Jean de Boulogne (Giambologna), Il ratto della Sabina – sassi d’arte

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Jean de Boulogne (Giambologna), Il ratto della Sabina – a cura di Giorgio Chiantini

Nel gennaio de 1583 il popolo fiorentino accorse in piazza della Signoria, ancora una volta chiamato ad ammirare una nuova scultura che si andava ad aggiungere alle creazioni artistiche, passate e recenti, che tanto avevano contribuito allo sviluppo dell’orgoglio civico. Nella più importante piazza cittadina, emanazione in marmo e pietra del potere mediceo, sotto le arcate della loggia dei Lanzi, fu scoperto il gruppo noto come “Il ratto della Sabina”, opera del fiammingo Jean de Boulogne (Douai, 1529 – Firenze, 13 agosto 1608), italianizzato in Giambologna.

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Invitato a Firenze dal collezionista Bernardo Vecchietti, l’artista fiammingo riuscì infatti ad accattivarsi il favore del principe grazie al suo stile dinamico ed elegante, anche se la spietata concorrenza di Baccio Bandinelli e Benvenuto Cellini gli impedì inizialmente di ottenere grandi commissioni pubbliche. A partire dal 1565, però, egli divenne scultore ufficiale della dinastia medicea, realizzando capolavori come la piccola Venere della Grotta del Buontalenti o il massiccio Appennino di Villa Pratolino, ancora conservato nel parco di tale splendida tenuta nobiliare.

Nei primi anni ‘80 del secolo l’artista era impegnato in varie commissioni, ma la sua grande ambizione era quella di realizzare, per i Medici e per la città di Firenze, un’opera che concretizzasse i suoi personali ideali artistici nell’emulazione, mai sopita, di Michelangelo.

L’artista scolpì il gruppo del ratto della sabina, cavandolo da un solo blocco marmoreo e concependolo per una visione circolare da tutti i punti di vista, secondo un tipico dettame manieristico.ratto particolare

Le parole di Raffaele Borghini, uno dei principali biografi di Giambologna, servono a spiegare molto bene la genesi dell’opera: “Giambologna punto dallo sprone della virtù, si dispose dimostrare al mondo, che egli non solo sapea fare le statue di marmo ordinarie, ma etiandio molte insieme, e le più difficili, che far si potessero, e dove tutta l’arte di far figure ignude (dimostrando la manchevole vecchiezza, la robusta gioventù, e la delicatezza femminile) si conoscesse; e così finse, solo per mostrare l’eccellenza dell’arte, e senza proporsi alcuna historia, un giovane fiero, che bellissima fanciulla à debil vecchio rapisse”. Ciò che lo scultore si proponeva, in definitive, era di portare ai maggiori esiti possibili l’idea michelangiolesca del movimento serpentinato e soprattutto di offrire un esempio supremo di quella pluralità di vedute nell’arte scultorea raccomandata dallo stesso Michelangelo.

512px-SabinesAlternativeViewLa scultura, che riproduce un episodio della storia romana antica, il ratto appunto di una donna del popolo dei Sabini a opera dei romani, fu celebratissima fin dalla sua presentazione. Il capolavoro del Giambologna venne fatto oggetto, secondo un uso ben vivo a Firenze, di composizioni poetiche, mai così numeroso come in questa occasione. L’apprezzamento che il granduca Francesco dimostrò per l’opera, si concretizzò nella volontà di collocare il gruppo sotto la loggia della Signoria dove è parte integrante dell’affascinante panorama di Piazza della Signoria, dominato da capolavori come il David di Michelangelo (in copia) o il Perseo di Benvenuto Cellini.

A causa del continuo ingiallimento della superficie marmorea, attaccata dallo smog e da altri nocivi agenti atmosferici e dopo un tentativo di restauro all’aperto, che nel 2007 non ha avuto risultati positivi, il trasferimento alla Galleria dell’Accademia sembra ormai inevitabile.

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ph.Giorgio Chiantini

Circa dieci anni dopo l’entusiastica accoglienza riservata al Ratto della Sabina, Giambologna replicò in scala monumentale una delle imprese di Ercole e precisamente quella in cui il leggendario eroe uccide il centauro Nesso. Commissionato dal granduca Ferdinando I nel 1594, succeduto nel frattempo al fratello Francesco I deceduto nel 1587, fu portato a termine sei anni più tardi allo scadere del secolo. Meno concitato e drammatico del Ratto, il nuovo gruppo offriva tuttavia allo spettatore una medesima dose di movimento, di virtuosismo tecnico, soprattutto nel trattamento delle poderose muscolature dei corpi, e di impatto scenografico. Anche questa opera è collocata sotto la loggia della Signoria.

[fonti varie dal web; Artedossier – le foto del Ratto della Sabina sono tratte dal web; le foto di Ercole e del centauro Nesso sono di Giorgio Chiantini]
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