Circa la poesia odierna: lettera con risposta

penna e calamaio

Caro Giorgio,
ho letto anche queste tue riflessioni teoriche odierne e, al di là delle esternazioni filosofiche dalle quali mi tengo alla giusta distanza del mio digiuno a riguardo, alcuni punti del tuo discorso mi hanno portato a questo scritto. La poesia di oggi, così fortemente basata su individualismi ed egocentrismi (che io pure ho praticato nei miei libri, parlando fondamentalmente di esperienze personali espresse anche in un linguaggio soprattutto piacevole per me) credo che sia così sciapa e così superficiale, perché quello che ha intorno è privo di gusto e di profondità. Voglio dire che decenni addietro, quando si assisteva alle lotte di piazza, quando le persone avevano ancora ideali da perseguire, mete da raggiungere, era più “semplice” incontrare materia dotata di corpo da cui far scaturire una poesia “importante”. Ma se oggi l’unica realtà in cui siamo immersi è un social network confuso pure per realtà autentica, come volevi che venisse fuori la poesia?? Se oggi, quando si esce di casa l’unico argomento che i giovani sentono caldeggiare dalla mamma riguarda il vestiario o la compagnia di figli di papà da frequentare, perché l’immagine è più importante di tutto il resto, dimmi, quei ragazzi tra dieci anni, quando giungerà anche nella loro vita il tempo della poesia, di cosa scriveranno?
Non è scomparsa la domanda fondamentale, caro Giorgio, è scomparso il mondo che ti accompagnava a porti quella domanda.
E, così, se si ha la fortuna di incontrare e scegliere di frequentare persone anagraficamente più grandi, in deroga al fare comune che non sente più l’importanza del confronto con le generazioni precedenti, perché gli anziani, in questo mondo attuale, non rispondono alle caratteristiche estetiche a cui ci stanno abituando – se uno è bello è anche positivo, se uno ha un aspetto esteriore meno valido, parimenti si trasferisce questo giudizio a tutta la persona, a tutte le persone simili – dicevo, se uno ha la fortuna di un incontro, allora potrà sperare anche di arricchire la sua poesia (oltre che la sua stessa mente). Dunque, questa poesia contro cui tanto ha da dire il critico, forse non è mai stata figlia dei suoi tempi, come in questo momento.
Ora, tu giustamente mi dirai che se si è nella melma, non bisogna esserne lieti e rimanervi, solo perché così è, ma, piuttosto, sarebbe opportuno e necessario cercare un mezzo di salvezza, di uscita. Ed ecco che si delinea il progetto; ecco cosa porta uno scrittore di versi, come me per esempio, a poesie nuove tanto dissimili dalle precedenti: la ricerca di una via d’uscita dalla situazione poetica attuale. Sicuramente non tutti abbiamo letto Heidegger, ma ciò nonostante credo che in tanti siamo capaci di “ragionare” ovvero di porci delle domande, e, forse, se i grandi della materia poetico-letteraria ogni tanto mettessero da parte quell’esprimersi in maniera così distante dal resto dell’umanità, forse potrebbero essere un valido esempio da seguire per migliorare persona e poesia. Cosa voglio dire con questo? Che la poesia attuale è anche il frutto dell’incomprensione dei testi che dovrebbero “spiegare” la realtà poetica a cui si appartiene, il terreno su cui impiantare il sistema-albero della propria poesia. Insomma, se io che non ho studi classici alle spalle (e non di sola classicità vive l’uomo!) mi rivolgo ad esempio ad un blog come il tuo, perché una inspiegabile attrazione mi ha portata tra quei righi, perché magari volevo approfondire la situazione-poesia e mi ritrovo a leggere filosofia pura anche tra i commenti, in una situazione di esternazione solo di conoscenze acquisite dai libri e di titoli, come potrò essere in grado di capire e, dunque, di comprendere in che modo posso “migliorare”?
Non ne sto facendo una questione personale, sia chiaro; soltanto vorrei che emergesse che alla Poesia attuale (come a tutto il “sociale” di cui siamo capaci solo di lamentarci), a quella poesia che tu tante volte chiami in causa nelle tue analisi con toni poco felici, siamo giunti per un concorso di colpe (passami il termine) da cui nessuno è escluso. Non è solo colpa di Montale dopo il libro che tu spesso citi, ma, come tutta la realtà, è un prodotto di chi non ha avuto il coraggio delle sue idee, di chi non ha saputo capirla, di chi non ha saputo trasformarla, di chi si è adagiato sugli epigoni, ma anche di chi aveva i mezzi intellettivi e gli studi giusti e ha tenuto tutto per sé, per la sua gloria, per se stesso, non divenendo in tal modo dissimile dalla dilagante poesia personalistica e casalinga.
Forse dovremmo semplicemente ritornare a “pensare criticamente”, ovvero con la capacità di saper operare delle scelte. (Angela Greco)

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E veniamo alle tue domande. Che non sono domande ma un grido disperato e accorato.
Cara Angela,
il mondo è stato sempre pieno di pusillanimi, di arroganti, di incolti e di portaborse, di malfattori e di malvissuti. Quando io ero ragazzo il mondo era egualmente pieno di mediocri. Certo, c’erano i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino, i Ripellino, i Bertolucci (il poeta), i Raboni. Oggi, certo i tempi sono cambiati, dai poeti non si vuole nulla e non si chiede loro nulla, e così essi hanno smesso di fare domande e di sollevare domande, semplicemente si sono acquietati in un mezzo dire, in un dire di piccolo cabotaggio, in un non dire, in un non osare, in una timidezza… diciamolo pure, in una incapacità a formulare e a sollevare le grandi questioni. Cara Angela, se i poeti che oggi sono più osannati sono i Buffoni e i Magrelli, con tutto il rispetto a questi due onesti pariolini della penna, che cos’altro, ti chiedo, ti aspetti da questa povera inciviltà letteraria? Il problema non è la mediocrità del proprio tempo (tutte le epoche sono state vili e mediocri), è la mediocrità del vivere civile di questa nazione, la sua corruttela intellettuale, la sua corruttela etica, il volersi predisporre ai traffici più iniqui e rozzi pur di raggiungere l’agognata vetrina. Gli scrittori poi sono i più sordidi nella loro inesausta ricerca della vetrina e del successo. E fanno una legittima concorrenza ai politicanti del nostro tempo.
Ma io credo che un poeta debba concentrarsi, fare un enorme sforzo di concentrazione e studiare, studiare, e pensare molto, assumersi le responsabilità della scrittura poetica. Pasolini diceva che quando leggeva un poeta poteva dire quale salario incassava alla fine del mese. ed io dico che quando leggo i miei contemporanei posso dirti anche i bottoni della loro giacca. Sono tutti uguali, tutti cercano il linguaggio che dia loro maggiore visibilità e vetrina… ma non è certo una cosa seria. Purtroppo, scrivere una poesia è una cosa seria, che presuppone lunghi studi e lunga preparazione spirituale.

Un poeta che poeta senza avere un quadro di riferimento di che cosa sia l’ontologia e di che cosa sia il reale, è un poeta che si occupa della residualità, dei residui. Forse non è necessario che un poeta sia anche un filosofo, ma è necessario che un poeta si ponga delle domande. E già questo è filosofare. Altrimenti tutto l’universo non sarebbe altro che un “gioco di specchi” uno spiegelspiel fine a se stesso. Io invece ritengo che ci sia un filo di Arianna, solo che dobbiamo andare a cercarlo. (Giorgio Linguaglossa)

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commenti tratti da: Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno

penna-stilografica

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11 thoughts on “Circa la poesia odierna: lettera con risposta

  1. OBIEZIONI (MAIEUTICHE) A UN’APPRENDISTA POETA

    Ma quali sono veramente i tempi che stiamo attraversando?
    Ed è davvero la poesia – meccanicamente – «figlia dei suoi tempi»? Li registrerebbe tali e quali (come se fosse una spugna che assorbe solta nto “i suoi tempi”)?
    Perché uno/a che non abbia «studi classici alle spalle» e anzi ha una certa diffidenza per essi ( se aggiunge: « non di sola classicità vive l’uomo!) non si chiede prima di tutto perché non li ha fatti? E perché dovrebbe sentire questa mancanza di studi classico come un difetto o una minorazione?
    E perché pensa di uscirne approfondendo « la situazione-poesia» (che non si capisce cosa sia)?
    E perché dovrebbe – chi glielo impone? – «”migliorare”» (invece di capire se è giusto o meno “migliorare” o in cosa consisterebbe questo “miglioramento”)?

    1. grazie Ennio per le tue obiezioni e soprattutto per aver dato dell’apprendista poeta (implicitamente) a chi ha scritto la lettera da cui sono scaturite. Perché un apprendista ha la grande grazia di poter ancora imparare; chi crede di essere invece giunto da qualche parte, no. Accetto la tua provocazione, soltanto perché anch’essa mira alla crescita della Poesia a cui ci teniamo entrambi.
      Se qualcuno non ha fatto studi classici è inutile che se ne chieda il motivo del perché non li ha compiuti, evidentemente non voleva compierli; la mancanza di studi classici è qualcosa che moltissimi “poeti” di quelli che si pregiano della perfezione metrica dei loro componimenti, ad esempio, fanno pesare a chi non li ha fatti e mi riferisco soprattutto ad odierni poeti lirici, epigoni ed arcaici; la situazione poesia è quella di cui anche tu fai parte, quella che vivi e scrivi anche nel tuo sito e che non è stata specificata, perché si dà per scontato che chi scriva poesia sia a conoscenza della situazione, ovvero dell’argomento; e, infine, caro Ennio, chiunque dovrebbe sempre mirare a migliorare. come persona in primis.

      1. se deciderò di non vederti solo come un bravissimo provocatore, caro Ennio, e tu rivolgerai le medesime domande in maniera diretta a me e non con tono generico e, consentimelo, un tantino presuntuoso e pretestuoso, ci tornerò e risponderò in maniera “più approfondita”, ma non credo corrisponderà a quanto ti aspetti. Un caro saluto.

      2. io scrivo senza avere la più pallida idea di che cosa sia l’ontologia, anzi dubito seriamente che l’ontologia in sé abbia un qualche senso, e infatti parlo esattamente dei residui, di tutto ciò che il gran mare heideggeriano dell’essere lascia sulle sue sponde. degli scarti, degli (posso osare “parvo componere magnis”?) ossi di seppia.
        a me pare un compito degnissimo. anche questo è farsi domande.
        o no?

    1. riporto dal Treccani a beneficio di quanti come me ne sanno poco anzi nulla a riguardo:

      ontologìa s. f. [comp. di onto- e -logia]. – Nel linguaggio filos., la scienza dell’essere in quanto essere: il termine è stato introdotto nel sec. 17° e deve in partic. la sua fortuna al filosofo ted. Christian Wolf (1679-1754) che nella sua Philosophia prima sive Ontologia (1729) lo definiva come equivalente di «filosofia prima» (espressione usata da Aristotele per la scienza dell’essere, poi chiamata metafisica) «in cui sono contenuti tutti i principî della conoscenza umana»; è stato poi ampiamente riutilizzato nel nostro secolo, con valenze diverse, da E. Husserl, N. Hartmann e M. Heidegger.

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