Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Salvatore Martino

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Salvatore Martino

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Sempre nell’occhio giallo
da Il guardiano dei cobra, 1986-1992
.
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Un colloquio s’attarda sulla scala
lungo una solitudine evocata
dal suo letto di piume
.
Da millenarie cisterne affiora l’ombra
il fratello che veglia nella stanza
da un numero periodico indicata
di corridoi e porte di emozioni
.
Mi aspetta solitario
con un singhiozzo lieve sulla bocca
sui muri della mia prigione
descrive intorno a me una folla
nel lungo esercizio del possibile
.
Rapace sentinella del mattino
compagno detestabile e sicuro
mi segue negli androni
ai margini di un prato
nel verde di una squallida panchina
lungo una balaustra
che non oso percorrere da solo
in un crocicchio che ho deciso d’ignorare
.
Si fondono talvolta i nostri passi
le strategie diventano comuni
uguale il dettato della sorte
.
M’impegna in questa lurida partita
io folgorata torre astuto alfiere
stralunata pedina
lui sordida regina pavido re
temibile cavallo
.
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A volte gioco il nero
per confondere il bianco
nascondergli
la mossa prevedibile in agguato
.
Non ti conosco
non ti ho mai incontrato
avverto il soffio dietro la mia nuca
ricordo la magia delle tue parole
il sortilegio per frantumare l’ansia 
.
Ho tramato congiure
nel sospetto dell’alba
e lui dorme tranquillo
nel fondo degli armadi
nel perfido giacere degli specchi
nel ballo senza suoni dei vestiti
insinua i denti sopra il mio cuscino
come un bambino si abbandona
al gelido abbraccio della libertà
.
Implacabile amico
servile custode dei miei sogni
mi aspetta in terra per lavarmi i piedi
dettarmi un rimprovero inatteso
un consiglio che non posso rispettare
Conversa con me di Calibano
di quella nave smarrita alla tempesta
del match di domenica a San Siro
del conto in banca che dobbiamo aprire
della fatale fedeltà di Oreste
dell’incubo acquattato nel risveglio
.
Manoscritto del mio incerto vagare
.
Quando la polvere salirà alla gola
e saremo il richiamo dove ristagna l’acqua
e l’intreccio sarà forse un ritorno
quando il colloquio diventerà una larva
e finalmente godremo del silenzio
.
Guarda laggiù contro la tua finestra
il raggio esploso a combaciare la ferita
.
Sono saliti amici per la cena
faranno festa suoneranno per te
e tu ti sentirai rasserenato
e ti addormenterai contro il mio petto
e saranno verdissimi i tuoi sogni
e veglierai tranquillo il mio destino
.
Poiché tale è il letargo del mondo
che non può scalfirlo la nostra paura
gli incerti tentativi di corrompere il tempo
Il brusio attardatosi alla casa
come un evanescente laccio si dissolve
la trafitta lega delle maschere
precipita in platea –
.
– Sì ! Questo non era dopotutto un viaggio
non c’erano stazioni sulla carta
né spazio per saluti
sportelli dimenticati aperti
vagoni che s’incrociano
lungo nebbie di acciaio
semafori che lampeggiano il futuro
sale d’aspetto simili a prigioni
.
Il letto è intatto
Con la nostra figura disegnata
La minestra tiepida sul tavolo
Il bicchiere in frantumi sull’acquaio
.
Un vento secolare
quando hai aperto la finestra
e sei caduto
in questo itinerario irripetibile
che a niente ti conduce
perché non c’è mai stato
e tu non l’hai mai percorso
e forse non dovevi farlo
.
Nessuno ad attendere una lettera
che possa ridere di te
o servirti il caffè nel pomeriggio
Sei finalmente libero
in quella accettazione del vuoto
da noi sempre abitato –
.
– Vieni è solo la mia mano
o la tua?
Domani scelto il nero
muoverò all’attacco la Regina
.
L’Alfiere bianco
saprà come aspettarla
.
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El mundo perdido La foresta le pietre nell’orizzonte fermo di Tikál
da Le città possedute dalla luna, 1992-1998
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———-I
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La morte interamente ti possiede
incantata dalle tue parole
dal fiore bianchissimo dei corpi
.
Si sono rintanati nella selva i miei serpenti
indistinto brusio la loro voce
le scimmie urlatrici invocano la pioggia
a lavare la febbre i desideri
.
Nel perimetro verde
in dolce precipizio a primavera
nel dominio uniforme delle piante
e per timone una barra di velluto
un colloquio strisciante di formiche
per vela un sentiero diroccato
un possibile agguato
da te dagli altri teso
dai minuscoli eventi che c’illudono
e inseguire dovunque
l’introvabile volo del quetzάl
l’uccello incredibile di piume
promesse ai sacerdoti
e accetta la morte non la cattività
.
.
———II
.
Orfani senza voce
messaggeri del verbo
che lacera la morte
indagatori traditi dell’Oscuro
sopra la piattaforma
del Gran Tempio Piramide
di nuvole forse diviniamo
del domestico rito
costruzione perfetta dell’inutile
.
.
Guidarono i Poeti questa terra
testimoniando gli inferi e la luce
la freccia scoccata nel delirio
verso l’addome e il cuore
centro del movimento verso il labbro
perché immortali fossero i responsi
iniziatico dono nella veglia
.
Verde ancora la selva
gli alberi spalancano le braccia
tessono fili di saliva dove gli insetti
annegano e i rettili possono tremare
Un sacro terrore
su queste grigie pietre si respira
tracce visibili
quegli uomini stamparono
un ispirato codice di astri
.
I poeti osservano la morte
ne contano i sussurri gli abbandoni
i rami incoerenti della vita
le vertebre corrose dal nemico
testardo passeggero
antico testimone di battaglie
che ci dorme accanto
vigilando nel cavo del torace
lo sgomento la pena
.
I corpi bruceranno
interamente i fiati nell’attesa
tutte le formiche della terra
diventeranno un vuoto agglomerato
l’equilibrio invocato
tra il Nonessere e il Tempo
coinvolgerà fuggitivi e soldati
saremo
tutti
sacerdoti votati allo sterminio
.
Avranno occhi perforati
il coyote e l’iguana
gli uccelli tutti e sono migratori
e invadono gli stagni
prima di soggiacere all’acqua
lasceranno un sospetto
del loro transitare?
.
Avremo occhi perforati
un ghigno per sorriso
costretti ad inseguire
come insonne Giaguaro la sua preda
scivolato Serpente tra le dita
lasceremo un sospetto
del nostro transitare?
.
Presagi ingannevoli
in questo autunno della vita
si concretizza limpido il bersaglio
fiore bianchissimo sul corpo
invocata carezza
interamente tutti ci possiede
.
.
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Libro della cancellazione
da Libro della cancellazione, 1998-2004
.
.
Nell’inferno ossessivo della storia
nella clausura più spietata
nel dominio delle nostre parole
nel religioso silenzio del respiro
nella carezza di una mano amica
nel cervello che ha smesso di pensare
nella risposta che non ha domanda
nel cerchio del giardino che ti stringe
nella notte avvertita come ansia
nella speranza che nulla va perduto
.
in tutto questo
c’è l’orrore del tempo
la gioia e la dimenticanza
i baci che possiamo ricordare
la luce che ha bloccato il tuo sorriso
l’angoscia del risveglio
il sonno all’alba del suicida
l’amore come ricatto
come dedizione
c’è soprattutto la cancellazione
.
.
.
C’est qu’a dit le vent de l’est
da La metamorfosi del buio, 2006-2012
.
.
Anima mia dove sei
in quale abisso ti trattieni?
.
Sono venuto dove ha parlato il vento
.
Tutto è così mutato
non ricordo il mio viaggio e la casa
gli alberi che piantammo insieme
Io non so per quali tortuosi sentieri
mi hanno guidato a questo luogo
ormai non familiare
I danzatori abitano il giardino
ma non c’è movimento nella danza
e il tempo della rosa si è smarrito
la gramigna ha invaso le terrazze
.
Quando si placherà la nuvola
che circonda la casa?
e saranno vuote le notizie
e uno stralcio di luce
valicherà i muri e le finestre
luce divelta dalla mezzanotte
luce senza promessa di mattino
.
Anima mia dove sei?
che non raccatto più
il fruscio della tua voce
in questo nostro viaggio
attraverso mute città
che ci ospitarono
e il traghetto dell’ansia
e i marciapiedi della malattia
.
Anima mia abbandonata
in un pericoloso sottoscala
dove sopra carcasse di colombi
amoreggiano i gatti
e le ragazze vengono stuprate
Forse tu non vuoi ascoltare
tutto il rumore del mondo
l’orrore ad ogni angolo di strada
i giovani che inutilmente muoiono
per inutili guerre
le madri che uccidono bambini
le stragi in nome
di chissà quale Dio
.
Anima mia dove sei?
.
Io voglio ritrovarti
come quando bambino
giocavo con la strummula di legno
e rubavo i fichi al contadino
che minaccioso m’inseguiva
.
Io ti parlo e ti chiamo
sei ancora qui?
nel ventre del mio fiato
in questo colloquio che non può finire?
.
Anima mia dove sei?
.
Ho scacciato la polvere dalla testa
perché tu potessi riconoscere
quel sogno che intrecciammo insieme
i miei occhi bagnati dal perdono
così non dovrai tremare
quando per forza ci separeranno
.
Anima mia tu sai
cosa diceva l’altra notte il vento
che avvolgeva dall’est
gli alberi e il giardino?
.
Quando al tramonto
l’ombra si allungherà
sui muri della casa
allora incontrerai
la trasparenza
.

*

salvatore-martino-fotografato-da-pepito-torresSalvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013). È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura “Belmondo”. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. (immagine: Salvatore Martino fotografato da Pepito Torres – per gentile concessione dell’autore)

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2 thoughts on “Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Salvatore Martino

  1. Ospitare un poeta del calibro di Salvatore Martino – che ringrazio di cuore per aver accettato l’invito a far parte di questa rubrica – è materialmente guardare in faccia la grande poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, con il privilegio di poter dialogare con essa tramite una Persona gentile e disponibile, specchio di una letteratura che oggi si fa fatica ad incontrare, presi e persi come siamo a rincorrere l’effimero e l’immediato.

    Salvatore Martino ha all’attivo una intera vita spesa tra poesia, teatro e arte, rintracciabile, almeno per quanto riguarda la prima, in un compendio delle sue opere “Cinquantanni di poesia 1962-2013” edito nel 2015 da Progetto Cultura (Roma) di cui riportiamo uno stralcio dell’introduzione di Donato di Stasi per rendere l’alta cifra della materia in questione: “Non si raccolgono cinquant’anni di inconsulta e smodata passione per la poesia, se non si ha fede nel suo potere liberatorio che non agisce allo scoperto, ma nelle profondità psichiche, dove si annidano i dubbi e la loro anarchia cognitiva, i desideri in rivolta dalla normalità, gli aneliti più oscuri e inconfessabili. Padrone di retorica, di moduli formali ripetibili e variabili a piacimento, Salvatore Martino inzeppa nella cosa poetica tutta la purezza, la sincerità, l’inganno, l’ambiguità, il traviamento di cui è capace: è il rinoceronte di Ionesco e il Godot di Beckett, incanto e dolore, grazia e buffoneria, gloria e miseria della follia.”

    Della copertina di questa sua pregevole antologia mi ha colpito l’immagine scelta: una fotografia che ritrae l’autore difronte a se stesso, l’immagine speculare di un dialogo con se stesso, forse il racconto intimo di questa “storia d’amore” con la poesia; perché per Salvatore Martino, passionale poeta nato a sud, la poesia è, tra le varie accezioni che un percorso così lungo può comprendere, anche cogliere quel preciso e sfuggente momento in cui l’emozione di quanto vissuto prepotente urta contro la penna, venendo fuori come fiotto vitale sulla carta in un’esperienza carnale, forte, appassionata…

    Non posso, allora, che rinnovare il mio grazie a Salvatore, per tutto quanto ha offerto ed offre con la sua poesia a noi, scrittori e non, amanti della Poesia.

    Angela Greco

  2. Con queste poche poesie di Salvatore Martino attraversiamo due decenni della sua poesia italiana del Novecento, gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Non è mai facile parlare della poesia di un autore che ha iniziato il suo percorso poetico sul finire degli anni Sessanta ed è giunto fino alla “Prigione azzurra del sonetto” (2011) e alla sua monumentale opera completa del 2014 con una produzione vasta sì ma sempre rigorosamente passata al setaccio della severità. Si tratta di un percorso, come dicevo, variegato e vasto. Però, si può dire che Martino ha attraversato le poetiche di questi ultimi decenni con lo scafandro del palombaro, si è forzosamente isolato dai movimenti letterari ed ha percorso la sua strada in solitudine, con la certezza di aver tracciato un percorso degno di rilievo. Come sappiamo, l’assenza di una critica di riferimento getta un po’ tutti gli autori migliori in una zona d’ombra dalla quale spesso è difficile uscirne.

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