Carlo Lucarelli: Los fucilados, un racconto

778px-El_Tres_de_Mayo,_by_Francisco_de_Goya, (1814)

– Mi chiamo Libero Gramigna, Libero come l’idea che non muore e Gramigna come l’erba cattiva che anche quella non muore mai.

La canna del fucile mi colpi sulla bocca, spaccandomi le labbra con un colpo che mi risuonò sui denti secco come un ramo che si spezza. Ce l’avevano detto di star zitti ma a star zitto non sono stato buono mai, neanche da bambino, neanche con mio babbo, figurarsi coi fascisti. Cosi lasciai che il sangue mi colasse gill sul mento e sorrisi, mostrando i denti rossi all’ufficiale, anche se sentivo male, e molto. Erano solo cinque minuti che eravamo nel barranco e già si era tolto e messo i guanti mille volte, l’ufficiale, annusando l’aria con quel suo muso da topo, i baffi stretti sulle labbra e gli occhi vicini, a spillo, sotto la nappa del berretto da tenente della guarnigione di Granada. Accanto a me c’era un uomo in camicia che tremava, ed era a lui che io parlavo, sfidando le botte dei fascisti e i loro sibili da serpenti:

Adelante e hijo de puta. Era un poeta, l’uomo in camicia, e aveva paura di morire.

– Noi siamo cosi di famiglia, – dissi, – gente che non sa stare zitta. Lo era mio nonno, ucciso dai carabinieri di Salandra all’assalto del Comune nella Settimana rossa, lo era mio zio, fucilato alla schiena perché anarchico e disfattista, e lo era mio padre, che è morto nel suo letto, male perché è là che lo inchiodarono le bastonate dei fascisti quando lo presero da solo in un agguato, ubriaco e disarmato, fuori dall’ osteria.

L’ufficiale alzò le labbra e squittì un ordine. Rapidi i soldati, curvi, neri e saltellanti come un branco di avvoltoi, ci strinsero contro una duna del barranco, spingendoci indietro con i calci dei fucili. Il mio poeta era impallidito ancora e aveva chiuso gli occhi, quasi come fosse morto.

_ Facevo il violinista al Comunale di Bologna, – gli soffiai all’orecchio tra le labbra insanguinate, – perché mia madre aveva convinto un prete che io ero diverso e non avevo grilli per la testa. Ci rimasi quattro anni, a suonare Puccini, Verdi e Mascagni, ma un giorno che arrivarono i fascisti di Arpinati e pretesero che suonassi Giovinezza io feci come il grande maestro Toscanini e rifiutai. A lui, lo sanno tutti, toccò uno schiaffo ma io ne ebbi il naso rotto, un dente in meno e quattro costole incrinate perché avevo attaccato L’Internazionale, e se sono ancora vivo è solo perché quello che mi prendeva a calci nella testa fu sicuro che mi aveva ucciso. Allora son scappato, e son stato tra i primi a venire in Spagna per combattere i fascisti perché zitto io non ci so stare, e ci sono dei momenti in cui si deve far vedere da che parte batte forte il cuore.

L’ufficiale aveva già la spada fuori e i soldati s’eran messi tutti in fila, col fucile appoggiato sulla spalla e le canne su di noi, stretti a mucchio l’un sull’ altro, contro la duna del barranco. Allora, il mio poeta mi guardò e mi parve che negli occhi la paura gli fosse scivolata un po’ più in fondo. – Libero Gramigna, – gli dissi, e lui rispose: – García Lorca, – e insieme ci voltammo verso i soldati, e mentre gridavo: – Sparate, brutti porci di fascisti! – aprii le braccia in alto, con i palmi delle mani aperti e le maniche bianche della camicia gonfie del vento del barranco.

tratto da: Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi 2003

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immagine: opera di Francisco Goya, “Il 3 maggio 1808” conosciuto anche come “El tres de mayo de 1808 en Madrid”, o “Los fucilamientos de la montaña del Príncipe Pío”, e “Los fucilamientos del tres de mayo” – olio su tela, cm266 x 345 del 1814, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.
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2 thoughts on “Carlo Lucarelli: Los fucilados, un racconto

    1. “Il lato sinistro del cuore” è una raccolta di racconti di qualche anno fa, che a me è servita per migliorare la tecnica di scrittura del racconto breve. Che questo articolo sia piaciuto anche a te, caro Sarino, mi fa molto, molto piacere. Grazie a te!

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