Roma, il monastero di Tor de’ Specchi a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

………A Via del Teatro di Marcello, nel cuore della città di Roma e ai piedi del campidoglio, fra la basilica di Santa Maria in Aracoeli e le imponenti rovine del Teatro di Marcello, al civico 40 si trova Il monastero di Tor de’ Specchi. A chi ricerchi ed ami le sopravvivenze del passato, si presenta anche oggi come una tranquilla terra claustrale di altri tempi, sfuggita alle moderne rinnovazioni, appartata, silenziosa e lontana dai mutevoli eventi che intorno maturano e si avvicendano…

Purtroppo il monastero apre le sue porte solo una volta l’anno, il 9 marzo, in occasione della festa di Santa Francesca Romana e finalmente dopo vari tentativi, lo scorzo 9 marzo, sono riuscito a varcarne la soglia provando la sensazione di uscire dall’età nostra e risalire per un lungo tratto nel corso degli anni. Tanta è stata la meraviglia nel visitarlo che successivamente parlandone con Angela, abbiamo deciso di condividere la mia esperienza su Il sasso nello stagno di AnGre. Chiaramente i temi trattati riassumono un po’ la storia di questo convento e ciò che rappresenta e racchiude. Per quanto riguarda i tanti affreschi in esso conservati, tra l’altro uno più bello dell’altro, ho deciso di descriverne solo alcuni, diciamo quelli che hanno colpito maggiormente il mio senso estetico e la mia fantasia

Sebbene fosse forte il desiderio di una vita monastica, Francesca fu data in sposa a Lorenzo Ponziani, “bovattiere” (cioè proprietari di bestiame e possessori e/o coltivatori di terreni) del rione Trastevere. Nonostante i suoi doveri di madre e moglie, riuscì a porre se stessa completamente al servizio degli altri e comprese che il raggiungimento della perfezione poteva avvenire non solo attraverso la vita ascetica ed eremitica, ma anche attraverso una vita attiva, semplice e povera. Riuscì quindi a trovare il giusto equilibrio tra contemplazione e dedizione al prossimo.

La Congregazione delle Oblate, che ancora oggi vive in questo monastero, fu fondata nel 1433 proprio da Santa Francesca Romana, come unione spontanea di donne laiche dedite al servizio dei bisognosi. Dopo l’autorizzazione del culto della fondatrice, avvenuta intorno al 1460, le oblate e il folto gruppo di famiglie che avevano conosciuto la santa, avviarono la decorazione dell’oratorio, affidandola ad uno dei maestri più in voga a Roma in quegli anni, Antoniazzo Romano “pictor urbis”.

Sotto la scena dei funerali della santa si legge la data 1468, data considerata la fine dei lavori degli affreschi della cosiddetta chiesa vecchia. La narrazione sulle pareti del piccolo ambiente illustra i miracoli compiuti, in vita e dopo la morte, da Santa Francesca e le sue visioni. Le scene sono molto chiare, semplici, comprensibili. I personaggi sono quelli essenziali, utili alla narrazione, così come le ambientazioni. C’è una grande attenzione realistica, per dimostrare la veridicità dei fatti accaduti e raccontati. Al di sotto di ogni scena ci sono iscrizioni in volgare che esplicitano il racconto. Questo ciclo di affreschi è di fondamentale importanza nel panorama artistico romano, perché dimostra la raffinatezza e la maestria di un pittore che lavora a Roma in anni in cui si credeva che la produzione artistica fosse in declino.

La serie più importante è quella della chiesa vecchia. Le pitture si svolgono sulle quattro pareti della piccola chiesa, in una doppia serie, l’una all’altra sovrapposta, di quadri circoscritti da comici a fogliami. Nella parete di fondo la serie è interrotta dall’unico altare, sul quale campeggia un grande affresco rappresentante la Vergine in trono in atto di allattare il bambino con S. Francesca e S. Benedetto ai lati. I soggetti delle ventisei composizioni che formano la serie sono tratti dalla vita di S. Francesca e insieme formano una sorta di biografia illustrata della popolarissima santa romana. In essa gli artisti narrarono in uno stile semplice, ma ricco di tratti realistici e toccante per la sincerità dei sentimenti espressi, i più noti prodigi compiuti dalla Santa nell’esercizio quotidiano della sua pietà ardente ed umile, le estasi del suo spirito, la sua visione dell’inferno, l’atto fondamentale della istituzione del suo sodalizio e poi la morte, l’esposizione del suo corpo e la sua dimora in cielo.

Uno degli affreschi più belli è quello dove viene rappresentata la morte di Francesca: la Santa è orante nel letto di morte, circondata dalle dilette compagne, mentre la sua anima, in forma di piccola e bianca fanciulla, materiata di luce si distacca dalle spoglie mortali e per una via sparsa di svariatissimi fiori bianchi e vermigli, illuminata da piccole lucerne, sale al cielo, dove Gesù la raccoglie fra una corona di angeli musicanti. Dice l’iscrizione: “Como lo eterno dio se degnavo de venire per l’anima soa della beata Francesca quando se partivo dallo suo sacratissimo corpo”.  Anche in questa scena l’abilità dell’artista seppe vincere felicemente le difficoltà della composizione: il fervido raccoglimento della morente, la pietà ed il dolore delle suore che assistono allo spegnersi della madre diletta, danno all’episodio della morte un carattere grandioso e solenne. Il coro degli angeli musicanti è bellissimo e la bellezza delle divine creature è manifestata in variopinti colori. Il numero e la singolare varietà degli strumenti musicali riprodotti, il realismo e la precisione degli atti con cui i celesti sonatori attendono alla loro opera, ci danno in questa rappresentazione uno dei migliori saggi del genere.

Narrano i biografi di Santa Francesca di come avvenuta – il 2 marzo del 1440 – la morte della Santa, il suo corpo venne trasportato con innumerevole concorso di persone, dalla casa dei Ponziani in Trastevere, alla Chiesa di S. Maria Nuova. E qui “mentre facevansi le esequie fu tale la calca ed il rumore del popolo, che fu necessario porre in guardia di quel benedetto corpo vari gentiluomini, che tenessero indietro il popolo che faceva a gara di toccare quel sacro corpo e di tagliare e di portarsi via porzione delle vesti, dell’unghie, dei capelli ed anche della carne. Tante poi furono le guarigioni istantanee che operaronsi al tocco di questo sacro deposito, che a tutte narrarle se ne formerebbe un intiero volume” (Ponzileoni, Vita di S. Francesca Romana, Roma, 1829, pag. 303-305.). Tale è la scena che l’artista rappresentò in un vasto affresco, sulla parete dove è la porta d’ingresso alla Chiesa: presso il feretro della Santa, disposte in gruppo di abile composizione, sono inginocchiate le compagne della defunta, immerse nella preghiera e nel cordoglio; l’abate del monastero di S. Maria Nuova, di grandezza maggiore degli altri personaggi, in segno della sua alta dignità, recita sulla salma le orazioni di rito, mentre intorno si accalca la folla numerosa e varia delle dame, dei monaci, dei gentiluomini, dei popolani, degli infermi.

La varietà di condizione dei personaggi che prendono parte alla scena, quella dei costumi, degli atteggiamenti, il contrasto dei gruppi, le guarigioni operate dalla Santa, sono elementi che conferiscono al funebre episodio un notevole interesse una drammaticità viva e profonda. Alla grandiosità dell’azione è degno coronamento la bella prospettiva architettonica dello sfondo, nella quale l’artista intese di rappresentare la facciata della chiesa di S. Maria Nuova, adorna di un elegante portico a colonne, ed alcune parti del monastero omonimo. L’iscrizione così commenta la pittura: “Essendo lo sacrosanto cuorpo della beata Francesca più di sopra terra nella chiesa de sancta maria nova alla quale accurrendo innumerabili puopoli per lo odore della soa sanctissima vita lo eterno dio se degnavo per li meriti de essa beata demonstrare molti et stupendi miracoli de varie et antiquate inferrmità – Finis MCCCCLXVIII.” — Articolo a cura di Giorgio Chiantini; tratto ed adattato dall’articolo di Antonio Rossi, Le opere d’arte del Monastero di Tor de’ Specchi in Roma. Fonti varie dal web.

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