Steven Grieco-Rathgeb, Amnesia – con una riflessione sulla Poesia: La restaurazione della middle-class – II parte

unDiaAntesDeLunaNueva

AMNESIA

Ora che sei sorta, luna cinerea, quasi
invisibile nella notte appena fatta,
nel tuo silenzio, simile alla quiete del pensiero,
mi chiedo come questo orlo di luce
esprima l’oscura pienezza: l’oscurità ormai prossima
del tuo sferico splendore.
.
La tua velocità lassù così alta
che ti raggiungo in un attimo.
Perché la trasparenza più profonda,
senza vetri, di là dalle distanze,
è solo quest’aria sottile
.
e l’orizzonte di questo mondo, avulso.
.
Tu parli, antico poeta,
non come voce nella voce,
ma come uno diviso
nel tuo suono indiviso.
.
Possa io stanotte
dimenticando la distanza,
.
dire l’oscura sfera della tua pienezza
 

(1995)

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Sulla Poesia: La restaurazione della middle-class (II parte)

di Steven Grieco-Rathgeb

Oggi non abbiamo paura di dire che la strada della poesia, dagli anni Cinquanta del secolo scorso fino ad oggi, è stata atomizzata e dispersa da troppi poeti e troppe poesie mediocri, ma soprattutto dalla restaurazione tipicamente middle-class, negli ultimi decenni, di un debole poetare in stile Georgian o crepuscolare-intimistico, come se l’espressionismo e altre avanguardie del primo Novecento non fossero mai state. Una sorta di ritorno insomma ad uno stadio di crescita infantile, o di innocenza totalmente ingiustificata.

Non possiamo addossare la colpa di ciò soltanto alla attuale commercializzazione della cultura, alla profonda trasformazione dei modelli di istruzione pubblica nei paesi occidentali. I poeti sono essi stessi in larghissima parte responsabili della perdita dei loro lettori.

L’ulteriore percorso della poesia non sarà certo facile, ma sembra di poterlo individuare in un freschissimo riesame della sua anima interna. L’anima interna della poesia sicuramente esiste, ma va cercata.

Partiamo da una delle prime definizioni della poesia, nello Shujing (Libro dei Documenti) che risale in alcune sue parti fino all’XI sec avanti Cristo:

la poesia è quello verso cui si muove ciò che è intensamente presente nella mente. Nella mente è “intensità”; quando esce nella lingua, è poesia.[1]

Come vediamo, la poesia è senza tempo. Il senso della definizione viene espresso perfettamente anche dalle parole tedesche Dichtung, poesia, ma anche concentrazione, intensificazione, e da dichten, poetare, concentrare, intensificare.

La definizione dello Shujing suggerisce, e questo mi sembra cruciale, che esiste un pensare “poetico” prima della lingua, e sicuramente prima della scrittura, quindi della poesia scritta. Così come, forse, esiste nella mente umana la tendenza ad un pensare narrativo, a un pensare scientifico, a uno matematico, etc. etc.

Ecco, questo può essere un punto davvero primordiale, in quanto pre-cogitativo, per iniziare una riflessione sul perché la poesia middle-class di oggi così spesso è debole o addirittura disfunzionale.

Il disagio che investe la poesia certamente rientra, come già detto, in un fenomeno più grande, che riguarda tutta la cultura attuale, ormai a livello mondiale. Ma invece di piangere quello che oggi va dissipandosi, e ciò che magnificamente e trasgressivamente è stata l’arte in Europa agli inizi del Novecento, occorre guardare con più attenzione la nostra contemporaneità, e ciò che di profondamente creativo e inaudito essa mostra, ma spesso anche nasconde allo sguardo superficiale.

Che poi il disagio (sempre rimanendo in ambito artistico) sia più grande della poesia, ce lo dice anche la musica classica occidentale contemporanea, dove vediamo che dopo un grandissimo Giacinto Scelsi (che ha indicato così tante vie alla musica) molti dei suoi successori, vedi gli Spettrali, rimangono sostanzialemente fermi – quasi ancorati – ad un impressionismo già ampiamente e magnificamente esplorato (e dunque in qualche modo anche esaurito) da Debussy.

Di nuovo, registro questa innocenza ingiustificata, questa esitazione, questa timidezza a spingersi in territori ignoti e pericolosi – territori che non sono altro che il nostro presente, ciò che viviamo ogni giorno.

Da tutto ciò può sembrare paradossalmente che io abbia una visione lineare e deterministica della storia della cultura. Invece, penso che intellettualmente siamo dove eravamo cinque o dieci o trentacinquemila anni fa, e le caverne di Lascaux ce lo dimostrano senza alcun dubbio. Il mito più grande è quello di un’umanità che progredisce continuamente verso una vita più perfetta e più felice. (Mito al quale ha molto contribuito anche la visione prospettica del mondo.)

Cosa significa “rinnovamento” nella cultura? Significa esplorare il profondo mistero della nostra contemporaneità, il nostro essere qui perché solo qui possiamo essere, e di questa contemporaneità le vertiginose e infinite ramificazioni.

Perché è proprio lei che forse ci ha dato la possibilità di concepire quell’altra parola, “eternità”.

Oggi, l’immagine – in una società sempre più satura di immagini – viene in genere elaborata in modo tale da raggiungerci in una frazione di secondo. Tale procedimento si basa sul concetto,  anch’esso “primordiale”, che ciò che è “vero”, “reale”, è per sua natura anche subito fruibile. Ma il mondo-tempo che trascorre di fronte a noi è anche misterioso o si mostra solo in parte.

E’ da più di mezzo secolo che tale inganno “realista” va spostando la scrittura, il cinema, e persino la musica, verso un limbo di realtà fittizia, di realtà “fictional”, che il fruitore si è ormai abituato a consumare come “entertainment”.

In quest’ottica del pronto consumo, il lasso di tempo che per il fruitore intercorre tra il suo esperire un prodotto artistico e la sua reazione estetica ad esso, deve essere ridotta più vicino possibile allo zero. Eppure, la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; oppure la sua immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato.

Perché allora l’autore dell’opera deve pre-masticare e pre-digerire per noi la sua esperienza umana? Facendo così, ci toglie la vera intelligenza-percezione del fenomeno che egli vuole presentare. Simili metodi creano quasi sempre un falso. Sono una truffa.

L’immagine in cinematografia ha bruciato i tempi, andando avanti in modi sicuramente contraddittori e problematici ma anche fortemente creativi (un Bresson vale centomila film commerciali), costringendo la poesia a scomparire, oppure a radicalmente rivisitare le radici stesse del suo essere. E bene ha fatto. Ma si tratta di una lezione che la poesia deve ancora recepire: come non ammettere, ad esempio, che di fronte alla minaccia dell’immagine “immediatamente fruibile”, essa ha quasi sempre preferito ripiegarsi su se stessa, rintanandosi nella sicurezza del “già fatto”? Ripeto che sono pochissimi i poeti, nella seconda metà del XX secolo, che hanno avuto il coraggio di recepire il dato “reale” del nostro oggi, e volgerlo in Poesia.

Visto tutto ciò, è opportuno oggi che, in ambito poetico, il senso del dire arrivi al fruitore in modo graduale, “ritardato”, di modo che questi non abbia la possibilità di “consumarlo”. Non parlo di una tecnica artificiale. Un esempio: un mattino di marzo, con il cielo coperto, e noi assorti nei nostri pensieri, attraversando la città in tram scorgiamo inaspettatamente un albero fiorito in un giardinetto trascurato e polveroso. Di fronte ad una esperienza percettiva come questa, di un certo impatto, il processo di interiorizzazione non sarà uniforme: a causa dell’elemento di sorpresa, di gioia, di stupore che l’albero fiorito ha provocato in noi, la sua immagine sarà ripetuta mentalmente (la cosiddetta after-image, scia d’immagine) anche infinite volte nello spazio di qualche secondo. Di tanto è capace l’onnipotenza del pensiero, simile all’universo studiato dagli astrofisici (e ugualmente inafferrabile). Ma il fatto che tale esperienza percettiva non sia liscia e uniforme, apparirà più chiaro alla fine del processo di interiorizzazione, una volta cioè finito il sentimento di sorpresa e l’emozione concomitante, e ancora più chiaro sarà quando tale esperienza vorremo esteriorizzarla in forma descrittiva, narrativa, orale. In un primo tempo il nostro dire uscirà frammentato, interrotto e ripreso, mentre cerchiamo il modo migliore di fare giustizia all’esperienza. E’ solo in seguito che l’esperienza prenderà ad assestarsi nella nostra coscienza, depositandosi e lasciando lo spazio a nuove esperienze percettive, nuovi pensieri, etc.

Anche qui sta il fulcro misterioso della visione poetica, che ritroviamo non solo nella poesia in quanto tale, ma in tutti i campi dell’attività artistica.

Un esempio di cosa intendo può essere costituito da certe sequenze “silenziose” del cinema d’arte. Sequenze quasi del tutto prive di sonorità, senza musica, solo forse qualche fruscio dei vestiti o stormire di alberi. Eppure esse possono letteralmente urlare, creare frastuono in noi. Ecco, questo tipo di silenzio può essere anche della poesia contemporanea – o meglio, anche la poesia può interiorizzare la propria dimensione sonora (il suo rumore), e ritrovare la gradualità, la musicalità che così spesso in poesia è precisamente silenzio. Assenza di parole.

                                            …Schwestermund,

du sprichst ein Wort, das fortlebt vor den Fenstern,

und lautlos klettert, was ich träumt, an mir empor.

Il testo kashmiri del IX secolo, Dhvanyaloka, del filosofo Anandavardhana (commentato due secoli più tardi da un altro grande filosofo, Abhinavagupta), studia l’essenza del messaggio poetico. Semplificando assai: la poesia, secondo Anandavardhana, contiene in genere un senso letterale e uno figurato. Il senso letterale ci raggiunge con una certa velocità, mentre quello figurato si stacca dal senso letterale e ci arriva “in ritardo”, ovvero dopo un lasso di tempo maggiore: è questo scarto temporale che crea la suggestione, il senso, il sapore estetico.

Se il lasso di tempo in cui il senso di un verso arriva alla nostra comprensione (il “tempo di scadenza”, che in sé nasconde la consapevolezza che tutto ha un termine) è “giusto”, esso romperà inoltre tutti i preconcetti culturali che stanno in agguato per “normalizzare” la vera profondità della fruizione estetica. In questo modo non sarà possibile cioè che il nostro stesso bagaglio culturale frapponga filtri indesiderati a monte della fruizione estetica, quei filtri che scatenano la sensazione del “sì, ho capito, l’ho già visto, l’ho già vissuto”, rubandone ogni verginità. Così la poesia avrà recepito la lezione del cinema, dell’immagine “reale”, della “realtà” del messaggio artistico, che nel migliore dei casi è: nessuna barriera tra immagine e presa di coscienza dell’immagine. (Per quanto lungo o corto il lasso di tempo che fra i due intercorre.)

Quando ciò è avvenuto nel fruitore dell’opera, il facitore dell’ “immagine” potrà anche lui muoversi più speditamente, il dialogo fluirà più spedito.

 

Nota: la prima poesia citata in questo testo è di Basho, poeta haiku del XVII sec; la seconda è di una rinomata poetessa giapponese del IX sec. Il brano su questa pagina è tratto da Ich bin allein di P. Celan.

.

[1] “The poem is that to which what is intently on the mind goes. In the mind it is “being intent”; coming out in language, it is a poem.” Gregory Evon, Tracking a Ghost: Chong Chisang and a Forgotten Style of Sino-Korean Poetry, KAREC Discussion Paper Vol. 3, No 6, 2002. Korea-Australasia Research Centre of the University of South Wales.

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5 thoughts on “Steven Grieco-Rathgeb, Amnesia – con una riflessione sulla Poesia: La restaurazione della middle-class – II parte

    1. Gentile Sergio,
      grazie per il commento. L’autore risponderà appena possibile e, dato che si tratta di un discorso unico articolato a cavallo di due parti, credo che sia opportuno lasciare il prosieguo all’autore stesso.
      Cordialità.

  1. La poesia della seconda metà del Novecento, e dei primi del 21esimo secolo, è un’immagine al negativo di ciò che ho in generale cercato di delineare nel mio pezzo. Mostrano esattamente il suo contrario.
    Ecco perché l’ho scritto.
    Più in particolare, anche l’andamento ritmico rallentato di cui parlo, foriero di “senso”, non l’ho riscontrato quasi da nessuna parte. Ho cercato io di metterlo in pratica, e la poesia sulla luna pubblicata qui ne è un esempio. Le immagini fortemente visuali, quasi fotogrammi che arrivano con lentezza alla comprensione del lettore, rappresentano una tecnica che da sempre cerco di applicare in alcune, solo alcune mie composizioni. E quindi ci sono altre poesie mie di questo tipo, ma non mi permetto di introdurle in questo commento.
    …Un po’ come il movimento iniziale di un raga della musica classica hindustani. Veda https://www.youtube.com/watch?v=_VuiFLaktWs . Questi 9 minuti sono da soli chiarissimo esempio di cosa intendo, di come un’opera d’arte si apre lentamente, lasciando solo gradualmente trapelare il suo mistero, il mistero del pensiero umano, e dell’espressione artistica. La fruibilità sembra ridotta, invece proprio qui sta la sua immensa potenza. Se l’arte non è questo oggi, circondata come è dalle banali certezze della cultura odierna, allora non so cosa l’arte può essere.
    Dirà che questo tipo di estetica non può recepirsi in Occidente? Non sarei d’accordo. E’ proprio questa la globalizzazione vera. Quella che c’era secoli e secoli fa, quando Dante imparò ad esprimersi in poesia anche sedendosi ai piedi dei grandi poeti mistici persiani.
    Qualche esempio in qualche modo parallelo di quello che dico nel mio pezzo però c’è, oggi. Penso alla raccolta “La Vita Invisibile” del poeta in lingua hindi Udayan Vajpeyi. Qui le poesie scavano al centro del dire poetico, creando un vuoto, ma poi i bordi di questa sorta di cratere nero veicolano il “senso ” della poesia. Ne consegue una sorta di ritmo rallentato, perché il centro è sempre evitato, invisibile. Veda la mia traduzione su L’Ombra delle Parole, https://lombradelleparole.wordpress.com/?s=Udayan+Vajpeyi
    Interessanti sono anche, a mio avviso, i commenti a quel post dei lettori, i quali attribuendo a Vajpeyi uno stile e una sensibilità “tradizionali”, “indiane” (e quindi per forza “arretrata”), hanno completamente frainteso il messaggio di fortissima modernità che le sue poesie invece ci comunicano, una modernità in realtà “avanzata” rispetto alla poesia che si scrive in italiano oggi.
    Interessante, in questo contesto, è il commento n. 4, di G. Linguaglossa.
    Una cosa simile a Vajpeyi la troviamo in Transtroemer, con la differenza che in questo poeta ogni immagine è come incisa su una lastra metallica, e quindi per la sua qualità stagliata, “velocissima”. Ma se lei ne studia il ritmo, si renderà conto, che di nuovo qui c’è la volontà di rompere quel ritmo “semplificato”, “tradizionale” della poesia odierna, che ci porta a ingoiare la poesia tutto d’un colpo, invece di assorbirla lentamente, per cogliere tutte le suggestioni che echeggiano di là dalle parole.
    Infatti, quasi tutte le poesie che leggiamo oggi sono senza eco, senza note armoniche, senza overtones.
    Da notare che Transtroemer rientra in una tradizione poetica svedese eccellente, che conta nomi di poeti davvero incredibili, i quali lo hanno formato o che gli stanno accanto. Sono Edith Soedergran, Gunnar Ekeloef, Tua Forsstroem, Marie Lunquist (come vede, molte donne). Transtroemer non è nato dal nulla. Questa è la forza di una poesia che si nutre non di solitudine, ma di scambio, incontro, condivisione. Esattamente quello che manca in tanti altri paesi occidentali.
    Tutti e due i poeti che cito qui esemplificano il senso di vuoto al centro della poesia, ma non in chiave riduttiva o pessimistica o minimalista, bensì mostrando dove da quel vuoto nasce l’inedito, il “mai sentito prima”.
    Ci sono poi anche, in questo senso, alcuni poeti polacchi “giovani” di oggi. Mi sfuggono i nomi. Una di loro è stata pubblicata su l’Ombra delle Parole nell’inverno di quest’anno, mi pare.

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