Antonio Ligabue disegnatore e scultore, seconda parte – sassi d’arte

Ligabue disegnatore – Va subito detto che il disegno per Ligabue è un mezzo espressivo completamente separato e distinto dalla produzione pittorica, nel senso che, anche se si ritrovano nei disegni gli stessi soggetti che dominano nei dipinti, questi tuttavia hanno altri esiti, non sono mai abbozzi, studi preparatori delle tele. Il disegno come esercizio autonomo interessa marginalmente Ligabue, anche se talora in esso ottiene risultati rilevanti.

Ligabue disegnava facendo forte pressione con la matita sulla carta – ecco una ragione che gli renderà congeniale la puntasecca -, ma con tratti nervosi, insistiti, spesso frantumati e ripresi e collegati in un secondo tempo con una sorta di ricalco. Un segno non sempre pulito, ma fortemente espressivo, rude perfino, nell’aderire all’urgenza dell’ideazione, impacciato talvolta nella resa delle forme, ma sempre fortemente strutturale, definitorio, con esiti talvolta plastici. Un disegnare più da sculture che da pittore, più teso a definire le masse, i volumi, gli spazi scuri e chiari, che le atmosfere, più attento a rendere l’immediatezza della progettazione, che a ridefinire, anche nei più complessi disegni, le figure e gli ambienti. Un segno spigoloso, che si aggruma, aggroviglia in un disordine apparentemente confuso di linee tracciate senza pentimenti, di getto, che rendono alla fine la plasticità di una criniera, la prospettiva di una giungla, di un terreno fitto d’erbe e di oscure manacce.

La stessa deformazione espressiva dei soggetti nelle opere di Ligabue – e il discorso vale anche per la pittura – rimanda ad un punto unitario di visione, posto ad alcuni passi dall’opera, nella posizione nella quale l’artista stesso si poneva per valutarla nel suo insieme. L’impaginazione grafica, il taglio scelto da Ligabue nella composizione esaltano la centralità della figura o delle figure prevalenti, alla definizione delle quali dedica spesso il massimo impegno, isolandole con un infittirsi ed accentuarsi dei tratti di matita. La resa fenomenica dell’animale è accurata ed essenziale negli elementi caratteristici, che, nelle prime opere, sono puramente anatomici, in quelle della maturità sono legati ad una drammatizzazione, alla concentrazione del movimento, all’individuazione di stati d’animo e/o psicologia animale, ad una tensione narrativa, che se non arriva a scene complesse come nei dipinti, tuttavia non si limita a registrare la presenza del soggetto, la sua fisicità. Si accentua il senso di potenza che emana da queste figure.

Così gli autoritratti, che talora – come quello “con cane” – hanno una decisa assonanza con certi disegni espressionistici tedeschi, nell’accentuarsi delle deformazioni, nella forte caratterizzazione e concentrazione dell’immagine, rendono in pochi tratti situazioni psicologiche ed emozioni senza mai scadere o sfiorare la caricatura. Sono proprio anche questi “autoritratti” grafici che denunciano l’interesse di Ligabue per l’abbigliamento. Mentre infatti spesso l’artista risolve il proprio volto con pochi ma intensi tratti, la matita corre a definire la giacca, la camicia, il cappello, un particolare del vestito, quasi volesse sostituire il colore restituire al personaggio o conferirgli la dignità e la considerazione che ritiene gli debbano essere riconosciuti dalla gente. Ed è spesso l’abbigliamento che sottolinea lo stato psicologico dell’artista nell’autoritrarsi.

Si è spesso insistito sul fatto che Ligabue ricavava i soggetti da libri ottocenteschi d’incisioni d’animali, quale quello di Alfred Edmund Brehm, ma al di là di generiche assonanze nella forma e nella posa di alcuni elementi, tuttavia così stereotipati anche nelle illustrazioni di Brehm che difficilmente possono essere considerati fonte iconografica originaria, è proprio un confronto tra quelle tavole ed i disegni di Ligabue che meglio permette di cogliere il valore tutto personale del segno grafico di quest’ultimo. Guardando un disegno di Ligabue si ha l’intuizione dell’animale nella sua fisicità, nel suo movimento, nel suo esistere e sembra che nessuna meditazione vi sia stata tra l’artista e l’animale anche se invece sappiamo che Ligabue disegnava, come dipingeva, ricreando l’immagine in sé, a memoria si potrebbe dire. Anche la grafica di Ligabue, quindi, ricorre a soluzioni semplificate, a scorciatoie artistiche, istintive, sperimentate d’intuito, suggerite dalla necessità figurativa di aderire ad una realtà, che appunto perché vivente, implica la necessità di accentuare forme ed attributi, di esaltare ciò che è vitale, di evitare un senso di imbalsamazione o di opaca illustrazione.

Ligabue scultore – Ligabue ha dato vita alle sue opere scultoree traendole dalla terra del Po, inerte ed informe, ma facilmente modellabile, disponibile a prender vita pur nella non fragile compattezza. Per Ligabue, tuttavia, la materia era indifferente, doveva solo essere docile alle sue richieste, non doveva imporsi per alcuna delle sue qualità: per renderla disponibile ed omogenea la masticava laboriosamente salivandola.

Da un blocco d’argilla egli veniva sottraendo la materia fino a sbozzare la figura che voleva rappresentare, quindi rifiniva il modello con forti pressioni delle mani, con colpi di pollice, rifinendo successivamente con un oggetto affilato ed appuntito certi particolari quali gli occhi ed il pelo. Certe volte aggiungeva ulteriori particolari modellandoli come strisce che sovrapponeva e disponeva a formare code, orecchie, criniere, ecc.

L’attività scultorea di Ligabue sembra particolarmente intensa nel periodo 1930-40 e sembra riprendere negli anni Cinquanta. Alla fine della vita si preoccupò anche di farle cuocere, in modo da garantirne più a lungo la durata. Alla scultura l’artista si potrebbe essere avvicinato istintivamente, poiché la natura stessa gli forniva abbondantemente la materia prima per realizzare le proprie idee, mentre procurarsi i colori era più complesso e costoso. Tuttavia se dobbiamo ricercare un’influenza su Ligabue sembra che questa debba ricercarsi in Andrea Mozzali, allievo dell’Accademia di Alceo Dossena, incredibile padrone di ogni tecnica plastica. Data la dimestichezza tra Ligabue e Mozzali, non è improbabile che quest’ultimo abbia incoraggiato, se non avviato, Ligabue alla scultura.

Anche nella plastica è riconoscibile un progresso in Ligabue: da forme più tozze, la cui materia è trattata con effetti espressionistici, a forme più complete articolate con superfici minutamente segnate nel pelo, curate nei particolari con la minuzia che si ritrova in certe opere di Ligabue degli anni ’50, che ottengono l’effetto di frangere la luce sulla materia rendendola più vibrante, meno compatta. In mezzo sta una fase nella quale decora la materia rendendola quasi porosa. I soggetti sono gli stessi della pittura, tuttavia rappresentati con una adesione realistica maggiore, una minor propensione alla deformazione: C’è il ricordo della pittura ottocentesca, vivificata da una personalità che, nonostante i soggetti, non li riduce mai a soprammobili decorativi.

Le sculture, almeno una parte di quelle superstiti – poiché più volte, data la fragilità della materia, sono andate perdute – dopo la morte dell’artista sono state fuse in bronzo usando tecniche diverse per gli stampi. Il “bestiario di Ligabue scultore”, come lo aveva definito Mario De Micheli, si presenta come uno dei grandi momenti della scultura italiana del nostro secolo e sa riproporre, anche attraverso il bronzo, una vitalità, una potenza espressiva, una complessità di forme che non rendono inferiore l’attività plastica di Ligabue rispetto a quella pittorica. (testo di Augusto Agosta Tota, Presidente del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma, ed immagini tratti dal web)

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One thought on “Antonio Ligabue disegnatore e scultore, seconda parte – sassi d’arte

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