Roberto Vecchioni, La stazione di Zima – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Roberto Vecchioni, La stazione di Zima 
(di Giorgio Chiantini)
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“La stazione di Zima” è una di quelle canzoni che ascolto sempre con grande interesse e commozione.
Zima è una cittadina della Siberia sud-orientale (Oblast’ di Irkutsk), situata 251 km a nord-ovest del capoluogo Irkutsk, lungo il fiume Oka, nei pressi della confluenza in esso del piccolo fiume omonimo; è il capoluogo amministrativo del distretto omonimo; Vecchioni l’ha eletta protagonista di una sua canzone ispirata dal poema di Evtušenko e contenuta nell’album “El bandolero stanco” del 1997. Il Prof, come amichevolmente viene definito il cantautore lombardo, quando gli chiesero di una eventuale candidatura al Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.

La canzone racconta di una persona che conversa con Dio circa l’opportunità di scegliere dove e quando interrompere il viaggio che ciascuno di noi ha intrapreso nel venire al mondo. Il Signore stesso gli risponde che non è una richiesta, ma un vincolo quello di non poterlo fare come uomo e gli dice appunto, simbolicamente, di non scendere a Zima, una stazione decadente, dove c’è un solo vaso di gerani e poi più nulla, come coronamento della fine del viaggio più importante. Forse è un Dio magnanimo, un Dio che racconta la Sua stessa magnificenza (“così grande” …forse la vita dopo la morte, le “milioni di stelle inutili”) che invita l’uomo a non scendere, perché probabilmente ha immaginato per lui una stazione di arrivo diversa sia nel tempo che nel luogo.

Invece l’uomo, che si definisce “solo un uomo”, decide di non ascoltare il consiglio di Dio e di scendere ugualmente ed in questa decisione sembra concretizzarsi la pienezza dell’intera umanità, lì, proprio a Zima, nell’incontro con la morte. Questo incontro è “consistenza lieve delle foglie”, che ci accomuna nella consapevolezza (orgogliosa) della propria finitezza; finitezza che raggiungiamo “tenendoci per mano” e tenendo ben presente che “L’importante è la mia vita finché sarà la mia”.

Il racconto di come il cantautore immagina quella svolta finale prosegue fino alla chiusa, che avvalora la forza della scelta e del decidere da sé per se stesso: io, uomo, ho deciso della mia vita, con gli strumenti che la mia imperfezione umana mi dà; non ho null’altro da chiedere a me stesso e con ciò Vecchioni sembra sottolineare che questa scelta, come di ogni scelta autonoma e fatta secondo coscienza, Dio non possa che compiacersene e, rivolgendosi proprio a lui dice:

“…Guardami, io so amare soltanto come un uomo guardami, a malapena ti sento, e tu sai dove sono…ti aspetto qui, Signore, quando ti va, alla stazione di Zima…”

La stazione di Zima

C’è un solo vaso di gerani
dove si ferma il treno,
e un unico lampione,
che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte
non c’è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre
troppo presto o troppo tardi.
“Non scendere”, mi dici,
continua con me questo viaggio
e così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo
e milioni di stelle inutili

come un messaggio,
per dimostrarmi che esisti,
che ci sei davvero.
Ma vedi, il problema non è
che tu ci sia o non ci sia
il problema è la mia vita
quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio
senza fine,
persa nella luce tua, sublime,
per ringraziarti
non so di cosa e perché.
Lasciami
questo sogno disperato
d’esser uomo,
lasciami
quest’orgoglio smisurato
di esser solo un uomo;
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.
Alla stazione di Zima
qualche volta c’è il sole
e allora usciamo tutti a guardarlo
e a tutti viene in mente
che cantiamo la stessa canzone
con altre parole
e che ci facciamo male
perché non ci capiamo niente.
E il tempo non s’innamora due volte
di uno stesso uomo
abbiamo la consistenza lieve delle foglie,
ma ci teniamo la notte per mano
stretti fino all’abbandono,
per non morire da soli
quando il vento ci coglie.
Perché vedi, l’importante non è
che tu ci sia o non ci sia:
l’importante è la mia vita
finché sarà la mia.
Con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me.
Guardami,
io so amare soltanto come un uomo
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono…
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va,
alla stazione di Zima.

El bandolero stancoRoberto Michele Massimo Vecchioni, noto come Roberto Vecchioni (Carate Brianza, 25 giugno 1943), è un cantautore, paroliere, scrittore, poeta, insegnante e attore italiano. Ha vinto i quattro premi più importanti della musica italiana: il Premio Tenco nel 1983, il Festivalbar nel 1992, il Festival di Sanremo e il Premio Mia Martini della critica nel 2011; ha vinto, inoltre, il Premio Lunezia Antologia 2013. Annoverato fra i cantautori italiani più importanti, influenti e stilisticamente eterogenei, nella sua opera è ricorrente l’intrecciarsi del proprio essere con i più svariati miti della storia, della letteratura o dell’arte; miti presi in prestito, non tanto per descriverne le gesta, quanto piuttosto come espediente per rappresentare una parte di sé. Dal 1969 al 2004 ha ricoperto anche l’incarico di insegnante di scuola media superiore in diversi licei classici delle province di Milano e di Brescia. Ha tenuto e tiene come docente vari corsi universitari. (da Wikipedia)
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