Pablo Neruda, da Cento sonetti d’amore

*

Al colpo dell’onda contro la pietra indocile
scoppia la chiarità e stabilisce la sua rosa
e il cerchio del mare si riduce a un grappolo,
a una sola goccia di sale azzurro che cade.

Oh radiante magnolia scatenata nella schiuma,
magnetica viaggiatrice la cui morte fiorisce
e torna eternamente a essere e non esser nulla:
sale rotto, abbacinante movimento marino.

Uniti tu e io, amor mio, sigilliamo il silenzio,
mentre il mare distrugge le sue costanti statue
e abbatte le sue torri di furia e bianchezza,

perché nella trama di questi tessuti invisibili
dell’acqua sbrigliata, dell’incessante arena,
sosteniamo l’unica e perseguitata tenerezza.

*

Ricorderai quel ruscello capriccioso
dove s’arrampicarono gli aromi palpitanti,
di tanto in tanto un uccello vestito
d’acqua e di lentezza: vestito d’inverno.

Ricorderai i doni della terra:
irascibile fragranza, fango d’oro,
erbe del cespuglio, pazze radici,
sortileghe spine come spade.

Ricorderai il mazzo che recasti,
mazzo d’ombra e d’acqua con silenzio,
mazzo come una pietra con schiuma.

Quella volta fu come mai e come sempre:
andiamo lì dove nulla v’è che attenda
e troviamo tutto ciò che sta attendendo.

*

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, sentieri di mela,
nuda sei sottile come il chicco di grano nudo.

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba
hai vitigni e stelle fra i capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l’estate in una chiesa d’oro.

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t’addentri nel sotterraneo del mondo

come in una lunga galleria di vestiti e lavori:
la tua luce chiara si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.

*

Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio la luce e il frumento delle tue mani amate
passare una volta ancora su di me la loro freschezza,
sentire la soavità che cambiò il mio destino.

Voglio che tu viva mentr’io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.

Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,

perché raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perché la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perché così conoscano la ragione del mio canto.

.

tratte da Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore , 1959 (traduzioni dal web)

foto d’apertura: Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, bronzo
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5 thoughts on “Pablo Neruda, da Cento sonetti d’amore

  1. Per progredire (inteso nell’accezione di non rimanere fermi ad impolverarsi) arriva un momento in cui occorre mollare le redini di tante cose e, come in una scena degli Indiani d’America, aprire a croce le braccia, tenersi ben saldi al cavallo senza sella e, al galoppo, lasciarsi attraversare da tutta l’aria e tutto il possibile che viene incontro. E’ difficilissimo un equilibrio simile, in corsa, su un animale che non ha mai perso il suo istinto alla libertà, che potrebbe disarcionare il cavaliere in qualsiasi momento e che, invece, per pura fiducia, per collaborazione, per stima mi verrebbe da dire, lo conduce con sé in barba all’uomo convinto d’averlo domato e quindi piegato alla sua, di volontà.
    Così, poesie apparentemente romantiche e d’amore, senza complicazioni filosofiche e quant’altro, possono ben rappresentare quel vento che ci investe nella corsa verso il respiro profondo, quello che man mano ci denuda e ci fa arrivare nudi e veri alla meta.
    Da lì, poi, dalla complicata e ambita semplicità, sempre respirando profondamente, iniziare da quello che abbiamo scoperto e riscoperto di noi e man mano approdare, per cerchi concentrici che s’allargano come quando si getta un sasso in uno stagno, alle rive più lontane, per volontà e voglia di aggiungere sempre un tassello alle conoscenze e alle esperienze, a noi stessi, vivendo, tentando, sbagliando, imparando, senza mai seguire mode e persone e interessi meno nobili che non l’Uomo nell’alto valore intrinseco che comunque sempre possiede…

    (scusate la digressione mattutina, pensavo ad alta voce)

    “Voglio che tu viva mentr’io, addormentato, t’attendo,
    voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
    che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
    e che continui a calpestare l’arena che calpestammo…” | Neruda

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