Marsia, la statua della Centrale Montemartini di Roma – sassi d’arte

Marsia- ph Giorgio Chiantini - Roma

Marsia, la statua della Centrale Montemartini di Roma
di Giorgio Chiantini (testo e fotografie) per Sassi d’arte
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Narrano gli autori antichi che un giorno Atena fabbricò con ossa di cervo un doppio flauto, con il cui suono deliziava gli dei riuniti a banchetto. Mentre suonava le sue gote si gonfiavano, deformandole il volto e, quando si accorse di essere derisa per questo motivo da Hera e da Afrodite, gettò via il flauto, maledicendo chiunque lo avesse raccolto. Accadde che a raccogliere lo strumento, ignaro di tutto, fu il satiro Marsia che, divenne così oggetto della maledizione della dea. Al seguito di Cibele, Marsia percorse i boschi della Frigia (Turchia) divenendo sempre più esperto nel suonare il flauto, tanto da pensare di sfidare Apollo e la sua corte. La competizione ebbe luogo e, affidato il giudizio alle Muse, fu stabilito che il vincitore avrebbe disposto a suo piacimento dello sconfitto. La gara si chiuse in parità, allora Apollo rilanciò la sfida suonando e cantando con la sua cetra capovolta, invitando Marsia a fare lo stesso con il suo strumento; la prova risultò impraticabile per il satiro, il quale, sconfitto, rimase vittima della feroce vendetta di Apollo, offeso dalla tracotanza di chi aveva osato sfidarlo. Marsia fu appeso a un albero e scuoiato vivo. Il sangue sgorgò a fiotti dal suo corpo che mostrava scoperti i muscoli, le vene e le viscere palpitanti; a lungo satiri e ninfe piansero il compagno perduto e le lacrime copiose alimentarono un fiume della Frigia che dal nome dello sfortunato satiro fu chiamato Marsia.

Marsia - Ph.Giorgio Chiantini Roma
L’origine dell’iconografia del “Marsia appeso”, secondo l’opinione più condivisa, nasce a Pergamo, in Asia Minore (Turchia), dove venne creato e rielaborato in età ellenistica, tra la fine III e la metà del II secolo a.C., un gruppo scultoreo in bronzo che comprendeva Marsia appeso all’albero, Apollo e la schiava scita ed il cosiddetto “arrotino”, che eseguì il supplizio.

Adagiata sul pavimento a mosaico di un piccolo ambiente e ricoperta da uno strato di terra sabbiosa mista a detriti con numerosi frammenti di marmo: così è stata ritrovata la statua di Marsia, ultima tra le pregevoli sculture rinvenute nel Parco degli Acquedotti, presso la cosiddetta Villa delle Vignacce, nel corso di indagini archeologiche intraprese nel 2009 dalla Sovrintendenza Capitolina in convenzione con l’American Institute for Roman Culture. La villa, nella fase del suo massimo splendore, appartenne a Quinto Servilio Pudente, personaggio legato alla famiglia imperiale e ricchissimo produttore di mattoni, la cui attività era già operativa nel 123 d.C. e proseguì per tutta la seconda metà del regno di Adriano (117-138 d.C.).

Marsia ph Giorgio Chiantini Roma

La statua è realizzata in un unico blocco di marmo dalle venature rosso-violacee originario dell’Asia Minore. Al momento del ritrovamento mancavano la mano sinistra e i piedi. Per la parte intorno agli occhi sono stati utilizzati pietra calcarea bianca per il bulbo e pasta vitrea per l’iride; il contorno dell’occhio e le ciglia sono stati, invece, realizzati in bronzo. Tracce di colore rosso (ocra) sono state trovate sul tronco e di vermiglio agli angoli della bocca e degli occhi. La scoperta si presenta particolarmente importante, perché questa statua di “Marsia appeso”, oltre ad ampliare con le sue peculiarità il panorama di questa iconografia, offre un contributo alla conoscenza della produzione artistica di un gruppo di scultori originari di Afrodisia di Caria, in Asia Minore, che in età adrianea crearono statue di grande pregio, tra le quali si propone di annoverare l’esemplare in questione.

La statua, rinnovata dal restauro operato dal Consorzio Conart, sotto la direzione tecnico-scientifica della Sovrintendenza Capitolina, presso il laboratorio della Centrale Montemartini, oggi si può appunto ammirare presso la stessa Centrale Montemartini Musei Capitolini di Roma dove è stata collocata definitivamente. [Giorgio Chiantini, fonti varie]

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