Angel of Grief non è solo – arte e poesia a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco

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L’Angelo del dolore (Angel of Grief) – qui proposto nelle fotografie di Giorgio Chiantini ed elaborate in bianco e nero da AnGre – è l’ultima opera creata nel 1894 dallo scultore americano William Wetmore Story (1819-1895), nato a Salem, nel Massachussetts, nel 1819, e trasferitosi in Italia nel 1848. Il monumento funebre è stato eretto in memoria della sua amata moglie Emelyn ed è collocato nel Cimitero acattolico di Roma; terminato poco prima della morte dello scultore, accoglie lo stesso artista ed il piccolo figlio della coppia, Joseph.

Il Cimitero acattolico di Roma (già Cimitero degli Inglesi o Cimitero dei protestanti) è situato nel quartiere di Testaccio, circondato dalle Mura Aureliane: deve la sua costruzione alle regole della Chiesa cattolica, che vietavano, un tempo, di seppellire in terra consacrata i non cattolici (protestanti, ebrei e ortodossi, ma anche suicidi ed attori), persone che, dopo la morte, trovavano quindi sepoltura fuori dalle mura dell’Urbe, o al margine estremo di queste.

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Il monumento funebre di William Wetmore Story, una delle tante testimonianze artistiche presenti nel cimitero romano, ferma nel marmo un angelo a grandezza umana, inginocchiato davanti a una specie di ara, con la testa appoggiata sul suo braccio, mentre piange, nascondendo, però, il volto. Una mano impotente, oltre il fronte del piedistallo, inerme mostra una curvatura delle dita così ben dettagliata, da conferire una tangibile sensazione di tristezza e vuoto all’intera parte frontale della scultura; alcuni fiori di pietra, sparsi alla base del piedistallo, sembrano fatti cadere dallo stesso angelo, in un momento di sconforto ed anche le ali, normalmente erette ed alte, diritte e fiere, partecipano al dolore tristemente curve e piene di grazia, ripiegate sulla schiena del messaggero celeste, il cui corpo intero è totalmente abbandonato ad un dolore, che solo in apparenza sembra privato, ma del quale partecipano tutti coloro che là posano lo sguardo. Il risultato, di notevole realismo, ha reso quest’immagine famosa; copiato in tutto il mondo, è stato reso popolare soprattutto negli Stati Uniti, dove sono presenti molte riproduzioni dell’opera.

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I elegia
Rainer Maria Rilke
.
[…] Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po’ d’eternità. Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua. […]
.

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Mi aveva colpito l’immagine di quell’angelo che sapevo essere nel cimitero acattolico di Testaccio a Roma e una mattina mi sono recato in quel luogo, con l’intenzione di visitarlo. La giornata era bella e piena di sole, mi muovevo con circospezione e quasi intimorito tra quelle tombe, ma incuriosito nel vedere nomi importanti come quello del poeta inglese John Keats, morto giovanissimo a Roma, e poi di Gramsci, Gadda, Belinda Lee. Alcune tombe erano dei veri e propri monumenti funebri di ottima fattura e tra questi improvvisamente vedo l’angelo che stavo cercando. In alto, davanti a me, un angelo inchinato su una pietra e con il volto nascosto tra le braccia rilasciate, inermi, rassegnate. Il corpo inginocchiato su quella pietra, come disfatto dal dolore, le grandi e belle ali pendevano sui lati del corpo, come fossero ormai incapaci di volare e il pianto, pietrificato nell’immagine, si udiva scivolare liquido sulle gote nascoste dell’angelo singhiozzando. Un dolore altissimo si trasmetteva in chi osservava quella scena resa ancora più dolorosa, perché il protagonista era un essere caro a ciascuno fin dall’infanzia, quel messaggero divino – e penso all’angelo custode – la cui disperazione era così palpabile da trasmettere, in tutta la sua umanità, la cifra del dolore di colui che così tanto aveva amato la persona sepolta in quel luogo. Mai una tomba mi aveva così emozionato. Scattai delle foto per portare con me l’emozione e il ricordo di quella giornata. (Giorgio Chiantini)

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L’angelo necessario
di Wallace Stevens
.
lo sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?
.
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