Angela Greco, un inedito con commento di Giorgio Linguaglossa

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“Dopo il futuro e dopo la morte e dopo il tempo”
(Giorgio Linguaglossa, «Ponzio Pilato»)

.

«Vivi nella parola non detta
quella che impronunciata esula dal vocabolario».
La voce acquea del maestro ha sfumatura d’oboe
e le sue dita una ad una percorrono tasti e spazi;
«La notte pericolosa di Istanbul delle tue mani
s’insinua come lo stiletto dei suoi minareti
nella mia mancata comprensione».
Lei conosce bene e teme quella malia.

L’atto creativo è una vicinanza erotica,
il ritrovarsi dopo l’invadenza del vento.
L’infedeltà scopre la parola
e la piega ad una volontà superiore
fuori dall’orbita solare, verso il buio ignoto.

«Siamo echi di precedenti sistemi solari
– sussurra all’orecchio di lei, il maestro –
onde di ritorno di antiche maree,
pezzi di umanità che ci illudiamo di governare.

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza».

(Angela Greco)

*

Un colloquio silenzioso fatto di sguardi e di ammiccamenti tra il maestro e l’allieva, nel solco della poesia di pensiero. Una sorta di peripato, forse c’è un peristilio e un mosaico sopra il quale si cammina e si discetta di filosofia, dove si insegna a vivere e a morire. In fin dei conti, si può insegnare la vita come si può insegnare la morte, diceva il filosofo cirenaico Egesia.

Questa poesia (che fa parte di una raccolta ancora inedita) ha risonanza, c’è uno scarto simbolico tra ciò che la poesia dice e ciò che la poesia non può dire o vorrebbe dire; in questo modo si crea la significazione, in questo scarto, in questa distanza o differenza. Una poesia troppo detta, troppo vicina al referente, perde questa salutare distanza e resta sulla soglia della comunicazione in modo parassitario. Vive cioè come un parassita a scapito della comunicazione. Ma così facendo, muore. L’apertura dei finali delle poesie serve anche a questo, a legare una poesia all’altra in un filo di discorso che non si apre e non si chiude.

(Giorgio Linguaglossa)

∼ ∼ ∼

Approfondimento – L’immagine d’apertura è la fotografia di uno dei mosaici ritrovati nella Domus del chirurgo a Rimini. L’area è estesa su 700 mq, comprende diverse costruzioni, di cui la più interessante è la cosiddetta Domus del Chirurgo. Si tratta dei resti di un’antica domus romana risalente al II secolo d.C. Lo scavo ha portato alla luce anche altre strutture di rilievo: resti di una abitazione tardo imperiale, tracce di un insediamento altomedievale econ un grande sepolcreto sottostante che evidenziano una notevole stratificazione storica.
Di notevole importanza è il gran numero di reperti e mosaici ritrovati all’interno: ben conservati, hanno permesso una fedele ricostruzione della casa e dell’identità del proprietario, oltre a far luce su un passato affascinante. Il reperto forse più eccezionale è una collezione di ben 150 strumenti chirurgici che non hanno lasciato dubbi circa l’identità del padrone di casa: un medico. Pare che Eutyches, questo il suo nome, provenisse da ambienti ellenici e, come spesso accadeva nell’antichità, si fosse poi formato sui campi di battaglia. In effetti, gli strumenti ritrovati venivano usati soprattutto per traumi ossei e ferite, lasciando immaginare che Eutyches fosse un medico militare. ( notizie tratte dal sito www.domusrimini.com )

 

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