Walt Whitman, Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo

Cagnaccio di San Pietro - Zoologia 1928

Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo
di Walt Whitman
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Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo,
mai che uno lasci l’altro,
sempre su e giù lungo le strade, compiendo escursioni
a Nord e a Sud,
godiamo della nostra forza, gomiti in fuori, pugni
serrati
armati e senza paure, mangiamo, beviamo, dormiamo
amiamo,
non riconoscendo altra legge all’infuori di noi, marinai,
soldati, ladri, pronti alle minacce,
impauriamo vari, servi e preti, respirando aria,
bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge,
depredando città, disprezzando ogni agio, ci beffiamo
delle leggi, cacciando ogni debolezza,
compiendo le nostre scorrerie.
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da O Capitano mio Capitano, a cura di Antonio Troiano, Crocetti Editore, 2013 — immagine: Zoologia, 1928, opera di Cagnaccio di San Pietro
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“Walt Whitman, uno dei maggiori poeti americani di tutti i tempi, nasce nel 1819 a West Hills (Long Island) e muore a Camden, nel New Jersey, nel 1892. Grande ammiratore del presidente Lincoln, dopo il suo assassinio, avvenuto nel 1865, scrive un gruppo di quattro poesie (tra queste “O Capitano! Mio Capitano!”). In quegli anni gli Stati Uniti non hanno ancora una “poesia” tipicamente americana, mancano in sostanza di un loro linguaggio, distinto, diverso, da ogni altro. Ma forse, più ancora che una poesia tipica, è assente il cantore, epico diremmo, che può impersonare con lancio estremo tutto ciò che l’America è e vuole essere. L’opera di Whitman, frutto di una concezione sostanzialmente romantica della poesia, mira a dare con un nuovo linguaggio antiletterario e popolare una sincera rappresentazione della realtà, unitamente a una esaltazione della fisicità dell’uomo. Per Whitman il compito principale del poeta è quello di creare le basi per dare espressione all’individualità. La personalità che egli cerca di riportare e con la quale identifica se stesso è quella dell’uomo americano nuovo, serio, fiero, orgoglioso. L’“io” delle sue poesie assume così un carattere quasi mitico, epico appunto, di forza, di energia genuina e pura.” — (dal sito Crocetti Editore)
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