Alberto Rizzi, Monstra con una nota di lettura di Angela Greco

Due poesie da Monstra di Alberto Rizzi ed una nota di Angela Greco

GLI OCCHI MALE ALTROVE
.
Mai sarà mio lo sguàrd’avvizzìto del vecchio
………………………lo sguardo dell’avvocato
assassino di genti
……….quello d’un giornalista ipocritato
per pianto di notizie false
nell’uggiosa giornata plena de lo squittire suo
………………..d’una puttana
smaniosa d’un conforto ch’a suepólpe
s’appenda sottoforma di denaro
.
Mi tengo l’accavallìo d’immagini tante
…………………….che paio fa con vostra confusione
e guàrd’altróve anche quando parlo
…………………………………come voi
nel buiofìtto di menzògnevòstre
…………………………………che fissate il vuoto
con puntine da disegno e sangue
al muro di chi abulico mi crede
.
Anche se non v’è compenso
al dolore de’ nervi sótt’il cranio
……………………………..vedete come so toccar
con mano fòrtefàtta d’esperienza
gli oggetti che discerno
.
Così è d’impaccio a voi
il mio diatonico guatare
………………………..a voi perfetti fuori
e al fondo marci dentro
.
mentre che io dimostro
……………………a chi già meglio sappia di vedere
l’ennesimo diritto al rimaner mestésso
per sempre come sono
(pag.11)

.

CORPO DI MAGREZZA ESTREMA
.
Quasi non jetta ombra ‘l corpo mio
……………………………..quando che me ne vegno
benignamente d’humiltà vestuta
.
dato che per quante piàzz’incrócio
……………………………….strade
gli occhi dentr’ai muri
a ‘vitar gli sguardi de’ passanti tegno
di commiserazione e attesa pregni
.
attesa che qualcosa si rompa
……………………………….si cada
.
Stecchi di legno e gamb’e braccia
………………………………..pur se test’a zucca non habbo
sorella mi sento a primavera
a chi spaventa uccelli per li campi
.
che forse fin ne lo sguardo suo
……………………………….sì fiss’e vvuoto
fino una meraviglia a me
gli si porrìa carpire
.
Eppure vado
…………..voglio andare
.
Or che senzamotìvo sentivo miapèlle raggrinzirsi
………………………………………..perder consistenza e forza
io svaporavo in tendini e nell’ossa
…………………………………….piànovituperàndo dentromé
l’aspetto mio primevo e pieno
.
ché così non nacqui
.
ma piuttosto mi ruppi
…………………..mi caddi
.
Monito miafigùra questo
………………………….allora
così ch’anch’ìo comprenda infine
lo scopo che porrìa ancora conseguire
.
Secche le zinne
…………..il cuore che mi bast’appéna
e sol perché ostacolo non v’è
oltrecùi gettarlo
………………lo sforzo ch’ogni muscolo appanna
quando più d’un gradino incombe
………………………….lasciata che ho la strada
su per le scale che menano a miestànze
in pocacàrne l’ombra mia vestita
ancora vado e voglio andare
(pag.46)

.

Monstra, di Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), residente da sempre nella provincia di Rovigo ed attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90, come si legge nella sua nota biografica, è una raccolta autoprodotta senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento, come egli stesso afferma. Rizzi, c’è da dire prima di tutto, è un autore indipendente dal tempo e dalla stessa poesia contemporanea; sperimentalista, potrebbe risultare paradossalmente a tratti avanguardistico, in questo presente proteso esasperatamente in avanti, per quel suo essere anacronistico nell’uso di arcaismi e finanche della stessa lingua, un misto tra volgare medievale con echi francescani (alcune espressioni sono scritte alla maniera del Cantico delle creature), toscano rimandante al padre per antonomasia della poesia italiana e verve da avanspettacolo di mezzo secolo fa. Rizzi vuole essere differente e questa volontà è percepibile senza sforzo durante la lettura dei ventidue testi di Monstra, raccolta di lunga e difficile stesura, questa: dal Febbraio 2004 al Febbraio 2010, per essere precisi, come si legge nella Presentazione scritta dallo stesso autore.

Difficile, non solo la stesura, ma il carattere stesso dell’opera, volutamente centrato sul tema della differenza fisica e del diverso nella forma concreta, del deforme appunto, che rappresenta alla fine l’espressione del poeta stesso nella società (dopotutto, l’artista non è percepito – da questa società di merda – come un essere “deforme dentro”? si legge nella riuscita Presentazione), richiamando senza difficoltà, ma introiettandolo materialmente ed esternandolo come avrebbero fatto i marinai di quella poesia, il concetto legato all’albatro-figura del poeta di Baudelaire, che diviene mostruoso una volta estromesso dal suo ambiente: in Monstra, però, non c’è bellezza, volo, risalita, riscatto legato al lettore che alla fine pensa al poeta, come un essere libero e padrone dei cieli; piuttosto in questa silloge c’è una volontà chiarissima di mettere in luce il dramma della deformità vista dall’interno. Nelle poesie di Rizzi è il poeta in prima persona che avverte la differenza con la normalità e se ne fa carico, nuova croce, ma senza risurrezione; prima che sia la società ad indicare la differenza, nei versi di Rizzi è l’Io poetante che avverte tutti gli altri di quello che la differenza con la norma comporterà.

La deformità non intesa come mezzo per muovere a pietismo o destare una morbosa attenzione, ma come tramite tra l’autenticità di chi accetta e mostra la differenza e la finzione buonista della società che, al contrario fa di tutto per celare quanto sa, per interposta esperienza, che non verrà accettato e sarà oggetto di scontro. Rizzi non teme lo scontro e, pur non cercandolo apertamente, con questo lavoro in versi dall’ardita lettura, si pone come sasso sul liscio procedere di una certa letteratura e del suo clientelismo esasperante per chi è in cerca della verità, della non-finzione, dell’onestà.

A metà libro, a parer mio, si incontrano i cardini dell’intera opera, racchiusi nei tre versi qui riportati:

“Il tempo stesso viene deformato”

“(! oh, il sorriso che non bisogna di respiro)”

“Ma perfino vivo”

(pagg.25-26, Polmoni insufficienti)

In questi versi, che precedono la carrellata di poesie dedicata a varie differenze morfo-fisologiche di cui il poeta dispone per evidenziare la sua contrarietà verso questa esistenza, vengono indicati l’attore e l’azione principale, il Tempo e il Vivere, e, forse, una chance di riscatto. Lo stesso tempo non viene sottratto allo scopo del libro: è sottoposto, come tutti i personaggi vissuti ed interpretati dall’Io-poeta, alla variazione di forma (Il tempo stesso viene deformato) ed inserito in un testo (“Polmoni insufficienti”) riferito all’azione propria del vivere, ovvero il respiro, atto involontario che accomuna tutti i deformi e rende palese il vivere anche al poeta che ne scrive (Ma perfino vivo) e che sembra concedere benevolenza solo in un caso, quando parla del sorriso (! oh, il sorriso che non bisogna di respiro) che, essendo esente, come si legge nella poesia, dall’atto del respiro-vivere non può essere ascritto al negativo-deforme di cui soffriamo tutti, artisti nel riconoscerlo ed esseri umano nella mancata accettazione e che si pone, quindi, come unica risorsa di riscatto alla situazione. Sorriso, che non abbiamo difficoltà a credere possa anche essere sardonico e ironico, se messo sulla bocca di un autore come Alberto Rizzi. [Angela Greco]

*

Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), nella foto qui sopra, risiede da sempre nella Provincia di Rovigo ed è attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90. Secondo Mauro Ferrari – quasi l’unico critico che ne abbia seguito l’attività – è uno dei migliori esempi in Italia di “autore sommerso”: espressione con la quale identifica quegli autori, che vengono ignorati dal sistema italiano della cultura; sistema gestito perlopiù secondo regole mercantili e clientelari.

            Nel caso di Rizzi questa “disattenzione” non può stupire, fin dal momento in cui si legga la frase che ne sottolinea l’immagine nell’home page del suo sito (www.seautos.it). La sua predilezione per temi di critica sociale o comunque disturbanti – secondo l’ipocrisia che caratterizza il pensiero democratico – e la sua repulsione verso i premi e gli altri riti che sono cardine della politica del consenso in Italia, hanno fatto il resto.

            Ciononostante, la sua attività gli ha riservato notevoli soddisfazioni, soprattutto alla luce delle difficoltà che ha dovuto affrontare: se la maggior parte delle sue oltre venti raccolte sono apparse per forza di cose autoprodotte in forma di samizdat, Rizzi è riuscito a vedersene pubblicate in maniera corretta (cioè senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento) altre cinque dal 1994.

      Di queste solo “Poesie incitanti all’odio sociale” (uscito per la Puntoacapo Edizioni di Novi Ligure nel 2008) risulta essere ancora reperibile. Gli altri (Opera prima: Non voglio morire a Rovigo” – Padova, Ed. Calusca 1994; “Poesie” – Rionero in Vulture (PZ) Ed. Progetto Siderurgiko 1998; “Piccola trilogia nera” – Modigliana (FC) Ed. Criatu 2000) non lo sono più da tempo. Mentre “L’armadio cromatico” – San Bellino (RO), Ed. L’Archivio della Memoria 2000 è reperibile solo in occasione delle manifestazioni a sfondo sociale alle quali partecipa questa minuscola realtà editoriale.

            Fra le numerose antologie nelle quali è stato inserito va fatto cenno almeno a due “Antologia ecologica minima richiedibile presso l’editore: Lato Selvatico e “Word Poetry Yearbook 2014” apparsa con fondi UNESCO in Pechino. Numerose pure le riviste e le fanzines che lo hanno ospitato nel corso dell’ultimo ventennio. Oltre a una manciata di racconti, apparsi su qualche fanzine e sito web, Alberto Rizzi ha pubblicato finora una sola opera in prosa: il romanzo breve “I pesci nel barile”: ambientato negli “Anni di piombo”, uscito nel 2012 per le Ed. Saecula di Vicenza.

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