George Gordon Byron, due poesie ed una nota sulla sua esperienza poetica

da The Prisoner of Chillon and other poems
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Che cosa poi mi successe all’improvviso
non lo so, né mai lo seppi;
prima mi fu tolta la luce, e l’ aria
e poi perfino l’ oscurità:
non avevo pensiero, né sentimento – alcuno –
una pietra tra le pietre
ero appena conscio di ciò che sapevo,
come un dirupo spoglio in un velo di nebbia;
ché tutto era vuoto, e deserto, e grigio;
non era notte, né era giorno;
neppure c’ era la luce sotterranea della cella,
così detestabile alla mia vista affaticata,
ma assenza che assorbiva lo spazio,
e immobilità, senza luogo;
non vi erano stelle, né terra, né tempo,
né disapprovazione, né mutamento, né bene, né crimine,
ma silenzio, e un respiro immoto
che non era né vita né morte;
un mare di stagnante inerzia,
illimitato, cieco, muto e senza moto.
[…]
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9
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What next befell me then and ther
I know not well – I never knew – 
First came the loss of light, and air,
And then of darkness too:
I had no thought, no feeling – none –
Among the stones I stood a stone,
And was, scarce conscious what I wist,
As shrubbless crags within the mist;
For all was blank, and bleak, and gray,
It was not night – It was not day,
It was not even the dungeon-light,
So hateful to my heavy sight,
But vacancy absorbing space, 
And fixedness – without a place;
There were no stars – no earth – no time
No check – no change – no good – no crime –
But silence, and stirless breath 
Which neither was of life nor death;
A sea of stagnant idleness,
Blind, boundless, mute, and motionless!
[…]
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da Tre poesie brevi (1822-1824)
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[pensieri sulla libertà]
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Possono davvero provare il sentimento della libertà
solo coloro che hanno a lungo portato le catene:
i sani non sentono la salute in tutto il suo splendore,
in tutta la sua gloria di vene straripanti e guance vermiglie
e pulsazioni vigorose, finché non abbiano conosciuto l’interregno
di qualche malattia che li costringa a letto
in qualche vasto, ordinario, febbrile ospedale
dove tutti vengono medicati – ma di nessuno ci si prende cura,
abbandonati a pubbliche infermiere, pagate per compassione, finché
muoiono, e vengono rilasciati guariti, ma senza gentilezza.
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.[Thoughts on Freedom]

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They only can feel freedom truly who
Have worn long chains – the healthy feel not health
In all its glow – in all its glory of
Full veins and flushing cheeks and bounding pulses,
Till they have known the interregnum of
Some malady that links them to their beds
In some wide – common – feverish hospital
Where all are tended – and none cared for, left
To public nurses, paid for pity, till
They die – or go forth cured, but without kindness.
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Byron e l’esperienza poetica

George Gordon Noel Byron, VI barone di Byron, meglio noto come Lord Byron (Londra, 22 gennaio 1788 – Missolungi, 19 aprile 1824), è stato un poeta e politico inglese; pochi protagonisti della storia letteraria moderna hanno saputo fondere, come lui, la propria esperienza di vita con gli elementi e i temi della poesia. Tra i poeti romantici inglesi, infatti, egli è il pioniere di un ideale poetico nuovo, in cui l’ispirazione appartiene e, al contempo, trascende la condizione quotidiana, i sentimenti, le emozioni vissute; ideali e passioni non vivono più di linfa propria, in una sorta di purgatorio dell’immaginazione, ma sono dettati, circoscritti e partoriti direttamente dall’infinita varietà sensitiva del mondo reale. Realtà che viene così prepotentemente trascesa e universalizzata. “Egli era uomo prima e poeta poi”, afferma all’inizio del secolo scorso Arthur Symons sulla scia di quello che, del resto, aveva già ben compreso John Keats: “Vi è grande differenza tra di noi. Lui descrive ciò che vede, io ciò che immagino”.

Le poesie di Byron, i suoi poemi e i suoi componimenti offrono di incanto immagini vive e concrete che il poeta registra – non senza qualche contraddizione istrionica – nella sua particolare retina ottica e li effonde nelle pagine bianche del proprio cahier. Non vi sono grandi cesure, non vi sono complessi artifici infusi da un’ispirazione forzata a ipocrita, tutto è lì davanti ai nostri occhi, come in quelli di Byron. Poeta della realtà, dunque. Ma soprattutto poeta della passione, spesso drammatica e violenta; una passione emancipata, figlia di una morale priva degli angusti confini imposti dai cliché della società a dalle rigide regole delle etichette formali. Una libertà che è apparsa spesso – non senza ragione – scandalosa e provocatoria, ma che è, tutto sommato, coraggiosa coerenza esistenziale.

Anticonformista, impulsivo, tenace e rude ma anche sottile e astuto calcolatore. Temperamento complesso, di animo solitario e ribelle. In lui era insita una profonda e indomabile tensione emotiva e spirituale che lo indusse a travalicare il mondo autoritario e arcaico in cui viveva attraverso una vita eccessiva e arrogante, contrassegnata da una libertà sessuale, una trasgressione sociale e da un esotismo insolito e irresistibile. Byron per primo, infatti, rende l’ascendente esotico un fatto cruciale dell’esperienza poetica, solida base con cui trascendere definitivamente le coordinate culturali del suo tempo, cui aggiungere, qualificandola e indirizzandola, anche una straordinaria attenzione nei confronti della libertà dei popoli soffocati e oppressi, tra tutti la Grecia minacciata nell’intima identità secolare dal dominio turco, mito e allegoria di tanta poetica byroniana.

Il continuum espressivo, sempre in bilico tra esperienza reale e visione creativa, segna profondamente tutta l’opera del poeta inglese, in un medium di straordinaria forza e, per certi aspetti, di sconvolgente attualità. (Estratto da “Vita e poetica” – testi di Paolo Damiano Franzese)

Tratto da “Byron, I grandi poeti” – Il Sole 24 ORE, 2008

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2 thoughts on “George Gordon Byron, due poesie ed una nota sulla sua esperienza poetica

  1. che lettura avvolgente e che altezza poetica (soprattutto nella prima) in questa pagina. Un’altezza che fa venire i brividi tanta è vertigine che lasciano le parole. Non esiste misura nel contemplare la capacità icastica delle parole quando arrivano in siffatta maniera.
    Grazie Angela per questa corroborante “bevuta”!

    1. Ho riproposto a distanza di anni questo scritto sulla poetica di Byron e sono sempre contenta che trovi un riscontro più che positivo ancora oggi.
      Grazie Sarino per il tempo che dedichi a questo luogo. Un abbraccio 😀

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