Luigi Tenco e la bellezza triste di un’epoca, a cura di Giorgio Chiantini – sassi sonori

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Omaggio a Luigi Tenco nel 50° anniversario dalla scomparsa, a cura di Giorgio Chiantini

Sulla fine tragica di Luigi Tenco, ormai in questi 50 anni che ci separano dal quel tragico 27 gennaio del 1967, è stata prodotta una vasta letteratura. Molte le interpretazioni e le ipotesi che hanno messo in dubbio la versione ufficiale, ipotizzando chissà quali retroscena e complotti e mettendo in dubbio “…la profondità dell’emozione umana presumibilmente innescata dalla situazione” (cit. Marco Santoro in Effetto Tenco).

Nato a Cassine il 21 marzo 1938, trascorse la prima infanzia tra Cassine e Ricaldone (paese originario della madre) fino a che, nel 1948, la famiglia si trasferì in Liguria, dapprima a Nervi (nella casa del nonno materno) e poi a Genova, dove la madre aprì un negozio di vini. Nel 1953 fondò un gruppo musicale, la Jelly Roll Boys Jazz band; nel 1956 entrò a far parte, anche se saltuariamente, come sassofonista del Modern Jazz Group del pianista Mario De Sanctis, che vedeva fra i componenti anche Fabrizio De André alla chitarra elettrica. Nel 1957 venne chiamato nel Trio Garibaldi e proprio per il trio, Tenco scrive la sua prima canzone, la sigla di apertura dell’orchestra. Seguì, nel 1958, la costituzione del gruppo I Diavoli del Rock con Graziano Grassi, soprannominato Roy, alla batteria e Gino Paoli alla chitarra. Nel 1959 si trasferì a Milano, ospite, con l’amico Piero Ciampi, di Gianfranco Reverberi che, lavorando come arrangiatore alla Dischi Ricordi, lo fece partecipare come session man alle registrazioni di La tua mano di Gino Paoli e Se qualcuno ti dirà di Ornella Vanoni; si trasferì poi con Ciampi alla Pensione del Corso, in Galleria del Corso 1, dove alloggiavano anche Paoli, Sergio Endrigo, Franco Franchi, Bruno Lauzi ed altri artisti. Ottenne, quindi, un contratto discografico con la Dischi Ricordi come cantante; il suo esordio con il gruppo I Cavalieri risale al 1959. Il gruppo – che gravitava intorno alla casa discografica Tavola Rotonda, sotto-etichetta della Ricordi, da cui il nome – incise un EP (Extended Play) con quattro brani, Mai/Giurami tu/Mi chiedi solo amore/Senza parole (che vennero anche pubblicati suddivisi in due 45 giri), pubblicato a nome «Tenco». Dopo questa incisione, Tenco adottò gli pseudonimi di Gigi Mai, Dick Ventuno e Gordon Cliff, chiedendo a Nanni Ricordi di non apparire con il suo vero nome, per non subire danni d’immagine essendo studente di scienze politiche ed iscritto al Partito Socialista Italiano.

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Nel 1961 uscì il suo primo 45 giri inciso come solista e con il suo vero nome, intitolato I miei giorni perduti. Il primo 33 giri, invece, uscì nel 1962 e conteneva successi quali Mi sono innamorato di te e Angela, ma anche Cara maestra, che non fu ammessa all’ascolto dalla Commissione per la censura (per quest’ultimo brano fu allontanato dalle trasmissioni RAI per due anni). Nel settembre del 1963 le sue canzoni Io sì e Una brava ragazza furono nuovamente bloccate dalla censura. Poco prima aveva abbandonato la Dischi Ricordi per la Jolly; nel 1966 stipula un contratto con la RCA Italiana ed incide Un giorno dopo l’altro, che diventa sigla dello sceneggiato televisivo Il commissario Maigret. Altri successi dell’epoca sono Lontano lontano (in gara a Un disco per l’estate 1966), Uno di questi giorni ti sposerò, E se ci diranno, Ognuno è libero.

A Roma, conobbe la cantante italo-francese Dalida, con la quale ebbe una relazione, e nello stesso periodo collaborò con il gruppo beat The Primitives, guidato da Mal, per i quali scrisse, in collaborazione con Sergio Bardotti, il testo italiano di due canzoni: I ain’t gonna eat my heart out anymore, che diventa il grande successo Yeeeeeeh!, e Thunder ‘n’ Lightnin, tradotta in Johnny no! e contenuta nell’album del gruppo Blow Up. Nel 1967 si presentò al Festival di Sanremo (Fabrizio De André sostenne che non ne era affatto entusiasta e vi andò controvoglia) con la canzone Ciao amore ciao, cantata, come si usava a quel tempo, da due artisti separatamente, ovvero lo stesso Tenco e Dalida. Prima di quel tragico 27 gennaio si ha la sensazione, che Tenco cercasse di dialogare con il pubblico, proponendo contenuti di tipo sociale e politico a ritmi e arrangiamenti più popolari, tipo di origine folkloristica oppure rock, genere, che in quel momento stava dilagando, come diffusione di massa. Penso a canzoni come “Ballata della moda”, “Giornali femminili”, “Vita sociale” oppure come “Cara maestra” e “Ragazzo mio”. Tenco, però, a fronte dei suoi testi di carattere sociale, rimaneva un grandissimo cantante d’amore, tanto da emergere con canzoni, scritte e interpretate da lui, a dir poco meravigliose, come: “Mi sono innamorato di te”, “Vedrai vedrai”, “Quando”, “Lontano lontano”, “Un giorno dopo l’altro”, “Se stasera sono qui”, “Se potessi amore mio”, “Angela”, “Guarda se io”, “Se sapessi come fai” e tante altre.

397-tenco-e-dalidaSi tratta di uno dei più bei canzonieri d’amore scritto ed interpretato da un musicista contemporaneo. Non che non ci siano canzoni d’amore altrettanto belle, ma nessuno ne ha “indovinate” tante; canzoni d’amore dove semplicità e linearità si esprimono sempre con le parole giuste, perché elementari e perché preservano una sorta di originaria innocenza: “Mi sono innamorato di te/ perché non avevo niente da fare” o “se stasera sono qui/ è perché ti voglio bene”, sono di una semplicità inaudita, che le fa arrivare diritte al cuore. Il più introverso cantante italiano trova una essenzialità luminosa e la trasforma in passione amorosa. Contribuiscono in modo determinante due fattori: la bellezza straordinaria di Tenco e la sua voce, quest’ultima capace di tonalità intense e a volte molto forti. Meglio di tutti ha saputo raccontare questa voce Enrico de Angelis: “Il suo canto così simile al fraseggio del suo sassofono: il Tenco interprete che sa spiegare le frasi melodiche con intonazione perfetta, spezzandole poi con pause e sospensioni sapienti; che si impone per quella sua nitidezza timbrica, sillabica, per quelle struggenti strozzature che finiscono rauche, quei teneri accenni lievissimi di falsetto, o nelle note basse quella definitiva profondità che non ammette repliche”.

Si può solo aggiungere che quella voce era perfettamente corrispondente ad un volto altrettanto perfetto, di cui sembra riprodurre i tratti, le ombre e le oscurità, che non riescono ad incupire la luminosità dello sguardo. Infatti Tenco non è triste, nell’eccezione del termine, ma lascia che si intuisca un elemento di gioco, un esercizio di travestimento dove l’infelicità e la malinconia, sembrano diventare una sorta di stile… “l’aria triste che tu amavi tanto”. Di conseguenza, forse, non è così pretestuoso ribaltare lo stereotipo costruito su di lui, ad esempio pensando ad una delle sue canzoni considerate più tristi, quel “Vedrai vedrai” si scoprirà facilmente che la parola chiave di quel testo è “cambierà”, ripetuta per ben sei volte! “Vedrai vedrai/ vedrai che cambierà/ forse non sarà domani/ ma un bel giorno cambierà”.

Erano tempi, quelli di Luigi Tenco, dove, innanzitutto, l’idea di una condivisione – generazionale, ma anche sociale e addirittura politica – emergeva e si manifestava nei termini e con i suoni più seducenti e dove la tristezza era innanzitutto un elemento letterario, che si sceglieva di adottare più di quanto avessero fatto e avrebbero fatto altre generazioni. La tristezza, insomma, come cifra stilistica, che doveva rendere interessanti e riflessivi, aggrottati in volto e nei pensieri, non mesti, ma consapevoli del tragico. Tenco, autore di almeno tre canzoni tanto struggentemente tristi quanto prodigiosamente non tristi, ma ariose, libere, tenerissime, come “Lontano lontano”, “Un giorno dopo l’altro” e “Vedrai vedrai”, ha una tristezza diversa da altri cantautori dell’epoca, tutti esponenti della cosiddetta “scuola genovese”, un nucleo di artisti, che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Al di là delle apparenze, nella tristezza di Tenco forse sembra resistere una traccia di speranza: la speranza, sua essenziale eredità, insieme alle sue belle canzoni, è quella che ci piace ricordare di lui. (Notizie varie dal web e dal libro La musica è leggera di Luigi Manconi)

“Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro “
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(Luigi Tenco, Io sono uno, 1966)
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9 thoughts on “Luigi Tenco e la bellezza triste di un’epoca, a cura di Giorgio Chiantini – sassi sonori

    1. Grazie, Lorenzo, per la lettura. Giorgio ha messo in campo la sua passione per la musica e la sua splendida sensibilità nel trattare un “”argomento”” così delicato, qual è ancora oggi la storia di Tenco.
      Un articolo che presenta la Persona, in un ritratto che lascia il segno nel lettore e per il quale faccio i miei complimenti all’autore.

  1. A Lorenzo e Angela e a tutti i nostri lettori, vorrei solo suggerire di provare solo per un momento ad immaginare, in questi 50 anni che ci separano così bruscamente da lui, quanto ancora avrebbe potuto regalarci in musica, parole e soprattutto….emozioni.
    Grazie per la lettura e buona giornata a tutti💕

      1. Caro Almerighi anche se l’avesse fatto non avrebbe tolto nulla allo spessore del personaggio e a tutto ciò che aveva scritto e cantato!!!

  2. A chi non è mai capitato questo?
    Perché siamo umani, meravigliosamente e semplicemente umani…
    Ma, conoscendo le “Angela” sono certa che sarà stata capace di comprendere 😉

    *

    “Angela” di Luigi Tenco

    Angela, Angela, angelo mio
    io non credevo che questa sera
    sarebbe stato davvero un addio,
    Angela credimi, io non volevo.

    Angela, Angela, angelo mio
    quando t’ho detto che voglio andarmene,
    volevo solo vederti piangere,
    perché mi piace farti soffrire.

    Angela, Angela, angelo mio
    ma tu stasera invece di piangere
    guardi il mio viso in un modo strano
    come se fosse ormai lontano.

    Ti prego, Angela, no, non andartene
    non puoi lasciarmi quaggiù da solo
    non è possibile che tutto a un tratto
    io possa perderti, perdere tutto.

    Volevo farti piangere
    vedere le tue lacrime
    sentire che il tuo cuore
    è nelle mie mani.

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