Francis Ponge, due poesie da Il partito preso delle cose

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Francis Ponge, due poesie da Il partito preso delle cose

LE MORE

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.
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Neri, rosa, e kaki insieme sul grappolo, offrono lo spettacolo di una famiglia burbera in età diverse piuttosto che una viva tentazione a coglierle.
Vista la disproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li gustano poco, tanta poca cosa resta in fondo quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
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Il poeta invece nel corso della sua passeggiata professionale ne fa giustamente il proprio modello: «Così dunque, si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore molto fragile benché da un arcigno intricarsi di rovi difeso. Senza molte altre qualità – more, perfettamente more sono, e mature – come anche questa poesia è fatta».
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LA CANDELA

La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.
La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite nella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.

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Francis Ponge, Il partito preso delle cose (a cura di Jacqueline Risset, Einaudi, 1979)

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francis-pongeFrancis Ponge – Poeta e saggista francese (Montpellier 1899 – Bar-sur-Loup, Alpes-Maritimes, 1988). P. riconosce agli oggetti una priorità ontologica che l’eccessivo soggettivismo e l’irrealismo cui sono improntati cultura e linguaggio contemporanei hanno loro negato. Strumento primario di questa riforma dev’essere un linguaggio che, rinnegando codici interpretativi, antropocentrismo e astrazioni della poetica tradizionale, sia del tutto rapportato all’oggetto, del quale scopre ed evidenzia aspetti inediti e valenze insospettate «giocando» con affinità semantiche, con assonanze foniche, con indagini etimologiche. Ne deriva la consapevolezza «della sostanziale profondità, della varietà e della rigorosa armonia del mondo», e fors’anche una nuova definizione dell’uomo e del suo rapporto con le cose: scoprire un aspetto sconosciuto delle cose equivale infatti a illuminare un angolo oscuro dell’animo umano, in quanto descrivere l’oggetto esterno porta di necessità a una definizione contestuale dell’emozione che esso suscita.
Trascorsa l’infanzia ad Avignone e a Caen, completò gli studi a Parigi dove, dove entrò in contatto con J. Paulhan e laNouvelle revue française e trovò saltuario lavoro presso la casa editrice Gallimard (1921-23). Nel 1930 aderì al surrealismo, impegnandosi politicamente, ma senza che l’orientamento marxista o gli estremismi del surrealismo esercitassero influenze di rilievo sulla sua opera. Per vivere, accettò un impiego presso le Messageries Hachette (1931-37), da cui venne licenziato per aver partecipato attivamente alle lotte sindacali. Iscrittosi nel 1937 al Partito comunista francese,con cui ruppe nel 1947, prese parte alla Resistenza. Tuttavia, a guerra terminata il suo impegno politico si ridusse considerevolmente, soprattutto perché diverse e intense suggestioni gli venivano dalla frequentazione di esponenti dell’avanguardia artistica come Braque, Picasso e Dubuffet, cui nel corso degli anni dedicherà alcuni saggi. Le difficoltà materiali lo costrinsero ad accettare impieghi anche modesti, finché una cattedra d’insegnante all’Alliance Française non gli permise una relativa sicurezza economica. P. conquistò una certa notorietà, consacrata nel 1959 dal premio internazionale di poesia Capri e dal conferimento della Légion d’honneur. Nel 1961 lasciò Parigi e si stabilì definitivamente in Provenza.
 Opere. Rivelò fin dalla prima raccolta, Douze petits écrits (1926), una netta opposizione a qualsiasi forma di lirismo personale e alla scrittura automatica dei surrealisti, ai quali tuttavia si unì nel 1929. S’impose nel 1942 con Le parti pris des choses (trad. it. 1979), cui seguirono tra l’altro: Proêmes (1948); La rage de l’expression (1952); Le grand recueil (3voll., 1961), che riunisce anche parte delle poesie precedenti; Nouveau recueil (1967); La fabrique du pré (1971);Pratiques d’écriture ou l’inachèvement perpétuel (1984). Espose la sua poetica in Dix courts sur la méthode (1946) ePour un Malherbe (1965). Riconoscendo come modelli da un lato Rimbaud, Mallarmé, Lautréamont, dall’altro Malherbe, il grande purificatore della lingua francese, P. teorizzò una rifondazione del linguaggio basata sul primato dell’oggetto, che il poeta può solo osservare e descrivere nell’intento di giungere a formule chiare e impersonali; strumenti privilegiati di questa operazione divengono l’etimologia, l’anagramma, il neologismo. Salutato da Sartre come il poeta dell’esistenzialismo, P. ebbe un ruolo importante nella nascita del nouveau roman e un notevole influsso su Tel quel, cui inizialmente aderì. Si occupò anche di arti figurative (Le peintre à l’étude, 1948; De la nature morte à Chardin, 1964;L’atelier contemporain, 1977). Da ricordare la sua Correspondance: 1923-1968 (2 voll., 1986) con Paulhan. (Enciclopedia Treccani)
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