Édouard Manet, Il balcone a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

Édouard Manet, Il balcone, 1868 – 1869

Édouard Manet (Parigi, 23 gennaio 1832 – Parigi, 30 aprile 1883), pittore francese considerato il maggiore interprete della pittura pre-impressionista, ritrae, seduta in primo piano, Berthe Morisot, la pittrice che, come è noto, fece parte del gruppo impressionista e sposò il fratello dello stesso Manet.

Nella rappresentazione pittorica è possibile individuare: una donna in primo piano seduta, alle cui spalle vi è Fanny Claus, nota violinista, e Antoine Guillemet, pittore paesaggista; mentre all’interno della stanza, avvolto dalla penombra, vi è Léon Koella, nipote dell’artista, con in mano un vassoio.  I volti dei personaggi e soprattutto i candidi abiti delle donne sono inondati da raggi di luce abbaglianti e freddi, quasi lunari. Per la critica l’opera risente della pittura di Goya, in particolare della “Mayas al balcone” (Museo del Prado di Madrid).

Lo sforzo dell’artista fu quello di organizzare equilibratamente lo spazio, ottenendo un risultato entusiasmante grazie all’uso dei colori e al tentativo di rappresentare la psicologia dei personaggi. Ed ecco, allora, che la sensibilità del pittore ha colto la dolce malinconia nello sguardo assorto, enfatizzato dai profondi occhi scuri, di Berthe; il timido sorriso di Fanny, che nasconde a fatica il proprio imbarazzo aggiustando gli eleganti guanti; la sicurezza nella postura eretta di Antoine. L’opera, firmata “Manet”, fu presentata al Salon del 1869. Donata allo Stato francese nel 1894 grazie al Legato Caillebotte, è stata esposta al Musée du Luxembourg fino al 1929, quindi al Jeu de Paume, e, infine, al Museo d’Orsay.

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La singolare ed interessante interpretazione di quest’opera presentata di seguito è stata estratta e adattata dalla nota presente sul sito danielelamuraglia.com. Buona lettura.

Ci sono dei quadri capaci di simboleggiare in un’unica immagine lo spirito del tempo. A prescindere dai personaggi reali che Manet usò come modelli, “Il balcone” è la raffigurazione di un momento in cui la classe sociale della borghesia era al proprio culmine. Se il luogo-simbolo di rappresentazione dell’aristocrazia fu la corte o il campo di battaglia, per il borghese, che combatte le sue guerre alla testa della sua fabbrica, come capitano d’industria, sarà il salotto. Il salotto è il luogo d’elezione, nel quale la borghesia decide i propri piani, organizza le proprie strategie, trama i propri amori e i propri tradimenti. Ma, come mai prima era accaduto, questa classe sociale si apre ad una dinamica interiore, che colloca nella famiglia il proprio orizzonte psicologico e nello spazio corrispettivo del salotto i confini di ogni relazione privata e pubblica.

Il balcone dilata le pareti della casa e mostra il salotto verso l’esterno, somigliando alla balconata in teatro, posta tra il vedere lo spettacolo e il far mostra di sé; Manet ci presenta i tre personaggi chiave di una famiglia immaginaria come in teatro: il padre, la madre, la figlia. Nella penombra della stanza c’è un quarto personaggio, che sostiene un vassoio, il servo, ma è immerso nel buio e il suo volto sembra privo di occhi. Dietro questi tre protagonisti solo ombra e silenzio da far calare sui panni sporchi, che eventualmente si laveranno in famiglia. Il servo è l’elemento popolare al servizio dei padroni di casa nell’atto di offrirsi alla vista degli altri servitori, posti in un piano ancora più basso, per strada.

Ognuno dei tre protagonisti ha uno sguardo diverso, atto a rappresentarne il simbolico ruolo: il padre-marito è in posa, con lo sguardo fisso in lontananza, nell’atto di ignorare per coscienza di superiorità, oltre che le due altre figure lì presenti, anche il pubblico della strada; immutabile ed inespressivo, permane nell’impassibilità come fosse il centro di tutto: solo da lui acquista senso il mondo circostante, solo dalla sua morale virile e maschile, si articolano i diritti e doveri della sua società. Non ha più bisogno di mostrare la spada, la sua potenza è nella capacità di governare il tempo di lavoro e la sua forza, nel disporre del tempo libero; ha mani inoperose e pulite e può fumarsi una sigaretta, con tranquilla fierezza.

Alla sua sinistra si trova la madre-moglie che, secondo l’ordine gerarchico e simbolico, è prospetticamente ritratta in posizione più avanzata rispetto all’uomo, così da risultare più bassa; guarda innanzi e fuori dalle mura domestiche con occhi spenti da ogni passione personale, materna e pietosa verso le sofferenze del mondo, pronta ad accettare con devota rassegnazione il nobile compito di donna-moglie-madre che il destino le ha assegnato. È questa figura che fa comprendere che i personaggi principali stanno per uscire, mentre tutto il resto è immerso in un’atmosfera di rarefatta immobilità. È solo l’ombrellino tenuto in braccio, mentre le mani s’infilano i guanti, a farci capire che non resteranno lì; a   suggerire che la figura paterna, prima di mostrarsi per un ultimo saluto al pubblico della strada, aveva già decretato che fosse ora di uscire di casa, mentre lei, moglie e madre, si mostra disponibile e pronta al rispetto delle regole.

In primo piano è la figlia a rappresentare la figura dell’opposizione e a collocarsi come segno della disobbedienza: tutti sono già in piedi, mentre lei sta seduta, dalla parte opposta dell’uscita di casa, protesa verso un altro mondo nuovo e ancora impalpabile, come potrebbero essere i sogni. È appoggiata all’inferriata di quel terrazzino, come una prigioniera alle sbarre della sua cella. Il cagnolino ai suoi piedi è l’animale addomesticato, che difende la sua casa, in antitesi a lei che, indomabile, pare minarne le fondamenta: non vuole uscire di casa, mentre, e possiamo supporlo dall’atteggiamento, desidera soltanto contravvenire alle regole.

Nel volto della figura più giovane e nei suoi occhi si può scorgere lo sdegno contro la morale della sua condizione e la volontà d’evasione dalle imposizioni e dal perbenismo dettati dalla sua famiglia. In questo quadro, che si può definire di morte, la figura della figlia rappresenta la vita, accentuata dalla pianta viva che la affianca all’angolo del balcone, impersonando la passione, il sogno, l’immaginario, la fuga infinita dal reale-quotidiano; ai suoi piedi una mela già morsa, ad indicare il compimento di tutto. Non rimane che decidere in che modo cambiare il proprio destino.

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4 thoughts on “Édouard Manet, Il balcone a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

  1. i balconi sono un mondo, quel che c’è dietro un semplice fondale. Sono convinto che non basterebbe un intero scaffale se si avesse voglia e ispirazione per scrivere di balconi

    1. Concordo, Flavio! E credo che questo dipinto, letteralmente un affaccio su un precisa parte della società, dica esattamente quanto tu dici in commento. Manet qui ha trasportato tutto su quel balcone… anche se a me, sinceramente, affascina tantissimo quel buio oltre il visibile.
      Grazie per la lettura e per il commento 😀

  2. Questo dipinto, al di là degli stilemi che Manet qui interpreta, mi ha sempre affascinato per quella sensazione che fa sembrare, osservandolo, che siano, invece, i personaggi raffigurati a guardare l’osservatore. Fanno bella mostra di sé sul balcone offrendosi alla vista dei passanti, ma in effetti sono loro che ti stanno guardando. Secondo me, al di là di tutte le letture che vogliamo dargli, la grande abilità di Manet sia stata proprio questo: aver saputo rappresentare i protagonisti del balcone in questo modo.

    1. vero, Giorgio, non ci avevo fatto caso 😀 grazie dell’osservazione!
      Ma, in effetti, quando siamo davanti alle grandi opere lo spettatore ne diventa parte integrante e, quindi, osserva ed è osservato, partecipando in qualche modo delle sensazioni del creatore dell’opera che è sempre celato dietro le figure alle quali presta il tratto di pennello o di penna – consentimelo – che sia 😉

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