Antonio Ligabue e l’espressività naïf della pittura, prima parte – sassi d’arte

Il termine Naïf è una parola francese che corrisponde all’italiano ingenuo, primitivo. In arte il termine Naif si riferisce ad un atteggiamento estetico-espressivo dell’artista nei confronti dell’opera e spesso indica una produzione non sorretta da una vera e propria formazione professionale o comunque scolastica. L’opera dell’artista Naïf è espressione di una creatività che non si colloca all’interno di correnti artistiche o di pensiero.

L’artista Naïf segue il proprio istinto senza seguire quelli che sono i dettami tecnici o “filosofici” delle espressioni artistiche del “momento”. Quindi i pittori Naïf dipingono per se stessi, esprimendo senza compromessi una visione realistica e poetica, fantasticando ed accentuando le forme e la realtà. La pittura Naïf è costituita da un’esecuzione elementare e semplice e racconta in modo fiabesco scene di vita quotidiana, con un ricco accostamento di colori, usati generalmente puri. Per gli artisti Naïf sono stati usati i termini di “istintivi”, “primitivi moderni”, “popolari” o “pittori dal cuore sacro”.

Fu proprio uno degli scopritori della pittura Naïf in Francia Wilhelm Ude, a chiamare pittori come Henri Rousseau, Séraphine, Louis Vivin, Camille Bombois o André Bauchant “pittori dal cuore sacro”. L’attuale termine Naïf verrà comunemente usato dal 1964, con la mostra, “Le Monde des Naifs” tenutasi al Musée National d’Art Moderne di Parigi anche se in realtà viene da molti riconosciuto che da punto di vista della storia dell’arte, la pittura Naïf si può far cominciare con i quadri di Henri Rousseau (detto il doganiere) esposti al Salon des Indépendants del 1886. Tra i maggiori protagonisti della pittura Naïf ne ricordiamo uno in particolare, forse il più grande, Antonio Ligabue, ma non sono da dimenticare anche Orneore Metelli, Rosina Viva, B. Passotti, Pietro Ghizzardi e Covili. (dal sito pittart.com)

Antonio Ligabue – vero nome Antonio Laccabue – nato in Svizzera nel 1899 e morto in Italia a Gualtieri nel 1965, fin dalla più tenera età ha avuto un’esistenza difficile. Figlio naturale di un’italiana emigrata, ha sempre ignorato il nome del padre; viene scoperto negli anni 1927-28 ed aiutato da Mazzacurati, pittore e scultore. Nel ’48, dopo alterni soggiorni in cliniche psichiatriche viene nuovamente dimesso e critici e galleristi cominciano ad occuparsi di lui: iniziano anni durante i quali lentamente la fortuna sembra volgere a suo favore.

La sua fama si allarga, la sua attività pittorica subisce un netto miglioramento. Vince premi, vende quadri, trova amici che lo ospitano, si girano film e documentari su di lui. Ligabue rimane però lo stesso, anche se viene identificando nelle automobili, dopo la passione per le motociclette, il segno di un raggiunto prestigio sociale, con forme maniacali. Nel 1962 viene colpito da paresi, ma continua comunque a dipingere fino alla morte. Anche quando cominciò ad essere accarezzato dalla fama, Antonio Ligabue, il “buon selvaggio” della pittura italiana, continuava ad essere un personaggio inquietante, diverso, strano; per quella sua miseria solitaria, consumata rintanandosi tra gli alberi, le nebbie e le calure della Bassa Padana; per quell’infanzia irrequieta e malaticcia vissuta in Svizzera con una madre adottiva; per la sua parlata mezza tedesca, le ossessioni maniacali, i ripetuti soggiorni in manicomio.

Ma a riscattare tanta sofferta alienazione e un passato da reietto vagabondo approdato nel luogo di origine del padre – il paese emiliano di Gualtieri – c’era, sorprendente quanto ogni aspetto del suo essere, una genialità artistica capace di trasformare gli incubi in incantate visioni colorate, gli ordinati filari di pioppi in giungle popolate da belve feroci. Tigri con le fauci spalancate, leoni nell’atto di aggredire una gazzella, leopardi assaliti da serpenti, cani in ferma e galli in lotta: predatori e prede, selvatici e domestici, sentiva gli animali come compagni, li comprendeva e li amava più degli uomini: e ad essi più che agli uomini, voleva assomigliare. Le opere figurative di Ligabue, dense e squillanti, traboccano di nostalgia, di una violenza ancestrale, di paura e di eccitazione, di dettagli ugualmente minuziosi nelle scene di vita campestre come in quelle di esotiche foreste, attinti, nel primo caso, dalla profondità di un’incredibile memoria visiva, nel secondo da una immaginazione ancora più prodigiosa. (Riduzione del testo di Augusto Agosta Tota, Presidente del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma, ed opere tratte dal web)

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3 thoughts on “Antonio Ligabue e l’espressività naïf della pittura, prima parte – sassi d’arte

  1. Grazie, Flavio, per questo documento che, in effetti, anche senza l’audio rende benissimo il mondo, la vita, il quotidiano di questo artista che amo tantissimo. In una recente mostra a Roma ho avuto il piacere di vedere moltissime opere di Ligabue, dai dipinti, ai disegni, alle sculture e in tutti era molto evidente una particolare forza e una particolare voglia di vivere, di conoscere, di esplorare. E anche da questo documentario, quell’assaggio della pioggia mi ha fatto venire in mente i bambini e la loro curiosità tutta tesa alla comprensione di un mondo letteralmente incapace di accogliere chi non rientra nei suoi schemi e nelle sue previsioni.

  2. Si ricorda – così com’è scritto chiaramente a destra della home page – che i commenti in cui non compare nessun nome di persona, nemmeno su mail e sito a cui rimanda il collegamento, verranno cancellati. Sono solo cinque anni che lo ripetiamo.

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