Flavia Buldrini su Arabeschi incisi dal sole, poesie di Angela Greco

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Flavia Buldrini su Arabeschi incisi dal sole (Ed.Terra d’Ulivi, 2013), poesie di Angela Greco

Queste poesie sono improntate ad un intenso lirismo e ad una sublimità ermetica, la quale cela la potenza del sentimento dietro la suggestione icastica del simbolo e la plasticità eloquente dell’immagine. Il titolo stesso svela l’atmosfera rarefatta in cui sono sospese le parole, quali “arabeschi incisi dal sole”: “i miei sono solo grafemi / in successione caduti / senza peso né posa / minimi myosotis a bordo strada / che ripetono / il loro canto azzurro di cinque petali.” I versi si rifrangono come flutti inquieti che tramandano l’eternità dall’una all’altra sponda: “ripiega la riva del giorno nel guscio di noce-petto / l’ultima voce e il primo mattino in grani e sabbia / da (r)aggiungere conchiglia dopo conchiglia / in lontananza già si vede il mare / a destra del sole del paese vecchio / appena nascosto dal campanile barocco / la banderuola di scirocco indica te / sulla pelle umida di notte insonne / e sale l’odore del sale / trasparente brucia come inverno / che pure dovrà cambiare direzione / dalle pose e dal secco dell’assenza.” (Pensiero di scirocco).

La recherche interiore s’addentra tra arcipelaghi di illusioni e scogli di perplessità, in uno smarrimento cosmico: “in un tempo che disarticola lune e sogni / in ciechi metameri incuranti / scorrono sottopelle rimandi e ritardi / e ricerche ambiziose di felicità perplesse / per lo più relegate a cadenti stelle d’altrui cieli / nascosti da noi / che in affanno sbagliamo rincorsa e treno / per poi illuderci che sia stato solo il bluff / di più azzardanti giocatori” (In un tempo che disarticola lune e sogni). L’amore è una tensione impetuosa verso l’altro da sé e un altrove, un’energia ulteriore: “come l’amore dopo l’amore (le tue parole) / limbo d’inesprimibile sospirato alla nuca / e mani giunte sul ventre d’attesa / sguardo a ritroso di risacca / il tuo petto contro le mie spalle / di graffi e risa ancora rossi / guardiamo un futuro d’angolo aprirsi gioco da ragazzi / dove le mani non rispondevano ad altri che a sé / in un filo di voce dissonante incapace a venir fuori / come oggi sa prendere / Rischiare d’esserci nella forma del corpo / dare materia all’ombra per restare vivi / nonostante l’incepparsi di qualcosa che non siamo noi / assaporare il giorno presente e stendere al sole l’ineffabile / gioia fiorita di segni incomprensibili non più taciuti / ma riavvolti in nastri d’asfalto ancora da percorrere.” (Le tue parole). La distanza dell’attesa si colma con lo slancio poetico che idealizza e trasfigura, dando voce alle proprie aspirazioni: “non mi basta più il tempo d’aspettarti / al mare riconsegno così i grani dell’attesa / e m’attardo sulle tue rotte incompiute / le ali che grandi hai aperto / al ramo e al nido ti riconducono / come alle mie braccia / lente ore in fogli (e) si consumano / nella differenza tra te / e le mie labbra.” (Non mi basta più il tempo).

L’anima innamorata del poeta si lascia attraversare dall’inquietudine metafisica che sottentra alla natura: “mi lascio attraversare / dall’azzurro e dal vento / e ascolto quello che vedo intorno / (…) li attraversa col suo linguaggio / lo stesso vento che alza i vestiti / e che ad uno ad uno separa i petali / sbatte anche una finestra / sta arrivando la sera / nonostante la stagione / e ti vedo attraverso il vetro / anche quello rotto / cercare con le mani tra la polvere / quel ricordo, quella chiave / di cui ho dimenticato la serratura / eppure ancora è giorno – forse – / ed un nido d’ape ricama / il mio ieri e la soffitta di casa / e se poi arrivano le nuvole?” (Dall’azzurro e dal vento). L’azzurro è il colore dell’eterno che abita l’amore infinito: “a piedi nudi abbiamo poi ripreso la strada / tra aghi di pino e non solo / e sabbie di rifrangenti pensieri marini / raccolti sul litorale in conchiglie / d’oro e avorio e strisce metalliche: / restiamo azzurri come questa volta / nell’attesa che il resto si colori di noi.” (Prestami le tue scarpe).

Il sentimento amoroso s’investe dello splendore divino che ricama la vita di bellezza e felicità: “il Sole incide arabeschi sulle pagine dell’autunno / dalla finestra all’orizzonte l’azzurro e tu / tra le case che aspettano un ritorno / ho freddo. / è la tua assenza o la distanza dal tuo bacio? / ferisce le mani questo giorno / un giro di sangue l’unghia / ed un rumore che proviene di là. / silenzioso passa un aereo oltre il vetro / tracciando il tuo nome / (…) ho ritrovato il canto d’essere / qui ancora con te tra le nuvole / ed un giorno che vuole / farsi notte tra le tue braccia / mentre una luna d’affanno / s’accende nel petto della sera.” (Sulle pagine dell’autunno). La relazione si gioca nell’alterna dialettica di presenza-assenza, euforia-disforia: “(nel tuo nome) / di riaprire le ali sei urgenza / di abbandonare l’assenza / e rimandare al mittente la distanza / in gola sei canto di radici / che suggono all’antica vena alla vista nascosta / e fresca e di sale rimpingua ed aurea / si lascia scandagliare dal quotidiano / (…) in equilibrio su altro materiale / rimangono in bilico i giorni in cui siamo lontani / eppure una rima non dimentica d’esserci / e prima delle stesse mani / ho aperto la gabbia del trovarmi in differente luogo / per volare da te non tarderò. / sul confine del giorno c’è un orizzonte scuro d’abisso / al di là del quale s’apre in voragine la mancanza di te / sottile un filo oltrepassa il baratro / di questo presente senza fine se privo dei tuoi occhi / oltre la linea (spezzata) della vita i palmi non hanno più segni / se non quel rosso della tua bocca a ricordarmi / la crocifissione nella tua assenza.” (Epicentro).

La comunione amorosa è gioia interiore profonda, respiro d’azzurro e luce senza tramonto: “averti accanto è un altro cielo / brevissimo di respiro e fine estate / piazza e musica di ragazzi / suonano le stelle nella scia del tuo sorriso / tra le pieghe della folla confondi pensieri e luci / e silenzi altrove da qui.” (Conserverò il tuo bacio per un verso). Essa è fecondità viscerale, che genera vita: “ci siamo appartenute / in una falce di luna calante / dello stremato Solleone / nel giorno consacrato / a quel Dio / finalmente concreto / in un fiotto di sangue / nella tua pelle / nella tua prima voce / di pretesa sul Mondo. / Di luna e di briganti, così, / ti ho subito e soltanto amato.” (Di luna e di briganti, la nascita di mia figlia). S’insegue l’ebbrezza estatica che cavalca l’anima e sorvola le angustie della miseria terrena: “apro parole e finestre al vento / di polline e profumo di mandorla bianca / in attesa che il guscio diventi scorza / metto da parte messaggi floreali / dall’animo fanciullo e piedi nudi / corro nel verde divenire / certezza o pena non m’importa / oggi nel (mio) cielo c’è il sole / ed il tuo nome è stella / che benigna invita al domani / che questo oggi insista pure / nella sua stretta visione d’essere / e nel silenzio sempre uguale / dei suoi intrecci obbligati / io rincorro la primavera / prima che sfugga.” (Apro parole e finestre al vento).

Delizioso è questo ritratto del Sud, in un omaggio appassionato che è anche identificazione con questa terra maliosa, nella sua natura selvaggia contesa tra cielo, terra e mare, nell’incantesimo millenario della sua storia, intrisa delle lacrime e del sangue della povera gente, votata alla sofferenza e alla generosità delle madri: “io sono il sud / bianco di calce / giallo di polvere / e terre bruciate / di paesaggi azzurri / rive e cieli schiaffeggiati / da distanze indomabili / racchiusi nella conchiglia / che nascosta batte / al sole più alto / io sono il sud / da cui fugge la strada ferrata / lontana dal fuoco di pietra / di pane e olio / di mani / percorse da vie spezzate / dalla luce nascente / alle stelle benigne / e silenzi / più lunghi del buio / io sono il sud / di padri che non sanno piangere / di madri nere / di corde tese / ad asciugare ricordi / rammendati con fili / rubati alla tavola della festa / alla farina del presepe / al carbone e al mandarino / di una calza ancora appesa / io sono il sud / dei tuoi occhi / dipinti dall’ultima dea / che qui ti trattiene / in una ninnananna al petto / in quel sospiro di pianto mattutino / e piccole mani / protese ad afferrare / questo presente / ed il nostro domani.”

Angela Greco in questi testi traccia “arabeschi incisi dal sole” dalla trama d’oro dei giorni inebriati “dall’azzurro e dal vento”, trasfigurati dall’estasi amorosa e dalla segreta meraviglia della vita, investiti dello splendore divino e del respiro di cielo dell’eterno.

Flavia Buldrini – tratto da Literary, Sistema Letterario Italiano 

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qui il libro 

Arabeschi incisi dal sole poesia di Angela Greco AnGre

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