Piero Schiavo, dissolvenze letto da Angela Greco

Per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, nel marzo 2017 è uscito dissolvenze (introduzione-prefazione a cura di Giulio Greco) la prima raccolta di poesie di Piero Schiavo (ha già pubblicato alcuni album illustrati per l’infanzia in diverse lingue e un breve romanzo “adulto”), docente di lettere e collaboratore, come ricercatore, del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, originario delle Marche, ma ormai apolide per sua stessa ammissione. In un autore come Piero Schiavo è importante sottolineare il dato dello spostamento, del viaggio, della rinuncia ad una dimora fissa, perché è un dato subito riscontrabile nella raccolta in questione, nella quale ci si imbatte fin dalla prima pagina, in un susseguirsi di variazioni linguistiche e finanche di generi, passando dalla narrazione alla poesia, pur rimanendo quest’ultima la parte preponderante del libro.

Scorrendo le pagine attraggono i molti esergo riportati, specchio della vivacità culturale dell’autore e anche possibilità d’accesso ai suoi stessi testi: rimandi, memorie, attimi catturati e resi al lettore con l’immediatezza di chi vuole dire subito tutto il sentito, il sognato, lo sperato, ancora ingenuamente preso da quella espressione poetica diretta del vissuto da cui tutti siamo passati al primo testo edito. Una silloge poetica di buon auspicio, a parer mio, per il tema trattato senza troppo razionalizzarci sopra, l’amore, restituito al lettore dopo l’amore, mi verrebbe da dire, e soprattutto dopo la speranza e la delusione, specchi della quotidianità di ogni essere umano, ma che in pochi hanno il coraggio di rendere in una purezza ed in maniera così limpida come fa Schiavo. Il poeta  non ha temuto la solita critica esterna sul tema trattato (ma ricordiamo che, comunque, tutta la poesia ha da sempre riguardato Vita, Morte e Amore, senza meravigliarci troppo) e non ha ceduto alla lusinga di variare un tema usato e nemmeno al modo di trattarlo, ma ha ascoltato, dal mio punto di vista, se stesso, offrendo le basi per una prossima opera sicuramente più di mestiere, ma che per oggi ci regala uno scrigno di limpidezza non indifferente, quasi un ritorno alla parte più delicata e sensibile di ciascuno di noi.

Tra le tre sezioni che compongono il testo (Esitazioni, Distrazioni, Agnizioni) si legge, oltre alla costante presenza dell’io poetante e di un tu a cui questi si rivolge, supportati da scenari come di viaggio, anche le esperienze linguistiche vissute dall’autore, in un esterno-interno da sé, che invoglia il lettore a proseguire, a domandarsi cosa accadrà ancora. Felicemente a primo acchito dissolvenze richiama il Bardo della tragedia degli amanti veronesi – nell’adolescenziale abbandono al sentimento, anche se cementato dalla cultura letteraria, come già evidenziato, di un autore che studia, che approfondisce, che non si ferma facilmente alle apparenze, alle prime impressioni – nei toni sospesi di chi non sa come andrà a finire – già nel titolo, come giustamente rileva il prefatore, siamo in presenza di qualcosa che sfuma, che via via ci sta lasciando, sta dissolvendosi appunto -, ma vuole avere fiducia anche dinnanzi all’evidenza dei fatti non sempre positivi, giungendo a chiudere questa prima esperienza edita con un verso particolare, che mi piace pre-vedere quasi come un incipit del prossimo lavoro, dove, perché no, oltre al vissuto potrebbe entrare anche il quotidiano di Schiavo, quella filosofia che in questa prima opera si avverte solo in trasparenza e filtrata:  non siamo che un distratto \ sbadiglio di Dio. [Angela Greco]

immagine d’apertura: Antonio Canova, Amore e psiche stanti, dettaglio; Parigi, Museo del Louvre

*

Tre poesie tratte da dissolvenze di Piero Schiavo

grammatigramma
.
Sei la sesta vocale che scompagina l’alfabeto
il sinonimo sempre mancato
l’invidia dei tuoi antonimi
.
capricciosa ossessione
della parola ritrosa
sospesa nella memoria
.
semplice all’apparenza come
immediata bisillaba androgina
universale assonanza
di nulla mai rima
.
verbo finito senza pronomi
impersonalità di gesti concentrici
a nulla ti fletti
nessuno ti declina
.
bianca luce che filtra
dalle rovine di ogni calligrafia
il tuo nome è
per me invece condanna
.
primo soggetto di ogni pensiero
ultimo termine
che dopo sé
altri non ascolta
.
§
.
La poesia ti attraversa.
In te si cerca
e come persa
si rigenera,
immersa nella tua voce
scopre nuovi versi
e nasce riscritta
con la trama tersa
di parole
che non sapevano essere
di altro rima
.
Comporsi, sì, tessere
la materia in cui sei costretta
nella curva di ogni giornata,
per te sempre inadeguata
per te sempre così stretta
.
.
Dov’eri quando mi hanno strappata dal mio mondo?
Saresti bastato tu, saremmo bastati noi
e poi non avrei temuto più nulla
.
.
Vorrei scoprire la poesia spessa del quotidiano
nella poesia che ti compone,
con te, poesia tu stessa, per mano.
.
§
.
Tanto è ora il freddo
tra noi
che le parole escono ricurve
tremule e irriconoscibili,
per incrociarsi sbrigative;
.
tanta la distanza,
che arrivano
quando ormai
dicono tutt’altro
.
neanche più i gesti
ci aiutano a capire
ciò che la voce
non ha mai dovuto dire
.
quanta profondità andata persa
sui margini della quotidianità!
.
di condiviso ci resta
l’involontario e le sue leggi:
sottraiamo allo spazio
lo stesso impaccio
tra altri pieni e altri vuoti;
concediamo
agli inciampi del tempo
con la medesima ritrosia
.
.
non siamo più
quell’eccezione
incomprensibile
che si accendeva
nel tuo sorriso
per improvviso attimo
interminabile
.
.
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