Giuliano Mesa, iatromanzia. Manhattan Project – da AA.VV. Fuori dallo scaffale


iatromanzia. Manhattan Project – di Giuliano Mesa  (1957-2011, dal web)

nomi. nomina ancora, replica, schernisci.
consentine la crescita, riducine l’amalgama,
che si sparga, s’incàvi, scorra per ogni dove.
nomina sette volte il giorno e l’ora,
anche per oggi, fai tutta la trafila,
così non sarà invano.
ansima, rimugina, così non passerà,
non sarà vano tutto il suo disfare, facendo ancora spazio,
aprendo varchi, e che si schianti, poi, dentro il suo vuoto,
che te lo scava dentro, il tempo, il suo,
le grotte, gli antri, le caverne,
rigenerando te,
loculo di copule infinite,
l’eletto, per caso che dà gloria.
conta, che ti dà forza, ogni minuto,
trascorso nel decoro, e la tenacia, fiera,
poiché ne chiede il fato, e l’onniscienza,
strenua speranza, luce per i probi,
che invece era soltanto prova aperta,
esperimento, soltanto il contagiri dei motori,
il contabattiti, al cuore di chi sgancia,
e tu sei l’esperienza, la verifica.

prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai.

.

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2 pensieri su “Giuliano Mesa, iatromanzia. Manhattan Project – da AA.VV. Fuori dallo scaffale

  1. premessa (dal web): Tiresia è una figura della mitologia greca; il celebre indovino figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Da qui, Tiresia, di Giuliano Mesa (nato in provincia di Reggio Emilia nel 1957 e morto nell’agosto del 2011), è un’opera costituita da cinque sezioni principali, intitolate secondo i modi antichi della divinazione: ornitomanzia (divinazione attraverso il volo e il canto degli uccelli), piromanzia (attraverso il fuoco), iatromanzia (attraverso i segni della malattia), oniromanzia (attraverso il sogno), necromanzia (attraverso i morti).

    Segnalo, in rete, questo luogo: https://giulianomesa.wordpress.com/
    per eventuali approfondimenti su questo Autore.
    Al seguente link, invece, è possibile leggere l’intera opera Tiresia, https://giulianomesa.wordpress.com/testi-2/tiresia/

    *

    commento a III. iatromanzia. Manhattan Project

    “Per la terza volta l’incipit è costituito da una sola parola, un bisillabo, marcato dalla punteggiatura. Le strutture, le tecniche, le insistenze dei primi due oracoli sono qui riprese con forza anche maggiore. Gli imperativi del poeta che si rivolge a Tiresia si fanno più numerosi, talvolta involuti, in maggioranza proparossitoni: «nomina», «replica», «schernisci», «consentine», «riducine», «nomina», «fai la trafila», «ansima», «rimugina», nei primi 7 versi, poi solo «conta», al v. 16; in una prima parte – versi da 1 a 7 – l’assieparsi delle esortazioni rende centrale il “tu”, mentre i successivi versi contengono ciascuno l’aggettivo “suo”, introducendo un terzo elemento, tuttavia non esplicitato. Ritorna la seconda persona, prima come responsabile di una rigenerazione che ha per soggetto la persona/cosa appena evocata, poi con una serie di sostantivi che definiscono con sempre maggiore precisione il ruolo del “tu” in questione.
    Interessante notare la scelta di non aggiungere nessun aggettivo. L’interlocutore non è definito “in qualche modo”, bensì è “qualcosa”. È «loculo», è «l’eletto», mentre ciò che fa è «tenacia» di cui «chiede il fato, e l’onniscienza»; sembra essere «speranza» e «luce», mentre è «soltanto» (avverbio ripetuto due volte, in posizione enfatizzante) «prova», «esperimento», «contagiri», «l’esperienza», «la verifica».
    Al v. 22 un verbo, in chiusura, chiarisce improvvisamente, come un lampo che squarcia il velo che impediva di comprendere. Compare un nuovo personaggio, che viene accuratamente distinto dal “tu”: «chi sgancia». Anche a non conoscere gli esperimenti degli anni ’40 del secolo scorso nel deserto del Nuovo Messico, l’associazione è automatica: chiunque, a questo punto, la nomina, pronuncia il suo nome. La bomba, quella che qualcuno «ha sganciato», è stata studiata e sperimentata da qualcuno che «sa contare». A chi si rivolge il poeta, per tutto l’oracolo? L’elemento iniziale, «nomi», sembra a questo punto potersi identificare con gli esseri umani che hanno subìto la bomba. Il «conta» centrale sembra essere rivolto agli scienziati, con la loro presunta laicità, con la neutralità dei numeri e della chimica, tristemente noti, nel devastante effetto.
    In conclusione, ancora una volta il riflesso, destinato a Tiresia: «prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai». Mesa mette in campo – all’interno di una scenografia apocalittica – nomi e corpi di esseri umani reali. Non c’è elemento simbolico che pesi di più delle vite sacrificate agli esperimenti. Ecco perché sembra plausibile sentirci tutti interpellati. Noi, qui, ora, «ora che sai», Uomo che ha creduto nel progresso e creato bombe che hanno ucciso prima e dopo, Uomo che legge poesia, Uomo che la scrive, Uomo che ripete le stesse cose nei millenni.”

    tratto dall’articolo di Elisabetta Perissinotto, L’ENCICLOPEDIA GRECA DEL “TIRESIA” DI GIULIANO MESA, al seguente link http://diacritica.it/letture-critiche/lenciclopedia-greca-del-tiresia-di-giuliano-mesa.html

  2. Per chi volesse approfondire sull’opera da cui sono tratti questi versi di Giuliano Mesa, suggerisco l’articolo di Elisabetta Perissinotto, L’ENCICLOPEDIA GRECA DEL “TIRESIA” DI GIULIANO MESA, al seguente link http://diacritica.it/letture-critiche/lenciclopedia-greca-del-tiresia-di-giuliano-mesa.html da cui riporto qualche estratto.

    “Si intitola TIRESIA oracoli, riflessi (22 luglio 2000-24 gennaio 2001) l’opera più nota e interessante del poeta Giuliano Mesa, recentemente scomparso. Nel variegato e spesso confuso panorama della poesia contemporanea il profilo di questo autore si staglia con nettezza: «Mesa non ha dissolto il concetto di verità in una semplice accoglienza nei confronti della venuta dell’altro, ma ha preteso che la poesia dicesse quel che il linguaggio ordinario non sembra più in grado di dire: non la verità dell’oggetto, ma la verità dell’evento, una verità etica. Nell’indistinzione ontologica dei fatti, la scrittura punta a risemantizzare con cura le tessere del linguaggio per restituirle a una nuova vita relazionale, etica»” […] la scelta, tra le tante possibili e giustificabili, cade sull’eco prodotta dalle letterature antiche, con particolare riferimento a quella greca e a quella ebraica (biblica). Mesa stesso sembra indicare questa strada: la ripresa di Callimaco è esplicita e i temi del profetismo, dell’apocalittica e della letteratura sapienziale appaiono strettamente legati all’impronta etica impressa nella poesia di Mesa6. «L’allusività opera (…) con l’indispensabile cooperazione del destinatario, nell’attimo in cui scatta il meccanismo del riconoscimento»7. Il concetto di “ispirazione”, per come viene inteso dalla dogmatica cattolica, non può essere qui produttivo; il riferimento al divino presente nei testi vetero e neotestamentari verrà in questa sede equiparato alla «costante e inveterata tradizione dei Greci, da Omero alla più tarda età imperiale, che il poeta ricevesse ispirazione dalle Muse o da qualche altro dio (ad esempio Apollo o Dioniso) a cui attribuiva la responsabilità dell’enthousiasmos che lo provvedeva della competenza sui contenuti della sua poesia».

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