Angela Greco, un racconto inedito

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Una giornata particolare, un racconto di Angela Greco

E’ ancora giorno, ho le mani fredde e due orologi sono fermi alla stessa ora.

Matteo ha scritto della sua nuova vita ed Alfredo mi invita a non insistere e sicuramente fino a sera gli darò ragione. «Il mare può essere superato con l’aiuto di un provetto nuotatore» ho letto, senza badare minimamente alla metafora. Di primo mattino la metafora spesso mi causa bruciore di stomaco e questo non è certo il giorno adatto per un aggravio del lavoro digestivo. Il giornale cittadino dedica quasi mezza pagina all’articolo del giovane ed io penso a suo padre, dopo un anno e mezzo di silenzio, lo immagino mentre concretizza quei treni visti per trent’anni, come specchio di quanto va accadendo a casa sua. Eccola, ci risiamo, un’altra metafora, che insiste.

Alfredo ha ragione fin dalle sette del mattino.

Ieri sera ho cucinato due medaglioni di filetto di vitello con albicocche da servire con una riduzione di Primitivo, giusto per non rinnegare le radici. In alcuni punti interni la temperatura è scesa al di sotto degli zero gradi. Un freddo talmente intenso da trasformare la gioia dei fiocchi di neve danzanti contro la spietatezza della gravità, in razionale sfere di ghiaccio, ricadenti al suolo senza poesia. Ancora! Non è possibile! Ma la Poesia, prima con le metafore e adesso evocata con nome di battesimo, che cosa vuole da me? In questo tempo di bilanci consuntivi non è errato porsi domande. Stamattina il Grecale ha svelato un azzurro trasparente: non quell’azzurro profondo dei cieli meridionali sferzati dal Maestrale, ma un colore vitreo, che in lontananza sembra accentuare una sorta di fragilità, traslucendo verso un celeste pallido quasi bianco. La casa che fronteggia la mia finestra è addobbata a festa dal giorno in cui l’hanno ristrutturata. In questo rumore di tasti c’è tutta la narrativa con cui siamo cresciuti: la lettera che si inceppa, il nastro sbiadito solo in due punti e il carrello che suona a fine corsa, come il treno proveniente da Cremona si annuncia in stazione con un din-don quasi fiabesco. Siamo ancora nella prima metà della giornata e ricordo perfettamente quando dormimmo in stazione, nell’attesa del primo del mese e l’etichetta di plastica di un’aranciata amara era la corona ferrea. Quella notte mancò il vischio, ma non il bacio.

Terzo caffè. Amaro. La Buona ventura mi guarda sorridendo, ma non ho anelli da sfilare. Le sue mani leggono le mie, stranite dalla povertà e dalla ricchezza al contempo. Ci guardiamo negli occhi, io e la sorte, e continuo a pensare che Alfredo ha ragione. Oggi sarà una giornata di attesa e lettura delle previsioni – metereologiche sia chiaro, quelle astrologiche mentono sempre – per sapere il momento migliore per attraversare il mare. Gabriele segue Antonietta tra i panni sulla terrazza del palazzo grigio, in attesa della parata militare. Mani nelle mani, guardandosi negli occhi, leggono un destino. L’orologio sempre fermo alle otto del mattino, mentendo mi dà la carica, come mi fossi appena svegliata, a testimonianza del fatto che il Tempo è un mero meccanismo a cui ci hanno addomesticati. Marcello e Sofia sono qui oggi ed è ancora il 1977. «Ma uno zingaro è un trucco» cantava Francesco. Era il 1975 e magari Ettore stava già lavorando al suo film.

Un venditore di almanacchi si spartisce le sorti con Frate Indovino, che di buono ha anche il calendario, nascosto tra proverbi e modi dire.

“Scusa?”

“Dimmi”

“Ma stai confondendo la Poesia con altro.”

“Davvero?”

Franco a questo punto mi dirà un’altra volta che Leopardi non si tocca a meno che non si abbia da dire qualcosa di nuovo, che mai prima d’oggi sia stato detto. Oddio, caro Franco, con buona pace di Giacomo credo che dovrebbe essere sempre così. Però ha ragione. Si sa, questo giorno sembra essere fatto apposta per le frasi fatte e le citazioni altolocate. In fondo, l’almanacco, al di là di chi lo ha scritto, sempre un palliativo per l’incertezza del domani rimane. E ricominciamo. Poesia, domande, condizione umana…ma oggi non era un giorno di festa? Forse. Nessuno ha cliccato “Mi piace” alla fotografia che mi ritrae e non mi hanno scritto nemmeno un SMS nelle ultime quindici ore; dunque non avrei da festeggiare nulla, secondo il rituale moderno. Io, invece, ho utilizzato la mia scorta annuale di messaggi per incollare i sacri pezzi di un’amicizia. No, non è buonismo da ultima corsa, Roberto lo sa e mi risponde: Mantenersi integri nell’attività che abbiamo scelto è il solo modo che abbiamo per rimanere davvero creativi, non importa se non piacciamo agli altri. (cit.) Temo che il discorso stia radicando in terreni sofferti, quindi è meglio proseguire. Questo giorno ha ancora poche ore a cui appellarsi.

A Roma ho comprato una maglia rossa da indossare durante la serata di poesia a cui non parteciperò. Eppure, la maglia rossa, oggi, luccica nella sera giusta. C’è il bacio e pure il vischio. Manca il treno. Magari quello viola che vidi fermo sull’ultimo binario, mentre guardavo fuori dal tuo ufficio. Andava a Parigi, mi dicesti. Andremo a Parigi, ti dico. Forse non sarà quest’anno, perché abbiamo già l’agenda occupata e nessun giorno disponibile, ma ci andremo. E partiremo dalla tua stazione, nel freddo di un altro dicembre, oblitereremo il biglietto solo all’ultimo momento, così da fare una sorpresa a tutti. La maglia rossa andrà benissimo; magari indosserò anche il cappello di un altro giorno di fine dicembre, quando sulla salita del Moulin de la Galette, ridesti con me guardando la cupola bianca in lontananza. Aspetta, hanno bussato. Rodolfo conosce i miei orari. Renoir sorride. Ho sempre le mani fredde, non si possono leggere così. Le linee sono spezzate, come sul tuo palmo nella poesia di quella sera di dieci anni fa. In fondo, il poeta ha ragione, quando scrive che la presenza si nutre proprio di non presenza. (cit.)

A questo punto posso già dare ragione ad Alfredo: meglio non insistere. In fondo, tutto passa. Anche le quotidiane piccole congiunture negative, quelle che si aggiungono alla gastrite del vivere.

Inizio ad apparecchiare la tavola: tovaglia rossa, sottopiatti bianchi, doppio bicchiere, posate a destra e a sinistra, ma senza regole precise, tovagliolo ricamato e segnaposto a forma di coccinella septopuntata con le antennine a reggere un minuscolo rettangolo vergato a mano. A centrotavola un’alzata di alabastro decorata con agrifoglio e candele rosse, melegrane incise nel loro Greenwich, che segna sempre l’orario preciso ed arance impunturate di chiodi di garofano a spargere profumo di antiche tradizioni. Sul tavolo dodici pietanze ed un cotillon da indossare, maschera benignamente apotropaica, per dare un singolare benvenuto, mentre la musica scaccia i demoni di un mondo finito o, così, si spera. Suonano alla porta. Le luci intermittenti della stella appesa alla finestra hanno un sussulto e per un attimo si teme il black-out. Ad uno ad uno tutti i protagonisti entrano e prendono posto, leggendo il proprio nome scritto a mano sulla coccinella immobile. Alfredo ride e Marcello e Sofia sembrano sempre in un film e forse lo sono, forse lo siamo, realmente. Continuano a scorrere immagini provenienti da un altro presente, quello in cui forse abbiamo vissuto, mentre gli orologi riprendono a ticchettare dopo essere stati fermi quasi un anno. Mancano cinque minuti ai fuochi d’artificio e questo trentuno di dicembre sembra avere buone possibilità di uscire indenne da un annus horribilis. Orribile, perché di fatto tendiamo a dimenticare quel che ci ha preceduto. Silvestro invisibile nell’ombra fa le fusa e Giorgio scatta una fotografia.

Siamo tredici a tavola e si appresta il 2017.

Non siamo superstiziosi.

Anche scrivere, in fondo, è un rito esorcizzante.

*

Massafra, 31 dicembre 2016.

 

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10 thoughts on “Angela Greco, un racconto inedito

  1. Non leggo tutti i giorni gli articoli sul lettore quindi non riesco a seguirvi tutti.
    Questa lettera è bellissima come penso anche la tua foto (che cercherò per mettere un like, uno ma molto importante). Ci sono tanti spunti in quello che hai scritto: è molto sottile il limite che separa la poesia dalla prosa, non è il linguaggio ( oggi quasi più nessuno scrive in rima o in metrica), è il pensiero sulle cose, il nostro sguardo sul mondo raccontati in poche ma toccanti parole.
    Qualche giorno fa ho scritto un articolo “L’assenza dell’amore ” dove appunto affermo che l’assenza è la forma dell’amore, più è grande l’assenza più è forte la sua presenza. Mi fa piacere ritrovare in te questo pensiero. E poi mi piace la tua relazione con il tempo: io vivo in casa senza orologi, il tempo dettato e scandito meccanicamente: non c’è passato, non c’è futuro, il presente racchiude tutto.
    Auguri Buon Anno Nuovo
    Daniela

    1. Buongiorno Daniela e grazie per il tuo commento 😀
      Sarà la neve, inusuale nel mio Sud che mi stona, ma credo di non aver compreso a quale foto ti riferisci, però grazie in anticipo! Io sono figlia di orologiaio e con il tempo, quello “umano” chiamiamolo così, ci ho sempre giocato fino a immaginarlo, come un’entità infelice, lui, il tempo, perché costretto a non potersi mai fermare nemmeno per un attimo di gioia…

      “la presenza si nutre proprio di non presenza.” (cit.)
      a cui credo tu ti riferisca, richiamando l’assenza dell’amore, è una citazione tratta da uno scritto del poeta Flavio Almerighi, che per onestà ho riportato in corsivo. L’assenza, di fatto, e per esperienza personale, però, è anche secondo me, un immenso motore di conferma della presenza…

      Grazie, del dono della tua, di presenza, qui e felice anno nuovo anche a te!

      1. Ciao Angela, l’assenza è il motore di conferma della presenza . Ci sono vari spunti su questo pensiero, da diversi filosofi poeti e teologi. Su questo argomento è stato basato l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, The young pope, che mi ha molto colpito proprio per lo sviluppo del pensiero dall’assenza.
        Un saluto

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