Il velo della Regina Mab, un racconto di Rubén Darío

velo

Il velo della Regina Mab, un racconto di Rubén Darío

La regina Mab, sul suo cocchio fatto di una sola perla, trainato da quattro coleotteri dalla corazza dorata e dalle ali di pietre preziose, passeggiando sopra un raggio di sole, penetrò attraverso la finestra di un abbaino dove c’erano quattro uomini, magri, barbuti e impertinenti, ciascuno di essi si lamentava della propria sfortuna.

In quel tempo, le fate avevano distribuito i loro doni tra i mortali. Ad alcuni, avevano dato delle misteriose bacchette che colmavano di oro le casse dei loro commerci; ad altri avevano dato delle spighe meravigliose che a sgranarle, colmavano i magazzini di ricchezze; ad altri ancora, delle sfere di cristallo che a guardarci dentro si poteva vedere il cuore della madre terra, con l’oro e le pietre preziose che custodiva; ad altri folti capelli e muscoli possenti ancor più di quelli di Golia, e mazze enorme per forgiare il ferro incandescente; e ad altri talloni robusti e gambe agili per cavalcare gli indomiti cavalli che bevono il vento lanciando libera nella corsa la criniera all’aria.

I quattro uomini si lamentavano. Ad uno era toccato una cava, ad un altro un iris, all’altro il ritmo e all’ultimo il cielo azzurro.

La regina Mab udì le loro parole.

Disse il primo:

Bene! E’ qui che piango nella gran lotta dei miei sogni di marmo! Ho cavato il blocco di marmo e posseggo lo scalpello. Tutti hanno qualcosa, alcuni l’oro, altri l’armonia, la luce; io penso solo alla bianca e divina Venere che mostra le sue nudità sotto la volta azzurra del cielo. Io voglio dare a questa massa informe di marmo la linea e la bellezza plastica; e che nelle vene della statua circoli un sangue incolore come quello degli Dei.. Io ho lo spirito della Grecia nella testa, amo la nudità della ninfa che fugge e del fauno che tende le braccia. Oh, Fidia! Tu sei per me superbo e augusto come un semidio, circondato da un’aureola di eterna bellezza, re di un esercito di bellezze che davanti ai tuoi occhi lasciano cadere il chitone, rivelando lo splendore delle loro forme, nei corpi di rosa e di neve. Tu colpisci ferisci e domini il marmo, e il risuonare dei tuoi colpi è armonico come un verso, ti adula la cicala, amante del sole, nascosta tra i pampini della vigna vergine. E’ per te che ci sono gli Apollo biondi e luminosi, le Minerve severe e sovrane. Tu come un mago trasformi la roccia in un simulacro e la zanna dell’elefante nel calice delle feste: E guardando la tua grandezza sento il martirio che mi procura la mia piccolezza. Perché i tempi gloriosi passano. Perché tremo davanti allo sguardo di oggi. Perché contemplo l’immenso ideale e le forze che vanno esaurendosi. Perché via via che scolpisco il blocco mi assale lo sconforto.

Diceva l’altro:

Quello che vorrei è rompere il mio pennello. Perché amo così tanto l’iris e questa grande distesa di campo fiorito, se a posteriori il mio quadro non sarò accettato nelle gallerie? Cosa ho ottenuto? Ho seguito tutte le scuole, tutte le ispirazioni artistiche. Ho dipinto il corpo di Diana e il volto della Madonna. Ho chiesto ai prati  i suoi colori le sue sfumature ho adulato la luce come un’amante , l’ho abbracciata come un’innamorata. Ho adorato il nudo, con tutte le sue magnificenze, con tutte le gradazioni dei colori della pelle, con le sue fugaci mezze tonalità. Ho tracciato sulle mie tele le aureole dei santi e le ali dei cherubini. Ah! Però sempre con un terribile disincanto. L’avvenire! Vendere una Cleopatra per due pesetas per poter mangiare! Io che potrei nell’estasi della mia ispirazione, dipingere il capolavoro che ho dentro!

Diceva l’altro ancora:

La mia anima si è persa nella grande illusione delle mie sinfonie, temo tutti i disinganni, io ascolto tutte le armonie, dalla lira di Terpandro fino alle fantasie orchestrali di Wagner. I miei ideali brillano nel mezzo dell’audacia delle mie ispirazioni. Io ho la percezione del filosofo che udì la musica delle stelle. Tutti i rumori possono essere catturati, ogni eco è suscettibile di combinazione. Tutto può essere parte della linea della mia scala cromatica. La luce vibrante è un inno, la melodia della selva risuona come un eco nel mio cuore. Dal rumore della tempesta fino al canto degli uccelli, tutto si confonde, intrecciandosi in una cadenza infinita. Ma tra tutto questo non vedo altro che le beffe della gente e la cella del manicomio.

L’ultimo disse:

Tutti bevemmo l’acqua chiara della fonte Jonia. Però l’ideale è l’azzurro; azzurro affinché gli spiriti godano della sua luce suprem ascendendo. Io ho il verso dolce come miele e quello che è come oro, e quello che è come ferro incandescente. Io sono l’anfora del celeste profumo: ho l’amore. colomba, stella, nido, giglio, voi conoscete la mia dimora. Per i voli incommensurabili ho ali di aquila che fendono con colpi magici l’uragano. E per trovare le consonanti, le cerco in due bocche che si uniscono; schiocco un bacio e schivo la strofa, e allora se vedete la mia anima, conoscerete la mia Musa. Amo l’epopea, perché è da essa che sorge il soffio eroico che agita le bandiere che ondeggiano sopra le lance e i pennacchi che tremano sopra gli zoccoli; il canto lirico, perché parlano delle Dee e degli amori e le egloghe, perché sono profumate di verbena e timo, e il sano respiro del bue coronato di rose. Io scriverò qualcosa di immortale; ma mi spaventa un avvenire di miseria e di fame…

Allora la regina Mab, dal fondo del suo carro fatto di una sola perla, prese un velo azzurro, quasi impalpabile, come se fosse stato fatto di sospiri o di sguardi di angeli biondi e pensativi. Quel velo era il velo dei sogni, dei dolci sogni che fanno vedere la vita color di rosa. E con quello avvolse i quattro uomini, barbuti, magri e impertinenti. Cessarono allora di essere tristi, perché nei loro cuori entrò la speranza, e nella loro testa entrò un sole allegro, come il diavoletto della vanità , che consola dai loro profondi disinganni i poveri artisti. Fu da quel momento che negli abbaini degli artisti infelici, li dove aleggia il sogno azzurro, si pensa sempre all’avvenire come all’aurora, e si odono risa che allontanano la tristezza, e si ballano strane farandole attorno ad un bianco Apollo , ad un bellissimo paesaggio, ad un vecchio violino , ad un manoscritto ingiallito.

*

“El velo de la reina Mab” (“Il velo della Regina Mab”), dal web: è un breve racconto dello scrittore modernista nicaraguènse Rubén Darío che esplora la relazione dell’artista con il mondo, così come la bellezza della creazione artistica. La storia culmina con la Regina Mab che avvolge i quattro artisti presenti nel suo velo, “el velo de los sueños, de los dulces sueños, que hacen ver la vida del color de rosa” (“il velo dei sogni, dei dolci sogni, che colorano la vita di rosa”). In questo modo la Regina Mab allevia la tristezza degli artisti, donando speranza e permettendo loro di continuare le proprie attività artistiche.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...