Beppe Salvia, una poesia e una riflessione a cura di Flavio Almerighi

Salvia era un talento indiscutibile ma schivo. Aveva carisma, ma era anche fragile e irregolare nel modo di interpretare la propria vocazione. È stato questo il suo limite e la sua forza. Immaginava il poeta come un “portatore di fuoco”. Ma chi è stato Beppe Salvia? Il poeta Andrea Zanzotto ha scritto: «La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il “cuore” del mondo». E ancora sulla sua poesia: «Si è fatta subito notare per una straordinaria limpidezza dello spalancarsi di una potenza e di un’unità lirica. Tutto resta preso come in un abbraccio di una sconcertante luce, che da una parte sorregge e dall’altra, però, crea un inquietante sfondo di allontanamento».

Lettera
.
Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
.
I baci sono bellissimi doni.
.
.

…….E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza. Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore. (dalla Rivista “Braci”)

a cura di Flavio Almerighi — immagine: Marc Chagall, Lovers with half-moon, 1926

Beppe Salvia (Potenza, 1954 – Roma, 1985), dalla nativa Lucania a Roma nel ‘71, comincia a pubblicare testi poetici dal ‘76 su varie riviste (tra cui Nuovi Argomenti), nell’’80 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori. Collabora intensamente a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista. Muore a Roma nel 1985. Tutti postumi i suoi libri: Elisa Sansovino, Estate, Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985; Cuore (cieli celesti), Rotundo, 1988; Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti, Edizioni della Cometa, 1989. Suoi testi di poesia e di prosa sono raccolti nell’antologia I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo, Il Ponte del Sale, 2004, mentre Un solitario amore (a cura di Emanuele Trevi e Flavia Giacomozzi, Fandango, 2006) raccoglie integralmente i primi due libri del 1985 e del 1988, insieme a una scelta da Elemosine Eleusine e ad alcune poesie disperse.

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4 thoughts on “Beppe Salvia, una poesia e una riflessione a cura di Flavio Almerighi

  1. Sembra quasi che dire “novecentesco” si un bollo d’infamia al giorno d’oggi. i contemporanei Beppe Salvia e Remo Pagnanelli, talenti autentici e per questo dimenticati, meritano la massima considerazione per due motivi. Anzitutto per la bellezza e la suggestione che le loro opere creano nel lettore, poi perché sono stati tra i primi, inascoltati a iniziare i piloni del ponte che andasse oltre il Novecento. Grazie per l’attenzione.

  2. Innanzitutto ringrazio Flavio per la bella e interessante proposta, peraltro trattante un mio vicino di Regione, che ho subito accolto e condiviso. In secondo luogo, riallacciandomi al suo graditissimo commento e per onestà, sento di dire che nessuno considera il Novecento o quanto da esso derivi, qualcosa di infamante, anche perché si tratterebbe di rinnegare le proprie radici in un certo senso, con riferimento alla poesia, s’intende.
    Il testo oggi proposto è un bellissimo esempio di questo Novecento di cui discutiamo in molti luoghi telematici e tu stesso, caro Flavio, definisci l’autore come colui ha iniziato la costruzione per oltrepassare il secolo che abbiamo alle spalle, ammettendo in qualche modo, quello che è nella natura di ogni cosa, ovvero che chi viene dopo deve, semplicemente, implementare e superare quanto già esiste. Quindi conveniamo sul fatto che il Novecento sia sempre benvenuto, ma che oggi, volenti o nolenti, apparteniamo ad un altro secolo, successivo e, quindi, anche la poesia deve in qualche modo essere figlia dei suoi tempi.

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