Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

by_ AnGre

Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

Ponzio Pilato, romanzo del 2010 di Giorgio Lingualgossa edito da Mimesis Edizioni (Milano-Udine) è un intreccio di storia, cronaca e psicologia, fatto di trenta brevi capitoli più un prologo ed un epilogo, che s’inseguono in maniera circolare e nell’andamento ricordano una marcia di soldati, che ben conoscono la meta e non si lasciano sopraffare dall’affanno di chi già conosce il finale. Il romanzo si apre con la notizia del ritrovamento di un’anfora colma di monete d’oro, all’interno di uno scavo che porta alla luce un frammento del pavimento di una villa patrizia emerso tra i resti di un incendio, “La villa di Ponzio Pilato” e si chiude con il “Commento di un romano a futura memoria”. Ognuna delle 133 pagine di cui è composto il libro (per la precisione il numero è inferiore, poiché quelle bianche elegantemente chiudono alcuni capitoli per concedere ai successivi di iniziare sempre sulla pagina frontale rispetto al lettore) è un agglomerato densissimo di notizie e spunti di riflessione, dove è necessario albergare qualche tempo nella calda e polverosa aria della Giudea, per cercare di comprendere meglio le dinamiche e la mentalità che hanno portato in una certa direzione la storia di quei popoli e dell’intero Occidente.

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Il grande pregio del romanzo è quello di mettere in discussione la storia di Jehoshua e di narrarla indirettamente attraverso i pensieri e le azioni dei protagonisti: Ponzio Pilato, quarto governatore della provincia romana di Giudea; sua moglie Claudia Procla; il comandante della milizia segreta romana Gaio Lentulo; il centurione Longino ed il Sinedrio, controparte attiva ed importante nell’esito della storia personale di Ponzio Pilato. Tra queste pagine, dove pure si citano frasi attribuite dai Vangeli e dalla tradizione a Gesù di Nazareth, non si cade mai nel tranello della reverenza rispetto all’ordine d’importanza delle figure, forte anche del pensiero su religione e religiosità del suo autore, che in Ponzio Pilato narra i fatti con il distacco e la competenza in materia del medico legale per il referto autoptico, rispettando il corpo che ha dinnanzi, in questo caso rappresentato da duemila anni di Cristianesimo giunto fino ad oggi con i capisaldi pressoché invariati dall’epoca dei fatti e sui quali si è costruito tutto un mondo che comunque Lingualgossa non demolisce, nonostante il fare meticoloso e razionale di chi cerca di sfuggire alla favola in favore della realtà, che emerge in tutto il romanzo.

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L’autore rende il dato storico e sociale, come fosse un cronista dell’epoca sul campo, relegando il proprio punto di vista a poche frasi, quasi sempre dubbi, che dissemina tra tutti i personaggi, senza imporre mai la propria voce, ma favorendo un sano senso critico nel lettore, adducendo ragionamenti e relative argomentazioni, che rendono quello che secondo me è lo scopo precipuo del romanzo: quello di fornire non già un avallo alla tradizione cristiana, quanto piuttosto un momento ed un motivo critico, sia all’occhio incantato del fedele che a quello disincantato del pragmatico fino all’ateismo, il cui punto di vista è spesso tenuto a debita distanza dall’argomento sacro-cristiano, che ha preferito reprimere ogni sorta di dubbio per una sua affermazione maggiormente duratura.

Lo sfondo mirabile del romanzo è Roma, sempre e comunque presente anche nelle pagine più specificatamente dedicate alla Giudea, ai suoi usi e ai suoi costumi; Roma, quale verità storica e termine di paragone tra due civiltà e due religioni, tra due modi di governare e di integrarsi, ma anche simbolo di quel potere mal accettato dal vinto e che pure doveva realizzarsi, perché anche noi fossimo quello che siamo oggi. Ponzio Pilato è romano e per tutto il romanzo ragionerà ed agirà da romano, fino al fatidico gesto per cui è passato alla storia, che al meglio esprime la difficoltà di un impero a governare in terre geograficamente e storicamente così lontane dalla sua realtà. Roma è rappresentata anche dalla moglie di Ponzio Pilato, Claudia Procla, di cui spesso si sottolinea in maniera specifica l’appartenenza al popolo romano, che rappresenta un po’ una sorta di superficie riflettente entro cui il procuratore romano si guarda e si interroga – rimanendo purtuttavia solo con le sue decisioni prese giuste o sbagliate che siano – e alla quale è affidato il ruolo di interpretare il sovrannaturale e l’oltre ragione, attraverso l’espediente narrativo del sogno grazie al quale Claudia mette in guardia Ponzio dal condannare Jehoshua, fornendo il controcanto e il dubbio (e se non fosse andata così?) circa la storia così come ci è stata raccontata.

Enrique Irazoqui ne Il Vangelo seocondo Matteo, Pier Paolo Pasolini, 1964

Nei trenta capitoli si susseguono le narrazioni secondo i punti di vista dei diversi protagonisti, in un movimento circolare della narrazione che pare voler ratificare quanto accaduto: possiamo così leggere la sentenza di Jehoshua secondo Pilato, ma anche secondo il centurione Longino, al quale è affidato il racconto di Gesù in questo momento in maniera maggiormente aderente alla tradizione, ma priva dell’alone di sacralità a cui siamo maggiormente abituati e grazie al quale scopriremo il freddo e macabro rito della crocifissione operato dei Romani.

Il romanzo scopre anche le enigmatiche figure di Barabba e Giuda, immerse nel contesto che deve essere loro appartenuto e sui quali abilmente vengono lasciati dubbi irrisolti; ma il dubbio è parte fondante di tutto il testo narrativo. Dubbio che affligge anche i lettori e fornisce dell’uomo Pilato – insieme alla peculiarità di soffrire d’emicrania, che lo rende più umano di quanto tramandato dai Vangeli – l’immagine di qualcuno maggiormente preoccupato della forma rispetto alla sostanza, sempre all’erta e allarmato sui suoi rapporti con Roma e sull’idea che quest’ultima può avere di lui; Pilato che in chiusura mi piace rappresentare con una frase da lui stesso enunciata, tratta dal capitolo “Parola apocrifa di Jehoshua”: Nella circostanza, il bandito e l’intellettuale si equivalgono, lasciando al lettore la scelta di chi schierare da una o dall’altra parte.

Angela Greco, luglio 2016

– immagini: P.P.Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo – dal web –

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Prologo
La villa di Ponzio Pilato
Questa è l’anfora colma di monete di oro zecchino, sbucata fuori dalla terra dall’aratro di un agricoltore a Sovana nei pressi dell’odierna Grosseto. Un mucchio di quattrocentonovantotto monete d’oro che risalgono al periodo a cavallo tra il 420 e il 550 dell’era cristiana.
Chi è stato e perché hanno seppellito quel tesero cosi in superficie, appena sotto uno strato di terra soffice che potevi scavare con le mani? Che cosa è accaduto in quella notte del tardo impero quando i goti di Alarico invasero l’Italia?
Dagli scavi è emerso un frammento, appena una tessera del mosaico di un pavimento di una villa patrizia, e i resti di un incendio, alcune tavole di torba affumicate e null’altro.
Una villa patrizia con gli alloggi del latifondista e dei suoi schiavi, col peristilio in marmo e una piscina contornata di bianche statue e le papere tranquille che affondano nell’acqua torbida … Tutt’intorno, una fortificazione di muro spesso con i guardiani armati in vedetta, sui camminamenti di ronda e sulle torri merlate.
Giungono i barbari, di notte, nel silenzio delle stelle e passano a fil di spada gli abitami colti nel sonno, oltrepassano la cinta e si insinuano nelle stanze della servitù seminando stupri e morte. E giungono sulla soglia della porta a borchie del dominus che tenta una disperata resistenza con la spada in pugno insieme ai soldati sopravvissuti, mentre un fedele suddito sta scavando la buca e depone l’anfora con il tesoro di monete e l’effigie dell’ultimo imperatore.
I barbari sono arrivati e l’impero s’è dissolto come nebbia. E le monete sono qui, giunte fino a noi a duemila anni di distanza. Dopo il futuro e dopo la morte e dopo il tempo. Dopo il Tramonto.
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