Francisco de Goya, Pitture nere – sassi d’arte

Pitture nere (1819-1823) è il nome dato a una serie di quattordici opere murali di Francisco de Goya (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828), dipinte con la tecnica dell’olio su muro su pareti ricoperte di gesso. Sono state create come decorazione delle pareti della Quinta del Sordo, una casa da lui acquistata nel febbraio del 1819. Questi murali sono stati trasferiti su tela nel 1874, e attualmente sono conservati nel Museo del Prado di Madrid. Nel 1823 la casa con i dipinti passò ad essere di proprietà al nipote, che ebbe il compito di preservarla da possibili ritorsioni dopo il ripristino della monarchia assoluta e la repressione dei liberali condotte da Ferdinando VII di Spagna. L’esistenza delle Pitture nere rimase scarsamente conosciuta per circa 50 anni, fin quando, nel 1874, un banchiere francese ne ordinò il trasferimento su tela col fine di esporle all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Nel 1881 fu lo stesso banchiere a donarle al Museo del Prado, dove sono attualmente esposte. L’insieme di dipinti, ai quali Goya non diede titolo, fu catalogato nel 1828 da Antonio de Brugada, amico di Goya, che li denominò come segue: Atropo (immagine d’apertura), Due uomini anziani, Due vecchi che mangiano, Duello rusticano, Il sabba delle streghe (immagine in basso a sinistra), La lettura, Giuditta e Oloferne, Il pellegrinaggio a San Isidro, Due donne e un uomo, Pellegrinaggio alla fontana di San Isidro, Cane interrato nella rena, Saturno che divora i suoi figli, La Leocadia, Visione fantastica.

La Quinta del Sordo, la casa in cui le pitture nere hanno visto la luce, era situata nella periferia ovest di Madrid, in Spagna, e fu demolita nel 1910 (foto a destra); il pittore acquistò l’immobile il 27 febbraio 1819 e lo stabile prese il nomignolo dal precedente proprietario, che soffriva di problemi acustici, Montañez, anche se com’è noto anche Goya era afflitto dalla sordità sin dal 1792, anno in cui fu funestato da una terribile malattia. Si ritiene che Goya abbia scelto di ritirarsi in un luogo tanto appartato per allontanarsi dalla corte dell’assolutista Ferdinando VII, con il quale si sentiva a disagio, o forse per sottrarsi ai pettegolezzi che circondavano lui e la nuova amante, della quale si invaghì e che incontrò in occasione del matrimonio del figlio. La casa è celebre proprio per i quattordici dipinti a olio su intonaco che Goya vi tracciò fra il 1820 e il 1821; quelle che diverranno note come Pitture nere, oltre per l’omogeneità cromatica, erano legate da un filo rosso tematico legato al trionfo del male e alla tragica condizione umana, indagata con un vertiginoso affondo emotivo.

La versatilità dell’estro creativo di Goya fa sì che egli sia un’artista difficilmente inseribile entro i ristretti orizzonti di una definita corrente artistica; i quadri di Goya, infatti, risentono congiuntamente delle sue aspirazioni illuministe-razionali e di impulsi irrazionalistici già romantici. Un totale cambiamento di stili e temi si ebbe con la misteriosa malattia del 1792-1793, doloroso spartiacque dell’esistenza di Goya. Questo drastico mutamento tematico, oltre che dalle drammatiche vicende personali, gli fu imposto anche dal grande sconvolgimento politico sofferto in quegli anni dall’Europa, segnata dall’ascesa al trono di Carlo IV, uomo inetto subentrato al ben più illuminato Carlo III, e dagli eventi legati alla Rivoluzione Francese e alla successiva epopea napoleonica. Nel 1792 Goya abbandonò i toni distesi della gioventù e approdò a uno stile onirico, visionario, facendosi interprete della parte «nera», dannata, dolorosa dell’essere umano e rendendola con «chiaroveggenza di sonnambulo» (José Ortega y Gasset). Interessante l’accostamento operato dal critico Jean Starobinski tra la figura di Goya e quella di Beethoven:

«Nel 1789 Goya è destinato a un’evoluzione che lo allontanerà dallo stile dei suoi esordi. Non solo per la sordità comparsa dopo la malattia del 1793, egli è vicino a Beethoven: ma anche per la straordinaria trasformazione stilistica attuata in pochi decenni. Questi due artisti chiusi nella solitudine sviluppano nella loro produzione un mondo autonomo, con degli strumenti che l’immaginazione, la volontà e una sorta di furore inventivo non cessano di arricchire e di modificare, al di là di ogni linguaggio preesistente» (Jean Starobinski)

Prendendo consapevolezza della potenza delle virulente forze dell’inconscio e degli istinti, Goya traccia una strada che verrà seguita da numerosi artisti, come Ensor, Munch e Bacon e persino da letterati e filosofi (si pensi a Poe, Freud, Baudelaire). Questa visione decisamente pessimistica dell’uomo, accompagnata da una scrupolosa indagine sul lato oscuro della ragione, avrebbe poi trovato il suo culmine nelle Pitture Nere, dove l’oggetto della spietata attenzione di Goya è il grande e cosmico trionfo del male e la sostanziale incapacità dell’uomo di intervenire sull’esito del proprio fato, inevitabilmente destinato a rivelarsi tragico. È significativo ricordare che le opere della maniera scura, sorgono da un’interferenza tra ragione e follia, che in quanto tale non vede Goya allinearsi con una sola delle due facce della medaglia. Goya, infatti, capisce che eros e thanatos sono aspetti unilaterali dell’esistenza umana, che li comprende e sintetizza entrambi, e per questo motivo sono ineliminabili e, anzi, persino legati tra di loro da una continuità dialettica. Goya, in tal senso, si mostra sedotto sia dalla parte buona che da quella malvagia dell’essere umano: è in questa prospettiva che egli intuisce che non conviene eliminare la parte «nera» e aberrante dell’uomo che, anzi, può anche esercitare un fascino segreto e irresistibile, senza tuttavia finire schiavo del culto illuminista della ragione.

(fonti varie dal web; Wikipedia)
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