Kazimir Malevich, Cavalleria rossa – sassi d’arte

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Red Cavalry (Красная конница) , Cavalleria rossa, è un dipinto ad olio sul tela realizzato tra il 1928 ed il 1932 da Kazimir Malevich, aderente allo stile del Neo-Suprematismo; l’opera misura 91 x 140 cm ed è custodita presso il Museo Statale Russo (State Russian Museum)  di San Pietroburgo.

Kazimir Severinovich Malevich nasce il 26 febbraio 1878 presso Kiev, in Ucraina. Studia all’Istituto di Pittura Scultura e Architettura di Mosca nel 1903 e all’inizio della carriera sperimenta vari stili, dipingendo opere a carattere naturalistico e tuttavia prendendo parte alle principali mostre dell’avanguardia in Russia. Già a partire dal 1913 si manifesta nel pittore un grande interesse per il cubismo, interesse che lo porterà sulla via di quello che è considerato il suo contributo più originale per ciò che riguarda la storia delle forme artistiche, ossia il Suprematismo, una pittura caratterizzata da forme astratte e geometriche; la vera grande novità di Malevich si coglierà, appunto, in quella semplificazione formale, che farà di lui un artista unico del panorama sovietico intenzionato. Intenzionato a percorrere una via autonoma e del tutto staccata da correnti altrui, coglie l’occasione dell’Ultima Mostra Futurista, tenutasi nel 1915 a Pietrogrado, per lanciare il Suprematismo, di cui studia, a partire dal 1919 anche applicazioni tridimensionali attraverso modellini architettonici, che, nello stesso anno, Malevich teorizzerà, scrivendo insieme al poeta Majakovskij il “Manifesto del Suprematismo”. Kazimir Malevich morirà a Leningrado il 15 maggio 1935. (tratto ed adattato da biografieonline.it)

Negli anni conclusivi della sua vita, dal 1927 al 1935, Kasimir Malevich, il profeta dell’astrattismo russo, tentò disperatamente di rivoluzionare la propria arte, riportando la figura umana al centro dell’universo, dopo il suo annientamento nel “Quadrato nero”, la più famosa, forse, delle sue opere “suprematiste”.

Ma il tentativo urtò contro il conformismo dei sacerdoti della rivoluzione, i quali, dopo aver reso estremamente difficili quegli ultimi anni di vita al grande pittore ucraino, gli inflissero una condanna post mortem che comportò il seppellimento delle sue opere, per sessantacinque anni, nei sotterranei del Museo Russo di San Pietroburgo. Oggi, quelle opere, vale a dire sessantotto dipinti e otto disegni, in pratica tutto ciò che si trovava in casa di Malevich al momento della sua morte sono esposte in una grande mostra organizzata dallo stesso Museo russo di San Pietroburgo che le ha raccolte e conservate sfidando la messa al bando ufficiale imposto sull’ inventore del «suprematismo» fino alla metà degli anni Ottanta.

Kazimir Malevic- Quadrato nero, 1913--

Quelli dal 1927 al 1935 sono, per Malevich, anni di vertiginosa produzione. E’ come se il suo genio avesse improvvisamente avvertito l’ansia del tempo. Non per la malattia, che si manifesterà per la prima volta soltanto nel ’32, ma perché il mondo intorno a lui è cambiato inesorabilmente. Se ne n’ è accorto già nel ’26 quando un articolo sulla Leningradskaja Pravda, dal titolo “Un monastero a spese dello Stato”, scritto da un critico sconosciuto di nome Serjy (grigio) addita l’Istituto di Stato per la Cultura artistica di cui Malevich dirige la sezione dedicata alla pittura moderna, come un covo di parassiti e sovversivi, per giunta finanziati dal pubblico denaro. Un colpo durissimo per Malevich, rivoluzionario ante litteram, avendo partecipato ai moti del 1905, la rivolta di Krasnaja Presnja, preludio all’ Ottobre ’17 e maggior teorico dell’avanguardia russa, una sorta di artista-filosofo di stampo rinascimentale capace di spaziare dalla pittura all’ architettura e di attrarre schiere di seguaci. Ma non c’ è niente da fare. Alle guardie rosse della cultura il «suprematismo» non piace. Questo primato dell’idea artistica sulla forma teorizzato da Malevich viene visto come una pericolosa manifestazione di individualismo. Altro che nuova via verso l’arte fine a se stessa. L’ Istituto per la Cultura artistica viene chiuso.

La svolta nella vita artistica, e non solo artistica, di Malevich avviene l’anno dopo, nel giugno del 27. Malevich è partito con le sue opere e i suoi scritti filosofici alla volta di Varsavia e Berlino dove parteciperà alla grande mostra annuale di pittura contemporanea. Decine di quadri descrivono il percorso compiuto da Malevich nel solco dell’avanguardia russa fino al suo tragico ed enigmatico «suprematismo»: postimpressionismo, neoprimitivismo, cubofuturismo, astrattismo. Ma ecco che il 5 giugno del ‘27 un telegramma da San Pietroburgo ingiunge a Malevich di tornare immediatamente in patria. Lui ubbidisce ma lascia a Berlino le sue opere e i suoi scritti. In Russia sarebbero in pericolo. Così, fino al 1988, quando si celebra la sua prima completa retrospettiva, il Malevich conosciuto è solo quello delle opere lasciate in Germania e dal curatore tedesco, l’architetto Hugo Hoering, cedute al museo di Amsterdam. Tornato a San Pietroburgo, Malevich viene arrestato con l’accusa di voler espatriare illegalmente. Ma viene rilasciato poco dopo. E si tuffa nella sua personale ricerca del tempo perduto. Forse scopre che l’astrattismo lo ha portato in un vicolo cieco.

Lui che ha combattuto Dio ammette che «Dio non è stato battuto». I contadini, i suoi amati contadini, occupano lo spazio che nelle icone è riservato ai santi Pietro e Paolo, agli apostoli, alle madonne con bambino. Ma non sono figure, sono corpi senza volto, muti o forse imbavagliati. Le date del secondo ciclo contadino, che la Mostra di San Pietroburgo espone in tutta la sua inedita sequenza, dicono «1908, 1910» oppure «tema 1908, tema 1910». Ma l’analisi critica e storica scopre che i quadri sono stati dipinti a cavallo del 1930. Gioca col tempo, Malevich: non si tratta di inventare nuovi soggetti, scrive, ma di manipolarli alla luce delle nuove comprensioni. Quelle figure coniche o esili, in tutto spente, tranne che nei colori dell’anima sono una condanna del collettivismo.

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La Cavalleria rossa è uno sberleffo alla storia ufficiale. Nel retro della tela Malevich spiega che la scena raffigura uno squadrone che corre al galoppo «per difendere i confini della patria sovietica». Ma è un’immagine sinistra, apocalittica, inquietante. Anche questo quadro è datato 1918, l’anno della guerra civile, ma è stato dipinto nel ’32. Come la lunga sequela di paesaggi postimpressionisti, dai colori filtrati, illustrazione della sua memoria artistica ormai consegnata all’ occidente. Così Malevich si difende dagli eredi della rivoluzione che pure lo ebbe tra i protagonisti.

Ma ormai tutti i fili sono stati tagliati. Il maestro dell’arte astratta tenta un ingresso nel realismo, dipingendo alcuni ritratti di familiari e un «ritratto di operaio stacanovista» che esegue in tre versioni, una più tormentata dell’altra. E’ un prezzo da pagare. Nell’ autunno del ’30 Malevich è arrestato per la seconda volta, con la falsa accusa di spionaggio a favore della Germania. Dopo tre mesi viene rilasciato, ma confessa a Pavel Filonov, il grande primitivista, inventore dell’arte analitica: «Il giudice mi interrogava di continuo chiedendomi: “Ma di quale impressionismo sta parlando? Ma di quale cubismo va predicando”». Poi, sconsolato, concludeva: «Vogliono annientarmi. Pensano che distruggendo Malevich, distruggeranno il formalismo. Ma io non mi lascerò distruggere».

Quando muore di cancro, a 57 anni, vuole che sul feretro venga posto il suo famoso “Quadrato nero”. Un discreto pubblico di allievi e seguaci accompagna la bara alla stazione Mosca di San Pietroburgo. Qualche mese dopo, con un veemente articolo dal titolo “Sul formalismo nella pittura” la Pravda lo mette all’ indice.

(adattamento dell’articolo di Alberto Stabile per Repubblica.it, 2001)

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