Olga Orozco: Lontano, dalla mia collina

Lontano, dalla mia collina
.
.
A volte era solo un richiamo di sabbia sulle finestre,
erba che improvvisamente tremava nella quieta prateria,
un corpo trasparente che oltrepassava i muri con morbidezza
lasciandomi negli occhi un bagliore gelido,
o il rumore di una pietra che percorre l’indicibile tenebra della mezzanotte;
talvolta, solo il vento.
.
Riconoscevo in loro distanti messaggeri
di un paese inabissatosi col mondo sotto le alte ombre della mia fronte.
Li avevo amati, forse, sotto un altro cielo,
ma la solitudine, le rovine ed il silenzio erano sempre gli stessi.
Più tardi, nella crescente notte,
guardavo dall’alto il capo inclinato di una donna vestita d’angoscia
che avanzava attraverso tutte le sue età come in un giardino
anticamente amato.
Alla fine del sentiero, prima che iniziasse la dormiente pianura,
un luccichio memorabile, un colore appena pallido e crudele, la congedava;
ed oltre non conosceva nulla.
.
Chi eri tu, smarrita tra il fogliame come le passate primavere,
come qualcuno che ritorna dal tempo a ripetere i pianti,
i desideri, i gesti lenti con i quali anticamente socchiudeva i suoi giorni?
.
Solo tu, anima mia.
Rivolta alla mia vita come a una musica remota,
per sempre avvolgente,
ascoltavi, sospesa da chissà quale muro di tenero abbandono,
il rumore spento delle foglie sulla gioventù addormentata,
e sceglievi il triste, il taciuto, ciò che nasce dal fondo dell’oblio.
.
In quale angolo di te,
in che deserto corridoio risuonano i passi clamorosi di una gioiosa stagione,
il gorgoglìo dell’acqua su qualche prateria che prolungava il cielo,
il canto speranzoso con cui l’alba correva al nostro incontro,
ed anche le parole, senza dubbio così lontane dal luogo stabilito,
nelle quali agonizzava l’impossibile?
.
Tu non rispondi nulla, poiché qualsiasi risposta da te è stata data.
.
Può darsi tu abbia vissuto solamente
ciò che all’ardere non lascia più che cenere di tristezza immortale,
ciò che saluta in te, attraverso il ricordo,
un’eterna dimora che al riceverci si congeda.
.
Tu non domandi nulla, mai, perché nessuno oramai ti risponde.
.
Però là, sulle colline,
tua sorella, la memoria, con un giovane ramoscello ancora tra le mani,
racconta una volta di più la leggenda inconclusa d’un brumoso paese.
.
.
Olga Orozco, vero nome Olga Noemí Gugliotta (Toay, 17 marzo 1920 – Buenos Airesm, 15 agosto 1999) poetessa, scrittrice e giornalista argentina. Tratta da Hebenon, Seconda serie, n.4, Ottobre 1999 — immagine: opera di Joanna Sierko

 

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6 thoughts on “Olga Orozco: Lontano, dalla mia collina

    1. grazie Carlo della lettura e della partecipazione 😀
      il testo è comunque una traduzione, ma la rivista da cui è tratto si avvale di collaboratori capaci di non tradire nulla della poesia originaria; concordo sull’eleganza e aggiungo che mi hanno attratta questa deriva verso una narrazione, che pure non dispiace, e questo coinvolgimento, chiaro sin dal primo verso.

  1. della stessa autrice:
    SE PUOI VEDERMI

    Madre: è la tua creatura abbandonata che ti chiama,
    che abbatte la notte con un grido e la getta ai tuoi piedi come un sipario calato
    affinché tu non rimanga là, dall’altra parte,
    dove riesci soltanto con le tue mani di cieca a decifrarmi
    in mezzo a un muro di fantasmi fatti di cieca argilla.
    Madre: neanch’io ti vedo,
    perché adesso sei coperta dalle gelide ombre del tempo minore e la distanza massima,
    e io non so cercarti,
    forse perché non ho saputo imparare a perderti.
    Ma sono qui, sul mio piedistallo spaccato dal fulmine,
    divenuta statua di sabbia,
    manciata di ceneri perché tu scriva su di me il segnale,
    i segni mediante i quali torneremo a capirci.
    Sono qui, con i piedi impigliati nelle radici del mio sangue in lutto,
    senza poter andare avanti.
    Allora cercami tu, in mezzo a questo bosco allucinato
    dove ogni scricchiolio è il tuo gemito;
    i colpi d’ala, una richiesta d’esilio che mi sfugge;
    ogni cristallo di neve è un frammento della tua eternità,
    e ogni bagliore il lume che accendi affinché io non mi perda nei cunicoli di questo mondo.
    E tutto si confonde.
    E la tua vita e la tua morte si mescolano con le mie come le maschere negli incubi.
    E non so dove sei.
    Invano ti invoco in nome dell’amore, della pietà o del perdono,
    come chi accarezza un talismano,
    una pietra che racchiude quella goccia di sangue rappreso
    capace di risorgere nel più impossibile dei sogni.
    Niente. Solamente un artiglio di feroce tristezza che apre la tela di altri anni
    per riscoprire un tavolo dove tagli il pane di ogni giorno,
    una stanza dove lisci con le pazienti mani quelle grinze
    che mi incidono l’anima di febbre e di terrore,
    un salone che a un tratto si fa bello per il rito di guardarti passare
    avvolta in un alone di fiera tenerezza,
    un letto in cui torni dalla morte solo per non darci troppo dolore.
    No. Io non voglio guardare.
    Non voglio imparare di nuovo il nome della gioia nel momento
    stesso in cui il suo volto è deturpato dagli enormi buchi,
    né sentire che il tuo corpo ferma ancora quella disperata corrente che lo porta via,
    un’altra volta ancora,
    per circondarmi come fosse per sempre di conforto e d’addio.
    Non voglio sentire il rumore del vetro che si infrange,
    né i cani che abbaiano alle bende sinistre,
    né vedere come non ci sei.
    Madre, madre, chi divide il tuo sangue dal mio?,
    cos’è questo che si spezza come una corda tesa che batte nelle viscere?,
    che grande pianeta infausto rovescia la sua ombra sopra tutti gli anni della mia vita?
    Oh, Dio! Tu eri tutto quel che sapevo di quel dimenticato paese da cui provengo,
    eri come il rifugio nella lontananza,
    come un battito nelle tenebre.
    Dove cercare adesso la chiave sepolta dei miei giorni?
    Chi interrogare sull’indecifrabile mistero delle mie ossa?
    Chi mi ascolterà se tu non mi ascolti?
    E nessuno mi risponde. E ho paura.
    Le stesse paure di questi trent’anni.
    Perché giorno dopo giorno qualcuno si maschera e gioca dentro di me alle allucinazioni e alla morte.
    Io gli cammino accanto e spingo con la sua mano quest’ultima porta,
    quella che la mia nascita non riuscì a chiudere
    e che io stessa sorveglio vestita con un abito da sentinella funeraria.
    Lo sai? Sono arrivata molto lontano questa volta.
    Ma nel coro di voci che suonano come un mare sepolto
    Non c’è quella voce di foglia cupa sempre lacerata dall’amore o dalla collera;
    nelle processioni che improvvisamente s’accendono come lampade fulminee
    non vedo illuminarsi quel colore di spuma dorata sotto il sole;
    non c’è nessuna raffica che mi bruci gli occhi col tuo odore di resina;
    nessun calore mi circonda con quella compassione che hai dato alle mie ossa.
    Allora, dove sei?, chi ti impedisce di venire?
    So che se tu potessi accarezzeresti la mia testa d’orfana.
    Eppure so inoltre che non puoi essere ancora tu sola,
    qualcuno che persevera nella propria memoria,
    l’imbalsamata attorno alla quale girano come corvi i poveri brandelli di lutto da essa alimentati.
    E se anche rispetti la tremenda condanna di non poter accorrere al mio appello,
    altrove senza dubbio organizzi di nuovo la famiglia,
    o metti in ordine le mie ombre,
    o tagli quei rami di brina che ornano il tuo grembo per lasciarli accanto a me un giorno,
    o cerchi di cucire con un filo infinito la grande ferita del mio cuore.

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