Roberto Bertoldo, quattro poesie da Il popolo che sono commentate da Angela Greco

velocità-luce

Roberto Bertoldo, Il popolo che sono (Mimesis, Milano 2015), quattro poesie

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Io parlo poesie
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Io parlo poesie come i fabbri schegge
e festuche i falegnami,
amo per quel diluvio
che non potete dimenticare,
vivo come i veggenti,
scrivo da passatore.
Ho spade di legno
e l’arca di ferro,
una pagina di idee
e altri materiali sul ceppo.
Conosco la morte
perché è stata sulla penna
che ha scritto ‘bambini’,
conosco le mani disonorate
perché il vento vi ha inciso
le sue folate,
so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto.
Ma io ho, dentro di me,
il popolo che sono.
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I distici della notte
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Vi abbiamo addossato le nostre tomaie
per affrancarvi dalla parola venduta,
la poesia ha decretato l’offesa:
non morirete con il canto alla gola,
le nostre mani che hanno terra
tra le fessure delle falangi
gridano con gli ultimi tendini,
fino a troncare il colore pingue
dei vostri aggettivi.
La notte opprime i distici,
vuole un’ampia dichiarazione,
impoetica per di più.
Sulla grata del confessionale
i versi si frantumano,
la tonaca si macchia di rime
e accessori annessi,
il rosario che sproloquia
sulle gambe del messia
sputa i semi delle metafore.
Qualcuno ha gridato la verità
più fortemente delle vostre lamentele,
nababbi di apollo,
gentilizi dell’anima.
Oh poeti, poeti, quale emblema
il mio osso di popolo vi estorce
quando la bocca avete sulla platea
per la tenia degli applausi?
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Poema delle folate (il popolo tradisce)
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Si sono riaperte, dentro, le note della malinconia
per il perdersi dei giorni
forse qualcuno capirà questa spesa di emozioni
e avrà carezze per i marmi
ma le notti di solitudine nascondono la pelle
come fosse mille volte dietro i ceri
e file di pellegrini dalle mani bacate
non riempiranno d’amore la cesta dove crolla il mio capo.
Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
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Iraq
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Fatemi delirare l’amore
prima di sorprendere i mercati
coi vostri deliri di glicerina nitrata,
io li conosco gli avventori,
i loro occhi, la bocca e lo scarnito,
la fame che farfugliano,
rinvengo le verità e le altre carabattole
nel campo delle mie aritmie.
Oh, questi versi che marciscono
per troppa passione, tra le mie scapole
incontrano la notte che ghermisce.
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popoloHo riletto queste quattro poesie di Roberto Bertoldo proposte da Giorgio Linguaglossa in un commento sulla sua Rivista L’Ombra delle Parole; un lavoro complesso, che si estende su differenti piani del sapere e del sentire. Non è semplice uscire dall’idea di poesia come ancora oggi la si legge e troppo spesso intende, ovvero avere a che fare con una poesia completamente spoglia di lirismo e di orpelli, dove ogni parola – come giustamente ha osservato lo stesso Linguaglossa – è un termine, un punto di arrivo, un capolinea da cui è anche possibile intraprendere la corsa successiva, ma dove il più delle volte ogni termine è un piccolo mondo a se stante dove sostare, ruotando il capo intorno per riuscire a percepire l’intera poesia. Questi quattro testi di Bertoldo si configurano nella mia mente in una scena precisa (e già siamo oltre la semplice immagine in cui una poesia riuscita dovrebbe configurarsi; ma ancor di più qui l’esito finale sembra essere dato dalla poesia e dal lettore insieme): il lettore, solo, immerso in uno spazio senza muri e senza limiti, quasi vagasse nell’universo, simile all’astronauta che esce dalla navicella e inizia ad esplorare uno spazio del tutto nuovo, mentre su di lui convergono, da ogni punto i termini e i versi, come frecce appuntite che colpiscono in ogni punto. E, suppongo, che in questo si concretizzi quella pluridimensionalità di cui in un commento di Linguaglossa (Qui), ovvero una poesia capace di procedere in ogni direzione, che ti arriva addosso e dentro e tu devi muoverti a 360° e sopra e sotto anche, per intenderla nel suo insieme, nella sua pluralità.

Sono sicuramente poesie in cui il poeta si pone in un luogo privilegiato, come se già conoscesse qualcosa che è accaduto [Io parlo poesie; Conosco la morte] e tentasse di dirne al lettore; ma, di fatto, nonostante la precisione di alcuni riferimenti (mestieri e materiali ad esempio) non è dato di sapere il luogo e il tempo della poesia. Sempre nel primo testo, il valore dell’Io è di fatto un plurale, che viene reso manifesto dall’ultimo verso [il popolo che sono] e, quindi, un uso del pronome agli antipodi con quanto accade nella poesia maggiormente diffusa oggi, dove “io” è accentramento, egocentrismo, personalismo, qui, invece, l’io sviluppa una forza centrifuga. Ancora nel primo dei testi proposti, si legge:

so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto
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una metafora in cui incontriamo uccelli in procinto di predare qualcosa, forse il poeta stesso, che sa bene che questa sua poesia lo condurrà a questo scontro, tra lui e coloro che aspettano il suo passo falso; il poeta, però, trae forza [Ma io ho, dentro di me, / il popolo che sono] da tutto quanto ha ed è ed è interessante notare come Bertoldo in due soli versi sia capace di racchiudere tutta la tradizione e il vissuto nella parola “popolo”, che comprende tutto un campo semantico della vita quotidiana, storica, sociale e civile.

I versi seguono una consequenzialità che (forse) è nota solo al poeta e al lettore non rimane che arrendersi a questa onda – sinusoide per la precisione, come lo ha definito Giorgio Linguaglossa, che bene rende l’idea materialmente grafica – seguendone i movimenti di serpente, abile con un solo tratto (quello del verso steso sul foglio simile a quello del rettile steso sul terreno) a schivare ogni ostacolo e capace di percorrere ogni distanza in qualsiasi verso-direzione (e penso al serpente-verso che sulla sabbia-foglio procede in diagonale, ad esempio); intendendo con questo che a questa poesia, se fosse un essere vivente concreto, non servirebbero mani e piedi per spostarsi, ma le basterebbe la sua sola natura, ovvero sottolineo l’eliminazione di tutto un corredo di elementi superflui di cui spesso la poesia è infarcita. Un sinusoide-serpente, la poesia di Bertoldo, capace di staccarsi anche dalla superficie piana dov’è adagiata, toccando ambiti intimi-interiori, come si può leggere nel “Poema delle folate (il popolo tradisce)”. In quest’ultima poesia, scelta non a caso credo per questa piccola rassegna estratta dal libro “Il popolo che sono”, il poeta appare meno spigoloso e più comprensibile anche ad una lettura meno approfondita – assolutamente necessaria, mi sembra, per ogni testo – in cui anche la malinconia abbandona il suo connaturale significato e non scade in un abbandono, quanto piuttosto sfocia in una sorta di dimostrazione dello stato dei fatti [ma le notti di solitudine nascondono la pelle]; il poeta-popolo (perché in quell’io, io continuo a leggere un plurale) rimane vigile e non cede alla lusinghe del sentimentalismo in cui troppo spesso deriva la malinconia stessa:

Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
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Dell’ultima poesia proposta, “Iraq”, mi ha colpito il fatto che la verità sia qualcosa di poco conto [rinvengo le verità / e le altre carabattole /nel campo delle mie aritmie], che si rinviene al di fuori del ritmo ordinario dei giorni [aritmie], che altera il normale andamento del battito cardiaco ormai intonato sul ritmo della non-verità. Una presa di posizione netta, fin dal titolo, che mette in luce pur senza dirlo, il ruolo del poeta…

Una lettura molto impegnativa, quella di Roberto Bertoldo, che fuga ogni dubbio sulla semplicità che taluni intendono per “poesia” e sulla relativa semplicità di scriverne; una poesia che vaga dentro per molto tempo prima di trovare approdo alla comprensione e alla quale non è consigliato opporsi, cercando il senso stretto di ogni termine o, appunto, la comprensione logica di ogni verso, ma alla quale è consigliato affidarsi-sintonizzarsi, una volta percepita la lunghezza d’onda.

Angela Greco AnGre

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roberto-bertoldo-1Roberto Bertoldo – Nato a Chivasso il 29 aprile 1957. Laureato in Lettere e filosofia all’Università degli Studi di Torino nel 1981 con una tesi sul petrarchismo negli ermetici fiorentini. Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Dopo una militanza negli anni ’70 come redattore di riviste, poeta e narratore, si è ritirato per 15 anni al fine di proseguire la sua personale ricerca di scrittore. Di questi anni sono una serie di libri di poesia (Nuvole in agonia, Il pan-demonio, Il rododendro) e di narrativa (L’abitudine, Il cammello oltre la cruna, Le favole del fiume d’ebano, I nichilisti, Satio) tuttora inediti. Ha svolto per vari anni consulenze esterne di poesia e narrativa per alcune case editrici. Nel 1996 è tornato all’attività pubblica fondando la rivista internazionale di letteratura “Hebenon”, che dirige, con la quale ha affrontato lo studio della poesia italiana e straniera moderna e contemporanea. Teorico del ‘nullismo’ come superamento del nichilismo assiologico (Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 – nuova ed. riveduta e ampliata, Mimesis, Milano 2011; Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009; Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011) e della ‘fenomenognomica’ come titanica proiezione fenomenologica (Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura, Guerini, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006;Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013), ha approfondito varie questioni di teoria della letteratura. I suoi ultimi libri creativi finora editi sono i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998,Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002, Ladyboy, Mimesis, Milano 2009, L’Infame, La Vita Felice, Milano 2010,Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga ed., Torino 2015; e i libri di poesia Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi Ligure 2011, Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015. Dirige collane di poesia straniera e di saggistica. (da http://www.hebenon.com/roberto_bertoldo/index.html)

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angela-greco-angre-ottobre-2016Angela Greco (AnGre) – è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia; ha studiato per diventare perito agrario e ha gettato alle spalle quattro anni di Medicina Veterinaria. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio(racconti,  Lupo Editore, con prefazione di Michelangelo Zizzi, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, con una nota di Roberto Ranieri, 2012, di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013);Personale Eden (La Vita Felice, con prefazione di Rita Pacilio, 2015); Attraversandomi(Limina Mentis, con una nota di Nunzio Tria, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita). Premiata con segnalazione alla XXIX (2015) e alla XXX (2016) edizione del Premio Nazionale di poesia Lorenzo Montano rispettivamente nelle sezioni “Opera edita” e “Una poesia inedita” è presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog. Ha realizzato: Uscita d’emergenza (2014) eGenerazione senza (2014), libri d’artista; Irrivelato segreto (2015), opera poetico-fotografica su alluminio; Messa a fuoco (2015), fotografia su legno, per la sensibilizzazione sul tema Ulivo di Puglia. È ideatrice e curatrice del collettivo Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).

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2 thoughts on “Roberto Bertoldo, quattro poesie da Il popolo che sono commentate da Angela Greco

  1. Questi componimenti non hanno pause, il loro dire è denso e mi parla dello sforzo che l’Autore ha vissuto e vive nel non voler rimanere imbrigliato nell’inevitabile nichilismo di fondo a cui segue un nullismo inchiodante.

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