Sei poeti greci contemporanei per la Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Greca (pdf \ e-book scaricabile gratuitamente)

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20 Maggio 2016 Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Greca

“Per la prima volta il 20 maggio 2016 sarà celebrata la Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Greca per la salvaguardia della quale è imminente una regolamentazione legislativa da parte dell’attuale Governo greco. L’iniziativa per l’istituzione di questa giornata è partita dalla Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia con una iniziale raccolta di firme e completata con la proposta ufficiale tanto al Governo greco, attraverso il Parlamento greco e la Speciale Commissione Permanente dell’Ellenismo della Diaspora, quanto al Rappresentante della Delegazione Greca Permanente dell’UNESCO ed alla Presidenza delle Repubbliche di Grecia e di Cipro. Saranno quindi programmate da parte di tutte le Comunità Elleniche d’Italia, col patrocinio della Federazione, manifestazioni celebrative di questa giornata.” – comunicato tratto dal sito ellade.org

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Sei poeti greci contemporanei a cura di Angela Greco
per Il sasso nello stagno di AnGre (pdf \ e-book scaricabile gratuitamente QUI)
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Ghiannis Ritsos (1909 – 1990)
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Mutamenti di popolazioni
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La città vuota di filosofi, chitarristi, poeti;
forse da lontano mandano qualche segno, qualche favilla
la sera tardi, di tra i riflessi del crepuscolo,
qualcosa sui vetri delle case e nelle buche delle strade
o sulle antenne televisive e sui lampioni. Il che, naturalmente,
non influenza affatto il corso degli eventi. Può darsi tuttavia
che abbia un qualche ruolo più avanti. Ora
commercianti, diplomatici, ragionieri, armatori, trafficanti di antichità e strozzini
affollano le piazze, i bar, i ristoranti. E le notti
sentiamo gli enormi camion coperti scaricare
sul lastricato lustro del Mercato, davanti ai frigoriferi immensi,
certi enormi pescicani scuoiati dalle fauci aperte.
Kàlamos, 31.X.82
da “Poesie inedite” in Ghiannis Ritsos, Il funambolo e la luna e altre poesie inedite, trad. di Nicola Crocetti – Crocetti Editore Milano,1984.

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Titos Patrìkios (1928)
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I simulacri e le cose 
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Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
non temere, diceva il poeta,
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropòvori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
«inesauribili le forze del male nell’uomo»
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
«Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti?»
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e già deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
La poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

da “La resistenza dei fatti”, 2000, in Poeti greci del Novecento, I Meridiani, Mondadori,  2010 – trad.di Nicola Crocetti (per questa poesia si ringrazia “poesia in rete” di Titti DeLuca)

*  *  *

Kikì Dimulà (1931)

Fotografia 1948

Tengo in mano un fiore, forse.
Strano.
Sembra che nella mia vita
sia passato un giardino, una volta.
 .
Nell’altra mano
tengo un sasso.
Con grazia e fierezza.
Nessun sospetto
che mi si avverta di mutamenti,
che stia saggiando difese.
Sembra che nella mia vita
sia passata l’ignoranza, una volta.
 .
Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo di questa inclinazione,
assomiglia a un arco ben teso,
pronto.
Sembra che nella mia vita
sia passato un bersaglio, una volta.
E l’inclinazione alla vittoria.
 .
Lo sguardo immerso
nel peccato originale:
assaggia il frutto
proibito dell’attesa.
Sembra che nella mia vita
sia passata la fede, una volta.
 .
La mia ombra, solo un gioco del sole.
Indossa una divisa d’esitazione.
Non ha ancora fatto in tempo a essere
mia compagna o mia delatrice.
Sembra che nella mia vita
sia passata l’abbondanza, una volta.
 .
Tu non appari.
Ma se c’è una forma nel paesaggio
se mi sono fermata sul suo bordo
tenendo un fiore in mano
e sorridendo,
significa che che fra un po’ verrai.
Sembra che nella mia vita
sia passata la vita, una volta.
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da Antologia della poesia greca contemporanea (Crocetti Editore, 2005)
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Odisseas Elitis (1911 – 1996)

Nel blu di Iulita

Anche in un frammento di Briseide e in una conchiglia dell’Euripo si trova
Ciò che intendo. Deve avere avuto una fame tremenda di bonaccia agosto
Per cercare il meltemi; così da lasciare un po’ di sale sulle ciglia e
In cielo un blu il cui nome benaugurante odi tra i tanti
Ma nel profondo c’è il blu di Iulita
Come se precedesse la scia del respiro di un bimbo
Che vedi avvicinarsi così nitidamente i monti dirimpetto
E la voce di un antico colombo fendere l’onda e perdersi

.

Se il bene è sacro, di nuovo dal vento
Gli viene ricambiato. Si moltiplica tanto dai suoi stessi figli Eu-
Morfia e l’uomo cresce prima due e tre volte
Lo raffiguri il sonno
Nel suo specchio. Cogliendo mandarini o ruscelli di filosofi se non anche
Un villaggio mobile di api sul pube. E sia
L’uva fa bruno il sole e più candida la pelle
Chi se non la morte ci rivendica? Chi pratica l’ingiustizia dietro ricompensa?
Un accordo armonico la vita
————————–a cui si frappone un terzo suono
Ed è questo che dice veramente che cosa getta il povero
E che cosa raccoglie il ricco: fusa di gatto, rametti intrecciati di agnocasto
Assenzio con capperi, parole che si evolvono con una vocale breve
Baci e abbracci da Citera. Così, a cose come queste si aggrappa
L’edera e si fa più grande la luna perché vedano gli innamorati
In che blu di Iulita puoi leggere la ragnatela del destino.

.
Ah! Quanti tramonti ho visto e quanti corridoi di teatri antichi
Ho attraversato. Però non mi ha mai prestato un po’ di bellezza il tempo
E una vittoria per sconfiggere il nero e prolungare la durata dell’amore cosicché
Sia più ingegnoso e melodico il suo pulpito
Il canto dell’allodola che è in noi
Nube accigliata che solleva uno schietto “no” come una piuma
E poi ricade e tu ti sazi ti sazi ti sazi di pioggia
Diventi coetaneo dell’intatto senza conoscerlo e
Continui a farti il solletico con le tue cugine nei recessi del giardino
Domani un suonatore ambulante ci innaffierà di fiori della notte
E nonostante ciò saremo un po’ più infelici
——————————come solitamente nell’amore
Ma dal mastice dell’argilla sale un sapore eretico
Per metà di odio e sogno per metà di nostalgia

.

Se continueremo a essere percettibili come uomini che
Passano la vita sotto cupole punteggiate da tritoni di smeraldo,
–—————allora

Sarà mezzo secondo dopo mezzogiorno
E la sublime perfezione
———————–compiuta in un giardino di giacinti
Cui è stato abolito per sempre l’appassire. Un po’ di grigio
Che una sola goccia di limone rasserena allorché
Vedi ciò che fin che intendevo dall’inizio incidersi
Con caratteri nitidi
 ———————sul blu di Iulita.

 .

da Nuove poesie d’amore (Crocetti Editore – Trad. di Nicola Crocetti)

*  *  *

Costantino Kavafis (1863 – 1933)

Idi di marzo

Anima, temi le cose grandi.
E se non puoi sconfiggere le ambizioni,
assecondale almeno con prudenza,
con esitazione. E più procedi,
con tanta maggior cura indaga.

Raggiunto che avrai il culmine, Cesare ormai,
quando figura d’uomo famoso avrai assunto,
soprattutto allora sii vigile, se esci in strada,
sovrano insigne, con il tuo corteo,
se avviene che ti si accosti dalla folla
un Artemidoro con in mano una lettera
e che ti dica in fretta: «Leggi subito questa,
è una cosa importante, t’interessa»,
fermati pure, allora, dilaziona
ogni affare o discorso; scosta pure
chi ti saluta e ti s’inchina
(li vedrai più tardi); lascia che aspetti
anche il Senato, e leggi subito
le cose gravi che scrive Artemidoro.

da poesie 1905 – 1915 in Costantino Kavafis, Le poesie, trad.e cura di Nicola Crocetti, Einaudi 2015

*  *  *

Nikitas Randos (1907 – 1989)

Villa Asphodela

Vicino al mare s’ergerà la casa che ospiterà i miei sogni
e davanti alla casa – casa piccola e brutta, tutta finestre e porte –
un giardino enorme senza molti alberi, senza aiuole,
e come fiori, solo di marzo, asfòdeli.
Invece di vialetti, rocce a strapiombo
e per ombra le grasse foglie dei cactus.
Un cipresso rinsecchito annuncerà i venti.
Ma tranne i gabbiani nessun uccello a intralciare con superflui gorgheggi la vista del —–[paesaggio.
A un’estremità del giardino, più ripida, più secca, più pericolosa del passo ignaro,
nei vasi pianterò capelli d’un colore
d’un ritmo che ricordi le chiome delle poche teste che ho veramente amato.
Quotidianamente li innaffierò d’acqua marina che porterò nel cavo delle mani.
Solo i cactus e gli asfòdeli berranno acqua piovana –
hanno il potere di non perdere i loro tratti austeri nonostante la carezza letale degli —–[acquazzoni.
Di giorno con il sole di notte con la luna
d’estate con il caldo consolatore che viene dalla Libia
e d’inverno con il vento che impara l’arte di bruciare su praterie gelate
quando le febbri del ricordo mi cacceranno fuori di casa seguirò
le strane giravolte della mia ombra in mezzo ai vasi, ai cactus, agli asfòdeli. –
Quando la stanchezza avrà sovvertito il ritmo del mio respiro
e i miei piedi nudi non soffriranno più gli spunzoni delle rocce
proverò a trovare il ristoro che le veglie insonni m’hanno tolto
poserò la testa presso la terra dove crescono i capelli
così da sentire la mia stessa chioma perdersi nei vasi d’argilla.
Questo rito dei miei perduti amori nessuno lo vedrà
le foglie dei cactus alte e larghe celeranno ogni cosa
l’onda scaccerà con gli urli dei gabbiani ogni sembianza umana
e i corpi secchi degli asfòdeli col grido acuto della morte
quando piedi d’uomo li spezzano – nella mia casa avranno la funzione del cane —–[fedele.
Vivrò così indisturbato finché mi nutrirà la fantasia di storie immobili nel tempo.
.
Sui cactus, con le spine stesse inciderò profonde le iniziali dei nomi per me dolci.
E con le unghie sulle stesse superfici scriverò epistole a un unico indirizzo: la vita —–[delle foglie.
Ciò che ancora serberò per pegno delle esistenze che mi esiliarono dalle gioie del [mondo,
insieme ai sassi lo butterò nelle fiamme verdi attizzate dai cactus impudichi.
La cenere di tante speranze l’annaffierà senza posa una schiuma bianca
che il vento pazzo d’una primavera impetuosa spargerà con sabbia abbondante sulle —–[rocce sepolcrali.
Quel vento recherà alle care piante del mio giardino il seme prezioso che eternerà la —–[saldezza delle linee intorno a me.
Così potrò sempre, tornando sfinito a casa mia,
addobbarla tutta, da cima a fondo – dopo aver chiuso ermeticamente porte e —–[finestre
con l’aroma degli asfòdeli.
.
(da Quaderno I, 1933)
da Antologia della poesia greca contemporanea (Crocetti Editore)

Bandiera-grecia

Il sasso nello stagno di AnGre - 20 maggio 2016

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