Voci poetiche commentate da Giorgio Linguaglossa: Anna Ventura, tre poesie

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Anna Ventura, dall’antologia Tu Quoque (poesie 1978-2013), EdiLet, 2014

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Il giardino
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Sempre abbiamo bussato
a porte chiuse: dentro
poteva esserci un giardino. Ma quelle porte
non si aprivano mai; solo talvolta
si schiudeva uno spiraglio:
qualcosa verdeggiava, là dentro; ma guai
a fare un passo avanti: la porta
si chiudeva di scatto
tornava a essere muro. Eppure c’era
un modo per superarla:
non bussare a nessuna porta,
non guardare da nessuno spiraglio;
aspettare di incontrare il giardino
che non ha porte, ma solo un arco fiorito
attraverso il quale si passa leggeri,
senza neppure sapere di essere entrati.
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L’angelo freddo
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Chi può dire che cosa non ci appartiene,
chi segna i confini delle proprietà,
chi chiude le porte e col gesso scrive
i limiti del possibile?
Chi, se non un angelo malvagio,
al quale bruciamo inutili incensi,
l’angelo conformista di un galateo di menzogne,
l’angelo di pietra che sta sulla tomba,
e aspetta solo che gli stiamo a tiro,
ma non ha fretta,
perché già ci possiede?
A quest’angelo freddo
è inutile strizzare l’occhio:
ignora spirito e fantasia;
non ha la luciferina gaiezza
del Satana piede caprino,
né la buia durezza del Maligno:
alita soavemente sulle nostre case arredate,
governa le nostre automobili,
i bambini grassi e le serve.
E’ la nostra ottusa certezza,
la fede indegna di essere creduta.
I ladri, i rapitori, il dolore
sono l’unico baluardo
contro di lui.
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Res
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Res è cosa,
e cosa rimanda
al ruvido, al grezzo, al colore
paglierino oppure ocra o marrone,
di forma semplice e tonda,
di consistenza solida,
senza odore, a temperatura normale.
Cosa è un uovo o una pietra,
un sacco pieno di grano,
un cavallo di legno.
Anche la terra è cosa,
e così la sedia, la ruota,
la brocca di coccio, il sale.
Cosa è la zappa e il falcetto,
la trappola per il lupo e il remo.
E così elencando,
per tutta una serie di oggetti
connessi con la vita,
il lavoro e la morte,
il ciclo eterno dell’uomo,
immutabile, inevitabile.
Che poi le cose, res,
divengano res gestae, res adversae
o res secundae
ci interessa meno, come
non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
l’anima della parola è all’origine,
nel fulcro antico del mondo,
quando la selce fu oggetto e arma,
il fuoco, dono degli dei
.

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Lettura di Giorgio Linguaglossa – Anna Ventura scrive: bisogna restituire «la parola alle cose»; il mondo va visto con gli occhi delle cose, sono la «cose۹ che devono parlare. La Ventura non osserva il mondo con una visione gerarchica, dà attenzione alle cose più insignificanti, le «minuscole storie», le solitudini, gli «oggetti / che sfuggono alla legge / dell’ordine e del bello». Utilizza il pensiero sghembo, uno sguardo diffratto, distopico, come l’ombrellino di carta colorata sulle coppe di gelato: «una volta ho mangiato / un gelato mostruoso: / non c’era altro modo / per avere una coccarda di carta velina / che c’era confitta sopra». La Ventura è una acutissima osservatrice del mondo, sceglie «non i nobili suoni, / ma i semplici rumori», i «gesti semplici, sapienti, responsabili». Le cose emergono alla pagina chiare e concrete, colte nella loro cubatura spazio-temporale: «Res è cosa / e cosa rimanda / al ruvido, al grezzo, al colore / (…) di forma semplice e tonda, / di consistenza solida». Le cose «durano più della gente», ci parlano delle persone, sono permeate di vissuto, di storie: «oggetti vetusti, / levigati dall’uso, scuriti dal fumo / corrosi dalla ruggine» come l’impronta di verderame lasciata dallo scudo del guerriero riemerso dagli scavi: «parlava di vita», la «giovane vita» che gli era stata tolta; la tartaruga di Volterra parla con i sarcofaghi sommersi, e «il filo d’argento di una solitaria lumaca» che percorre gli etruschi sposi di pietra. Le «cose» «vogliono un grande silenzio / prima di prendere la parola». Le «cose» sono i frammenti che ci rimandano all’infinito: «dietro la tenda di trina / c’è il mondo, immenso» mentre «passa il fischio del treno, / sempre alla stessa ora» quelle «cose» semplici come i «biscotti fatti con l’anice» o le «coperte lavorate ai ferri». L’atto poetico di Anna Ventura vuole «trasformare in infinito / il quotidiano finito».

*

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate, a quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores” per la Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.- Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. El jardin, traduzione di Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016).

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Giorgio Linguaglossa

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5 thoughts on “Voci poetiche commentate da Giorgio Linguaglossa: Anna Ventura, tre poesie

  1. SCRIVE FRANCO DI CARLO:
    “La poetica e la poesia di Anna Ventura, nascono e si muovono secondo tre percorsi espressivi fondamentali: il valore essenziale del “dono”, originario, della Parola; l’attenzione, di carattere realistico simbolico, alla “attualità” delle Cose; e, infine, il legame, quasi filologico e consustanziale, forse anche di origine pascoliana, con la Realtà (del Simbolo) delle Cose Abruzzesi, viste assunte ed espresse come Emblemi, semplici e metaforici, delle Cose del Mondo (naturale storico e antropologico).”

  2. Grazie, cari amici, per aver posto la vostra attenzione alla mia poesia:che scorre come un fiume sommerso, e viene alla luce quando la sensibilità affettuosa degli amici la fa uscire fuori dalle tenebre.Vorrei poter parlare direttamente con ciascuno di voi,ma concretamente è difficile.Sul filo rosso del web, tuttavia, riusciamo ad essere vicini,perfino a comprenderci: una volta si parlava seduti sullo stesso divano, oggi riusciamo a parlare attraverso l’etere, e anche questa è una conquista VI saluto affettuosamente, vi voglio bene,Anna Ventura

    1. Anna, benvenuta anche tra i commenti & grazie del dono della tua poesia che con vero piacere ho condiviso in questo spazio tramite Giorgio.
      In fondo, i blog sono nuovi salotti e per fortuna esistono, permettendoci di incontrarci, come dici anche tu. Dunque, sentiti a casa, qui 😀

  3. La poesia di Anna Ventura opera una specie di sortilegio: nel mix tra “racconto della nostra quotidianità” e intuizione poetica sembra nascere una nuova modalità di scrittura, dalle apparenze semplici, ma profondissima nei contenuti. Una prosa poetica che ci racconta la vita a tre dimensioni, segnandola con la quarta quinta dimensione del tempo e dell’anima, che non ha tempo. Così il passato più remoto, arcaico, della parola allo stato nascente è attualissimo e disegna segna scolpisce il nostro tempo.

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