nel mondo, di fronte al dolore
inflitto dalla nostra squalifica, di fronte al silenzio
per l’ingiustizia e l’enfasi sulla notizia
per una Juve in serie B o un attentato immaginario
allo stile di vita elisabettiamo
noi passiamo la mano, ci rifugiamo
nei nostri mondi incompresi e incomprensibili
se scriviamo è quasi per dovere kantiano a margine della cronaca,
ridiciamo l’orrore senza credere,
emuliamo lo sdegno, siamo freddi, siamo sazi,
scriviamo per gli evasi per gli
sradicati dal reale, per i ciechi, i sordomuti
nel linguaggio astratto dei segni, senza voce, senza corpo
a mimare ciò ch’é scritto – siamo vento
forse che sostiene nuvole e piume.
Siamo nuvole in calzoni.
“Ecco, ci risiamo – dirà qualcuno – il solito pesante
Lucini che si macera sensi di colpa
cattolicamente
che vuol mischiare l’impoetico al poetico
rimacinare la notizia che – si sa – invecchia
giorno per giorno.  A che pro
storicizzare la poesia nella cronaca
incatenarla all’evento
lei che è sola essenza
libertà?”
Lo confesso, ho ecceduto nel delirio
agostano, per il dolore che mi tormenta il dito
associato all’ubbia sanguigna nella noia
scandita dal coro bachiano, ne convengo, è giusto
rispettare la libertà della poesia
la sua sensibilità così attenta
a colludere col gusto del lettore
rimboccargli le coperte
prima di spegnere per sempre il lume nella stanza.  A voi l’onore
di salvare il salvabile, di assicurare ai posteri
una letteratura,
a me basta cantare  ubriaco di sciagura nella notte
scomposta d’agosto rigata di stelle cadenti
rispondere al lamento cani che mi rispondono
dolorando fino al mattino
finché mi sarà data la notte in
quest’atomo opaco del male.

.

(qui nel sito)

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8 thoughts on “Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Gianmario Lucini

  1. oggi su Poliscritture di Ennio Abate, che ringrazio di cuore, tra gli altri, anche il mio ricordo di Gianmario Lucini:

    http://www.poliscritture.it/2015/10/27/a-un-anno-dalla-morte-di-gianmario-lucini/

    pietra e autunno
    di Angela Greco

    Sulle cime più alte il vento scompiglia
    pensiero e ricordo
    attraverso l’aria densa di chilometri
    lascia che si riascolti un sorriso preciso:

    forse un anno non è poi così lontano
    dalla panchina di pietra e autunno
    appena intravisto eppure nitidissimo
    ed un tempo da battere
    sulla carta e sul volto
    riporta voce tra le righe.

  2. grazie agli Amici che hanno commentato questo ricordo di Gianmario – che ho scelto tra i tantissimi suoi scritti dal suo prezioso sito, ricordando con affetto il suo sorriso e la sua ironia – dimostrando in tal modo che nessuno muore davvero finché è vivo il suo ricordo.

  3. Semplicemente Poeta amico di chi ha la poesia…dentro.
    Teniamo sempre un suo libro di poesie in tasca per un grande piacere e per una sicura utilità.

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